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venerdì 23 settembre 2022

PEDARA, "SILENZIOSISSIMA E ODOROSA DI VIGNE" IN UNA PAGINA DI ERCOLE PATTI

Famiglia in scooter a Pedara
dinanzi palazzo Papardo Corvaja.
Fotografia di Melo Minnella
pubblicata il 26 ottobre 1965
dalla rivista "Il Mondo"


Abilissimo cesellatore della scrittura, Ercole Patti ha descritto come nessun altro i paesaggi ed i paesi dei fianchi dell'Etna: luoghi dominati dalla straripante presenza della natura, in un nitore di caratteri che  ha alimentato nelle pagine di Patti - scrittore catanese vissuto buona parte della sua vita a Roma - una vena di lieve malinconia per i luoghi di origine. Un esempio di questo stato d'animo traspare in un reportage che Ercole Patti realizzò per il "Corriere della Sera" il 29 luglio del 1963. Intitolato "Pomeriggio in Sicilia", vi si legge questa descrizione di Pedara:

"Si attraversa Pedara, silenziosissima; due uomini sono seduti in una striscia di ombra, accanto alla bottega del barbiere sulla piazza. Fumano e guardano il campanile incrostato di ciottolini colorati disposti come un mosaico. L'aria delle vigne che circondano il paese da tutte le parti arriva, passando per i vicoletti, sulla strada principale, scorre leggera lungo le poste accostate, si incanala fresca nel buio portone di qualche cantina aperta..."

domenica 18 settembre 2022

A CIASCUNO LA SUA SICILIA

Riposo all'ombra a Petralia Soprana.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"Così - ha scritto Fortunato Pasqualino in "Sicilia" edito da Zanichelli nel 1980 -  ciascuno di noi ha la sua Sicilia, a immagine e somiglianza del proprio modo di pensare, della madre, del padre, delle zie e degli zii. Si ha una Sicilia di semidei alla maniera di Lampedusa, una Sicilia da bell'Antoni alla Brancati, una degli autunni torbidi di Patti; c'è la Sicilia di mafia di Sciascia e quella delle nuvole di Bonaviri, la Sicilia delle bambole da riparare di Antonino Pizzuto e quella dei cantastorie da piazza di Ignazio Buttitta; ed infine, la Sicilia dei nostri pupi, dei cavalieri erranti del lavoro, degli emigranti e dei metafisici zingareschi..."   

mercoledì 14 settembre 2022

LA PANCHINA DI UN BAGLIO MARSALESE

 

Panchina in un baglio agricolo
del marsalese realizzata
con mattonelle recuperate 
in un palazzo ottocentesco a Trapani.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia

martedì 6 settembre 2022

SCOPELLO, OVVERO LA SCOMPARSA ETA' DELL'INNOCENZA

Uno dei faraglioni di Scopello
in una fotografia pubblicata nel 1961,
opera citata nel post


Tralasciando gli scellerati esempi dei litorali devastati dagli insediamenti industriali e petrolchimici degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, sono purtroppo parecchi i luoghi della Sicilia che hanno pagato in termini di integrità e fruibilità i benefici recati dall'industria turistica. Uno di questi è Scopello, località rimasta quasi sconosciuta agli stessi siciliani sino a quando il borgo di contadini e pescatori costruito in prossimità di una tonnara non è stato raggiunto da strade carrabili. Ancora nella Guida Rossa della Sicilia edita dal Touring Club Italiano nel 1951, Scopello era citata come meta da raggiungere grazie ad un itinerario di mulattiere che, partendo da San Vito Lo Capo, raggiungeva Castellammare del Golfo dopo 8 ore di cammino! Dieci anni dopo, la pubblicazione edita dall'Istituto Geografico De Agostini di Novara "Visioni della provincia di Trapani" offriva indicazioni sulla bellezza del sito ed una delle prime fotografie dei faraglioni di Scopello mai pubblicate su un periodico. L'immagine, riproposta da ReportageSicilia, era accompagnata da questa didascalia:

"Poco distante da Castellammare del Golfo, ed assai poco nota, Scopello è una delle località più belle del trapanese, soprattutto per i suggestivi faraglioni sorgenti dal mare a poca distanza dalla costa"

La "poco nota" bellezza di questo tratto di costa siciliana - munita pochi anni dopo di strade che la misero in collegamento con Castellammare del Golfo e con strade provinciali e statali - alla fine degli anni Sessanta cominciò ad essere scalfita dai primi esempi di moderna edilizia residenziale-turistica. Malgrado ciò, ancora nel 1968, la rinnovata Guida Rossa del Touring Club Italiano magnificò con questa entusiastica descrizione lo scenario naturale di Scopello:

"Pittoresco villaggio di pescatori, in un paesaggio fantastico, dominato da antiche torri e con la vista in basso dei magnifici faraglioni, che sorgono dalle acque trasparentissime delle insenature ghiaiose..."

Ai nostri giorni, Scopello - con lo straordinario scenario del suo baglio, della tonnara, delle torri di avvistamento e dei faraglioni - è uno dei luoghi più frequentati e popolari dell'Isola. Già nel 1984, Matteo Collura ( "Sicilia sconosciuta. Cento itinerari insoliti e curiosi", Rizzoli Editore, Milano ) notava che: 

"Andarci in estate significa fare i conti con ingorghi di automezzi, vociare di gitanti... In inverno è un'altra cosa: è come se una tromba d'aria fosse passata lasciando sì tracce di sé, ma anche un senso di profonda quiete, di dopo tempesta..."



Negli ultimi anni, il territorio di Scopello - un tempo quasi tagliato fuori dal resto della provincia di Trapani, e luogo di meraviglia per i pochi viaggiatori che avevano l'occasione di raggiungerlo - è stato sottoposto ad una serie di abusi edilizi ed ambientali, oggetto di denunce da parte di un Comitato civico. Crescono le ristrutturazioni di vecchi casolari - cantieri di lavoro che spesso ne stravolgono l'originaria architettura - e aumentano i cartelli di divieto di accesso su un crescente numero di recinzioni che hanno privatizzato buona parte dei liberi varchi verso il mare. Qui, nel frattempo, aumentano a dismisura le imbarcazioni che nel periodo estivo fanno sosta tra le azzurre acque dei faraglioni, sempre più simili ad una trafficata piazza urbana. Scopello continua certo ad essere un luogo carico di suggestioni, storiche ed ambientali, e fonte di reddito per centinaia di persone che ne gestiscono la folla di turisti; ma, fra il proliferare di B&B e i negozi di souvenir, ha tuttavia perso per sempre quella "età dell'innocenza" che lo rendeva capace di emozionare chi ha avuto la fortuna di apprezzarne la primitiva e scomparsa purezza.


    

venerdì 2 settembre 2022

ROBERT CAMUTO E LA FRAGILITA' SICILIANA DELLA BELLEZZA E DEL TEMPO

Achitettura a Barrafranca,
nell'ennese.
Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"Durante i miei viaggi in Sicilia - ha scritto lo scrittore e giornalista americano Robert Camuto, il cui nonno paterno, Luigi, partì negli anni Venti dello scorso secolo da Bronte per lavorare come operaio a New York -  ho compreso due delle più grandi ricchezze del Sud Italia. Una - si legge in "Altrove a Sud. Il vino, il cibo, l'anima dell'Italia" ( Edizioni Ampelos, Casarano, 2021 ) - è sicuramente la sua magnificenza: la natura rigogliosa arricchita dagli strati culturali accumulatisi in migliaia di anni. L'altra è il suo ritmo elegante, lungo e lento come un pomeriggio d'estate. In altre parole, bellezza e tempo. La bellezza può essere rovinata o distrutta dall'avidità, dall'ignoranza e dall'apatia, sebbene sull'Etna sia rimasta relativamente intatta. Il tempo, tuttavia, è più fragile. Può essere rubato dall'amarezza della frustrazione, del fallimento e della povertà che affligge da secoli la Sicilia e il Sud..."    

LO SCORCIO DI TERRASINI DI MARIA PIA BADALUCCO


 

mercoledì 31 agosto 2022

IL FASCINO DI UN FIORITO E ABBANDONATO PORTALE A CALATAFIMI-SEGESTA

Il portale d'ingresso
della chiesa dell'Immacolatella,
a Calatafimi-Segesta.
Le foto del post sono di
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Dal 1997, Calatafimi ha accostato al suo toponimo quello di Segesta: circostanza che se da un lato ha voluto sottolineare il legame territoriale con uno dei siti archeologici più importanti e visitati in Sicilia, dall'altro non ha ancora pienamente assecondato lo sviluppo turistico della stessa Calatafimi. Al di là della rilevanza storica procuratagli dalle imprese belliche dei Mille di Garibaldi, la cittadina - che negli ultimi anni ha subìto un consistente spopolamento - può vantare un rilevante patrimonio architettonico ed ambientale: una ventina di chiese monumentali ( la maggior parte delle quali sono però chiuse al pubblico ) i giardini del Kaggera ed il bosco di Angimbè. Uno dei siti che più suggeriscono il desiderio di ritornare a Calatafimi-Segesta è una di quelle chiese che si definiscono "minori": quella non agibile denominata dell'Immacolatella, preceduta da una scalinata ancora integra ma dissestata. Non è così possibile ammirare all'interno le decorazioni a stucchi, così come non è possibile accedere all'interno di un giardino adiacente, ingombro di rovi e detriti; un luogo dove, come ricorda un moderno e malmesso cartello che precede il portale d'ingresso della chiesa, venne chissà quando recuperato un fonte battesimale "di stile romanico"



Nel suo abbandono, la chiesa dell'Immacolatella di Calatafimi-Segesta rimane così un esempio di architettura che trasmette il fascino e l'attrattiva un pò dolente e romantica di tutti i monumenti diroccati e deserti. Pochi studiosi dell'arte hanno scritto a proposito di questa piccola chiesa, che meriterebbe un completo recupero.




Fra questi, Giuseppe Bellafiore, che nel 1963 - forse quando era già inagibile - ne fece così cenno in "La civiltà artistica della Sicilia" ( Le Monnier, Firenze ):

"La Chiesa dell'Immacolata, di fronte alla Madrice, annessa all'orfanotrofio Blundo, fu eretta nel 1631. Ha fiorito portale del tardo Seicento"

giovedì 25 agosto 2022

UNA TESTIMONIANZA DI ROSI SULLA STORIA DEL FILM "SALVATORE GIULIANO"

La scena dell'uccisione di Salvatore Giuliano,
interpretato da Pietro Cammarata,
nel film di Francesco Rosi "Salvatore Giuliano".
Le fotografie del post sono tratte dal saggio
"Salvatore Giuliano", opera citata


Raccontò Francesco Rosi a Tullio Kezich che l'idea di realizzare il film "Salvatore Giuliano" gli venne nel 1950, quando lavorava con Suso Cecchi D'Amico alla sceneggiatura di "Bellissima". "Arrivavano i giornali con le cronache del processo di Viterbo e il copione di Visconti non andava avanti. L'idea di fare un film su Giuliano - spiegò Rosi - era di tutti, mi pareva un argomento enorme. La vicenda mi aveva sempre affascinato, però non ero certo di averla capita bene". Accantonato il progetto di realizzare una sceneggiatura dal romanzo "La galleria" di John Horne Burns, che il regista avrebbe voluto ambientare nella sua Napoli, Rosi fu infine convinto a dedicare un'opera alla storia del bandito di Montelepre dal produttore Franco Cristaldi

Rosi con l'operatore Gianni Di Venanzo
e Pietro Cammarata,
che ebbe il ruolo di Giuliano


Cominciò così un difficile lavoro di documentazione, dapprima attraverso la stampa dell'epoca, poi con il contatto diretto con la complessa realtà siciliana. Per la sceneggiatura del film - realizzato fra il 1960 ed il 1961Rosi volle con sé Enzo Provenzale, messinese, con esperienza in diversi set cinematografici isolani. "A Roma disperammo di trovare il bandolo della matassa. L'orizzonte - spiegò Rosi a Kezich, come si legge nell'eccellente saggio "Salvatore Giuliano", edito a Roma nel 1961 da Edizioni FM per la collana "Il cinematografo" ( opera da cui sono tratte le foto del post ) - si schiarì a Palermo, quando io e Provenzale venimmo giù per i primi sopralluoghi.  Questo film non si poteva scrivere a Roma, bisognava documentarsi qui, lavorare qui, e ricominciare tutto da capo. Dall'angolo di Roma non si potevano capire tante cose, la prospettiva continentale vieta per storica tradizione l'accesso alle cose di Sicilia. Qui c'era gente che ricordava, che conservava giornali e documenti, che era disposta a collaborare. Molte notizie le prendemmo dai fascicoli del processo per i fatti dell'EVIS, tutte giornate spese a leggere e ad appuntare, spesso in scomode cancellerie, cavandoci gli occhi, perdendoci ogni tanto nel mare dei fatti e dei nomi. Man mano che procedevamo nel lavoro, cadevano le scene scritte con criteri spettacolari. Non fu facile capirlo neppure per noi, ma la serietà del problema che avevamo affrontato ci spingeva verso un'espressione nuda e rigorosa: i moduli della spettacolarizzazione, che sono radicati nella nostra natura di teatranti e cinematografari, si rivelano superficiali, inadeguati. Ci staccammo da tanti personaggi, da tante storielline che dapprima ci erano parse importanti. Ci staccammo addirittura da Giuliano, in senso psicologico, aneddotico. Il film finì col considerare alcuni fenomeni tipici della vita siciliana, per esempio la deformazione del potere locale rispetto al potere centrale. Lo stretto di Messina è veramente l'Oceano, bisogna avere il coraggio di affermarlo nell'anno centenario alla spedizione dei Mille. Se non cominciamo a parlare chiaro non ci capiremo mai"


Rosi impegnato
sul set del film a Montelepre




In "Salvatore Giuliano", il bandito - interpretato da Pietro Cammarata, autista dipendente di 26 anni della SAIA ( Società Anonima Industrie Autobus ) di Palermo, scelto per la sua somiglianza a Giuliano - avrà così un ruolo quasi da comparsa. Nel film, Rosi ignorerà anche l'episodio  dell'uccisione da parte di Giuliano del carabiniere Antonio Mancino, il 2 settembre del 1943, in località Quattro Mulini, fra San Giuseppe Jato e Montelepre: un omicidio che darà il via alla storia criminale del giovane monteleprino, fino ad allora uno dei tanti anonimi animatori del mercato nero del grano.

Il regista napoletano
al lavoro in una scena d'interno


"Molti si sono interessati di sapere come questo episodio verrà narrato nel film. Resteranno male - sottolineò Tullio Kezich nel suo saggio - nel vedere che Rosi ha ignorato l'incidente e scopre Giuliano solo al momento dell'esplosione separatista, ciè quando è già un fuorilegge. Ma l'elisse è giustificata dall'angolazione storica e non cronachistica del film: di episodi come quello dei Quattro Molini è piena la storia della Sicilia negli anni dal 1943 al 1945. Giuliano fu soltanto uno dei tanti ragazzi travolti dalle circostanze, costretti alla macchia da un incidente grave scoppiato al margine di una loro piccola attività illegale. Se gli estimatori del Robin Hood siculo capissero questo, non avrebbero bisogno di inventare giustificazioni favolose per l'uccisione del primo carabiniere..."

Pietro Cammarata,
autista di autobus,
ottenne il ruolo di Salvatore Giuliano
per la sua somiglianza
con il personaggio


Pietro Cammarata - che dall'interpretazione del bandito sperava di ottenere visibilità e compensi economici per un trasferimento a Roma - non verrà così quasi mai inquadrato in primo piano. Indosserà come segno distintivo nelle scene di gruppo un impermeabile bianco: un abbigliamento su cui Cammarata troverà da ridire, lamentandosi pure del cinturone e delle scarpe impostegli dalla produzione del film. Ad un certo punto, Rosi noterà la sua totale identificazione con il vero Salvatore Giuliano. In mezzo alle comparse - gli uomini della banda - Cammarata dava ordini come se fosse Turiddu in persona. "A Castelvetrano - racconterà divertito il regista a Kezich - capitammo in un ristorante dove c'erano dei guappi che volevano crearci dei guai. Cammarata, che se ne stava a un tavolo in disparte, si alzò, andò direttamente da loro e disse: "Se avete qualcosa da dire, ditelo a me. Giuliano sono io". Lo disse in un modo tale che quelli non fiatarono più..."    

martedì 23 agosto 2022

VEDUTA DAL CASTELLO DI GIULIANA

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

 

giovedì 18 agosto 2022

LO SCONOSCIUTO VOLTO AUTUNNALE DI LEVANZO

Cala Dogana, a Levanzo.
Fotografia tratta da
"Capolavori della Sicilia",
opera citata


La fotografia è tratta dal libro "Capolavori della Sicilia", edito a Milano da Co.gra.fa nel 1977. Uno cioè di quei volumi piazzati ancor oggi dai venditori di souvenir sulle bancarelle di  Cefalù o Monreale ed infarciti di immagini a colori di chiese, opere d'arte e carretti siciliani, carichi di improbabili suonatori di marranzani e tamburelli. L'immagine riproposta da ReportageSicilia da quella pubblicazione turistica - una veduta dall'alto dell'isola di Levanzo - ha però un singolare valore documentario, e non solo per la frugalità edilizia del centro abitato di cinquant'anni fa. Sembra infatti che la fotografia del gruppo di case che all'epoca cingeva l'arco costiero di cala Dogana - un grumo edilizio fortunatamente non troppo cresciuto nei decenni - non sia stata eseguita in una piena giornata d'estate: collocazione temporale cioè in cui siamo ormai abituati a vedere riprodotta un'isola o altre località marine sugli smartphone, sulle riviste e su ogni tipo di guida di promozione turistica. La Levanzo fissata da "Capolavori della Sicilia" mostra invece il volto un pò ruvido ed aspro delle isole d'autunno; mesi in cui questi luoghi lontani dalla "terraferma" - la Sicilia a sua volta isola - non conoscono quasi piede dei turisti che hanno imparato a frequentarli e  a conoscerli esclusivamente durante i mesi estivi.


 

Così, nessuno o pochissimi che non siano levanzari possono dire di conoscere davvero Levanzo, che è isola soprattutto quando i turisti hanno lasciato da tempo le sue cale rocciose e la calda passeggiata  d'agosto lungo il belvedere di cala Dogana.

"Il paese - ha scritto Carla Serra in "Meridiani Sicilia-Isole" edito nel giugno del 2000 da Editoriale Domus - è una specie di domino che si allunga di fronte al molo: due file di cubetti bianchi a un piano e un'unica strada, il salotto all'aperto dei 200 abitanti che in inverno si spostano a Favignana: oppure a Trapani, da dove partono i traghetti e gli aliscafi. Venti minuti per coprire le sei miglia di mare, che diventano giorni d'attesa quando, in inverno, le mareggiate impediscono i collegamenti..."


    

mercoledì 17 agosto 2022

CORRADO ALVARO E LA "METAFISICA ARIDITA'" DI MARINEO

"Bucato a Marineo"
fotografia di Ezio Quiresi
tratta dall'opera
"Donne. Il lavoro femminile
in Italia nel Dopoguerra in 80 fotografie"

edita nel 2006 da MUP


"I paesi sulle creste dei colli e dei monti - scrisse nell'agosto del 1953 sul "Corriere della Sera" lo scrittore calabrese Corrado Alvaro, incontrando l'abitato di Marineo lungo lo strada proveniente da Corleone -  hanno in genere quasi un'insegna: la roccia di una forma singolare, un'acropoli. Marineo, a sud di Palermo, è in questo senso di una classicità rustica. L'abitato è della stessa natura della roccia, naturalmente, ne è ricavato, ma assume l'aspetto di una cristallizzazione della roccia, i perfetti cristalli d'uno di quei grossi pezzi di topazio di o di smeraldo appena cavato dalla miniera. Questa aridità metafisica è dovuta alla mancanza di alberi nell'abitato. L'albero nella città è una conquista moderna diffusa dal settentrione. A volte, in questi paesi, si avverte una suggestione vaga d'Oriente, e la stessa gente sembra di incontrarla in luoghi più remoti..."



I LAMPI E I TUONI DI PIPPO RIZZO








 

lunedì 15 agosto 2022

PAESAGGIO RURALE A CUSTONACI

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

 

L'IMPOSSIBILE FERRAGOSTO DELLE SPIAGGE SICILIANE SENZA FALO' E TENDOPOLI

Bagnanti su una costa siciliana.
Le fotografie del post  
sono di Nino Teresi,
opera citata


Da Palermo a Scicli, da Catania a San Vito lo Capo, da Carini ad altre località dell'agrigentino, il Ferragosto del 2022 sarà ricordato per il tentativo dei comuni di limitare il vandalismo delle spiagge libere provocato in Sicilia dall'accensione di fuochi e dall'allestimento di tendopoli-bidonville: "invasioni barbariche" che, da decenni, in questo periodo, riducono a discarica pezzi di litorale.  Il fenomeno, cui quest'anno hanno cercato di porre un argine ordinanze di sindaci e controlli delle forze dell'ordine decisi dalle prefetture, si spiega con l'approccio devastatore che molti abitanti mostrano verso il bene pubblico e l'ambiente della loro maltrattata Isola: un comportamento che rende sostanzialmente inverosimile la lode del mare siciliano espressa da un recente ( ed un pò troppo enfatico, vista la situazione reale ) spot televisivo prodotto dalla Regione Siciliana.


 

Sarebbe stato inutile pretendere che i divieti di questo Ferragosto finissero con lo scoraggiare l'occupazione delle spiagge, i fuochi incontrollati e le conseguenti lordure: eventi puntualmente accaduti, perché leggi e divieti - tutelati dal presidio di una camionetta della polizia o di un paio di auto dei vigili urbani - risultano incomprensibili ai siciliani, soprattutto se riguardano la sfera privata e del diritto al divertimento personale, così come nel caso dell'utilizzo di una spiaggia. 



In dubbiosa attesa che qualcosa, nell'antropologia dei siciliani, possa cambiare in meglio, sarebbe già un passo in avanti se i comuni garantissero da parte loro il funzionamento dei depuratori, l'eliminazione degli scarichi a mare abusivi e una più efficace gestione della raccolta dei rifiuti differenziati: variabili disattese pure in altre regioni italiane, ma in minor misura rispetto alla Sicilia, dove la qualità di spiagge e del mare fa rimpiangere gli scenari marini - assai più diffusi allora rispetto ad oggi - degli anni in cui furono scattate le fotografie riproposte nel post. Gli scatti portano la firma di Nino Teresi e furono pubblicati nel dicembre del 1967 dalla rivista "Sicilia", edita da S.F. Flaccovio Editore Palermo.

lunedì 1 agosto 2022

TORRETTA GRANITOLA, IL MARE DOVE I PESCI AVEVANO I COLORI DEI FONDALI

Torretta Granitola,
in due fotografie di Rudolf Pestalozzi
degli inizi degli anni Cinquanta
dello scorso secolo.
Opera citata nel post


Fu agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo che il fotografo svizzero Rudolf Pestalozzi e lo scrittore Giovanni Comisso viaggiarono nell'Isola per un reportage poi pubblicato in "Sicilia", edito nel 1953 a Ginevra dall'editore Pierre Cailler. Il loro girovagare in una regione dai paesaggi ancora quasi non corrotti dal cemento e dagli scempi ambientali li portò a Torretta Granitola. In quel remoto villaggio di pescatori della costa che di là a poco conduce a Selinunte - una comunità crescita a partire dal 1857 intorno ad un primo caseggiato, presto divenuto uno stabilimento di salagione del pesce - la  risorsa era costituita anche dalla pesca di astici ed aragoste nascoste, al largo, in un'ampia secca rocciosa. Le fotografie postate da ReportageSicilia ripropongono due immagini di Torretta Granitola allora eseguite da Pestalozzi. La descrizione del borgo è invece suggerita da questo testo di Comisso:

"Quando il villaggio è sul mare allora ai contadini si aggiungono i pescatori che abitano nelle case vicine al porto per potere dalla finestra guardare la barca in secca sulla spiaggia e il variare del mare.


 

Vanno alla pesca con le lampare nella notte e all'alba ritornano riversando sulla sabbia pesce maculato come pantere, altro rosso e irto come draghi, altro ancora azzurro e verdastro come i fondali da cui proviene. Le lunghe reti vengono portate ad asciugare al sole sul pendio come un senso religioso verso questo strumento della loro fatica notturna, come se portassero lo strascico della Madonna. Le barche dalle prue variopinte d'azzurro, di bianco e di rosso vengono spinte in secca scorrendo su rulli di legno come ai primordi del navigare..."

domenica 31 luglio 2022

PALERMO, L'INSULTO URBANO DELLA NATURA E DELLA STORIA

Il quartiere palermitano
dell'Albergheria.
Sullo sfondo, palazzo Sclafani.
Foto di Roberto Collovà,
tratta da "Palermo viva",
edito nel 1972 dal
Rotary Club Palermo Est


"La storia urbana di Firenze è - come ben si sa - di eccezionale interesse. Ma quale suggestione - ha scritto nel 1980 lo storico napoletano Giuseppe Galasso, in un periodo in cui il centro storico di Palermo versava in uno stato di abbandono di cui si scorgono ancora oggi troppe tracce - non scaturisce da quella di Palermo! Da emporio fenicio a municipio romano e bizantino, da splendida capitale dell'emirato musulmano a grande capitale dei Normanni e degli Svevi, da roccaforte antiangioina a focolaio antiborbonico, da sontuosa capitale del viceregno spagnolo a solare e irrequieta città dell'Italia unita e, infine, un pò meno splendidamente, a capoluogo regionale dopo l'ultima guerra, Palermo, posta in un sito di indiscussa bellezza, ha dato e ha avuto tutto ciò che di una città può fare il fascino, se non il mito. Ma, mentre di Firenze le pietre raccontano i fasti con perentoria e ordinata evidenza nella perfetta fusione di impulso e ragione, di arte e di calcolo, di natura e storia, a Palermo l'incanto dei luoghi non vale a sciogliere il raccapriccio di una fatiscenza e di uno scempio che insultano insieme la natura e la storia..."


mercoledì 27 luglio 2022

FILLIOLEY E L'INVITO AD IGNORARE IL FASCINO DI SIRACUSA

Scorci siracusani.
Le fotografie del post
sono di
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Siracusa, ovvero gloria di un remoto passato da metropoli del Mediterraneo e oblio di un presente da città comprimaria a Palermo, Catania e Messina. Eppure, Siracusa, fra tutte le altre città e località dell'Isola non prive di motivi di interesse culturale e ambientale, si distingue per una tipicità di fascinazioni che ne determinano una singolare attrattività. 

"Quando rientro dopo un lungo periodo passato fuori - ha spiegato il siracusano Mario Fillioley nell'arguto e disincantato "La Sicilia è un'isola per modo di dire" ( Minimum Fax, 2018, Roma ) - ho sempre quei due, tre giorni in cui mi sembra che questa città possieda una quantità di bellezza che non si può consumare: cioè, pure con tanto impegno, mettendosi là a cercare sempre nuovi modi per approfittarsene, la natura benigna l'ha fatta così, e diciamo che le puoi mettere addosso brutti vestiti, brutti orpelli, la puoi ingrassare o dimagrire, ma rimane bella comunque e gli occhi non finiscono mai di trovarla bella. C'è anche da dire che Siracusa, gira e rigira, viene quasi sempre visitata da quello che nella vita si innamora soprattutto quando pensa che ci sia una bellezza che vede solo lui, uno che si sente furbo o pensa di avere più buon gusto degli altri, e si convince e si compiace di aver visto la bellezza dove i superficiali, gli sbadati, i frettolosi, non si sono soffermati, non si sono accorti che c'era.


 

E Siracusa, che è di una bellezza sempre in lotta con lo svilimento, la trasandatezza, la sciatteria, si approfitta di questo tipo di cotte molto intense, che sono una cotta verso di lei e una cotta verso te stesso che ti senti un intenditore, che ti sei convinto di avere saputo vedere dove gli altri guardavano e basta. Sono le peggiori delle cotte, e di solito la sbandata che prende il turista, il forestiero di passaggio, quello che capita per caso perché in realtà il baricentro del suo viaggio esplorativo era Taormina, o peggio ancora Palermo, dall'altra parte della Sicilia, eche si ritrova a Siracusa per mezza giornata, o due ore, e preso dal colpo di fulmine estivo pensa: Ma quindi ho sbagliato a fare il programma di viaggio, mannaggia a me, e di colpo di sente combattuto. Che fa adesso? Resta, manda all'aria i piani, annulla le altre prenotazioni, affronta le ire della famiglia o della comitiva al seguito? Oppure se ne va, rispetta la scaletta e si ripromette di tornare presto, prestissimo, e di venirci da solo, e anzi di venire in Sicilia apposta per stare solamente a Siracusa, tutto il tempo, e questa volta ripercorrere la città, la costa, i dintorni per intero, palmo a palmo? Sono minuti cruciali. Sono gli attimi dell'innamoramento, di solito pigliano forte come un'insolazione, soprattutto quelli che vengono da lontanissimo: l'America, il Canada, l'Australia, l'Inghilterra, il Nord Europa, il Lombardo-Veneto. Sono i minuti in cui germinano le minchiate: propositi di comprare una casa, promesse a se stessi di venire a passare qui gli anni della pensione, visto che oltretutto la vita costa pure meno...



... A Siracusa, qualsiasi trasformazione la città subisca, da millenni a questa parte, rimane sempre una quota di bellezza ancora da erodere, e per quanto la sua bellezza venga sprecata o male utilizzata, ne rimarrò un quid in eterno, una specie di riserva aurea inestinguibile. Del resto, quelli che Siracusa suscita sono tutti innamoramenti intensi, assoluti, quindi destinati a dissolversi nel giro di qualche stagione. La mia città è così. La sua è una bellezza ingannatrice: ti convince che sei l'unico ad averla notata, e che lei era qua ad aspettare la salvezza, la prosperità, la redenzione solo e soltanto da te, da millenni, e tu soltanto tu eri l'eletto, quello con le stimmate della sensibilità e dell'intelligenza, lei Eliza e tu Pigmalione che ne hai intuito il potenziale ancora tutto da liberare.


 

La sua bellezza è fatta esattamente di questo, di quello che a te sembra si avere colto con un colpo d'occhio e che ti appare amcora da portare alla luce, e invece è là dai tempi della Pangea e l'hanno notato e lo noteranno tutti gli uomini, quelli passati, quelli presenti e quelli futuri. Siracusa fa così con tutti. Tu, se capiti da queste parti e ti accorgi che ti piace, fai l'unica cosa che con lei funziona sempre: non la degnare di uno sguardo. E' meglio..." 

  

venerdì 22 luglio 2022

LA ROTTA DI SIMENON SULLE ACQUE DELLO STRETTO, PASSAGGIO FRA ORIENTE ED OCCIDENTE

Pesca del pesce spada
sullo Stretto di Messina.
Foto di Alfredo Camisa tratta da
"Lo Stretto di Messina e le Eolie"
edito da LEA, 1961, Roma


Fu durante l'estate del 1934 che lo scrittore e giallista francese di origine belga Georges Simenon compì una crociera lungo le rotte del Mediterraneo; da Porquerolles - la più grande delle isole Hyères, in Provenza - alla Tunisia, incrociando l'isola d'Elba, Messina, Siracusa e Malta. Il taccuino di quel viaggio  - intitolato "Mare nostrum ou La Méditerranée en goèlette", all'epoca pubblicato a puntate sul settimanale francese "Marianne"  - è stato editato nel 2019 da Adelphi con il titolo "Il Mediterraneo in barca". Il viaggio di Simenon lo portò a solcare lo stretto fra Sicilia e Calabria: uno dei luoghi topici del Mediterraneo e della sua storia, scorciatoia spesso insidiosa fra Oriente ed Occidente, capace di suggestionare lo scrittore proveniente da terre e mari lontani e diversi:

"Ieri sono passato fra Scilla e Cariddi. E ho la tentazione di cimentarmi, su questo argomento, in una pagina poetica infarcita di erudizione. Sarebbe più facile che dirvi: lo stretto di Messina è... è uno stretto, ovviamente! Da una parte c'è la Sicilia, con una città tutta bianca e l'Etna sullo sfondo del cielo. Dall'altra parte c'è la Calabria. Ma è soprattutto - ed è sempre stato - il confine tra due mondi. Fino a Messina siete più o meno a casa, e le cose hanno ancora il loro valore, le parole come la luce, i colori come i sentimenti. Oltre Messina, a dispetto della Grecia, è già un'altra cosa, è il Mediterraneo avanti Cristo, è l'Oriente, i popoli in marcia, le razze in pieno fermento. Immaginate adesso, all'ingresso dello stretto, due correnti contrapposte, le famigerate correnti di Scilla e Cariddi, che creano turbolenze tali che il mare assume l'aspetto di un calderone. Gli stessi piroscafi riescono a passare solo con grande precauzione. Ora, è di qui che sono venuti i Fenici, e poi i Greci... e passando per di qua la cultura è arrivata in Occidente...

... Non sono altro che due vortici d'acqua calma e iridescente dello stretto, e tutt'intorno i pescatori danno la caccia al pesce spada come se il mare non fosse mai servito a nient'altro..."

giovedì 21 luglio 2022

ARCHESTRATO DI GELA, IL POETA DELL'ARTE CULINARIA NEL MONDO ANTICO

Foto del post
Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"Ho imparato a cucinare così bene in Sicilia, che per il piacere farò morsicare i tegami e i piatti ai commensali"

Così diceva - secondo quanto ricordato dal giornalista Beppe Fazio nel saggio "Del mangiar siracusano", edito nel 1969 a cura di Antonino Uccello dall'Ente Provinciale per il Turismo di Siracusa - un cuoco del IV secolo avanti Cristo; battuta pronunciata in un'opera scritta all'epoca da Alessi, commediografo di origini calabresi vissuto a lungo ad Atene. La frase risalente ad oltre due millenni fa sembra confermare la buona fama che la Sicilia - per merito soprattutto di Siracusa - ha alimentato sin dall'antichità sul fronte della gastronomia: dote che ancor oggi è motivo di attrattiva per i turisti che visitano l'Isola. Nelle sue pagine, Fazio cita altri nomi di cuochi che nel periodo della Magna Grecia alimentarono la reputazione della gastronomia siciliana nel Mediterraneo: Miteco Siculo - siracusano del V secolo avanti Cristo, autore di un trattato "L'arte culinaria", ricordato da Platone - e l'altro siracusano Labdaco, vissuto due secoli dopo e fondatore di una scuola per cuochi a pagamento. 




Il più noto ed esperto di gastronomia che la Sicilia antica ricordi è tuttavia Archestrato di Gela. Sembra che abbia vissuto nel IV secolo avanti Cristo; un suo poema in esametri - "Hedypatheia", che si potrebbe tradurre "Il dolce gusto" - dovrebbe risalire al 330 avanti Cristo. L'opera, di cui restano 56 frammenti ordinati da Ateneo, è una lode delle delizie culinarie che Archestrato conobbe durante i sui viaggi nel Mediterraneo. Secondo lo storico francese Jacques Le Goff, può essere considerata la prima guida gastronomica della storia: un giudizio che negli anni Settanta dello scorso secolo giustificò a Parigi l'intitolazione di un noto ristorante proprio al nome di Archestrato di Gela. Tutti i frammenti superstiti del suo manuale di cucina - ad eccezione di uno, che descrive la cottura della lepre da arrostire al sangue, cosparsa di sale - riguardano i pesci. A tavola, raccomanda l'autore, è bene non superare il numero di quattro o cinque commensali: un limite che garantisce un'ottima preparazione delle pietanze e la giusta convivialità fra i partecipanti al banchetto. 


 

Archestrato di Gela indica fra le specie da preferire il pesce spada, le triglie, le seppie, le anguille pescate nello stretto fra Sicilia e Calabria. I pesci vanno arrostiti o bolliti, conditi con olio ed erbe odorose come il silfio, una piante estinta presente nell'antichità soprattutto lungo le coste della Cirenaica. Nei frammenti oggi noti di "Hedypateia", si raccomanda la cottura degli sgombri al cartoccio con foglie di vite e viene suggerito l'accostamento fra il pesce ed i formaggi. Il manuale di gastronomia venne tradotto e commentato nel 1823 dallo storico palermitano Domenico Scinà, cultore della lingua greca antica.


 

"Archestrato di Gela - ha scritto ancora Beppe Fazio - aveva trasformato il suo palato in uno strumento di precisione così sensibile da distinguere il sapore di una triglia pescata con la luna calante da una pescata con la luna crescente... Dobbiamo a Scinà se l'opera di Archestrato si può rileggere come un autentico ricettario da utilizzare in cucina. Grazie a lui e ad Archestrato sappiamo che nel IV secolo avanti Cristo il palamito in Sicilia si arrostiva nella cenere calda, avvolto nelle foglie di fico e aromatizzato con l'origano e che la siciliana "nunnata" - i pesciolini appena scovati - bisognava cuocerla buttandola per un attimo nell'olio bollente di una padella e ritirandola prima che si bruciasse, insieme alle ortiche di mare e ad un trito di erbette; due ricette scomparse adesso anche in Sicilia dalle mense cittadine, che si ritrovano nelle tavole modeste dei villaggi dei pescatori. Doveva avere un debole Archestrato per la cucina popolare e semplice se se la prende con i cuochi che vogliono strafare e nascondono l'autentico sapore dei cibi sotto una montagna di condimenti, bravi soltanto a preparare un mucchio di manicaretti "pieni tutti di inezie e di leccumi". Sembra di vederlo, se fosse ancora tra i vivi, questo buongustaio del IV secolo, turarsi le orecchie e storcere la bocca a sentire qualche signora snob ordinare le ostriche senza badare al calendario, soltanto perché le ostriche costano care, lui che mangia triglie soltanto in inverno. Il cefalo lo mangia arrostito tutto intero con le sue squame, perché conservi l'odore intatto delle alghe che ha mangiato, dentro la corazza della sua pelle. Vero è che di fronte a certe descrizioni minuziose viene il sospetto che l'autore ci abbia preso in giro, per esempio, quando tira fuori un complicatissimo manicaretto di addomi di pesce palombo, piuttosto improbabile. Ma anche in questo ci sembra, dimostri un carattere tipico del siciliano di allora e di sempre, quel gusto ironico della vita, che a lui non poteva mancare e che è quello che ci salva dalle malinconie umane che tanto si accaniscono su questa bellissima e antichissima terra..." 

martedì 19 luglio 2022

MONDELLO, IL RICORDO PERDUTO DELLA TONNARA

Ancore della tonnara di Mondello.
Foto attribuita a "Bracciante", opera citata


Mondello, "la spiaggia dei palermitani". Quasi uno slogan di ricorrente utilizzo, sebbene la lunga striscia di arenile - oggetto di una secolare concessione che privatizza ventimila metri quadrati di sabbia e quasi cinquemila di mare ( l'accesso alla spiaggia è delimitato da una cancellata permanente ) - non sia in realtà liberamente fruibile nei mesi estivi. Nella storia di questa borgata cittadina non c'è più quasi spazio neppure per il ricordo della sua tonnara. Delle sue antiche strutture - di cui si ha notizia a partire dal 1413 - rimane pochissimo: quelle di una torre circolare sono irrimediabilmente soffocate da costruzioni e ristoranti.


 
Già nel 1816, la tonnara di Mondello risultava essere inattiva, a causa dello scarso numero di tonni catturati: improduttività, sembra, causata dalle forti correnti presenti nel tratto di mare dove i pescatori erano soliti calare le reti. Ancora negli anni Cinquanta dello scorso secolo, a Mondello erano visibili le ancore della tonnara: lo documenta una fotografia pubblicata dal Touring Club Italiano nell'opera "Sicilia" attribuita a "Bracciante" ed edita nel 1961 nella collana "Attraverso l'Italia"


     

giovedì 30 giugno 2022

PANTALICA, IL LUOGO DELLA RIFLESSIONE SULLA PREISTORIA DEI SICILIANI

Parte delle migliaia
di tombe a grotticelle
della necropoli siracusana di Pantalica.
Fotografia attribuita a Palazzolo,
opera citata nel post


"Nel viaggio avventuroso che facciamo tra la vita e la morte - ha scritto il giornalista e saggista netino Corrado Sofia nel saggio "Perché Pantalica" ( in "Sicilia", dicembre 1980, Assessorato regionale al turismo ) - Pantalica è la stazione ideale per fermarsi un momento a riflettere. Offre il quadro spettacolare della Sicilia più antica, la Sicilia di tremila anni addietro: può diventare in questa valle di pietre una pietra di paragone. Un terreno di analisi della salvaguardia dell'ambiente, il luogo adatto per una discussione che non dovrebbe essere occasionale o limitata agli studiosi di archeologia, ma illuminare e coinvolgere tutta la gente dell'isola, e anche al di là dei confini.


 

Perché Pantalica e non Tindari, Segesta, Erice o Selinunte? Perché Pantalica è un sito emblematico, o almeno ha i presupposti per diventarlo, consente di approfondire le ricerche sulla nostra origine, permette di esaminare gli assillanti problemi dell'avvenire. Dentro quelle nicchie, scavate ad alveare, è custodita la storia, anzi la preistoria, dei nostri antenati. Quello che per i Toscani rappresentano le tombe di Tarquinia e Cerveteri, e per gli Egiziani gli ipogei di Saqqara e di Luxor, per gli abitanti della Sicilia si racchiude in queste lontane finestre aperte sul passato..." 


 

domenica 19 giugno 2022

PASSEGGIATA SULLE BASOLE DI ERICE

 

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

FASCINAZIONE E IRRITAZIONE PER L'AMBIGUO FOLCLORE DI TAORMINA

Turismo a Taormina.
Fotografie di Alfredo Camisa
tratte dall'opera
"Lo Stretto di Messina e le Eolie"
edita a Roma nel 1960
da "L'Editrice dell'Automobile" 


Considerata come una delle mete internazionali più note della Sicilia, Taormina ha da tempo l'aspetto delle località quasi completamente adattate ai bisogni dell'industria del turismo. Quasi tutto, a Taormina, è pensato e pianificato in funzione dei servizi da offrire al viaggiatore, italiano o straniero che sia. Alla bellezza ambientale del paesaggio - il litorale lambito dal mar Jonio, l'orizzonte segnato dalla mole dell'Etna - ed alle suggestioni architettoniche - in primo luogo, il teatro antico - si aggiunge la scansione urbana di alberghi, B&B, ristoranti, negozi di lusso o di più semplice merceologia destinati ad una clientela non locale. Taormina ha insomma un'immagine forzatamente patinata che può risultare artefatta agli occhi di un siciliano ed ai più attenti fra i turisti di nazionalità italiana. 



Lo straniante adattamento della cittadina messinese alla sua dimensione turistica - e l'irreparabile perdita della sua "grazia paesana" - fu segnalato già nel luglio del 1967 dal giornalista Carlo Gaudenzi sul "Corriere della Sera":

"Ciò implica - si legge nel reportage intitolato "Folclore ambiguo a Taormina" - che sull'insegna delle farmacie sia scritto "Apotheke"; che presso i librai più distinti possiate trovare il giornale di Oslo ma non quello di Messina; che il bugigattolo della cucitrice esponga la dicitura "Sarta e modista" in sei lingue, con l'omissione dell'italiana. Queste cose non feriscono soltanto gli ipernazionalisti: Taormina può apparire come uno stand di aeroporto, dove le commesse offrono chincaglierie, souvenirs di alabastro, bambole, e gomme da masticare. Non ci si può sottrarre al fascino di Taormina, né, in una qualche misura, all'irritazione per Taormina. 



L'architettura della città ha particolati preziosi, fulgidi paliotti intarsiati. Ma perché si è accolti, all'ingresso di Taormina, da uomini e bambine con le labbra dipinte, vestiti in costume da cavalleria rusticana, con tamburi, zufoli e nacchere, con gesti e capriole da saltimbanchi, danzando la tarantella? La tarantella non è siciliana: si dedica ai forestieri un ambiguo folclore. Nessuna strada ha tanti negozi di antiquariato come il corso di Taormina, ed è abbastanza curiosa ( tranne che in alcuni casi ineccepibili ) l'accezione taorminese del vocabolo "antiquario". Sono vendute, come antichità degne di venerazione, sponde di carretti siciliani, che un'accorta industria produce. Per il resto, trionfano piatti e portacenere di terracotta, con impresse frasi di augurio e sentenze. Anche gli zufoli di canna, accuratamente pitturati, sono in vendita. Si direbbe che i taorminesi abbiano l'antiquariato nel sangue; ma senza dubbio esistono negozi meno gradevoli, a Taormina, delle botteghe di antiquariato. Le mercerie, sul corso, espongono calzoncini e fiori, le pizzicherie si gloriano del loro "scatolame internazionale". 



Il casinò è ancora chiuso, forse rimarrà chiuso a lungo; però esistono "night clubs" con orchestre proprie, e trattorie "poliglotte". Una specie di supermercato, che l'anno scorso non c'era, è stato aperto. Taormina è mutata negli ultimi anni, né so ritrovarne la grazia paesana. Cerco amaramente i sigilli di questa fedeltà, i residui.Quei pochi che rintraccio hanno il sapore di morte: sono gli avvisi dei lutti familiari che ingialliscono al sole..."