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lunedì 7 gennaio 2013

PORTO EMPEDOCLE, ZOLFO E POVERTA'

L’imbarco dei “pani” di zolfo dalla spiaggia di Porto Empedocle in una delle tre immagini del fotografo agrigentino Agatocle Politi tratte dall’opera “Girgenti – Da Segesta a Selinunte”, edita nel 1909 dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Sino alla metà del secolo XIX – prima di diventare il luogo di esportazione dello zolfo siciliano - il villaggio di Porto Empedocle viveva grazie all’attività di poche centinaia di pescatori di paranza

Le fotografie riproposte da ReportageSicilia in questo post sono tratte dall’opera “Girgenti – Da Segesta a Selinunte”, edita nel 1909 dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche con testi di Serafino Rocco ed Enrico Mauceri.
Il libro fa parte di una collana dedicata alle più importanti località artistiche e turistiche d’Italia, che – per la Sicilia – comprendono anche Palermo, Catania, Taormina, Siracusa e la valle dell’Anapo.
Il volume dedicato a Girgenti, Segesta e Selinunte raccoglie 101 fotografie, la maggior parte delle quali riproducono monumenti e ruderi dei tre siti archeologici: una scelta editoriale legata allora al nascente interesse suscitato dalle campagne archeologiche condotte in Sicilia tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX.
In questo contesto documentario, spiccano le tre immagini riproposte da ReportageSicilia che nulla hanno a che fare con l’archeologia dei tre famosi siti. Attribuite al fotografo agrigentino Agatocle Politi ( 1841-1907 ) ritraggono infatti una panoramica dello scalo marittimo di Porto Empedocle e due immagini di operai empedoclini impegnati nelle operazioni di pesatura ed imbarco dei “pani” di zolfo, risorsa economica del tempo per l’intera provincia agrigentina.
Sino alla metà del secolo XIX, Porto Empedocle era considerato come lo scalo marittimo di Girgenti e la sua popolazione era composta per lo più da pescatori di paranza: merluzzi e sardelle sostentavano il mercato ittico locale e di una parte della provincia.


Il confezionamento e la pesatura dei “pani” di zolfo prima della loro esportazione verso il mercato continentale ed europeo. Malgrado lunghi decenni di ricca attività commerciale, gli operai di Porto Empedocle e la stessa cittadina agrigentina non trassero grandi vantaggi economici: gli utili procurati dallo sfruttamento dello zolfo andarono quasi esclusivamente alle compagnie esportatrici


Lo sfruttamento, la raffinazione e l’esportazione di zolfo cambiarono cambiarono profondamente l’economia della borgata, che divenne il principale porto di partenza di una risorsa mineraria che tra il 1860 ed il 1876 assicurò ingenti guadagni ai produttori siciliani. Il prezzo medio era allora di 120 lire per tonnellata, circostanza che fece aumentare la sua produzione, nel 1905, sino a 540.000 tonnellate.
Da allora in poi, l’eccesso di offerta di zolfo causò una crisi dei prezzi che ebbe conseguenze sui livelli di occupazione fra gli operai di Porto Empedocle.
La situazione venne poi aggravata dall’antagonismo con altre realtà produttive isolane; nel 1914, gli empedoclini diedero vita a violente manifestazione di protesta per opporsi alle richieste di alcune aziende di Catania che chiedevano l’abolizione delle spese di trasporto del proprio zolfo – pari a 40 centesimi - verso lo scalo marittimo di Porto Empedocle.
Temendo la perdita del proprio monopolio mercantile, gli operai agrigentini diedero provocatoriamente fuoco ai propri depositi di zolfo e la questione fu oggetto di discussione anche nelle aule parlamentari.
Le immagini di Politi ci restituiscono qualche frammento di memoria del passato legame fra Porto Empedocle e lo zolfo, prima del definitivo tramonto dell'attività di estrazione in Sicilia, conseguenza delle esportazioni a basso costo - dagli inizi degli anni Cinquanta - avviate dagli Stati Uniti.
Malgrado lo sfruttamento di questa attività estrattiva, la descrizione che del paese si legge nella prima guida rossa della Sicilia del TCI – edita nel 1919 – fa supporre che il beneficio economico non sia stato poi così significativo. “Fuori dall’unica grande via – si legge nella guida – Porto Empedocle impressiona per la mancanza di pulizia: le povere costruzioni sono addossate l’una all’altra”.
Il perché di questa condizione si può comprendere grazie all’analisi dello storico Illuminato Peri, secondo cui “i grandi utili dello zolfo rimanevano estranei alla città ed al caricatore stesso, in quanto andavano alle grosse compagnie esportatrici forestiere, mentre sul luogo costituirono quasi esclusivamente occasioni di lavoro peraltro, specie nelle miniere, quasi sempre male remunerato tormentato da disagi infiniti, da pericoli continui, dalle ripetute perdite di vite umane”.

Una panoramica della spiaggia di Porto Empedocle, luogo di partenza delle imbarcazioni che trasferivano allora i “pani” di zolfo a bordo delle navi mercantili alla fonda 
al largo della costa






SICILIANDO













"E questa è la Sicilia, un paese che puoi anche odiare, ricordare con orrore, come quando fui percosso e atterrato per poche miserabili lire, e tuttavia continuo a desiderarlo, ridestandolo dal buio della memoria, ed è come se mi si accendesse una lampada ad arco" 
Cesare Brandi

giovedì 3 gennaio 2013

QUANDO ANCHE GLI AGRIGENTINI SI VOLTAVANO

Due giovani ad Agrigento si voltano per guardare
una ragazza che cammina in strada.
La fotografia venne scattata da Sansone alla fine degli anni Cinquanta e venne probabilmente ispirata da due famose immagini precedentemente realizzate a Firenze e Milano da Ruth Orkin e
Mario De Biase.
Lo scatto riproposto da ReportageSicilia è tratto dall'opera "Sicilia", collana "tuttitalia" edita nel 1962 da G.C.Sansoni
ed Istituto Geografico De Agostini 

La fotografia scattata ad Agrigento e riproposta in questo post da ReportageSicilia risale alla metà degli anni Cinquanta: ritrae la scena di due ragazzi che si voltano al passaggio di una ragazza che accompagna due donne più anziane, probabilmente la madre e quella che potrebbe essere una zia o una nonna. L’immagine, attribuita a Sansone e pubblicata nell’opera “Sicilia” della collana “tuttitalia”, edita nel 1962 da G.C. Sansoni ed Istituto Geografico De Agostini, venne probabilmente ispirata da due note immagini realizzate in quegli anni a Firenze e Milano. In entrambe, un gruppo di uomini si sofferma a guardare con occhio avido e morboso il passaggio di una donna.
Quella scattata dall’americana Ruth Orkin a Firenze nel 1951 ritrae un’amica sua connazionale, Ninaleen Craig; Mario De Biasi immortalò invece nel 1954 Moira Orfei a passeggio in una strada di Milano.

La fotografia dell'americana Ninaleen Craig scattata a Firenze nel 1951 dalla connazionale Ruth Orkin.
Insieme all'immagine di Mario De Biase realizzata tre anni dopo a Milano, entrambi gli scatti sono diventati una rappresentazione della società italiana di quegli anni, e dei suoi rapporti fra uomo e donna.
La componente siciliana possedeva diversi connotati culturali: un dato che emerge anche dalla comparazione fra la fotografia agrigentina e le più famose immagini fiorentina e milanese 
La fotografia ambientata ad Agrigento sull’esempio degli scatti della Orkin e di De Biasi – questi ultimi nel frattempo diventati una rappresentazione del costume nazionale di quegli anni, e che contrapponeva il desiderio di disinibizione femminile allo stereotipo del gallismo degli uomini – se ne discosta tuttavia in maniera sostanziale.

Un gruppo di uomini milanesi osserva il passaggio in strada di una sempre appariscente Moira Orfei.
La fotografia venne realizzata nel 1954 da Mario De Biase
L’anonima ragazza agrigentina, a differenza della donna americana e di Moira Orfei – e della loro esibita libertà di movimento - sembra quasi essere scortata dalle più anziane donne della famiglia; i due ragazzi che si voltano per guardarla sorridono senza quella ostentata e collettiva malizia che si coglie negli sguardi degli uomini a Firenze e Milano.
Lo scatto di Sansone, infine, se ha avuto la sorte di non entrare nella storia del costume italiano possiede almeno una qualità assente negli illustri precedenti di Ruth Orkin e Mario De Biase: la spontaneità della scena, che fu invece da loro preparata con la gratuita passerella in strada della Craig e della Orfei, ad esclusivo beneficio degli obiettivi dei due fotografi.
L’autore dell’immagine in cui “anche gli agrigentini si voltano”, infine, potrebbe semmai essere stato ispirato dalla lettura di ciò che il saggista svizzero Daniel Simon scrisse in quel periodo del costume locale, dopo avere “auscultato il suo polso, mescolandomi un poco alla sua vita quotidiana, di un agglomerato che possiede circa 40.000 anime”.

Una donna agrigentina affacciata su un balcone costruito su un prospetto architettonico tardocinquecentesco.
L'immagine attribuita al fotografo Armao - come quelle di apertura e chiusura presenti in questo post - è tratta dalla già citata opera "Sicilia" edita nel 1962   
Una lunga e sinuosa arteria attraversa obliquamente la città, concentrando qui il commercio e tutto il movimento, la via Atenea. Davanti ai caffè, alle botteghe di barbiere – si legge nel saggio intitolato “Sicilia”, edito nel 1956 da Edizioni Salvatore Sciascia - i giovani commentano le notizie sportive, parlano dell’ultimo film di Rossellini o ammutoliscono al passaggio di una bella ragazza che, con gli occhi bassi, accompagna la madre. I notabili discutono di politica, le massaie corrono per le compere. Tutti si conoscono, si salutano festosamente, si abbordano in cerca degli ultimi pettegolezzi, si guardano, senza averne l’aria, a vicenda studiandosi. Anche lo straniero di passaggio è subito notato ed ogni richiesta di indicazione viene soddisfatta con estrema gentilezza…”.

Una panoramica di Agrigento negli anni dello scatto di Sansone.
L'immagine è attribuita a Fotocielo

lunedì 31 dicembre 2012

RITRATTO FAMILIARE AL CIVICO 71

Un ritratto di famiglia siciliana intitolato "casa al civico 71" e realizzato nella metà degli anni Sessanta da Italo Zannier.
La fotografia è tratta dall'opera "la Sicilia" della collana "Coste d'Italia" prodotta dall'ENI nel 1968

Il fotografo Italo Zannier – già presente nei post di ReportageSicilia – realizzò questo ritratto familiare in posa nell’ultimo scorcio degli anni Sessanta.
L’immagine è stata pubblicata nell’opera “la Sicilia” della collana “Coste d’Italia”, prodotta dall’ENI nel 1968, senza alcun riferimento sul luogo in cui è stata scattata la fotografia: la didascalia che l’accompagna recita testualmente “casa al civico 71”.
Sulla soglia di un’abitazione costruita in pietra e dipinta in bianco Zannier fissa una famiglia composta da un uomo, quelli che sembrano essere i suoi tre figli – un bambino maschio e due sorelle – ed una donna anziana, forse una nonna dei piccoli.
La composizione del gruppo e l’assenza di una figura materna suggerisce l’ipotesi che in quella abitazione possa essersi vissuto il dramma di un lutto familiare.
L’immagine di Zannier sembra tuttavia ricomporre un quadro di coesione domestica, dimostrata anche dalla decisione dell’uomo di accettare l’invito del fotografo a mettere in posa l’intera famiglia, con il corredo di una vecchia sedia ed un triciclo di latta.
L’aspetto esterno della casa – costruita sul piano stradale, con la sua grondaia in coppi di terracotta, l’arco di mattoni della porta d’accesso, la piccola finestrella aperta sul prospetto ed il cavo della linea elettrica con il vecchio isolante in ceramica – non chiarisce se il luogo della fotografia si trovi in una località marina o piuttosto in una zona rurale dell’isola.
La fotografia di Zannier coglie comunque l’intimità degli affetti in quella casa siciliana ed il valore della convivenza familiare fra anziani e bambini: una risorsa ancor oggi presente soprattutto all’interno della residua società rurale dell’isola.



venerdì 28 dicembre 2012

ACI TREZZA, TUTTO CAMBIO' DOPO 'LA TERRA TREMA'

Uno scorcio di Aci Trezza con i suoi faraglioni lavici in una fotografia di Ezio Quiresi tratta dall'opera
"Sicilia-Attraverso l'Italia" edita  nel 1961 dal TCI.
Sino al 1949, la borgata bagnata dallo Jonio
era sconosciuta anche a molti siciliani.
Dopo che Luchino Visconti vi realizzò le riprese del film "La terra trema", buona parte dei pescatori avviò lo sfruttamento turistico della località, cancellandone di fatto l'originaria bellezza 

Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia sono la testimonianza di un fenomeno documentario che a partire dagli inizi degli anni Cinquanta mise in primo piano Aci Trezza ed i suoi pescatori.
Le immagini sono tratte da varie pubblicazioni dedicate alla Sicilia, edite sino all’ultimo scorcio degli anni Sessanta, ed indicano l’interesse per un luogo che sino al 1950 era rimasto ignorato da gran parte degli stessi siciliani.

Pescatori al lavoro sulle reti a pochi metri dal mare.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia è tratta dal volume di
Giuseppe Caronia "Urbanistica come civiltà-Rapporto sulla Sicilia",
edito nel 1961 da S.F.Flaccovio.
Pochi anni prima, decine di abitanti della borgata avevano recitato come attori non professionisti nel film di Visconti, ottenendo compensi economici che avrebbero modificato le aspettative della comunità locale e l'aspetto dell'ambiente in cui era sino ad allora vissuta 
I motivi per cui schiere di cronisti e fotoreporter scoprirono il sino ad allora sconosciuto villaggio bagnato dallo Jonio sono ovviamente legati al clamore riscosso nel 1948 dal film di Luchino Visconti “La terra trema”.
Il regista ambientò proprio ad Aci Trezza il romanzo “I Malavoglia” di Giovanni Verga, soggiornandovi quasi ininterrottamente dall’ottobre del 1947 e sino a maggio dell’anno successivo.

Una barca rientra a terra nella luce del tramonto,
sfiorando nella sua rotta i quattro faraglioni.
La costruzione di una diga che avrebbe dovuto difendere Aci Trezza dalle violente mareggiate ha favorito l'accumulazione di alghe all'interno della baia, senza risolvere i problemi legati alla tenuta degli ancoraggi.
L'immagine è tratta dalla rivista "Le Vie d'Italia",
edita dal TCI nel giugno del 1967
La scelta di non utilizzare attori ma interpreti scelti fra pescatori e donne del villaggio che in scena recitavano nella parlata locale contribuì al fallimento commerciale dell’opera, il cui lancio – nel 1948 - era stato pure preceduto dal riconoscimento del premio speciale della giuria del Festival del Cinema di Venezia.

Una barca carica di nasse, in un'altra fotografia
di Ezio Quiresi edita nel 1961. 
Il mare di Aci Trezza ancora negli anni Cinquanta era ricco di pesce: la cementificazione della costa dei decenni successivi ha prodotto un inevitabile inquinamento dell'ambiente marino.
I primi divieti di balneazione nella borgata comparvero già nel 1979  
L’investitura della critica non servì a promuovere l’interesse verso il film di un pubblico italiano appena travolto dall’onda di un boom economico assai lontano dall’arcaica condizione della piccola comunità di pescatori siciliani raccontata da Visconti.
La conseguenza più importante della realizzazione della pellicola fu semmai quella di stravolgere l’aspetto di Aci Trezza e la mentalità di buona parte dei suoi abitanti.

Uno scorcio dell'edilizia di Aci Trezza pochi anni prima
la sua radicale trasformazione.
La rapida riconversione economica della borgata - basata in maniera sempre più incisiva sul turismo - favorì la costruzione di strutture in cemento che hanno modificato per sempre l'aspetto della costa di roccia lavica.
Anche quest'immagine - come le due che seguono - è tratta dall'opera di Giuseppe Caronia edita da S.F.Flaccovio nel 1961
Gratificati dalla notorietà ottenuta grazie al film e dai benefici economici ottenuti durante la sua lavorazione – gli abitanti venivano pagati 450 lire a ripresa ed altri compensi venivano loro garantiti dall’affitto di barche, reti da pesca ed alloggi usati come set – i pescatori furono irretiti dall’improvviso benessere.


Aci Trezza, in una fotografia attribuita a B.Stefani che riassume l'ambiente  della borgata marinara  prima dell'aprile del 1953, quando l'immagine venne pubblicata dalla rivista del TCI "le Vie d'Italia"

Molti di loro abbandonarono il duro lavoro in mare per diventare affittacamere o ristoratori, mentre il borgo acquisiva sempre più l’aspetto di una qualsiasi località turistica. La trasformazione determinò anche la demolizione di una parte delle storiche case con le loro ringhiere in ferro e le piccole porte d’accesso, sostituite da un’edilizia anonima e di avvilente qualità architettonica.

Discussione sulla scalinata della borgata,
fra il mare e la chiesa di San Giovanni.
Per la realizzazione de "La terra trema", Visconti trascorse ad Aci Trezza un periodo compreso fra l'ottobre del 1947
ed il maggio del 1948.
Qualche mese dopo, il film avrebbe vinto il premio speciale della giuria del Festival di Venezia: un riconoscimento che non incise sul successo commerciale della pellicola, i cui dialoghi mantennero la parlata locale degli attori non professionisti
“Se “La terra trema” ha reso famoso il villaggio, ne ha segnato anche la lenta agonia ed infine la morte – scriverà nel 1981 il giornalista Francesco Russo – perché Aci Trezza, oggi, non esiste più. Prima della realizzazione del film, era ancora un mondo idilliaco, pulito, immerso nella sua quasi innocenza primordiale, con una trattoria di nessuna pretesa sul lungomare dove si mangiava modestamente guardando i tre faraglioni di lava rappresa che si ergevano con nera prepotenza sul cobalto del mare.


La scogliera di Aci Trezza in una fotografia pubblicata in una guida dell'ENIT della Sicilia tra la fine degli anni Cinquanta ed il decennio successivo dello scorso secolo: sul paesaggio primitivo raccontato da "La terra trema" hanno fatto la loro comparsa basi in cemento, passerelle, sdraio ed ombrelloni del turismo d'assalto

Gli scogli di lava su cui un tempo giocavano i bambini e le donne stendevano il bucato furono ricoperti di cemento per sistemare cabine, piazzole per bar, sedie a sdraio e piste da ballo”.


Un'eccezionale veduta di Aci Trezza databile alla fine dell'Ottocento.
Sulla sinistra, l'originario tracciato della strada statale che collega Catania a Messina, lungo la costa dello Jonio.
L'immagine è tratta dall'opera  "Acireale d'altri tempi", a cura di Cristoforo Cosentini ed edita nel 1970 dalla Regione Siciliana-Assessorato per il Turismo-Azienda Autonoma della Stazione di Cura di Acireale 

Negli anni successivi, la devastazione dello straordinario paesaggio di Aci Trezza sarebbe stata completata con la costruzione di una diga lunga 160 metri, responsabile della stagnazione di un’enorme e maleodorante quantità di alghe.

Pescatori in strada, luogo che in tutte le borgate marinare del Mediterraneo - come lo era Aci Trezza -  diventava
uno spazio di discussione e di lavoro
L’opera avrebbe dovuto proteggere le imbarcazioni dalle violente mareggiate; scettici nei confronti della sua efficacia, i pescatori avrebbero invece continuato a tirare in secca le barche.
Sullo scomparso paesaggio verghiano, infine, sarebbe calata la scure dell’inquinamento. I primi divieti di balneazione comparvero nel 1979, ed oggi l’immagine di Aci Trezza non è più quella delle fotografie riproposte da ReportageSicilia: un epilogo comune a tanti altri borghi marinari – non solo siciliani – e che dimostra l’incapacità dell’uomo di far sopravvivere le bellezze ambientali alla scelta di farne oggetto di sfruttamento turistico.

Il paesaggio aspro e primitivo del mare di Aci Trezza e dei suoi faraglioni in uno scatto tratto dall'opera "Sicilia"
edita dal TCI nel 1961 ed attribuito all'ENIT. 
Oggi quel mondo primordiale non esiste più, soffocato dall'invasivo intervento dell'uomo sull'ambiente e sui suoi stessi comportamenti nella gestione dell'economia locale



giovedì 20 dicembre 2012

SICILIANDO














"Nessuno come il siciliano ha paura della gioia e della felicità: gli sembrano cose contro natura"
Giuseppe Padellaro

CAPO ZAFFERANO, IL PAESAGGIO DETURPATO DAL CEMENTO

Il promontorio palermitano di capo Zafferano e la borgata di Sant'Elia in una fotografia realizzata da Carlo Brogi agli inizi del Novecento e riproposta da ReportageSicilia dall'opera del TCI "Sicilia", 
edita nel 1933.
L'immagine è una straordinaria testimonianza della bellezza di quest'angolo della costa tirrenica siciliana, prima che una marea di cemento sconvolgesse per sempre l'aspetto del paesaggio 

Ci sono interi tratti delle coste siciliane quasi del tutto impraticabili ai siciliani ed a quei visitatori dell’isola che credono di potervi fare facilmente un bagno. 
Specie in provincia di Palermo – soprattutto lungo il litorale Est, verso Messina – l’accesso al mare è sbarrato da una cortina impenetrabile di complessi residenziali, ville, villette ed altra edilizia d’incerta e fatiscente costituzione. 


Il profilo di capo Zafferano in una fotografia pubblicata al volume "Sicilia pagana", edito nel 1963 da S.F.Flaccovio.
Il promontorio è oggi uno dei tanti luoghi della costa palermitana dove l'accesso al mare è impedito dal proliferare di  sbarramenti ed accessi privati di residence e ville spesso costruite in maniera abusiva

La cementificazione delle aree demaniali è stata martellante nel tratto litoraneo che va dalla borgata di Aspra sino ad Altavilla Milicia, costa oltre la quale l’alterazione dell’ambiente costiero ha raggiunto il suo apice con lo sviluppo dell’edilizia industriale nella piana di Buonfornello.
Le immagini riproposte in questo post da ReportageSicilia sono dedicate al promontorio di capo Zafferano, che di questo lungo tratto marino della provincia di Palermo è uno dei suoi elementi paesaggistici più rilevanti.
Il suo massiccio roccioso scandisce ad Est di Palermo il variare della costa siciliana del Tirreno.

Un pastore con il suo gregge lungo la costa che guarda capo Zafferano: una visione bucolica offerta da uno scatto pubblicato nel volume "Sicilia" del giornalista svizzero Daniel Simond, edito nel 1956 da Salvatore Sciascia

Tra la fine degli anni Cinquanta e nei decenni successivi – in un periodo successivo alla datazione delle immagini presenti nel post – proprio capo Zafferano è stato uno dei luoghi più intaccati dall’edilizia delle seconde case, frutto di quell’economia del così detto “benessere” basata sulla distruzione di quell’ambiente costiero considerato come oggetto di puro consumo. 
L’ondata di cemento è stata quindi seguita dalla creazione di muri di cinta, inferriate e sbarramenti che hanno di fatto precluso l’accesso al mare, in un contesto di incontrollati abusi edilizi.


Ancora una fotografia del capo tratta dall'opera di Daniel Simond.
A metà del secolo scorso lo storico dell'arte Giuseppe Bellafiore
paragonò il profilo del promontorio
ad una "feluca del mare"

Prima della cementificazione di quel territorio, Giuseppe Bellafiore poteva descrivere in termini quasi bucolici un paesaggio che oggi conserva poche tracce di questo scenario:
“La costa di Bagheria, da Aspra a Casteldaccia, si apre a paesaggio stupendi, fra i più suggestivi dell’isola. Il villaggetto di Aspra vive la vita del suo mare, le incertezze e la precarietà della pesca. Dalle sue case si stacca incombente una via panoramica che, dopo la svolta del capo di Mongerbino, guarda una scogliera selvaggia, affascinante sia che vi battano le lunghe onde del mare aperto, o vi gorgogli l’acqua limpida e cristallina. Quasi isolato nel mare, in forma di accademica feluca, è il capo Zafferano”.
Il post si apre con un’immagine panoramica della costa fra il capo ed il villaggio di Sant’Elia realizzata entro il 1910 dal fotografo Carlo Brogi e tratta dal volume “Sicilia” edito dal TCI nel 1933: una veduta che restituisce il volto di quel panorama “fra i più suggestivi dell’isola” e scomparso ormai da decenni.


Una visione topografica della zona di capo Zafferano in scala 1:50.000
tratta dalla carta geografica "Palermo, la Conca d'Oro e dintorni",
risalente ad un periodo precedente al 1940