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sabato 4 luglio 2026

L'IMPOSSIBILE RACCONTO DI UNA SICILIA INDIVISIBILE DI GIANNI BONINA

Campagna palermitana
a Villafrati.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


 "Si può raccontare la Sicilia una e indivisibile?"

Gianni Bonina si è posto questa domanda nell'introduzione al suo saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia", edito a Roma nel 2006 da Avagliano Editore.

La risposta di Bonina è stata netta, a conferma del diffuso parere, a cominciare da quello di gran parte dei suoi abitanti, dell'esistenza di diverse isole nell'isola: 

"Ci provò Elio Vittorini con un romanzo, "Le città del mondo", che voleva riunire sotto un unico ciclo individui e paesi dei tre Valli come se fossero un solo mondo.

Un'utopia, perché si possono solo raccontare le mille Sicilie di una terra che si distingue per la multanimità dei suoi abitanti più che la particolarità dei suoi gonfaloni.



Prima vengono i siciliani, poi la Sicilia. Che è ovunque, nel mondo, si trovi un siciliano: perché si può strappare un siciliano alla Sicilia ma non si può strappare la Sicilia da un siciliano..."

giovedì 2 luglio 2026

CACCAMO, IL CASTELLO DELLA INGLORIOSA CONGIURA

Il castello di Caccamo.
Fotografia di Ezio Quiresi,
tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia" edita nel 1961 da
Sansoni Editore e Istituto Geografico de Agostini


Anche in Sicilia, ogni castello racconta fosche storie di rivalità politiche e di violenza. Non fa eccezione quello di Caccamo, che a partire dal 1974 - dopo l'acquisto fattone nel 1963 dalla Regione - è stato oggetto di complessi restauri.

Nel caso di questo castello - posto al centro dei più importanti possedimenti feudali siciliani del tempo - la vicenda che si ricorda è quella che portò alla atroce morte del feudatario Matteo Bonello, conte di Caccamo, che nel 1160, durante il regno normanno di Guglielmo I, aveva ucciso a Palermo Maione da Bari.

"Era costui un uomo di bassi natali, il quale, venuto in Sicilia al seguito di Giorgio di Antiochia - ha scritto Vladimiro Agnesi in "Breve storia dei Normanni in Sicilia" ( S.F. Flaccovio, Palermo, 1972 ) - aveva percorso tutti i gradi della carriera curialesca dando prova di tenace volontà e di raffinata astuzia, ed era infine assurto alla carica di Grande Ammiraglio e di Emiro degli Emiri, cioè praticamente di primo ministro..."

Matteo Bonello, facendosi interprete del malcontento di altri feudatari siciliani, fu il promotore di una congiura che partendo dal castello di Caccamo, insieme all'uccisione di Maione da Bari, avrebbe voluto addirittura destituire dal trono regio Guglielmo I.



Così Giuseppe Ganci Battaglia e Giovanni Vaccaro ( "Aquile sulle rocce. Castelli di Sicilia", Edizioni Mori, Palermo-Roma ) raccontarono nel 1968 la storia di questo complotto:  

"Riesce quanto mai drammatica ed emozionante la parte che sostenne questo castello nella congiura del 1160, ordita dai baroni feudali, contro Guglielmo I detto il Malo, e capitanata da Matteo Bonello, allora signore di Caccamo"

La congiura dapprima riuscì, tanto che il re, per tre giorni, poté essere tenuto prigioniero nel suo stesso palazzo; ma in seguito, il popolo palermitano, fedelissimo alla dinastia, insorse e si rivoltò al Bonello, il quale, con gli altri principi cospiratori, corse a rifugiarsi nel castello di Caccamo.

Da qui, dopo varie ed inefficaci trattative con Guglielmo il Malo, quei nobili, postisi alla testa di un esercito, marciarono alla volta di Palermo con l'intento di assalirla e prenderla con le armi; ma vistane la impossibilità per l'accresciuto numero delle forze reali, ingloriosamente se ne ritornarono alla fortezza di Caccamo per ripigliare le trattative.



Guglielmo mandò all'uopo il canonico Roberto di S.Giovanni, abile diplomatico, e con lui quei signori, radunati nelle aule del castello, patteggiarono come meglio poterono.

Vennero tutti graziati a condizione che uscissero dal regno.

Matteo Bonello, anima della rivolta, si credette ancora sicuro e ritornò di nuovo alla corte di Palermo, dove, sulle prime, ricevette distinti trattamenti; ma, dopo non molti mesi, preso a tradimento, fu chiuso in un rigoroso carcere, acciecato e fattovi morire miseramente..."   

domenica 28 giugno 2026

PALERMO ED I PALERMITANI, OVVERO L'ARTE DI ADATTARSI

Palermitano di una confraternita
nel quartiere Capo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Agrigentino trasferitosi a Palermo per motivi di studio agli inizi degli Sessanta del Novecento, lo scrittore e saggista Matteo Collura ha tracciato un acuto e sferzante ritratto dei palermitani nell'introduzione del saggio "Palermo", edito da Bruno Leopardi Editore ( Palermo, 1999 ). 

Il volume, che raccoglie decine di fotografie di Giuseppe Leone e Melo Minnella, fornisce una possibile chiave di lettura per tentare di comprendere la natura stessa dei palermitani; compito che Collura accosta per difficoltà a quello richiesto per l'attribuzione del famoso "Trionfo della morte" conservato in città a Palazzo Abatellis

"I popoli conquistati solitamente spariscono, disciolti in razze che geneticamente ne conservano le tracce: i siciliani - e in primo luogo i palermitani - non vollero sparire, semplicemente scelsero di adattarsi. 

E in questa forma di resistenza - ha scritto Collura - hanno raggiunto livelli che potremmo definire artistici. Sono abili in quest'arte, i palermitani, da raggiungere lo stato di invisibilità, un fenomeno che può essere scambiato per sparizione..."

sabato 27 giugno 2026

LE CASE DI CAMPAGNA DI ALDO PECORAINO


 














PINO CARUSO E L'ELOGIO DI PANELLE E "PANELLARI"

Fotografia di Benedetto Patera,
tratta dalla rivista "Oggi Sicilia"
edita a Trapani nel settembre-ottobre 1960


Uno dei più apprezzati venditore a Palermo - per tutti, il "panellaro" - si chiamava Rosolino.

La sua friggitoria di panelle - un locale ammattonato con piastrelle bianche ingiallite dal tempo e dai fumi di frittura - si trovava a Sferracavallo, appena all'ingresso della borgata provenendo da Tommaso Natale.

Aggiungeva alle panelle non il prezzemolo ma i semi di finocchio; a partire dall'ora di colazione sino a quella di cena, i clienti si assembravano per mangiarle nel classico panino tondo sormontato dalla "giuggulena".

Altri "panellari" - oggi assai meno che in passato - si trovano in quasi tutti i quartieri popolari della città; alcuni di loro spostavano giornalmente la loro friggitoria ambulante a bordo di ansimanti Moto Ape, piazzandosi nei pressi dei luoghi affollati: scuole, ospedali, uffici pubblici, lo stadio, la spiaggia di Mondello... 

Nel 1993, l'attore palermitano Pino Caruso diede così spazio a panelle e "panellari" nell'introduzione del libro "La cucina  siciliana" di Maria Adele Di Leo ( Newton Compton Editori, Roma ):

"Pane e panelle è un'idea tutta palermitana; e che, andando verso Messina, si ferma a Cefalù; verso Trapani, a Sciacca.

Lo divoravano ( e credo lo divorino ancora ) gli scolari nell'ora di ricreazione, i soldati in libera uscita, i negozianti, gli impiegati, gli artigiani negli intervalli di lavoro, gli intellettuali e i "signori" nell'ora del tè, i sagrestani tra una funzione e l'altra, i becchini dopo una sepoltura, i tifosi alle partite, i turisti all'ombra dei monumenti, gli emigranti al ritorno in patria, sbarcando.



Sicché, panellari girovaghi si dislocavano ( oggi, forse, meno di ieri ) davanti alle scuole, agli uffici, alle chiese, ai cimiteri, alle stazioni, ai musei, ai grandi magazzini; e, la domenica, davanti allo stadio.

Ne ricordo uno che, alla Favorita, vendeva panelle chiamandole "il sapore del gol"..." 

venerdì 26 giugno 2026

LA SICILIA "DEGLI OPPRESSI E DEGLI OPPRESSORI" DI ROBERTO CIUNI


Pupo conservato nel Museo Internazionale delle Marionette
"Antonio Pasqualino" di Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Roberto Ciuni, palermitano, è stato uno dei giornalisti più addentro alle vicende siciliane della seconda metà del Novecento.

Dopo avere iniziato la sua carriera nella redazione de "L'Ora" approdò alla direzione del "Giornale di Sicilia". L'Isola, sempre presente nei suoi articoli, gli fu professionalmente stretta, come dimostrato dalle sue varie esperienze oltre lo Stretto: dal "Corriere della Sera" alla "Nazione", dal "Mattino" sino al ruolo di direttore editoriale delle Grandi Opere della Rizzoli.

Iscritto alla loggia massonica P2 - adesione che pure non gli comportò provvedimenti disciplinari da parte dell'Ordine dei Giornalisti - venne considerato un esperto di mafia, come dimostrati da centinaia di articoli e dal saggio "Mafiosi" pubblicato da Tranchida Editore a Milano nel 1996.

Nella sua prefazione al saggio di Mario Farinella "Diario Siciliano" edito nel 1977 da S.F. Flaccovio a Palermo, Ciuni scrisse un'osservazione ancora attuale su personaggi e vicende che raccontano la controversa storia della Sicilia

"Giorno per giorno la Sicilia ripropone le vecchie contraddizioni. Eroismi e infamità, furore e silenzio, sfruttamento e liberazione convivono rappresentati sulle due facce della nostra storia: la storia degli oppressi e la storia degli oppressori"

lunedì 22 giugno 2026

LA FATICA DELLE DONNE GELESI NEI GIORNI DELL'"ABBACCHIATURA"

Fotografia
Leonard von Matt,
opera citata nel post


"La raccolta delle olive si fa col metodo tradizionale del percuoterne la caduta battendo i rami con una lunga pertica. A prenderne i frutti da terra si impiegano le donne, anche perché il loro salario è ancor oggi bassissimo"

La fotografia di Leonard von Matt è tratta dall'opera di Pietro Griffo "Gela destino di una città greca di Sicilia", edita a Genova nel 1963 da Stringa Editore.

L'immagine ritrae un momento della raccolta delle olive nel gelese con il sistema dell'"abbacchiatura", tramite l'azione dei "cutuliaturi", ovvero degli uomini che avevano il compito di scuotere i rami con una lunga canna.



Alle donne era riservata la fatica mal pagata della raccolta delle olive a terra, spesso conservate in un marsupio creato dal ripiego del grembiule alla cintura.  

domenica 21 giugno 2026

GLI ULTIMI VOLTI DELLA TONNARA DI SANTA PANAGIA

La tonnara di Santa Panagia
in una fotografia scattata a metà degli anni Cinquanta
da Albert t'Serstevens.
L'immagine venne pubblicata nell'opera
"Sicile Sardaigne Iles éoliennes"
da B.Arthaud ( Francia, 1957 )


Ancora a metà degli anni Cinquanta dello scorso secolo, prima del definitivo abbandono degli edifici, Albert t' Serstevens potè fotografare uno degli ultimi gruppi di lavoratori impegnati nel confezionamento del pesce nello stabilimento attivo all'interno della tonnara siracusana di Santa Panagia.

Da decenni, ciò che resta di questa storica tonnara attiva almeno dal 1466 e passata di proprietà nel corso dei secoli fra diverse famiglie - Crescimanno, Villadorada, Nava, ed in ultimo Gargallo - versa in stato di totale degrado.

Il moto ondoso, i crolli ed i continui furti degli elementi costruttivi e delle parti in pietra hanno privato la complessa struttura della sua identità originaria.



Una cinquantina di anni fa, grazie alle segnalazioni di Italia Nostra, si pose il problema della salvaguardia della tonnara, già da qualche anno soffocata dallo skyline delle ciminiere della vicina zona industriale.

Fu così che nel 1980 la Regione espropriò la struttura, dando il via ad una lunga serie di progetti di restauro, contenziosi giudiziari e annunci di finanziamenti - l'ultimo, da 6 milioni di euro, nel 2021 - che hanno però lasciato tuttora irrisolto il suo recupero strutturale.


venerdì 19 giugno 2026

IL MISTERO DELLA GRANDEZZA SU SCALA EGIZIA DELL'ARCHITETTURA DI SELINUNTE

Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Nel suo diario che sarebbe poi diventato il saggio "Viaggio in Sicilia" edito nel 1955 a Milano da Electa Editrice, alla data del 5 giugno del 1953 il critico d'arte Bernard Berenson avrebbe così descritto la spropositata grandezza delle rovine di Selinunte:

"Siamo giunti a Selinunte in tempo per goderla a pieno nella luce del tardo pomeriggio, aggirandoci tra quelle pile di colossali capitelli e di rocchi di colonne che giacciono a terra come se abbattuti dal terremoto.




Selinunte, ancora più di Acragante, tentò il colossale su scala egizia; e però si vorrebbe conoscere con quali mezzi una città posta all'estremo margine del mondo greco trovasse la mano d'opera per così giganteschi edifici. Atene, per costruire i Propilei e il Partenone, poteva spremere con l'imposizione di nuovi tributi i suoi riluttanti alleati; ma qui c'era da ricavar tutto dai campi di grano, dalle olivete e dalle vigne della regione..." 

domenica 14 giugno 2026

L'IRRAZIONALE VITA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI RICHIAMATI DALLA VOCE DELL'ETNA

Terrazzamenti sulle pendici dell'Etna.
Fotografia tratta dall'opera
"Il Sud e le Isole"
a cura di Eugenio Turri
edita da Banca Popolare di Novara nel 1983


Il territorio dell'Etna è una delle tante Sicilie presenti in Sicilia

Il vulcano e le sue pendici contribuiscono con l'eccezionalità del loro paesaggio a rendere non impropria la definizione di "Continente" spesso attribuita a quella che, sia pure per soli 3416 metri - tanto dista la Sicilia dalla Calabria - rimane semplicemente un'isola mediterranea. 

In tanti - viaggiatori, saggisti e scrittori - hanno scritto dell'Etna: del suo carattere fisico e di quello dei suoi abitanti, abituati da sempre a coesistere con la sua energia vulcanica, capace di plasmare il paesaggio e la quotidianità stessa di chi vi trascorra la vita. 

Roberta Scorranese, giornalista e saggista di arte e temi culturali, ha descritto così questo ambiente nel settembre del 2013 sulle pagine del "Corriere della Sera":

"C'è qualcosa di profondamente irrazionale in questa collina, che, poco alla volta, ha rinunciato al suo verde e si è rilasciata rivestire di spessa lava nera rappresa; o negli sparuti greggi di pecore che hanno imparato a mangiare le spine dell'astragalo, fiore d'altura vulcanica; c'è qualcosa di irrazionale negli uomini e nelle donne che abitano le pendici, usi a convivere con "la voce" del vulcano, quel brontolio cupo e lontanissimo, simile al lamento di un vecchio parente da tempo recluso nella sua stanza...

Ma i resti di vita travolta che punteggiano qua e là la montagna dell'Etna non hanno l'aspetto severo dei moniti: sono piuttosto parte del paesaggio, l'estensione naturale di un ecosistema che muta al mutare del vulcano, che cresce con le sue vite, che si rinnova dopo ogni eruzione..."

domenica 31 maggio 2026

LA MATTANZA A FAVIGNANA DI ALIGI SASSU

 





L'UFFICIALE GARIBALDINO CHE SCOPRI' LA SPIAGGIA E IL MARE DI MENFI

La spiaggia di Porto Palo a Menfi.
Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Apprendiamo dallo storico menfitano Santi Bivona ( in "Porto Palo-Pintia", Noto, 1920 ) che nella seconda metà dell'Ottocento Francesco Mangiaracina, già ufficiale garibaldino ed esperto di questioni militari, fu uno degli "scopritori" della fruizione balneare della spiaggia di Menfi

Citando lo studio di BivonaGiocchino Mistretta in "La Marina di Menfi. L'ambiente naturale, lo sviluppo storico e le attività economiche" ( Menfi, 1997 ), ha quindi scritto che sulla scia del colonnello molti menfitani scelsero la loro cittadina "per soggiornarvi durante il periodo estivo, edificando nuove case o prendendo in affitto le modeste case dei pescatori".

Sorsero così a Menfi i primi stabilimenti balneari, dapprima su palafitte e poi lungo una ristretta porzione degli undici chilometri di spiaggia che quest'anno ha ricevuto la trentesima "Bandiera Blu" della sua storia.

"L'estate 1962 - ha scritto ancora Mistretta - segna il boom turistico di Porto Palo: vi concorrono il generale incremento dei livelli di reddito e la conseguente crescita della domanda dei servizi, il fervore individuale e la propensione più diffusa stimolata dai mezzi di informazione, ad una diversa qualità della vita, la più definita configurazione del borgo come bacino d'affluenza dell'intera zona sia con un regolare giornaliero collegamento con i centri vicini.

Nello stesso tempo, una singolare coincidenza, la presenza a S.Margherita Belice di una troupe diretta da Marcello Andrei, per le riprese del film "La smania addosso", fa momentaneamente di Porto Palo una spiaggia frequentata da molti noti attori cinematografici, conferendole un'animazione e un fermento nuovo e proficuo..."


PANNI STESI E RICAMI: IL TESORO DELLA KALSA IN UNA PAGINA DI T'SERSTEVENS

Strada della Kalsa.
Opera citata nel post


Arrivato a Palermo in via Alloro per visitare la collezione della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis - "un luogo non ingombro di dipinti e di sculture, come tanti altri oggi, da Parigi a Firenze e a Londra, ma arricchito da opere scelte con discernimento e presentate in maniera impeccabile" - lo scrittore e viaggiatore franco-belga Albert t'Serstevens si ritrovò a stretto contatto con la vita popolare della Kalsa della seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento.

Fu in particolare colpito dall'attivismo delle donne del quartiere - in tempi remoti residenza dell'aristocrazia musulmana - che all'epoca della sua visita, in maniera non troppo dissimile ai nostri giorni, gli si presentò come "un agglomerato di case scure e fatiscenti, attraversato da vicoli stretti, tortuosi e bui, brulicanti di bambini e di mosche..."

"Uno di questi spazi all'aperto, nei pressi dello Spasimo - avrebbe scritto t'Serstevens nel saggio "Sicile, Sardaigne, Iles éoliennes" edito nel 1957 da Arthaud - fu adibito dalle lavandaie del quartiere per lavare ed asciugare la biancheria.

Occuparono lo spazio con tutta la loro attrezzatura: tinozze, bacinelle e bacini in legno, assi da stiro; tesero fili davanti agli edifici sostenuti da pali di bambù.



Fecero oscillare lunghe funi attraverso la piazza, dalle quali pendevano ampi teli di biancheria: lenzuola, tende, tovaglie; cosi che le case sembrano addobbate per l'ingresso festoso di un principe, e la piazza stessa dà l'impressione di essere un immenso albero maestro carico di vele che si gonfiano al vento.

Il caso, durante la nostra passeggiata, ci ha portati in un vicolo leggermente meno squallido degli altri, dove, davanti ad ogni casa, si radunavano gruppi di ragazze, sedute su sgabelli o sedie di paglia.

Sono intente a lavorare al telaio o con l'ago, realizzando quei raffinati lavori che qui si chiamano "ricami". E' una specialità palermitana, come il merletto a Bruges e a Venezia..."


lunedì 25 maggio 2026

L'ARCIGNO CASTELLO DI CEFALA' DIANA: UNA STORIA DI ASSEDI, ABBANDONO E PRESUNTI MIRACOLI

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Le prime notizie che riguardano il castello di Cefalà Diana, i cui ruderi si innalzano su una rocca di 657 metri che domina un vastissimo paesaggio agricolo, risalgono al 1349: raccontano di un assedio subìto da un centinaio di balestrieri ed armigeri legati a Manfredi Chiaramonte contro un presidio militare catalano.

Sembra che l'abbandono della fortezza risalga all'Ottocento, quando diventò rifugio di contadini e pastori. Di certo, nel "Vocabolario Geografico-Storico Statistico dell'Italia" pubblicato nel 1873 a Bologna da Salvatore Muzzi, alla voce "Cefalà Diana", si legge:

"L'antico castello vi è in rovina, le moderne fabbriche sono meschine"

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Caduto nell'oblio, questo esempio di trecentesca architettura militare finì al centro delle attenzioni il 16 maggio del 1967 per la notizia dell'apparizione a tre bambini della Madonna in una finestrella superiore della torre: un fenomeno che fece parlare di una "nuova Fatima" ( le due fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte da un articolo pubblicato dalla rivista "Domenica del Corriere" il 20 giugno del 1967 ) richiamando sul posto migliaia di persone dalle province di Palermo, Agrigento e Trapani




Restaurato a partire dal 1995, il castello di Cefalà Diana mostra una imponente torre quadrangolare alta 15 metri ed un arco di conci squadrati nella muratura.

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il suo aspetto sottolinea la funzione rigidamente militare, con pochissime concessioni ad elementi architettonici con pretese d'arte: una valutazione così espressa da Ferdinando Maurici nel 2020 nel saggio "Castelli medievali in Sicilia da Carlo D'Angiò al Trecento", edito a Palermo dall'Agenzia di Sviluppo della Sicilia Occidentale:

"Rudezza militare ovunque. Anche negli ambienti di servizio, appoggiati sul muro di cinta ovest; anche nel cortile, costituito dalla roccia di sedime in forte inclinazione, sbancata e resa orizzontale solo in un punto limitato.

Il castello di Cefalà, rude, essenziale, arcigno, con i suoi occhi che guardano in ogni direzione dell'antica baronia, è un vero monumento al sospetto ed all'incertezza, se non direttamente alla guerra..."


sabato 23 maggio 2026

L'UMILE VOLTO DEL SOPRAVVISSUTO LIBERTY A CANICATTINI BAGNI

Volto di donna "liberty"
a Canicattini Bagni.
Opera citata nel post


C'è un "liberty minore" che in Sicilia ha impegnato agli inizi del Novecento artigiani rimasti senza nome, soprattutto nella scultura decorativa di edifici residenziali e piccole case private. 

A questa anonima forma di espressione d'arte appartiene il volto di donna scolpito in un mensolone in pietra calcarea a Canicattini Bagni e ritratto in una fotografia pubblicata nell'opera di Antonino Uccello "Folclore siciliano", edita nel novembre del 1972 in occasione della inaugurazione della Casa-Museo del poeta e antropologo canicattinese.

"Canicattini Bagni - ha notato Francesco Terracina in "Mal di Sicilia" ( Edizioni Laterza, 2023, Bari ) - è un paese abituato alla fughe e ai ritorni, tanto che dai primi del Novecento, le rimesse dei fuoriusciti, emigrati soprattutto nelle Americhe, trasformarono il volto della cittadina, al punto che si parlò di liberty locale, con gli scalpellini che incidevano visi sulle facciate.

Di quel patrimonio edilizio resta ancora quello che non è stato spazzato ancora via dal furore edilizio degli anni Sessanta e Settanta"



 

IL RAPPORTO CON IL MARE RACCONTATO A GELA DALLA STORIA MA NEGATO DAL PRESENTE

Una veduta di Gela,
con il primo piano le mura di Capo Soprano.
Fotografia di Leonard von Matt,
tratta dal saggio
"Gela, destino di una città greca di Sicilia"
,
opera citata nel post


La notte di sabato 10 luglio del 1943, la costa di Gela fu teatro dell'imponente sbarco alleato che dalla Sicilia avrebbe cambiato il corso del secondo conflitto mondiale e i destini futuri dell'Europa.

In epoca moderna, questo evento bellico ha ridato per qualche giorno a Gela quella identità di "città di mare" che oltre due millenni fa, dopo sporadici sbarchi di migranti pre-ellenici, aveva determinato la sua colonizzazione da parte di gruppi di popolazione greca rodio-cretese.

Lo sviluppo dell'industria petrolchimica registrato nel secondo dopo guerra ha generato un rapporto di semplice "consumo" dell'ambiente marino gelese, rimasto per il resto avulso dall'identità territoriale e ambientale locale e limitato, oggi, ad un uso ricreativo-balneare.

Nel saggio "Industrializzazione senza sviluppo. Gela: una storia meridionale", pubblicato da Franco Angeli a Milano nel 1968 ( meritoriamente ristampato nel 2023 a Gela su un'iniziativa promossa da Nuccio Mulè ), Eyvind Hytten e Marco Marchioni avevano già individuato il voltafaccia della città al suo mare:

"Il mare, che in genere condiziona la vita di una comunità che vi sia costruita sulla costa, non sembra rappresentare un elemento importante nella vita della città. La stessa attività peschiera, una volta abbastanza fiorente, è oggi completamente distrutta..."



Cinque anni prima della pubblicazione del saggio di Hytten e Marchioni, la stessa valutazione era stata espressa dallo studioso di antichità e storico Pietro Griffo nell'opera "Gela, destino di una città greca di Sicilia" ( Stringa Editore, Genova, 1963 )

"Gela non fu mai, e sostanzialmente non è nemmeno adesso, una città marinara. I suoi interessi, le sue conquiste, la sua espansione, furono sempre legati alla terra e mai ebbero motivo di distaccarsene..."

Ai nostri giorni, Gela continua a rifiutare la sua natura di città bagnata dal mare. La marineria locale e una possibile parte di sviluppo delle attività turistiche - queste ultime penalizzate anche dallo sfregio arrecatole dalla presenza delle infrastrutture industriali, in buona parte in stato di rugginoso abbandono - pagano il prezzo dell'interramento del porto, da affrontare, in primo luogo, con una complessa opera di dragaggio.

Difficoltà tecniche e lungaggini burocratiche rendono tuttavia difficile una previsione sull'esecuzione di questo progetto che potrebbe forse un giorno riassegnare a Gela l'identità di "città di mare".



giovedì 21 maggio 2026

IL SORVOLO DEGLI SPIRITI SULLE CURVE DELLA "CURSA" DI ROMUALDO ROMANO

Immagini della Targa Florio del 1907,
la seconda edizione nella sua storia.
Nelle fotografie sottostanti,
Fournier e Achilli su una "Baiardi Clement".
Scatti tratti dall'opera citata nel post


Alcuni fra gli scrittori siciliani del Novecento non hanno mancato di inserire nelle loro opere riferimenti più o meno estesi alla "Cursa", la Targa Florio: una gara automobilistica entrata nella narrazione del costume siciliano di quel secolo, oggi diventata quasi la narrazione di un Mito.

Di Targa Florio hanno certamente scritto ( l'elenco non ha pretese di completezza ) Giuseppe Antonio BorgeseGesualdo BufalinoLeonardo SciasciaVincenzo ConsoloErcole Patti e Romualdo Romano.

Quest'ultimo - forse il meno noto - pubblicò un breve articolo dedicato a Vincenzo Florio ed alla sua "Cursa" sul settimanale "Epoca" del 13 settembre del 1951: tre giorni prima, Franco Cortese aveva vinto su una Frazer Nash la 35a edizione della gara, portata a termine solo da otto dei 25 partenti.



Due anni prima, Romano - palermitano, insegnante in una scuola elementare - aveva vinto il "Premio Hemingway" con il breve romanzo "Scirocco", ottenendo un premio da 100.000 lire e soprattutto la pubblicazione, nel 1950, nella collana "La Medusa degli Italiani" di Arnoldo Mondadori Editore:

"Mentre Vincenzo Florio additava le sbiadite immagini di uomini già scomparsi, di assi e di celebrità del bel mondo fine Ottocento - si legge nell'articolo di Romano su "Epoca" - io viaggiavo nel tempo.

Dissi:

"Non è possibile che in meno di mezzo secolo si faccia tanta strada!"

E invece sbagliavo.

Lì, su quelle vecchie immagini, il mondo scomparso rivive tranquillamente, passava come sequenza davanti gli occhi attoniti dei presenti, svaniva poi nella lontananza.

Nel 1906 eravamo bambini, forse non eravamo nati. Eppure nasceva la "Targa Florio" e, con essa, altre edizioni consorelle in ogni altra parte del mondo. 

Nasceva la macchina. 

"Allora disse Vincenzo Florio contemplando una sua vecchia foto - "il mondo era da conquistare. Stavamo per conquistarlo agli occhi smarriti degli increduli. E volevamo conquistarlo per questo...".

Un enorme volante collocato sulla torretta fa bella mostra davanti i nostri occhi. Dietro il volante un mastodontico pilota che si accinge a lanciare la sua freccia. In fondo, una folla di appassionati, le magnifiche signore convenute da ogni parte, i giornalisti, i fotografi con i mantici lunghi un metro, i competenti che consultano i Roskoff; e più in là, solide come barriere di acciaio, le transenne di sicurezza.

Tutto questo lo volle lo stesso Vincenzo Florio che oggi ci parla, che si apparta un attimo per dare retta al telefono, il più fedele fra i suoi fedeli che da anni lo coadiuvano nella complicata organizzazione e nella regia.



Quest'anno la Targa è come se rinascesse. Da dieci anni aveva deviato il suo percorso, sino all'incidente La Motta-Faraco.

Adesso ritorna nella sua prima edizione, nel magnifico e pittoresco Circuito delle Madonie. Ritorna sulle strade battute dai più celebri assi del volante, molti da tempo scomparsi. La Targa sulle Madonie fa rinascere l'Ottocento e la sua malinconica dipartita. E' come se si affondasse improvvisamente nel tempo.

Nuvolari, Chersi, Chiron, Borzacchini, Brivio, Varzi, Divo, Pintacuda, si adunano in questo stesso Circuito che diede loro la gloria. Alcuni saranno presenti veramente. Gli altri sorvoleranno con i loro spiriti le zone impervie e le insidiose curve nelle montagne. Ma ci saranno tutti. Anche edoardo Scarfoglio vedremo segnare appunti per il suo giornale.

"Quali sono i suoi pronostici, quest'anno?" chiedo.

Il commendatore Florio guarda il suo taccuino e scrolla il capo.

"il segreto è necessario per la buona riuscita", dice piano, poi sorride.

Leggo nei suoi occhi l'ansia e l'attesa: dopotutto, è una sua creatura questa Targa; è una figlia che ha bisogno di vestiti e di denaro per l'avvenire.

Vincenzo Florio lo sa e fa di tutto per essere veramente un padre" 

 


mercoledì 29 aprile 2026

GLI ZOLFATARI DI NINO GARAJO

 


TERMINI IMERESE, LA VIABILITA' DISORIENTANTE CHE COLPI' T'SERSTEVENS

Riposo all'ombra degli alberi
in piazza Duomo, a Termini Imerese.
Fotografia di Albert t'Serstevens,
opera citata nel post


Attraversata in parte da quella strada statale 113 che collega Palermo a Messina e lambita dall'autostrada Palermo-Catania, Termini Imerese è una citta che sembra poco attrarre turisti e viaggiatori in cerca di monumenti o altri richiami meritevoli di attenzione. 

La visitò invece nel 1956 lo scrittore e saggista belga naturalizzato francese Albert t'Serstevens, che, un anno dopo, la descrisse nell'opera "Sicile Sardaigne Iles éoliennes. Itinéraires italiens", edita in Francia da B.Arthaud.

Accompagnato nel suo viaggio dalla moglie Amandine Doré, pittrice ed illustratrice che illustrò con 57 disegni il racconto anche fotografico del marito, t'Serstevens sottolineò il "fascino provinciale" di Termini Imerese; ma, soprattutto, descrisse le difficoltà - ancora attuali - di quanti devono attraversala lungo il carosello di strade che collegano "Termini bassa" a "Termini alta":   

"Termini, sulla sua ripida collina, blocca la strada per Palermo, così che, per raggiungerla,  bisogna salire fino alla fine della città per poi ridiscendere dall'altro lato. Nulla andrà perduto, perché la città ha il suo fascino provinciale che indugia nella sua languida atmosfera sul Belvedere e su piazza Duomo.

Si tratta semplicemente di una pasta sfoglia simile alla meringa, decorata con zucchero bianco in stile barocco, e non vale nemmeno la pena di una breve visita.

Ma che piacevole ristoro all'ombra scura dei ficus, dove bambini intraprendenti vengono a offrirti cestini pieni di fragole. Abbiamo lasciato il selciato di ciottoli cosparso di piccole stelle verdi, i gambi dei frutti con cui avevamo preparato un pasto completo per vegetariani affamati.

Nonostante le sue acque termali, famose fin dai tempi di Pindaro e che hanno dato il nome alla città, e nonostante il suo museo di oggetti antichi pieno di cianfrusaglie, che tuttavia ospita un bellissimo trittico bizantino, il fascino della città risiede nella sua struttura irregolare: strade a gradoni che si sovrappongono e si intersecano, un perfetto esempio di frammentazione urbana, accentuata qui dalle continue differenze di livello.

Sebbene non sia estesa, è difficile orientarsi al suo interno e non si sa mai dove condurranno queste strade faticose, che si perdono nel cielo o sprofondano nelle profondità delle valli..."

martedì 28 aprile 2026

GELA, LA VECCHIA ILLUSIONE DELL'"ORO NERO" E LA REALTA' DELLA PERENNE CRISI IDRICA

Fotografie di Leonard von Matt,
opera citata nel post


"L'economia agricola della zona è ancora sostanzialmente elementare. 
L'acqua scarseggia; per gli usi potabili si trasporta da lontano, in recipienti di terracotta, a dorso di mulo"

Questa didascalia commentò l'immagine del fotografo e libraio svizzero Leonard von Matt qui riproposta nel post da ReportageSicilia; uno scatto, insieme a quello di una veduta di Gela, tratto dall'opera di Pietro Griffo "Gela, destino di una città greca di Sicilia", edita da Stringa Editore Genova nel 1963.




Il volume venne realizzato con il patrocinio dell'Ente Nazionale Idrocarburi ( ENI ), che all'epoca aveva iniziato lo sfruttamento industriale del territorio di Gela, destinandolo ad una rapida e deformante trasformazione socio-ambientale.




Alla fine del saggio - una ricostruzione della storia archeologica di Gela, all'epoca oggetto di campagne di studio e di scavi - l'autore diede la sua visione del futuro di un'area siciliana che oggi paga i guasti di quella stagione di massivo sviluppo dell'industria petrolchimica; e dove, finita ben presto la corsa al petrolio, il problema della disponibilità di acqua è ancora irrisolto: 

"Dalle viscere della sua terra, dalle profondità del suo mare, l'"oro nero" sgorga da qualche anno copiosamente e promette per l'avvenire certezze inequivoche di benessere e di civile progresso..."

venerdì 24 aprile 2026

EOLIE, LE ROTTE DI CONSOLO FRA I MITI DELL'ANTICHITA'

Navigazione nelle Eolie.
Fotografia di Roloff Beny
tratta dal saggio "Italia"
edito nel 1975 a Milano
da Arnoldo Mondadori Editore


Favolosi scogli, capaci di scontrarsi fra loro, impedendo la navigazione delle più antiche flotte nel Mediterraneo: un riferimento al mito - quello delle Simplegadi - che Vincenzo Consolo ha utilizzato per descrivere la millenaria storia delle isole Eolie.

L'evocazione si legge nell'introduzione che Consolo scrisse nel giugno del 2000 per la rivista "Meridiani Sicilia-Isole" ( Editoriale Domus, Milano ):

"Per il loro fantasmatico apparire e disparire, per il loro ritrarsi e avanzare, per il mutare loro continuo di forma e di colore, i naviganti preomerici, fenici soprattutto, formidabili esploratori e mercanti, trasferirono quelle isole nella leggenda, nel mito, e le immaginarono vaganti come le Simplegadi, le chiamarono le Planetai, le chiamarono Eolie, sede dei venti e dominio del re che i venti comanda..."

giovedì 23 aprile 2026

IL CERTIFICATO DI ORIGINE DEI PAESI DELLE MADONIE

Il castello di Collesano.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Una delle tracce del terremoto che devastò il Val di Noto nel 1693 nella parte occidentale della Sicilia si può osservare a Collesano, nelle propaggini più basse delle Madonie.

Quell'evento danneggiò qui il castello con pianta quadrangolare di cui rimangono resti di mura perimetrali che nel 1992 l'archeologo medievale Ferdinando Maurici ha definito di "difficile datazione" ( "Castelli medievali in Sicilia", Sellerio editore Palermo ).

Ai piedi questo millenario edificio è in seguito germogliata la successiva edilizia civile del centro storico di Collesano, secondo una consuetudine comune in molti paesi delle Madonie.



"Borghi grossi o piccoli si sono sviluppati per secoli nelle Madonie attorno a un castello, che a volte - ha scritto Giovanni Guaita in "Sicilia", edito nel 1962 da Sansoni e Istituto Geografico De Agostini, SADEA, Milanosi trova ancora in piedi, per suo conto, a volte è stato assorbito nel tessuto dell'abitato, e sorretto ma declassato ad abitazione di contadini, a volte è rimasto a disfarsi in un ammasso pietroso sulla sommità della rocca, mentre le case gli crescevano intorno a una certa distanza, sui fianchi della collina.

Ma anche così ridotto a poche pietre ci offre un certificato di origine, ci spiega perché l'abitato è sorto sulle colline più scoscese..."