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giovedì 6 agosto 2026

IL RITORNO ESTIVO DI MISTRETTA AL "CIRCOLO UNIONE"

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Seduti sulle sedie in vimini in una delle sale dello storico Circolo Unione, quattro uomini ultra sessantenni discutono con toni pacati, ricordando storie e personaggi di Mistretta: il loro paese. Uno è un alto dirigente dell'INPS, un altro un ex presidente di tribunale, gli altri due liberi professionisti ben affermati. Tutti - ci informa un socio del Circolo - lavorano e vivono da decenni lontano da Mistretta, "in grandi città italiane". Tornano ogni estate dove sono nati e sono cresciuti, per ritrovarsi insieme e per godersi il fresco: un beneficio oggi prezioso, regalato da un paese arrampicato su una collina che riceve i flussi di aria temperata che si incanalano su un corridoio terrestre che va dalla costa del mar Tirreno sino ai vicini boschi dei Nebrodi

Sino a qualche decennio fa, Mistretta era uno dei più importanti centri della provincia di Messina, potendo vantare un tribunale ed altri uffici amministrativi. Oggi, la popolazione non supera le 5.000 persone e si contano migliaia di abitazioni disabitate. Il Comune sta tentato di dotare il paese di un nuovo istituto penitenziario: un'opera che, nella aspettative dei mistrettesi, potrebbe rilanciare l'economia locale, mitigando lo stillicidio degli abbandoni di un centro abitato che pure vanta scorci edilizi di pregio e due ben curate ville pubbliche.



"Il dinamismo del mondo moderno -  scrisse già nel 1961 Marcello Pacini nell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico de Agostini - si ripercuote qui, dunque, sotto l'aspetto doloroso della peregrinazione, della fuga. L'intimità di pensieri che le foreste dei Nebrodi sembrerebbero suggerire diviene allora prerogativa soltanto del turista che vi giunge da lontano e può lasciar vagabondare lo sguardo sulle verdi vallate o verso il mare mosso dalla visione delle Eolie. Per chi vi è nato lo spazio immenso delle montagne è una prigione, una dannazione..."

lunedì 3 agosto 2026

I RITRATTI SICILIANI DI "TEMPO" NEI GIORNI DELLO SBARCO ALLEATO



"Da una settimana si combatte all'ultimo sangue sul territorio della Sicilia contro l'invasione nemica. L'isola mediterranea assume un'importanza capitale e forse decisiva nei confronti delle sorti del conflitto. Dietro il fronte dell'Asse, il popolo siciliano cacciato dalle sue case dalla furia dei bombardamenti, è il vero protagonista della tragedia che si compie sulla antichissima terra. Sulle porte dell'Europa preme la massa degli eserciti anglosassoni, sale per i monti Iblei..." 

Così il settimanale "Tempo" edito da Mondadori il 22 luglio del 1943 diede conto dello sbarco delle forze alleate in Sicilia in quella che prese il nome di "Operazione Husky". Alla data di pubblicazione della rivista, le truppe americane avevano appena occupato Enna; quelle canadesi erano invece riuscite a mettere piede ad Assoro e Leonforte, ingaggiando per giorni in quel territorio una durissima battaglia con i soldati tedeschi ed italiani.



Quel numero di "Tempo" stampato in coincidenza con l'inizio della liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo, dedicò allo sbarco alleato nell'Isola una copertina intitolata "Gente di Sicilia": vi si scopre il volto dall'espressione intensa di una giovane donna, mentre nelle pagine interne trovò spazio la fotografia di un contadino in posa con due ragazzini ed un bambino.

venerdì 24 luglio 2026

UNA CORSA FRA LE SCOMPARSE DUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE

Le dune di Isola delle Femmine.
Fotografia di Federico Patellani,
opera citata nel post


E' difficile ricostruire le trasformazioni subite negli ultimi decenni dall'ambiente in Sicilia, a causa di una incontrollata antropizzazione che ha coinvolto soprattutto le aree costiere dell'Isola. Un esempio di questo stravolgimento del territorio è offerto da una fotografia pubblicata il 15 luglio del 1958 dal settimanale "Tempo": l'immagine restituisce il volto originario della costa palermitana di Isola delle Femmine, all'epoca orlata da una distesa di dune di sabbia finissima. 

"Infinite zone promettono di diventare località balneari meravigliose - si legge nella didascalia che illustra la fotografia di Federico Patellani - e, tra queste, la lunga spiaggia ( dodici chilometri ) che prende nome dalla piccola Isola delle Femmine..."



Negli anni successivi, le dune di Isola delle Femmine sarebbero state cancellate da un'intensa attività edilizia che ne ha oggi ridotto l'estensione a poche decine di metri di semplice spiaggia: una perdita di identità ambientale che alla fine degli anni Sessanta sarebbe stata aggravata anche dalla costruzione delle corsie dell'autostrada Palermo-Trapani e dalla impunita proliferazione di una edilizia residenziale abusiva.

mercoledì 22 luglio 2026

IL GIORNO IN CUI UN MINISTRO VISITO' LAMPEDUSA E LO STATO SCOPRI' L'ISOLA

Venditori di pesce a Lampedusa.
Fotografie di Gianni Roghi
tratte dalla rivista
"L'Illustrazione Italiana" del dicembre 1954


Nel suo accurato e prezioso saggio intitolato "Lampedusa. Una storia mediterranea", edito a Roma da Carocci nel 2023, l'antropologo e direttore di ricerca emerito all'Università di Aix-Marsiglia, Dionigi Albera, ha raccontato la storia passata e contemporanea di Lampedusa: un lavoro di documentazione d'archivio che si è avvalso anche di più soggiorni nell'isola, con la raccolta di testimonianze orali sulle vicende locali degli ultimi decenni.

La ricerca di Albera - un viaggio che parte dal naufragio delle otto galee al servizio di Carlo V nel 1551 sorprese da una tempesta a poca distanza dalle falesie di Lampedusa, per arrivare a quelli, spesso non documentati, delle imbarcazioni dei migranti - accenna anche alla prima visita di un ministro italiano, evento destinato a cambiare il destino dell'isola:

"Era la prima volta che un membro del governo veniva a Lampedusa - ha scritto Albera - dalla nascita dello Stato italiano un secolo prima".

Toccò al ministro dell'Interno Taviani interrompere quell'assenza durata 106 anni. 



L'episodio ricordato da Albera rimanda alla data del 24 maggio del 1966, quando Taviani visitò Linosa e Lampedusa dopo un viaggio a bordo della unità della Marina Militare "Proteo" partita da Catania. In quell'occasione, si pose la prima pietra per la riattivazione per usi civili della pista del vecchio aeroporto militare di Lampedusa, avvenuta nel 1968. Sino ad allora, il collegamento dell'isola con Porto Empedocle era stato affidato ai vecchi piroscafi "Mazara" ed "Egadi", costretti a percorrere le 113 miglia di mare in almeno 14 ore.

Dopo avere ricevuto una medaglia d'oro e la cittadinanza onoraria di Lampedusa, Taviani lasciò le Pelagie prospettando così il futuro dell'isola:

"Oggi vi dico che il vostro avvenire sarà il turismo: la seconda industria italiana arriverà anche qui, e molto presto"



"Dopo l'istituzione del collegamento aereo, ( ... ) - ha sottolineato nel suo saggio Dionigi Albera - i visitatori si fanno numerosi, alla ricerca del mare perfetto e di un territorio ancora vergine. Si tratta soprattutto di un turismo d'élite: appassionati di immersioni, benestanti, artisti. L'accoglienza è ancora spesso improvvisata, ma è chiaro che il vento sta girando. Una figura emblematica è quella del vecchio pescatore che, per due mesi, accompagna i vacanzieri a circumnavigare l'isola con la sua barca, stupito dal fatto che lo paghino così tanto per fotografare la costa, le insenature e le grotte a partire dal mare. I suoi figli, invece, si sentono già più a loro agio: hanno lanciato una produzione di magliette che i visitatori estivi apprezzano, con un marchio raffigurante una cernia trafitta dal tridente di un subacqueo. Ormai Lampedusa sembra pronta per il turismo di massa ( ... )



L'economia locale è stata stravolta. L'agricoltura è quasi scomparsa, la pesca è diventata un'attività residuale. La maggior parte degli abitanti lavora oggi nel settore del turismo. Il paesaggio è stato deturpato da un'attività edilizia frenetica, senza alcuna regola ( ... )

Purtroppo, questo è il destino di molte altre isole del Mediterraneo..."

giovedì 16 luglio 2026

IL RAGIONAMENTO DEI "PROFESSORI" SULLE DIVERSE IDENTITA' DI SIRACUSA

Paesaggio di Siracusa.
Foto Ernesto Oliva-Reportage Sicilia©


"Il criterio della pluralità di Siracusa resta l'unico valido, per chi voglia conoscerci e comprenderci"

Nel luglio del 1960 lo scrittore e giornalista livornese Carlo Laurenzi riferì sul "Corriere della Sera" questa chiave di lettura suggeritagli allora da "innumerevoli professori" locali per comprendere le diverse identità siracusane.

"I miei dotti interlocutori - spiegò Laurenzi - parlano di una "piccola Siracusa" e di una "grande Siracusa", secondo una semantica eterogenea... Fanno parte della piccola Siracusa: il porto, gli artigiani, gli sfaccendati, i mercanti, la città vecchia con esclusione dei musei, il clan degli sportivi, i politici; qualche professore allude a questa Siracusa come alla Siracusa "alessandrina".



L'altra, la grande, sarebbe piuttosto la Siracusa "greca": include le gallerie d'arte, il teatro antico, le iniziative che sorgono a proposito del teatro antico, le nuove industrie, il turismo ad alto livello, le zone monumentali...

Parlano altresì di una "Siracusa impropria" che è la più difficile a definire: può rappresentarla, per esempio, il santuario così detto Madonna delle lacrime, ritenuto luogo di prodigi. Tale culto ha luogo in una sorta di hangar con tettoia, e la circostanza è piuttosto bizzarra, se si considera il gran numero di chiese abbandonate ( degnissime, amplissime ) nel centro di Siracusa, in questo simile a Lucca..."


domenica 12 luglio 2026

IL CONTADINO CON IL PANE E IL COLTELLO DI GIANBECCHINA


 

L'IMPAGABILE PIACERE DEL RIPOSO SU UN BISUOLO EOLIANO

Un bisuolo a Panarea.
Fotografie di Piero Di Blasi,
opera citata nel post


"I bisuoli sono una strana invenzione. Sono come dei muretti bassi su cui sedersi o sdraiarsi, freschi quando fa caldo, che seguono il perimetro di un terrazzo o di un luogo esterno alla casa.

Ingentiliti sovente da piastrelle eoliane coloratissime, invitano al convivio, o più semplicemente al riposo. Gli angoli smussati e tondeggianti permettono di appoggiare la testa nella parte ricurva, bombata.

Un bisuolo libero, un bicchiere di bianco da frigorifero, un libro e un pò di musica leggerissima, lontana ma vicina, sono meglio di un'ora di abbracci con la persona che ami.



Non per altro: ma un bisuolo che si rispetti è rigorosamente a una piazza..."

Così lo scrittore e autore teatrale e televisivo Michele Mozzati nel romanzo ambientato a Stromboli "Acqua fuoco trottola" ( Baldini+Castoldi, Milano, 2025 ) ha spiegato la funzione ed il migliore utilizzo possibile del bisuolo, uno degli storici elementi dell'architettura domestica delle isole Eolie.



Molti decenni prima, una delle prime descrizioni giornalistiche di questa particolare seduta trovò spazio in un "fotoreportage" pubblicato nel maggio del 1956 dalla rivista mensile del Touring Club Italiano "Le Vie d'Italia".



L'autore degli scatti realizzati a Panarea fu il fotografo Piero Di Blasi, di recente ricordato dal figlio Carlo come "un grande Papà che tanto si spese in battaglie civili e ambientali in tempi non sospetti sia sull'isola che in generale a Milano ed in Italia".

 


mercoledì 8 luglio 2026

GLI STRACCI DELLA MISERIA DI PALMA DI MONTECHIARO

Vendita di abbigliamento usato
a Palma di Montechiaro.
Fotografia di Albert t' Serstevens,
opera citata nel post


Nell'aprile del 1960 un convegno organizzato dal sociologo Danilo Dolci fece scoprire all'Italia in piena ascesa da boom economico la disperata povertà di Palma di Montechiaro: una frontiera lontanissima dall'identità di un Paese che poco o nulla conosceva di quelle lontane periferie del Sud dove l'idea di progresso si scontrava con una realtà dove anche i servizi essenziali - acqua e fogne - erano quasi sconosciuti. 

All'evento, durato due giorni, presero parte fra gli altri Carlo Levi, Leonardo Sciascia, Pio La Torre, Giorgio Napolitano e Francesco Renda.

"Ci fu un convegno - avrebbe spiegato 14 anni dopo il giornalistra Giampaolo Pansa - con personaggi illustri d'Italia e d'Europa, e la denuncia fece paura. La malaria. I novemila analfabeti. I vermi che uccidevano i bambini. La meningite curata con i porcelluzzi d'India spaccati e messi sulla fronte. Il tracoma combattuto con la bava delle mule..."

A seguito della denuncia di quelle condizioni di vita in uno dei luoghi di miseria allora presenti in Sicilia, la Regione varò nel 1963 una "legge speciale" per Palma di Montechiaro e Licata. Un finanziamento da 17 miliardi di lire avrebbe dovuto garantire anche la costruzione di moderne condutture idriche e fognarie, ma le aspettative andarono in buona parte deluse; solo tre di quei miliardi furono effettivamente spesi e ancor oggi i due paesi agrigentini continuano a soffrire la sete.

Tre anni prima di quel congresso voluto da Danilo Dolci, la povertà di Palma di Montechiaro era stata già descritta dallo scrittore Albert t' Serstevens nel suo taccuino di viaggi intitolato "Sicile Sardaigne Iles éoliennes", edito nel 1957 in Francia da B.Arthaud.

A colpire il viaggiatore, fu una scena di strada - fissata da un suo scatto fotografico - resa ancora più simbolica dai manifesti di una campagna elettorale in corso: 

"Avvicinandosi a Palma di Montechiaro, i mandorli stendono un velo diafano sulle tonalità arse del paesaggio circostante. Il villaggio stesso sfuma in tonalità di grigio vagamente tinte di beige: una nota di delicatezza nell'incandescenza universale dei colori. In una piccola piazza — dove le case in pietra conservano ancora tracce di antichi fasti — si estende quel tipo di mercato di abiti usati tipico di molte cittadine siciliane: segno della povertà causata dal sovrappopolamento dell'isola.

È una triste distesa di pantaloni logori, abiti scoloriti e biancheria rammendata ammucchiati a terra, con i capi migliori esposti su cavalletti o sedie. Tutti questi scarti, passati al setaccio dalle donne del luogo in cerca di qualcosa da indossare per sé e per vestire la propria prole, i loro uomini e quella schiera opprimente di zii, zie, nipoti e cugini di cui le famiglie italiane più umili si ritrovano gravate.

Delle ragazze rovistano con entusiasmo tra mucchi di calze di seta spaiate e smagliate, sperando di trovarne un paio con cui vestire le gambe per la passeggiata domenicale. Alle pareti, i manifesti elettorali esortano il pubblico a sostenere uno di quei candidati — uomini di altruismo, zelo e probità — destinati, inevitabilmente, a portare la felicità al popolo..."

sabato 4 luglio 2026

L'IMPOSSIBILE RACCONTO DI UNA SICILIA INDIVISIBILE DI GIANNI BONINA

Campagna palermitana
a Villafrati.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


 "Si può raccontare la Sicilia una e indivisibile?"

Gianni Bonina si è posto questa domanda nell'introduzione al suo saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia", edito a Roma nel 2006 da Avagliano Editore.

La risposta di Bonina è stata netta, a conferma del diffuso parere, a cominciare da quello di gran parte dei suoi abitanti, dell'esistenza di diverse isole nell'isola: 

"Ci provò Elio Vittorini con un romanzo, "Le città del mondo", che voleva riunire sotto un unico ciclo individui e paesi dei tre Valli come se fossero un solo mondo.

Un'utopia, perché si possono solo raccontare le mille Sicilie di una terra che si distingue per la multanimità dei suoi abitanti più che la particolarità dei suoi gonfaloni.



Prima vengono i siciliani, poi la Sicilia. Che è ovunque, nel mondo, si trovi un siciliano: perché si può strappare un siciliano alla Sicilia ma non si può strappare la Sicilia da un siciliano..."

giovedì 2 luglio 2026

CACCAMO, IL CASTELLO DELLA INGLORIOSA CONGIURA

Il castello di Caccamo.
Fotografia di Ezio Quiresi,
tratta dal I volume dell'opera
"Sicilia" edita nel 1961 da
Sansoni Editore e Istituto Geografico de Agostini


Anche in Sicilia, ogni castello racconta fosche storie di rivalità politiche e di violenza. Non fa eccezione quello di Caccamo, che a partire dal 1974 - dopo l'acquisto fattone nel 1963 dalla Regione - è stato oggetto di complessi restauri.

Nel caso di questo castello - posto al centro dei più importanti possedimenti feudali siciliani del tempo - la vicenda che si ricorda è quella che portò alla atroce morte del feudatario Matteo Bonello, conte di Caccamo, che nel 1160, durante il regno normanno di Guglielmo I, aveva ucciso a Palermo Maione da Bari.

"Era costui un uomo di bassi natali, il quale, venuto in Sicilia al seguito di Giorgio di Antiochia - ha scritto Vladimiro Agnesi in "Breve storia dei Normanni in Sicilia" ( S.F. Flaccovio, Palermo, 1972 ) - aveva percorso tutti i gradi della carriera curialesca dando prova di tenace volontà e di raffinata astuzia, ed era infine assurto alla carica di Grande Ammiraglio e di Emiro degli Emiri, cioè praticamente di primo ministro..."

Matteo Bonello, facendosi interprete del malcontento di altri feudatari siciliani, fu il promotore di una congiura che partendo dal castello di Caccamo, insieme all'uccisione di Maione da Bari, avrebbe voluto addirittura destituire dal trono regio Guglielmo I.



Così Giuseppe Ganci Battaglia e Giovanni Vaccaro ( "Aquile sulle rocce. Castelli di Sicilia", Edizioni Mori, Palermo-Roma ) raccontarono nel 1968 la storia di questo complotto:  

"Riesce quanto mai drammatica ed emozionante la parte che sostenne questo castello nella congiura del 1160, ordita dai baroni feudali, contro Guglielmo I detto il Malo, e capitanata da Matteo Bonello, allora signore di Caccamo"

La congiura dapprima riuscì, tanto che il re, per tre giorni, poté essere tenuto prigioniero nel suo stesso palazzo; ma in seguito, il popolo palermitano, fedelissimo alla dinastia, insorse e si rivoltò al Bonello, il quale, con gli altri principi cospiratori, corse a rifugiarsi nel castello di Caccamo.

Da qui, dopo varie ed inefficaci trattative con Guglielmo il Malo, quei nobili, postisi alla testa di un esercito, marciarono alla volta di Palermo con l'intento di assalirla e prenderla con le armi; ma vistane la impossibilità per l'accresciuto numero delle forze reali, ingloriosamente se ne ritornarono alla fortezza di Caccamo per ripigliare le trattative.



Guglielmo mandò all'uopo il canonico Roberto di S.Giovanni, abile diplomatico, e con lui quei signori, radunati nelle aule del castello, patteggiarono come meglio poterono.

Vennero tutti graziati a condizione che uscissero dal regno.

Matteo Bonello, anima della rivolta, si credette ancora sicuro e ritornò di nuovo alla corte di Palermo, dove, sulle prime, ricevette distinti trattamenti; ma, dopo non molti mesi, preso a tradimento, fu chiuso in un rigoroso carcere, acciecato e fattovi morire miseramente..."   

domenica 28 giugno 2026

PALERMO ED I PALERMITANI, OVVERO L'ARTE DI ADATTARSI

Palermitano di una confraternita
nel quartiere Capo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Agrigentino trasferitosi a Palermo per motivi di studio agli inizi degli Sessanta del Novecento, lo scrittore e saggista Matteo Collura ha tracciato un acuto e sferzante ritratto dei palermitani nell'introduzione del saggio "Palermo", edito da Bruno Leopardi Editore ( Palermo, 1999 ). 

Il volume, che raccoglie decine di fotografie di Giuseppe Leone e Melo Minnella, fornisce una possibile chiave di lettura per tentare di comprendere la natura stessa dei palermitani; compito che Collura accosta per difficoltà a quello richiesto per l'attribuzione del famoso "Trionfo della morte" conservato in città a Palazzo Abatellis

"I popoli conquistati solitamente spariscono, disciolti in razze che geneticamente ne conservano le tracce: i siciliani - e in primo luogo i palermitani - non vollero sparire, semplicemente scelsero di adattarsi. 

E in questa forma di resistenza - ha scritto Collura - hanno raggiunto livelli che potremmo definire artistici. Sono abili in quest'arte, i palermitani, da raggiungere lo stato di invisibilità, un fenomeno che può essere scambiato per sparizione..."

sabato 27 giugno 2026

LE CASE DI CAMPAGNA DI ALDO PECORAINO


 














PINO CARUSO E L'ELOGIO DI PANELLE E "PANELLARI"

Fotografia di Benedetto Patera,
tratta dalla rivista "Oggi Sicilia"
edita a Trapani nel settembre-ottobre 1960


Uno dei più apprezzati venditore a Palermo - per tutti, il "panellaro" - si chiamava Rosolino.

La sua friggitoria di panelle - un locale ammattonato con piastrelle bianche ingiallite dal tempo e dai fumi di frittura - si trovava a Sferracavallo, appena all'ingresso della borgata provenendo da Tommaso Natale.

Aggiungeva alle panelle non il prezzemolo ma i semi di finocchio; a partire dall'ora di colazione sino a quella di cena, i clienti si assembravano per mangiarle nel classico panino tondo sormontato dalla "giuggulena".

Altri "panellari" - oggi assai meno che in passato - si trovano in quasi tutti i quartieri popolari della città; alcuni di loro spostavano giornalmente la loro friggitoria ambulante a bordo di ansimanti Moto Ape, piazzandosi nei pressi dei luoghi affollati: scuole, ospedali, uffici pubblici, lo stadio, la spiaggia di Mondello... 

Nel 1993, l'attore palermitano Pino Caruso diede così spazio a panelle e "panellari" nell'introduzione del libro "La cucina  siciliana" di Maria Adele Di Leo ( Newton Compton Editori, Roma ):

"Pane e panelle è un'idea tutta palermitana; e che, andando verso Messina, si ferma a Cefalù; verso Trapani, a Sciacca.

Lo divoravano ( e credo lo divorino ancora ) gli scolari nell'ora di ricreazione, i soldati in libera uscita, i negozianti, gli impiegati, gli artigiani negli intervalli di lavoro, gli intellettuali e i "signori" nell'ora del tè, i sagrestani tra una funzione e l'altra, i becchini dopo una sepoltura, i tifosi alle partite, i turisti all'ombra dei monumenti, gli emigranti al ritorno in patria, sbarcando.



Sicché, panellari girovaghi si dislocavano ( oggi, forse, meno di ieri ) davanti alle scuole, agli uffici, alle chiese, ai cimiteri, alle stazioni, ai musei, ai grandi magazzini; e, la domenica, davanti allo stadio.

Ne ricordo uno che, alla Favorita, vendeva panelle chiamandole "il sapore del gol"..." 

venerdì 26 giugno 2026

LA SICILIA "DEGLI OPPRESSI E DEGLI OPPRESSORI" DI ROBERTO CIUNI


Pupo conservato nel Museo Internazionale delle Marionette
"Antonio Pasqualino" di Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Roberto Ciuni, palermitano, è stato uno dei giornalisti più addentro alle vicende siciliane della seconda metà del Novecento.

Dopo avere iniziato la sua carriera nella redazione de "L'Ora" approdò alla direzione del "Giornale di Sicilia". L'Isola, sempre presente nei suoi articoli, gli fu professionalmente stretta, come dimostrato dalle sue varie esperienze oltre lo Stretto: dal "Corriere della Sera" alla "Nazione", dal "Mattino" sino al ruolo di direttore editoriale delle Grandi Opere della Rizzoli.

Iscritto alla loggia massonica P2 - adesione che pure non gli comportò provvedimenti disciplinari da parte dell'Ordine dei Giornalisti - venne considerato un esperto di mafia, come dimostrati da centinaia di articoli e dal saggio "Mafiosi" pubblicato da Tranchida Editore a Milano nel 1996.

Nella sua prefazione al saggio di Mario Farinella "Diario Siciliano" edito nel 1977 da S.F. Flaccovio a Palermo, Ciuni scrisse un'osservazione ancora attuale su personaggi e vicende che raccontano la controversa storia della Sicilia

"Giorno per giorno la Sicilia ripropone le vecchie contraddizioni. Eroismi e infamità, furore e silenzio, sfruttamento e liberazione convivono rappresentati sulle due facce della nostra storia: la storia degli oppressi e la storia degli oppressori"

lunedì 22 giugno 2026

LA FATICA DELLE DONNE GELESI NEI GIORNI DELL'"ABBACCHIATURA"

Fotografia
Leonard von Matt,
opera citata nel post


"La raccolta delle olive si fa col metodo tradizionale del percuoterne la caduta battendo i rami con una lunga pertica. A prenderne i frutti da terra si impiegano le donne, anche perché il loro salario è ancor oggi bassissimo"

La fotografia di Leonard von Matt è tratta dall'opera di Pietro Griffo "Gela destino di una città greca di Sicilia", edita a Genova nel 1963 da Stringa Editore.

L'immagine ritrae un momento della raccolta delle olive nel gelese con il sistema dell'"abbacchiatura", tramite l'azione dei "cutuliaturi", ovvero degli uomini che avevano il compito di scuotere i rami con una lunga canna.



Alle donne era riservata la fatica mal pagata della raccolta delle olive a terra, spesso conservate in un marsupio creato dal ripiego del grembiule alla cintura.  

domenica 21 giugno 2026

GLI ULTIMI VOLTI DELLA TONNARA DI SANTA PANAGIA

La tonnara di Santa Panagia
in una fotografia scattata a metà degli anni Cinquanta
da Albert t'Serstevens.
L'immagine venne pubblicata nell'opera
"Sicile Sardaigne Iles éoliennes"
da B.Arthaud ( Francia, 1957 )


Ancora a metà degli anni Cinquanta dello scorso secolo, prima del definitivo abbandono degli edifici, Albert t' Serstevens potè fotografare uno degli ultimi gruppi di lavoratori impegnati nel confezionamento del pesce nello stabilimento attivo all'interno della tonnara siracusana di Santa Panagia.

Da decenni, ciò che resta di questa storica tonnara attiva almeno dal 1466 e passata di proprietà nel corso dei secoli fra diverse famiglie - Crescimanno, Villadorada, Nava, ed in ultimo Gargallo - versa in stato di totale degrado.

Il moto ondoso, i crolli ed i continui furti degli elementi costruttivi e delle parti in pietra hanno privato la complessa struttura della sua identità originaria.



Una cinquantina di anni fa, grazie alle segnalazioni di Italia Nostra, si pose il problema della salvaguardia della tonnara, già da qualche anno soffocata dallo skyline delle ciminiere della vicina zona industriale.

Fu così che nel 1980 la Regione espropriò la struttura, dando il via ad una lunga serie di progetti di restauro, contenziosi giudiziari e annunci di finanziamenti - l'ultimo, da 6 milioni di euro, nel 2021 - che hanno però lasciato tuttora irrisolto il suo recupero strutturale.


venerdì 19 giugno 2026

IL MISTERO DELLA GRANDEZZA SU SCALA EGIZIA DELL'ARCHITETTURA DI SELINUNTE

Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Nel suo diario che sarebbe poi diventato il saggio "Viaggio in Sicilia" edito nel 1955 a Milano da Electa Editrice, alla data del 5 giugno del 1953 il critico d'arte Bernard Berenson avrebbe così descritto la spropositata grandezza delle rovine di Selinunte:

"Siamo giunti a Selinunte in tempo per goderla a pieno nella luce del tardo pomeriggio, aggirandoci tra quelle pile di colossali capitelli e di rocchi di colonne che giacciono a terra come se abbattuti dal terremoto.




Selinunte, ancora più di Acragante, tentò il colossale su scala egizia; e però si vorrebbe conoscere con quali mezzi una città posta all'estremo margine del mondo greco trovasse la mano d'opera per così giganteschi edifici. Atene, per costruire i Propilei e il Partenone, poteva spremere con l'imposizione di nuovi tributi i suoi riluttanti alleati; ma qui c'era da ricavar tutto dai campi di grano, dalle olivete e dalle vigne della regione..." 

domenica 14 giugno 2026

L'IRRAZIONALE VITA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI RICHIAMATI DALLA VOCE DELL'ETNA

Terrazzamenti sulle pendici dell'Etna.
Fotografia tratta dall'opera
"Il Sud e le Isole"
a cura di Eugenio Turri
edita da Banca Popolare di Novara nel 1983


Il territorio dell'Etna è una delle tante Sicilie presenti in Sicilia

Il vulcano e le sue pendici contribuiscono con l'eccezionalità del loro paesaggio a rendere non impropria la definizione di "Continente" spesso attribuita a quella che, sia pure per soli 3416 metri - tanto dista la Sicilia dalla Calabria - rimane semplicemente un'isola mediterranea. 

In tanti - viaggiatori, saggisti e scrittori - hanno scritto dell'Etna: del suo carattere fisico e di quello dei suoi abitanti, abituati da sempre a coesistere con la sua energia vulcanica, capace di plasmare il paesaggio e la quotidianità stessa di chi vi trascorra la vita. 

Roberta Scorranese, giornalista e saggista di arte e temi culturali, ha descritto così questo ambiente nel settembre del 2013 sulle pagine del "Corriere della Sera":

"C'è qualcosa di profondamente irrazionale in questa collina, che, poco alla volta, ha rinunciato al suo verde e si è rilasciata rivestire di spessa lava nera rappresa; o negli sparuti greggi di pecore che hanno imparato a mangiare le spine dell'astragalo, fiore d'altura vulcanica; c'è qualcosa di irrazionale negli uomini e nelle donne che abitano le pendici, usi a convivere con "la voce" del vulcano, quel brontolio cupo e lontanissimo, simile al lamento di un vecchio parente da tempo recluso nella sua stanza...

Ma i resti di vita travolta che punteggiano qua e là la montagna dell'Etna non hanno l'aspetto severo dei moniti: sono piuttosto parte del paesaggio, l'estensione naturale di un ecosistema che muta al mutare del vulcano, che cresce con le sue vite, che si rinnova dopo ogni eruzione..."

domenica 31 maggio 2026

LA MATTANZA A FAVIGNANA DI ALIGI SASSU

 





L'UFFICIALE GARIBALDINO CHE SCOPRI' LA SPIAGGIA E IL MARE DI MENFI

La spiaggia di Porto Palo a Menfi.
Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Apprendiamo dallo storico menfitano Santi Bivona ( in "Porto Palo-Pintia", Noto, 1920 ) che nella seconda metà dell'Ottocento Francesco Mangiaracina, già ufficiale garibaldino ed esperto di questioni militari, fu uno degli "scopritori" della fruizione balneare della spiaggia di Menfi

Citando lo studio di BivonaGiocchino Mistretta in "La Marina di Menfi. L'ambiente naturale, lo sviluppo storico e le attività economiche" ( Menfi, 1997 ), ha quindi scritto che sulla scia del colonnello molti menfitani scelsero la loro cittadina "per soggiornarvi durante il periodo estivo, edificando nuove case o prendendo in affitto le modeste case dei pescatori".

Sorsero così a Menfi i primi stabilimenti balneari, dapprima su palafitte e poi lungo una ristretta porzione degli undici chilometri di spiaggia che quest'anno ha ricevuto la trentesima "Bandiera Blu" della sua storia.

"L'estate 1962 - ha scritto ancora Mistretta - segna il boom turistico di Porto Palo: vi concorrono il generale incremento dei livelli di reddito e la conseguente crescita della domanda dei servizi, il fervore individuale e la propensione più diffusa stimolata dai mezzi di informazione, ad una diversa qualità della vita, la più definita configurazione del borgo come bacino d'affluenza dell'intera zona sia con un regolare giornaliero collegamento con i centri vicini.

Nello stesso tempo, una singolare coincidenza, la presenza a S.Margherita Belice di una troupe diretta da Marcello Andrei, per le riprese del film "La smania addosso", fa momentaneamente di Porto Palo una spiaggia frequentata da molti noti attori cinematografici, conferendole un'animazione e un fermento nuovo e proficuo..."


PANNI STESI E RICAMI: IL TESORO DELLA KALSA IN UNA PAGINA DI T'SERSTEVENS

Strada della Kalsa.
Opera citata nel post


Arrivato a Palermo in via Alloro per visitare la collezione della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis - "un luogo non ingombro di dipinti e di sculture, come tanti altri oggi, da Parigi a Firenze e a Londra, ma arricchito da opere scelte con discernimento e presentate in maniera impeccabile" - lo scrittore e viaggiatore franco-belga Albert t'Serstevens si ritrovò a stretto contatto con la vita popolare della Kalsa della seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento.

Fu in particolare colpito dall'attivismo delle donne del quartiere - in tempi remoti residenza dell'aristocrazia musulmana - che all'epoca della sua visita, in maniera non troppo dissimile ai nostri giorni, gli si presentò come "un agglomerato di case scure e fatiscenti, attraversato da vicoli stretti, tortuosi e bui, brulicanti di bambini e di mosche..."

"Uno di questi spazi all'aperto, nei pressi dello Spasimo - avrebbe scritto t'Serstevens nel saggio "Sicile, Sardaigne, Iles éoliennes" edito nel 1957 da Arthaud - fu adibito dalle lavandaie del quartiere per lavare ed asciugare la biancheria.

Occuparono lo spazio con tutta la loro attrezzatura: tinozze, bacinelle e bacini in legno, assi da stiro; tesero fili davanti agli edifici sostenuti da pali di bambù.



Fecero oscillare lunghe funi attraverso la piazza, dalle quali pendevano ampi teli di biancheria: lenzuola, tende, tovaglie; cosi che le case sembrano addobbate per l'ingresso festoso di un principe, e la piazza stessa dà l'impressione di essere un immenso albero maestro carico di vele che si gonfiano al vento.

Il caso, durante la nostra passeggiata, ci ha portati in un vicolo leggermente meno squallido degli altri, dove, davanti ad ogni casa, si radunavano gruppi di ragazze, sedute su sgabelli o sedie di paglia.

Sono intente a lavorare al telaio o con l'ago, realizzando quei raffinati lavori che qui si chiamano "ricami". E' una specialità palermitana, come il merletto a Bruges e a Venezia..."


lunedì 25 maggio 2026

L'ARCIGNO CASTELLO DI CEFALA' DIANA: UNA STORIA DI ASSEDI, ABBANDONO E PRESUNTI MIRACOLI

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Le prime notizie che riguardano il castello di Cefalà Diana, i cui ruderi si innalzano su una rocca di 657 metri che domina un vastissimo paesaggio agricolo, risalgono al 1349: raccontano di un assedio subìto da un centinaio di balestrieri ed armigeri legati a Manfredi Chiaramonte contro un presidio militare catalano.

Sembra che l'abbandono della fortezza risalga all'Ottocento, quando diventò rifugio di contadini e pastori. Di certo, nel "Vocabolario Geografico-Storico Statistico dell'Italia" pubblicato nel 1873 a Bologna da Salvatore Muzzi, alla voce "Cefalà Diana", si legge:

"L'antico castello vi è in rovina, le moderne fabbriche sono meschine"

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Caduto nell'oblio, questo esempio di trecentesca architettura militare finì al centro delle attenzioni il 16 maggio del 1967 per la notizia dell'apparizione a tre bambini della Madonna in una finestrella superiore della torre: un fenomeno che fece parlare di una "nuova Fatima" ( le due fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte da un articolo pubblicato dalla rivista "Domenica del Corriere" il 20 giugno del 1967 ) richiamando sul posto migliaia di persone dalle province di Palermo, Agrigento e Trapani




Restaurato a partire dal 1995, il castello di Cefalà Diana mostra una imponente torre quadrangolare alta 15 metri ed un arco di conci squadrati nella muratura.

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il suo aspetto sottolinea la funzione rigidamente militare, con pochissime concessioni ad elementi architettonici con pretese d'arte: una valutazione così espressa da Ferdinando Maurici nel 2020 nel saggio "Castelli medievali in Sicilia da Carlo D'Angiò al Trecento", edito a Palermo dall'Agenzia di Sviluppo della Sicilia Occidentale:

"Rudezza militare ovunque. Anche negli ambienti di servizio, appoggiati sul muro di cinta ovest; anche nel cortile, costituito dalla roccia di sedime in forte inclinazione, sbancata e resa orizzontale solo in un punto limitato.

Il castello di Cefalà, rude, essenziale, arcigno, con i suoi occhi che guardano in ogni direzione dell'antica baronia, è un vero monumento al sospetto ed all'incertezza, se non direttamente alla guerra..."