| Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia © |
ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
| Il centro storico di Modica. Fotografia di Ezio Quiresi tratta dall'opera "Sicilia" della collana "Attraverso l'Italia" pubblicata dal Touring Club Italiano ( Milano, 1961 ) |
In una Sicilia che nel 1956 era ancora in gran parte legata a modelli di vita ottocenteschi, nella nobilissima città di Modica il burro veniva ancora montato a mano negli ovili, l'aratro veniva intagliato con l'ascia e nell'ospedale funzionavano le botti di Tommaso Campailla utilizzate dal 1698 per curare la sifilide con il fumo di cinabro.
Questa ed altre indicazioni sulla vita quotidiana nella Modica di settant'anni fa sono contenute in un articolo del giornalista e scrittore netino Corrado Sofia - "un modello di giornalismo culturale", ha scritto di lui Corrado Stajano - pubblicato nell'ottobre del 1956 dalla rivista "Sicilia" edita dall'assessorato regionale al Turismo.
Ricco di notazioni di costume e di curiose notizie storiche su luoghi e personaggi modicani, quello scritto di Sofia contiene una sorprendente analogia fra l'urbanistica barocca della città ragusana e quella della metropoli di New York:
"Se vi fermate a guardare Modica o Ragusa dalle ultime ringhiere, da dove si offrono alla vista panorami rinfrescanti, che altro potrebbero sembrare una di queste città, con la simmetria delle sue case, un piccolo cubo sull'altro, e quell'andirivieni di piccoli uomini nelle straducce e nei vicoli?
Specie a Modica, l'andirivieni è talmente vivo da una porta all'altra, il contatto così continuo, che la strada finisce con l'unire più che dividere. Tra una panoramica di New York e una veduta di Modica salta agli occhi una distanza di secoli, ma la città è basata sullo stesso principio, la luce, dicono, sia la stessa, della medesima doratura.
Soltanto alla città alveare gli americani sono arrivati con ascensori e ferrovie sopraelevate e un'infinità di conforti e di comodi che stentano a penetrare da noi: la cucina elettrica, il rasoio elettrico, il frigorifero, il tostapane, la televisione.
Qui siamo ancora alle segnalazioni ottiche dai balconi. L'ultimo discendente dei baroni Tasca trascorre intere giornate sul terrazzo della casa patrizia ad esercitarsi come Archimede con lo specchio ustorio lanciando raggi luminosi nelle camere delle peripatetiche o delle modiste venute dal Nord o negli uffici del sindacato agricoltori..."
| Mulino a vento trapanese. Fotografia accredita "Assessorato al Turismo Teresi" e pubblicata nel settembre del 1955 dalla rivista "Sicilia" edita dall'Assessorato Regionale al Turismo |
Fu durante un viaggio in Portogallo nel settembre del 1966, a Coimbra, che lo storico dell'arte Cesare Brandi fu attratto dalla visione di numerosi mulini a vento all'epoca perfettamente funzionanti e utilizzati per macinare il grano.
Il suo pensiero andò allora allo stato di abbandono dei mulini a vento di Trapani, costruiti a partire dal secolo XVIII per sfruttare l'energia dei venti nelle operazioni di passaggio dell'acqua salmastra da una vasca all'altra e per azionare il movimento delle ruote di pietre che polverizzano il sale marino:
"C'erano quelli delle saline di Trapani, che erano una meraviglia, così piccoletti, tascabili quasi. A vederli da Erice sembravano girandole da bambini e davano un senso di gioco e di fiera paesana ai lucidi e torbidi specchi d'acqua in cui il sale cominciava a cristallizzare... "
Alcuni mulini a vento di Trapani furono restaurati a partire dal 1983 su iniziativa dell'Ente Provinciale del Turismo. La loro funzione, ricca di significati storico-culturali, è stata così riassunta da Valeria Patrizia Li Vigni nel catalogo "Le vie del mare-The ways of the sea", pubblicato dalla Regione Siciliana nel 2008 in occasione della Mostra itinerante del Mediterraneo, evento allora coordinato dal Museo Regionale di Storia Naturale e mostra permanente del carretto siciliano di Terrasini:
"I primi mulini erano di tipo olandese a stella e venivano orientati manualmente in direzione del vento; a questi seguirono i mulini di tipo americano forniti di un timone che autonomamente orientava le pale in direzione del vento. Il mulino è l'elemento centrale della salina, l'impianto di sollevamento resiste nel tempo mentre il resto si è meccanizzato.
Mulini a a vento e coclea ( la vite di Archimede interna al mulino, necessaria per il sollevamento dell'acqua, N.d.R. ) resistono perché la tecnica costruttiva li rende resistenti agli agenti esterni, resistono grazie agli artigiani locali che intervengono con tecniche tradizionali per la manutenzione ordinaria, resistono perché si è salvaguardato il patrimonio immateriale che permane nelle tecniche lavorative, patrimonio orale a rischio di dispersione e pertanto oggetto di tutela..."
| La statua di Carlo V a Palermo. Fotografia di Mario Pecoraino tratta dall'opera "Gli scultori del Cassaro" edita nel 1971 da Edizioni IN.GRA.NA Palermo |
Si deve allo scultore messinese di Tusa Scipione Li Volsi la statua in bronzo di Carlo V, posta a Palermo in piazza Bologni. Commissionata dal Senato di Palermo, fu innalzata nel 1630 per ricordare l'ingresso trionfale del sovrano spagnolo in città il 15 settembre del 1535.
Nel corso dei secoli, sul valore artistico di questa statua i giudizi sono stati discordi. Secondo il Marchese di Villabianca, "è molto nobile per la sua proporzione e disegno", opinione rafforzata da Gemma Salvo Barcellona, per la quale l' equilibrio dei suoi volumi "ricorda in maniera pregnante la statua del Marco Aurelio del Campidoglio".
Più sottile e dissacrante l'analisi invece del critico d'arte Enzo Bilardello, così come si legge in un suo articolo pubblicato nel 1992 sulle pagine del "Corriere della Sera":
"Carlo V è stato forse il sovrano più potente della storia. Ebbene, ci volevano gli artisti per demitizzarlo, sia pure inavvertitamente. Già a Palermo ricordo una sua statua che fa pensare ad Ovidio in esilio, tale è il patetismo che ispira..."
| Pescatori a Favignana. Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Il neologismo è recente, ma descrive perfettamente ciò che sta accadendo in molte località - soprattutto quelle costiere e delle isole minori meta di vacanze - della Sicilia: turistificazione.
Il fenomeno in corso da anni in questi luoghi è quello della trasformazione delle attività umane in funzione dello sfruttamento del turismo come principale e quasi unica fonte di reddito: una scelta di sviluppo dettata a volte dalla crisi della pesca o dell'agricoltura, ma che finisce con il penalizzare la tutela dell'ambiente, la vivibilità, il costo della vita e i "mestieri" di quel territorio.
Così, i pescatori, gli agricoltori, gli artigiani, i manovali ed altri lavoratori cresciuti nel solco della storia e delle tradizioni locali si trasformano in gestori di alberghi, b&b, ristoranti, pub, negozi di souvenir o in noleggiatori di scooter o biciclette.
Chi abbia conosciuto e frequentato sino a qualche decennio fa località come Cefalù, San Vito Lo Capo o Favignana non può non notare gli effetti di questa turistificazione, al punto da decidere di non mettervi più piede se non quando l'industria del turismo vive il suo periodo di stanca invernale.
Già nel 2009, Ignazio E. Buttitta ( "Festa e lavoro nella Sicilia del mare", Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo ) aveva segnalato l'avvio di questo processo:
"... A differenza di altre regioni italiane bagnate dal mare ma economicamente rivolte all'interno del territorio, la Sicilia ha visto nascere e/o svilupparsi numerose comunità in funzione dello sfruttamento delle risorse ittiche e delle vie marittime.
Tra tutte basti ricordare Mazara del Vallo, Favignana, San Vito Lo Capo, Sciacca, Porto Empedocle, Licata, Augusta, Porticello, Porto Palo. Comunità che ormai da qualche decennio, non senza difficoltà, cercano di riconvertirsi in poli turistici di massa ( più raramente d'élite ) per supplire alla crisi della pesca e ampliare le fonti di reddito..."
| Il tempio di Segesta. Fotografia di Nino Teresi, tratta dalla rivista "Sicilia", opera citata nel post |
Fra i tanti viaggiatori inglesi assai noti nel loro Paese che hanno visitato la Sicilia nel Novecento figura l'attore, scrittore e sceneggiatore della BBC Val Gielgud. Londinese, per conto dell'ente radiotelevisivo pubblico del Regno Unito fu il direttore di produzione dell'adattamento per la televisione del dramma di Luigi Pirandello "L'uomo dal fiore in bocca": la trasmissione andò in onda il 14 marzo del 1930, ed è accredita come la prima produzione televisiva trasmessa dalla BBC nel corso della sua celebrata storia.
Trent'anni dopo, Val Gielgud fu autore di un "noir" intitolato "To bed at noon" ( "A letto a mezzogiorno" ), ambientato in una pensione della Sicilia - un luogo in cui uno degli ospiti avrà a che fare con lo strano comportamento dei proprietari - e che l'autore collocò in un immaginario paese chiamato Porto Basso.
L'interesse di questo personaggio della cultura inglese per la Sicilia sarebbe nato nel 1920, quando sbarcò per la prima volta a Palermo in compagnia di un collega universitario di Oxford: un'informazione riferita dallo stesso Gielgud in un articolo da lui pubblicato nel settembre del 1965 dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato al Turismo della Regione Siciliana.
Il racconto - intitolato "Moment of Truth" ( "Momento della Verità" ) - riferì di un'escursione compiuta durante quel passato viaggio a Segesta insieme al suo accompagnatore e ad un maggiore dell'artiglieria danese in pensione incontrato in un albergo palermitano.
"Tutto quello che sapevo di Segesta - scrisse allora Val Gielgud - si riduceva a qualche vago riferimento contenuto nella descrizione di una delle invasioni cartaginesi. Ricordo che era una giornata torrida, con un cielo d'un azzurro bruciante. Ci siamo andati, naturalmente, in auto, e il nostro autista possedeva tutte le tipiche, accattivanti qualità dei suoi connazionali: l'amore per la velocità fine a se stessa, un coraggio assoluto, una cordialità estrema e una vena loquace, di cui però gran parte sfuggiva inevitabilmente a viaggiatori per lo più ignari della sua lingua.
Diventammo piuttosto nervosi, piuttosto a disagio e terribilmente accaldati.
Finalmente, e apparentemente in mezzo al nulla, l'auto si fermò. Ci trovavamo in una conca poco profonda fiancheggiata da grandi colline rosse, e un pò più in basso serpeggiava un piccolo ruscello. Un gruppo di muli era legato a bordo strada e noi ci issammo con cautela sulle loro schiene pazienti. Così in sella, guadammo il torrente e proseguimmo lungo un sentiero pietroso che curvava molto dolcemente verso l'alto e verso destra, aggirando il fianco della collina più vicina.
Raggiungemmo la cima del crinale e tirammo le redini: ed eccolo lì. il tempio di Segesta, nella perfetta solitudine della sua collocazione, forse a un quarto di miglia di distanza. A precederlo, come un ghiacciaio, una distesa di erba riarsa. Alle sue spalle, lo sfondo di grandi colline interrotto da un varco attraverso il quale, come un immane scudo, il mare scintillava al sole.
Nessun uccello cantava, nessun fumo oscurava il cielo. A parte il lieve, sporadico tintinnio delle briglie dei muli, il silenzio era assoluto. E in quel momento seppi con certezza - come mai avevo saputo sotto le guglie di Oxford, e come avrei saputo di nuovo, ma con minore certezza, vedendo le aquile di Zeus volteggiare contro la rupe di Delfi - il significato dell'idea greca, i valori della purezza classica. Fu da quel momento che iniziai a considerare la Sicilia come il crocevia della civiltà europea, così come la Gran Bretagna è il crocevia del commercio mondiale.
Grazie alla sua posizione geografica unica, e al prezzo di innumerevoli vite, la Sicilia ha attinto dalla Grecia e da Roma, ha assimilato tanto i Normanni quanto i Saraceni e ha sviluppato i punti di forza e il fascino tipici delle terre i cui abitanti godono del vantaggio di un sangue misto..."
| Il Castelluccio di Gela in una fotografia di Leonard Von Matt, tratta dall'opera di Pietro Griffo "Gela destino di una città greca di Sicilia", edita da Stringa Editore di Genova nel 1963 |
"Per la sua posizione, per il sobrio profilo che si staglia fra il cielo e la piana di Gela, per la sua struttura architettura di inconfondibile matrice medievale. può benissimo essere incastonato fra i piccoli grandi tesori siciliani. Queste condizioni possono essere ancora mantenute se la mano e il cuore degli uomini non rimarranno insensibili a quello che il tempo ha voluto, nel bene e nel male, preservare.
Una cosa è certa: l'inesorabilità del tempo e il Castelluccio sono ormai alle strette; ed a nulla varranno le migliaia di depliant turistici per preservarlo dal crollo delle ultime mura. Oggi fra le sue torri smerlate e fra le feritoie a forma arciera, nidificano gazze e cornacchie, fra pungenti aromi di erbe selvatiche..."
Così - in un reportage pubblicato il 17 giugno del 1987 sul quotidiano "La Sicilia" - il giornalista, poeta e promotore della cultura siciliana empedoclino Federico Hoefer denunciò lo stato di abbandono del Castelluccio di Gela: un singolare e poco noto esempio di architettura medievale dell'Isola, a una decina di chilometri dalla cittadina nissena e che ancor oggi non sembra poter cambiare il suo destino di disfacimento.
"Le due torri quadrate poste ai lati del corpo principale guardano ad Est e ad Ovest; le strutture interne centrali, sorrette da archi che dovevano servire per la guarnigione - questa la descrizione fatta all'epoca da Federico Hoefer - conferiscono al maniero possanza. La luce naturale, sia quella solare, sia quella romantica lunare, equamente distribuita fra la costa eschilea e quella dell'ex piana a tavoliere bianco di cotone, vi gioca un ruolo di chiaroscuri di incomparabile suggestività. Nelle fondamenta pare che fosse ricavata una capiente cisterna per l'acqua..."
Hoefer aggiunse una suggestiva ipotesi sull'originaria struttura del Castelluccio riferita dallo studioso locale Giancarlo Fastame, secondo cui l'edificio sarebbe stato munito di una galleria sotterranea di collegamento alla città di Gela, sino agli ex-Granai di Palazzo Ducale: una circostanza a quanto pare mai verificata, ma che in passato ha alimentato le leggende che accompagnano la storia di questo monumento.
Il nome Castelluccio compare già in un atto di donazione del 1143, quindi in epoca normanna; ma ciò che si osserva delle attuali strutture sembra risalire al XIII secolo. Fra i primi proprietari, vi sarebbero stati Anselmo di Modica e i suoi discendenti; il figlio Perollo, militare di Caltagirone, nel 1346 ne ebbe confermato il possesso da Federico III d'Aragona. Sotto il re Martino, il Castelluccio passò al nobile Ruggero Impanella e, nel 1422, a Simone de Corella, coppiere reale; quindi, l'edificio sarebbe passato al patrimonio degli Aragona di Terranova e quindi dei Pignatelli: passaggi di proprietà accompagnati da interventi di ristrutturazione, incendi e, forse, da un rovinoso terremoto, nel novembre del 1542. Dopo questi eventi, il Castelluccio sarebbe stato definitivamente abbandonato, alimentando il consueto proliferare di racconti e dicerie sulla presenza di spiriti, fantasmi e streghe che, promettendo la scoperta di tesori, ucciderebbero gli incauti ricercatori.
Ben più reale è la storia di abbandono e rovina del Castelluccio raccontata negli ultimi decenni, allorché si tentò di porre rimedio ad un dissesto aggravato dai danni arrecati dalle operazioni belliche che nel luglio del 1943 videro il territorio di Gela - e la stessa area dello storico edificio - al centro dell'"operazione Husky".
Passato sotto la proprietà dell'assessorato regionale al Turismo della Regione Siciliana, nel 1987 fu stanziato un finanziamento da 500 milioni di lire per il suo restauro. I lavori - che compresero anche una campagna di scavi diretti dalla Sovrintendenza di Caltanissetta - si conclusero nel 1993; nel 2004 il Castelluccio fu dotato di un impianto di illuminazione notturna che avrebbe dovuto valorizzare il suo elegante profilo sulla collina di gesso di contrada Spadaro. Ma l'assenza di un reale progetto di tutela di questo monumento - causata, pare, anche dalla indisponibilità di custodi - ne ha decretato un nuovo abbandono, accompagnato da vandalismi e furti del materiale elettrico e delle suppellettili che avrebbero dovuto promuovere l'accoglienza dei visitatori.
Alla luce dell'attuale sorte assegnata a questo dimenticato e maltrattato esempio di architettura trecentesca dell'Isola, non si può che rileggere con amarezza quanto ancora scrisse quasi quarant'anni fa Federico Hoefer:
"C'è da osservare che per la sua posizione, per il sobrio profilo che si staglia fra cielo e piana gelese, per la sua struttura architettonica di inconfondibile matrice medievale, il Castelluzzo può benissimo essere incastonato fra i piccoli grandi tesori siciliani..."
| Saccensi riuniti ai tavolini di un bar. Fotografia di Albert t'Serstevens, opera citata nel post |
Nel suo viaggio in Sicilia raccontato nell'opera "Sicile, Sardaigne, Iles éoliennes, Itinéraires italiens" ( B. Arthaud, France, 1957 ) Albert t'Serstevens capitò a Sciacca. Qui, in piazza Scandaliato - luogo di passeggio e di ozio dei saccensi - scoprì un gruppo di loro tenacemente seduti ai tavolini dei bar, senza che consumassero alcunché. L'incontro fu documentato da uno scatto fotografico dello stesso t'Serstevens, che lasciò testimonianza dell'esperienza con queste osservazioni:
"La fitta ombra dei platani e delle magnolie, che in parte in popolano questa piazza, offre un rifugio per una vita cittadina all'insegna della tranquillità; una sorta di occupazione, se così si può dire, per una buona maggioranza dei siciliani, anche se sono titolari e beneficiari di un impiego.
Prediligono in particolare i tavolini all'aperto sistemati sotto le fronde dei caffè di quartiere, dove trascorrono lunghe ore seduti senza che vi sia traccia di alcuna consumazione. E' un privilegio degli habitué italiani poter occupare i tavoli di un bistrot senza consumare nulla, a patto, ovviamente, che si facciano servire un espresso o una birra, una o due volte la settimana.
Ci è capitato spesso di non poterci sedere a un tavolino all'aperto perché tutti i posti erano occupati da quei clienti inattivi, a meno che non fossero loro stessi a cederci gentilmente le loro postazioni o non intervenisse il gestore, invitandoli cortesemente a farlo.
In quella piazza di Sciacca sono riuscito a immortalare, con il mio furtivo obiettivo, un gruppo di quegli abituali clienti: erano lì da più di un'ora senza che il cameriere si fosse nemmeno fatto vivo.
Questa immagine realizza il caffè sognato da Alphonse Allais ( scrittore e umorista francese, n.d.r ), credo: un luogo dove ci si possa sedere senza ordinare nulla, dato che in fondo non ci accomodiamo ai tavolini all'aperto per bere, ma per guardare passare gli altri..."
| Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Seduti sulle sedie in vimini in una delle sale dello storico Circolo Unione, quattro uomini ultra sessantenni discutono con toni pacati, ricordando storie e personaggi di Mistretta: il loro paese. Uno è un alto dirigente dell'INPS, un altro un ex presidente di tribunale, gli altri due liberi professionisti ben affermati. Tutti - ci informa un socio del Circolo - lavorano e vivono da decenni lontano da Mistretta, "in grandi città italiane". Tornano ogni estate dove sono nati e sono cresciuti, per ritrovarsi insieme e per godersi il fresco: un beneficio oggi prezioso, regalato da un paese arrampicato su una collina che riceve i flussi di aria temperata che si incanalano su un corridoio terrestre che va dalla costa del mar Tirreno sino ai vicini boschi dei Nebrodi.
Sino a qualche decennio fa, Mistretta era uno dei più importanti centri della provincia di Messina, potendo vantare un tribunale ed altri uffici amministrativi. Oggi, la popolazione non supera le 5.000 persone e si contano migliaia di abitazioni disabitate. Il Comune sta tentato di dotare il paese di un nuovo istituto penitenziario: un'opera che, nella aspettative dei mistrettesi, potrebbe rilanciare l'economia locale, mitigando lo stillicidio degli abbandoni di un centro abitato che pure vanta scorci edilizi di pregio e due ben curate ville pubbliche.
"Il dinamismo del mondo moderno - scrisse già nel 1961 Marcello Pacini nell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico de Agostini - si ripercuote qui, dunque, sotto l'aspetto doloroso della peregrinazione, della fuga. L'intimità di pensieri che le foreste dei Nebrodi sembrerebbero suggerire diviene allora prerogativa soltanto del turista che vi giunge da lontano e può lasciar vagabondare lo sguardo sulle verdi vallate o verso il mare mosso dalla visione delle Eolie. Per chi vi è nato lo spazio immenso delle montagne è una prigione, una dannazione..."
"Da una settimana si combatte all'ultimo sangue sul territorio della Sicilia contro l'invasione nemica. L'isola mediterranea assume un'importanza capitale e forse decisiva nei confronti delle sorti del conflitto. Dietro il fronte dell'Asse, il popolo siciliano cacciato dalle sue case dalla furia dei bombardamenti, è il vero protagonista della tragedia che si compie sulla antichissima terra. Sulle porte dell'Europa preme la massa degli eserciti anglosassoni, sale per i monti Iblei..."
Così il settimanale "Tempo" edito da Mondadori il 22 luglio del 1943 diede conto dello sbarco delle forze alleate in Sicilia in quella che prese il nome di "Operazione Husky". Alla data di pubblicazione della rivista, le truppe americane avevano appena occupato Enna; quelle canadesi erano invece riuscite a mettere piede ad Assoro e Leonforte, ingaggiando per giorni in quel territorio una durissima battaglia con i soldati tedeschi ed italiani.
Quel numero di "Tempo" stampato in coincidenza con l'inizio della liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo, dedicò allo sbarco alleato nell'Isola una copertina intitolata "Gente di Sicilia": vi si scopre il volto dall'espressione intensa di una giovane donna, mentre nelle pagine interne trovò spazio la fotografia di un contadino in posa con due ragazzini ed un bambino.
| Le dune di Isola delle Femmine. Fotografia di Federico Patellani, opera citata nel post |
E' difficile ricostruire le trasformazioni subite negli ultimi decenni dall'ambiente in Sicilia, a causa di una incontrollata antropizzazione che ha coinvolto soprattutto le aree costiere dell'Isola. Un esempio di questo stravolgimento del territorio è offerto da una fotografia pubblicata il 15 luglio del 1958 dal settimanale "Tempo": l'immagine restituisce il volto originario della costa palermitana di Isola delle Femmine, all'epoca orlata da una distesa di dune di sabbia finissima.
"Infinite zone promettono di diventare località balneari meravigliose - si legge nella didascalia che illustra la fotografia di Federico Patellani - e, tra queste, la lunga spiaggia ( dodici chilometri ) che prende nome dalla piccola Isola delle Femmine..."
Negli anni successivi, le dune di Isola delle Femmine sarebbero state cancellate da un'intensa attività edilizia che ne ha oggi ridotto l'estensione a poche decine di metri di semplice spiaggia: una perdita di identità ambientale che alla fine degli anni Sessanta sarebbe stata aggravata anche dalla costruzione delle corsie dell'autostrada Palermo-Trapani e dalla impunita proliferazione di una edilizia residenziale abusiva.
| Venditori di pesce a Lampedusa. Fotografie di Gianni Roghi tratte dalla rivista "L'Illustrazione Italiana" del dicembre 1954 |
Nel suo accurato e prezioso saggio intitolato "Lampedusa. Una storia mediterranea", edito a Roma da Carocci nel 2023, l'antropologo e direttore di ricerca emerito all'Università di Aix-Marsiglia, Dionigi Albera, ha raccontato la storia passata e contemporanea di Lampedusa: un lavoro di documentazione d'archivio che si è avvalso anche di più soggiorni nell'isola, con la raccolta di testimonianze orali sulle vicende locali degli ultimi decenni.
La ricerca di Albera - un viaggio che parte dal naufragio delle otto galee al servizio di Carlo V nel 1551 sorprese da una tempesta a poca distanza dalle falesie di Lampedusa, per arrivare a quelli, spesso non documentati, delle imbarcazioni dei migranti - accenna anche alla prima visita di un ministro italiano, evento destinato a cambiare il destino dell'isola:
"Era la prima volta che un membro del governo veniva a Lampedusa - ha scritto Albera - dalla nascita dello Stato italiano un secolo prima".
Toccò al ministro dell'Interno Taviani interrompere quell'assenza durata 106 anni.
L'episodio ricordato da Albera rimanda alla data del 24 maggio del 1966, quando Taviani visitò Linosa e Lampedusa dopo un viaggio a bordo della unità della Marina Militare "Proteo" partita da Catania. In quell'occasione, si pose la prima pietra per la riattivazione per usi civili della pista del vecchio aeroporto militare di Lampedusa, avvenuta nel 1968. Sino ad allora, il collegamento dell'isola con Porto Empedocle era stato affidato ai vecchi piroscafi "Mazara" ed "Egadi", costretti a percorrere le 113 miglia di mare in almeno 14 ore.
Dopo avere ricevuto una medaglia d'oro e la cittadinanza onoraria di Lampedusa, Taviani lasciò le Pelagie prospettando così il futuro dell'isola:
"Oggi vi dico che il vostro avvenire sarà il turismo: la seconda industria italiana arriverà anche qui, e molto presto"
"Dopo l'istituzione del collegamento aereo, ( ... ) - ha sottolineato nel suo saggio Dionigi Albera - i visitatori si fanno numerosi, alla ricerca del mare perfetto e di un territorio ancora vergine. Si tratta soprattutto di un turismo d'élite: appassionati di immersioni, benestanti, artisti. L'accoglienza è ancora spesso improvvisata, ma è chiaro che il vento sta girando. Una figura emblematica è quella del vecchio pescatore che, per due mesi, accompagna i vacanzieri a circumnavigare l'isola con la sua barca, stupito dal fatto che lo paghino così tanto per fotografare la costa, le insenature e le grotte a partire dal mare. I suoi figli, invece, si sentono già più a loro agio: hanno lanciato una produzione di magliette che i visitatori estivi apprezzano, con un marchio raffigurante una cernia trafitta dal tridente di un subacqueo. Ormai Lampedusa sembra pronta per il turismo di massa ( ... )
L'economia locale è stata stravolta. L'agricoltura è quasi scomparsa, la pesca è diventata un'attività residuale. La maggior parte degli abitanti lavora oggi nel settore del turismo. Il paesaggio è stato deturpato da un'attività edilizia frenetica, senza alcuna regola ( ... )
Purtroppo, questo è il destino di molte altre isole del Mediterraneo..."
| Paesaggio di Siracusa. Foto Ernesto Oliva-Reportage Sicilia© |
"Il criterio della pluralità di Siracusa resta l'unico valido, per chi voglia conoscerci e comprenderci"
Nel luglio del 1960 lo scrittore e giornalista livornese Carlo Laurenzi riferì sul "Corriere della Sera" questa chiave di lettura suggeritagli allora da "innumerevoli professori" locali per comprendere le diverse identità siracusane.
"I miei dotti interlocutori - spiegò Laurenzi - parlano di una "piccola Siracusa" e di una "grande Siracusa", secondo una semantica eterogenea... Fanno parte della piccola Siracusa: il porto, gli artigiani, gli sfaccendati, i mercanti, la città vecchia con esclusione dei musei, il clan degli sportivi, i politici; qualche professore allude a questa Siracusa come alla Siracusa "alessandrina".
L'altra, la grande, sarebbe piuttosto la Siracusa "greca": include le gallerie d'arte, il teatro antico, le iniziative che sorgono a proposito del teatro antico, le nuove industrie, il turismo ad alto livello, le zone monumentali...
Parlano altresì di una "Siracusa impropria" che è la più difficile a definire: può rappresentarla, per esempio, il santuario così detto Madonna delle lacrime, ritenuto luogo di prodigi. Tale culto ha luogo in una sorta di hangar con tettoia, e la circostanza è piuttosto bizzarra, se si considera il gran numero di chiese abbandonate ( degnissime, amplissime ) nel centro di Siracusa, in questo simile a Lucca..."
| Un bisuolo a Panarea. Fotografie di Piero Di Blasi, opera citata nel post |
"I bisuoli sono una strana invenzione. Sono come dei muretti bassi su cui sedersi o sdraiarsi, freschi quando fa caldo, che seguono il perimetro di un terrazzo o di un luogo esterno alla casa.
Ingentiliti sovente da piastrelle eoliane coloratissime, invitano al convivio, o più semplicemente al riposo. Gli angoli smussati e tondeggianti permettono di appoggiare la testa nella parte ricurva, bombata.
Un bisuolo libero, un bicchiere di bianco da frigorifero, un libro e un pò di musica leggerissima, lontana ma vicina, sono meglio di un'ora di abbracci con la persona che ami.
Non per altro: ma un bisuolo che si rispetti è rigorosamente a una piazza..."
Così lo scrittore e autore teatrale e televisivo Michele Mozzati nel romanzo ambientato a Stromboli "Acqua fuoco trottola" ( Baldini+Castoldi, Milano, 2025 ) ha spiegato la funzione ed il migliore utilizzo possibile del bisuolo, uno degli storici elementi dell'architettura domestica delle isole Eolie.
Molti decenni prima, una delle prime descrizioni giornalistiche di questa particolare seduta trovò spazio in un "fotoreportage" pubblicato nel maggio del 1956 dalla rivista mensile del Touring Club Italiano "Le Vie d'Italia".
L'autore degli scatti realizzati a Panarea fu il fotografo Piero Di Blasi, di recente ricordato dal figlio Carlo come "un grande Papà che tanto si spese in battaglie civili e ambientali in tempi non sospetti sia sull'isola che in generale a Milano ed in Italia".
| Vendita di abbigliamento usato a Palma di Montechiaro. Fotografia di Albert t' Serstevens, opera citata nel post |
Nell'aprile del 1960 un convegno organizzato dal sociologo Danilo Dolci fece scoprire all'Italia in piena ascesa da boom economico la disperata povertà di Palma di Montechiaro: una frontiera lontanissima dall'identità di un Paese che poco o nulla conosceva di quelle lontane periferie del Sud dove l'idea di progresso si scontrava con una realtà dove anche i servizi essenziali - acqua e fogne - erano quasi sconosciuti.
All'evento, durato due giorni, presero parte fra gli altri Carlo Levi, Leonardo Sciascia, Pio La Torre, Giorgio Napolitano e Francesco Renda.
"Ci fu un convegno - avrebbe spiegato 14 anni dopo il giornalistra Giampaolo Pansa - con personaggi illustri d'Italia e d'Europa, e la denuncia fece paura. La malaria. I novemila analfabeti. I vermi che uccidevano i bambini. La meningite curata con i porcelluzzi d'India spaccati e messi sulla fronte. Il tracoma combattuto con la bava delle mule..."
A seguito della denuncia di quelle condizioni di vita in uno dei luoghi di miseria allora presenti in Sicilia, la Regione varò nel 1963 una "legge speciale" per Palma di Montechiaro e Licata. Un finanziamento da 17 miliardi di lire avrebbe dovuto garantire anche la costruzione di moderne condutture idriche e fognarie, ma le aspettative andarono in buona parte deluse; solo tre di quei miliardi furono effettivamente spesi e ancor oggi i due paesi agrigentini continuano a soffrire la sete.
Tre anni prima di quel congresso voluto da Danilo Dolci, la povertà di Palma di Montechiaro era stata già descritta dallo scrittore Albert t' Serstevens nel suo taccuino di viaggi intitolato "Sicile Sardaigne Iles éoliennes", edito nel 1957 in Francia da B.Arthaud.
A colpire il viaggiatore, fu una scena di strada - fissata da un suo scatto fotografico - resa ancora più simbolica dai manifesti di una campagna elettorale in corso:
"Avvicinandosi a Palma di Montechiaro, i mandorli stendono un velo diafano sulle tonalità arse del paesaggio circostante. Il villaggio stesso sfuma in tonalità di grigio vagamente tinte di beige: una nota di delicatezza nell'incandescenza universale dei colori. In una piccola piazza — dove le case in pietra conservano ancora tracce di antichi fasti — si estende quel tipo di mercato di abiti usati tipico di molte cittadine siciliane: segno della povertà causata dal sovrappopolamento dell'isola.
È una triste distesa di pantaloni logori, abiti scoloriti e biancheria rammendata ammucchiati a terra, con i capi migliori esposti su cavalletti o sedie. Tutti questi scarti, passati al setaccio dalle donne del luogo in cerca di qualcosa da indossare per sé e per vestire la propria prole, i loro uomini e quella schiera opprimente di zii, zie, nipoti e cugini di cui le famiglie italiane più umili si ritrovano gravate.
Delle ragazze rovistano con entusiasmo tra mucchi di calze di seta spaiate e smagliate, sperando di trovarne un paio con cui vestire le gambe per la passeggiata domenicale. Alle pareti, i manifesti elettorali esortano il pubblico a sostenere uno di quei candidati — uomini di altruismo, zelo e probità — destinati, inevitabilmente, a portare la felicità al popolo..."
| Campagna palermitana a Villafrati. Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
"Si può raccontare la Sicilia una e indivisibile?"
Gianni Bonina si è posto questa domanda nell'introduzione al suo saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia", edito a Roma nel 2006 da Avagliano Editore.
La risposta di Bonina è stata netta, a conferma del diffuso parere, a cominciare da quello di gran parte dei suoi abitanti, dell'esistenza di diverse isole nell'isola:
"Ci provò Elio Vittorini con un romanzo, "Le città del mondo", che voleva riunire sotto un unico ciclo individui e paesi dei tre Valli come se fossero un solo mondo.
Un'utopia, perché si possono solo raccontare le mille Sicilie di una terra che si distingue per la multanimità dei suoi abitanti più che la particolarità dei suoi gonfaloni.
Prima vengono i siciliani, poi la Sicilia. Che è ovunque, nel mondo, si trovi un siciliano: perché si può strappare un siciliano alla Sicilia ma non si può strappare la Sicilia da un siciliano..."
| Il castello di Caccamo. Fotografia di Ezio Quiresi, tratta dal I volume dell'opera "Sicilia" edita nel 1961 da Sansoni Editore e Istituto Geografico de Agostini |
Anche in Sicilia, ogni castello racconta fosche storie di rivalità politiche e di violenza. Non fa eccezione quello di Caccamo, che a partire dal 1974 - dopo l'acquisto fattone nel 1963 dalla Regione - è stato oggetto di complessi restauri.
Nel caso di questo castello - posto al centro dei più importanti possedimenti feudali siciliani del tempo - la vicenda che si ricorda è quella che portò alla atroce morte del feudatario Matteo Bonello, conte di Caccamo, che nel 1160, durante il regno normanno di Guglielmo I, aveva ucciso a Palermo Maione da Bari.
"Era costui un uomo di bassi natali, il quale, venuto in Sicilia al seguito di Giorgio di Antiochia - ha scritto Vladimiro Agnesi in "Breve storia dei Normanni in Sicilia" ( S.F. Flaccovio, Palermo, 1972 ) - aveva percorso tutti i gradi della carriera curialesca dando prova di tenace volontà e di raffinata astuzia, ed era infine assurto alla carica di Grande Ammiraglio e di Emiro degli Emiri, cioè praticamente di primo ministro..."
Matteo Bonello, facendosi interprete del malcontento di altri feudatari siciliani, fu il promotore di una congiura che partendo dal castello di Caccamo, insieme all'uccisione di Maione da Bari, avrebbe voluto addirittura destituire dal trono regio Guglielmo I.
Così Giuseppe Ganci Battaglia e Giovanni Vaccaro ( "Aquile sulle rocce. Castelli di Sicilia", Edizioni Mori, Palermo-Roma ) raccontarono nel 1968 la storia di questo complotto:
"Riesce quanto mai drammatica ed emozionante la parte che sostenne questo castello nella congiura del 1160, ordita dai baroni feudali, contro Guglielmo I detto il Malo, e capitanata da Matteo Bonello, allora signore di Caccamo"
La congiura dapprima riuscì, tanto che il re, per tre giorni, poté essere tenuto prigioniero nel suo stesso palazzo; ma in seguito, il popolo palermitano, fedelissimo alla dinastia, insorse e si rivoltò al Bonello, il quale, con gli altri principi cospiratori, corse a rifugiarsi nel castello di Caccamo.
Da qui, dopo varie ed inefficaci trattative con Guglielmo il Malo, quei nobili, postisi alla testa di un esercito, marciarono alla volta di Palermo con l'intento di assalirla e prenderla con le armi; ma vistane la impossibilità per l'accresciuto numero delle forze reali, ingloriosamente se ne ritornarono alla fortezza di Caccamo per ripigliare le trattative.
Guglielmo mandò all'uopo il canonico Roberto di S.Giovanni, abile diplomatico, e con lui quei signori, radunati nelle aule del castello, patteggiarono come meglio poterono.
Vennero tutti graziati a condizione che uscissero dal regno.
Matteo Bonello, anima della rivolta, si credette ancora sicuro e ritornò di nuovo alla corte di Palermo, dove, sulle prime, ricevette distinti trattamenti; ma, dopo non molti mesi, preso a tradimento, fu chiuso in un rigoroso carcere, acciecato e fattovi morire miseramente..."
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| Palermitano di una confraternita nel quartiere Capo. Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Agrigentino trasferitosi a Palermo per motivi di studio agli inizi degli Sessanta del Novecento, lo scrittore e saggista Matteo Collura ha tracciato un acuto e sferzante ritratto dei palermitani nell'introduzione del saggio "Palermo", edito da Bruno Leopardi Editore ( Palermo, 1999 ).
Il volume, che raccoglie decine di fotografie di Giuseppe Leone e Melo Minnella, fornisce una possibile chiave di lettura per tentare di comprendere la natura stessa dei palermitani; compito che Collura accosta per difficoltà a quello richiesto per l'attribuzione del famoso "Trionfo della morte" conservato in città a Palazzo Abatellis.
"I popoli conquistati solitamente spariscono, disciolti in razze che geneticamente ne conservano le tracce: i siciliani - e in primo luogo i palermitani - non vollero sparire, semplicemente scelsero di adattarsi.
E in questa forma di resistenza - ha scritto Collura - hanno raggiunto livelli che potremmo definire artistici. Sono abili in quest'arte, i palermitani, da raggiungere lo stato di invisibilità, un fenomeno che può essere scambiato per sparizione..."