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domenica 11 ottobre 2026

GILLO DORFLES E L'ELOGIO DEL DETTAGLIO NELL'ARTE PALERMITANA

Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Fu tra il 1789 e il 1793 che Tuccio Vitale - "scultore nato a Palermo. Allievo del Marabitti eseguì le due grandi Sfingi che si trovano davanti l'Orto Botanico di Palermo", così riassunse nel 1940 le notizie sul suo conto Pietro Emanuele Sgadari di Lo Monaco nel saggio "Pittori e scultori siciliani dal Seicento al primo Ottocento", edito da Libreria Agate-Palermo - eseguì le sue sculture palermitane più celebri.

Scolpite in pietra di Billiemi, le due sfingi di Tuccio Vitale - chiaramente ispirate alla scultura egizia e non prive di riferimenti massonici - furono poste quasi a protezione del Gimnasium in stile neoclassico dell'Orto Botanico progettato dall'architetto francese Leon Dufourny. 



Queste sculture, non pur non potendosi annoverare fra le più note e apprezzate fra quelle presenti a Palermo, contribuiscono ad arricchirvi un patrimonio artistico costituito da opere in cui il carattere monumentale è spesso dato dalla ricchezza dei suoi particolari.

"Se esiste una città dove il dettaglio vince la globalità - fu l'analisi di Gillo Dorfles nel 1985 a Palermo, nel corso di un convegno promosso dalla Facoltà di Architettura a Palazzo Steri - dove i singoli eccelsi monumenti - chiese, oratori, palazzi, giardini - riescono a far apparire ancora stupendo l'insieme d'una struttura urbana sconciata, non solo dalle recenti speculazioni edilizie , ma dal degrado di fatiscenti agglomerati ottocenteschi, è proprio Palermo..." 


 

lunedì 5 ottobre 2026

LA "PESTE" DELL'EMIGRAZIONE SICILIANA DIFFUSA NEL MONDO

Lo Sciacca Social Club di Brooklyn, a New York.
Fotografia di Erich Hartmann
pubblicata nel Natale del 1952
da un fascicolo speciale della rivista
 "L'Illustrazione Italiana"


Una storia di dominazioni subite e di costante emigrazione alla conquista di un benessere economico spesso coltivato - nel bene e nel male - con risultati di rilievo: è il dato che ha contraddistinto le vicende dei siciliani nel corso dei millenni. Grazie al progresso tecnologico applicato ai mezzi di trasporto, il Novecento è stato il secolo in cui - secondo stime assai incerte - oltre un milione di loro avrebbe raggiunto ogni angolo terrestre.

Giuseppe Longo, giornalista e saggista messinese - anche lui appartenente alla categoria dei siciliani di successo emigrati a Roma, Bologna e Venezia, con incarichi da direttore di importanti quotidiani - nel 1961 analizzò così questo epocale fenomeno nel saggio "La Sicilia è un'isola", pubblicato a Milano da Aldo Martelli Editore:   

"Conquistati, a loro volta, i siciliani conquistano il mondo, invadono le metropoli, appestano la faccia della terra col loro dialetto inconfondibile e imparlabile, si fanno gangster in America, minatori nel Belgio, magliari in Germania, caporali e sergenti nella legione straniera, venditori di stoffe in Inghilterra, contrabbandieri di sigarette in sigarette a Como, scaricatori a Marsiglia, gelatieri in Svizzera e in Norvegia, milanesi a Milano; salgono con noncuranza le più alte cattedre del diritto e della scienza, si avventano sulle questure, sulle ambasciate, sui ministeri, sul municipio di New York, sui palcoscenici, sugli schermi del cinema e della televisione.

Barbieri e callisti di sovrani nelle corti del Medio Oriente, architetti e poeti civili, petrolieri o coltivatori di banane sotto il sole dei tropici, eunuchi e sultani.

Siano uomini di fatica o capitani d'industria non riescono mai a dissimulare, qualunque cosa facciano, qualunque sia il numero degli anni trascorsi lontano dalla loro terra, la spaventosa orrida strisciante parlata che canta, stonando, le sillabe d'una lingua che è come un grande calderone in cui guazzano parole terribili rubati ai gerghi soldateschi di cento dominazioni. Una lingua che è come la terra senz'acqua, la quale dà frutti sapidi, ricchi di colore e di umore, ma bisogna coglierli subito, prima che marciscano al gran sole o alle grandi piogge e colando appuzzino l'aria.

Cantano e stonano e riempiono le strade delle loro città di urli e di incomprensibili richiami..."

domenica 4 ottobre 2026

IL RICORDO DI EZIO d'ERRICO DELLA "GROTTA DELLE CONCHIGLIE" A LIPARI

Il porto di Lipari.
Fotografia di Patrice Molinard
tratta dall'opera "La Sicile"
edita a Parigi da del Duca
negli anni Cinquanta


"Autore di una ventina di romanzi gialli pubblicati da Mondadori, di racconti, radiodrammi e opere teatrali, tra i primi pittori astrattisti in Italia, Ezio d'Errico lavorò anche come grafico nell'ambito pubblicitario: eppure pronunciare il suo nome, a distanza di poco più di trent'anni dalla morte, lascia quasi tutti indifferenti..."

Così nel saggio "I soliti ignoti" pubblicato nel 2005 da Dario Flaccovio Editore, il critico letterario e saggista Salvatore Ferlita ha riassunto la complessa e dimenticata opera di Ezio d'Errico.

Nato nel 1892 ad Agrigento e morto a Roma nel 1972, d'Errico ha lasciato tracce della sua vasta produzione anche in alcuni scritti pubblicati negli anni Cinquanta dello scorso secolo dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato regionale al Turismo.

In uno di questi - intitolato "La grotta delle Conchiglie" e dato alle stampe nel settembre del 1955 - d'Errico narrò un episodio della sua adolescenza ambientato nelle Eolie: in quel periodo, spiegò, "abitavo a Lipari per la ragione molto semplice che mio padre, capitano di fanteria, vi era stato mandato in distaccamento con i suoi soldati...":  

"La grotta delle conchiglie me la fece scoprire Turiddu, un monello di qualche anno più anziano, capo riconosciuto di una banda alla quale ero riuscito ad aggregarmi eludendo la vigilanza materna e vincendo la diffidenza dei ragazzi indigeni verso "u figghiu d'un capitanu". Ci si arrivava sguazzando fra certi scogli taglienti che parevano di pasta vetrosa.

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il fondo marino era arlecchinato di verde giada, di giallo zolfo, di viola cupo. Nella grotta si camminava su una rena bianca che scintillava come la pomice, sulla quale fuggivan saltellando le pulci di mare e arrancavano certi granchiolini color rame brunito sulla schiena e rosa corallo sotto la pancia. Per trovare le conchiglie bisognava scavare nella sabbia o frugare negli anfratti sotto cumuli di alghe secche.

La gara era a chi riusciva a scovare la conchiglia "nuova", ossia di forma e colore mai visti, ed erano strilli di trionfo, discussioni e litigi ad ogni scoperta che sembrasse d'eccezione. Eccitavano la nostra curiosità le conchiglie che richiamavano l'idea di un oggetto o di un animale. Questa sembrava una minuscola trottola, quella un guscio d'uovo, quell'altra ancora un topino bianco con due occhi marroni.

Un giorno Turiddu fece ridere tutta la ragazzaglia con una parola che io, ignaro del dialetto locale, non capii, pur intuendo che doveva trattarsi di qualche cosa di proibito e di peccaminoso. La conchiglia che aveva provocato l'incomprensibile definizione, passò di mano in mano, sotto sguardi ironici e vagamente concupiscenti. Io che non avevo idee precise in proposito, mi sentivo imbarazzato e un pò umiliato.

La spiegazione l'ebbi molti anni dopo, nientemeno che da una poesia di Paul Verlaine. "Les coquillages". Ricordate l'ultimo verso?

"Mais un, entre autres, me troubla"  

venerdì 2 ottobre 2026

LA DONNA SUL CRETTO DI BURRI

 

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia ©






MODICA COME NEW YORK, LA SORPRENDENTE ANALOGIA DI CORRADO SOFIA

Il centro storico di Modica.
Fotografia di Ezio Quiresi
tratta dall'opera "Sicilia" della collana
"Attraverso l'Italia"
pubblicata dal Touring Club Italiano
( Milano, 1961 )


In una Sicilia che nel 1956 era ancora in gran parte legata a modelli di vita ottocenteschi, nella nobilissima città di Modica il burro veniva ancora montato a mano negli ovili, l'aratro veniva intagliato con l'ascia e nell'ospedale funzionavano le botti di Tommaso Campailla utilizzate dal 1698 per curare la sifilide con il fumo di cinabro. 

Questa ed altre indicazioni sulla vita quotidiana nella Modica di settant'anni fa sono contenute in un articolo del giornalista e scrittore netino Corrado Sofia - "un modello di giornalismo culturale", ha scritto di lui Corrado Stajano - pubblicato nell'ottobre del 1956 dalla rivista "Sicilia" edita dall'assessorato regionale al Turismo.

Ricco di notazioni di costume e di curiose notizie storiche su luoghi e personaggi modicani, quello scritto di Sofia contiene una sorprendente analogia fra l'urbanistica barocca della città ragusana e quella della metropoli di New York: 

"Se vi fermate a guardare Modica o Ragusa dalle ultime ringhiere, da dove si offrono alla vista panorami rinfrescanti, che altro potrebbero sembrare una di queste città, con la simmetria delle sue case, un piccolo cubo sull'altro, e quell'andirivieni di piccoli uomini nelle straducce e nei vicoli?



Specie a Modica, l'andirivieni è talmente vivo da una porta all'altra, il contatto così continuo, che la strada finisce con l'unire più che dividere. Tra una panoramica di New York e una veduta di Modica salta agli occhi una distanza di secoli, ma la città è basata sullo stesso principio, la luce, dicono, sia la stessa, della medesima doratura.

Soltanto alla città alveare gli americani sono arrivati con ascensori e ferrovie sopraelevate e un'infinità di conforti e di comodi che stentano a penetrare da noi: la cucina elettrica, il rasoio elettrico, il frigorifero, il tostapane, la televisione. 

Qui siamo ancora alle segnalazioni ottiche dai balconi. L'ultimo discendente dei baroni Tasca trascorre intere giornate sul terrazzo della casa patrizia ad esercitarsi come Archimede con lo specchio ustorio lanciando raggi luminosi nelle camere delle peripatetiche o delle modiste venute dal Nord o negli uffici del sindacato agricoltori..."

giovedì 1 ottobre 2026

SUGGESTIONE DEL PATRIMONIO IMMATERIALE DEI MULINI A VENTO DI TRAPANI

Mulino a vento trapanese.
Fotografia accredita "Assessorato al Turismo Teresi"
e pubblicata nel settembre del 1955
dalla rivista "Sicilia"
edita dall'Assessorato Regionale al Turismo


Fu durante un viaggio in Portogallo nel settembre del 1966, a Coimbra, che lo storico dell'arte Cesare Brandi fu attratto dalla visione di numerosi mulini a vento all'epoca perfettamente funzionanti e utilizzati per macinare il grano. 

Il suo pensiero andò allora allo stato di abbandono dei mulini a vento di Trapani, costruiti a partire dal secolo XVIII per sfruttare l'energia dei venti nelle operazioni di passaggio dell'acqua salmastra da una vasca all'altra e per azionare il movimento delle ruote di pietre che polverizzano il sale marino: 

"C'erano quelli delle saline di Trapani, che erano una meraviglia, così piccoletti, tascabili quasi. A vederli da Erice sembravano girandole da bambini e davano un senso di gioco e di fiera paesana ai lucidi e torbidi specchi d'acqua in cui il sale cominciava a cristallizzare... "



Alcuni mulini a vento di Trapani furono restaurati a partire dal 1983 su iniziativa dell'Ente Provinciale del Turismo. La loro funzione, ricca di significati storico-culturali, è stata così riassunta da Valeria Patrizia Li Vigni nel catalogo "Le vie del mare-The ways of the sea", pubblicato dalla Regione Siciliana nel 2008 in occasione della Mostra itinerante del Mediterraneo, evento allora coordinato dal Museo Regionale di Storia Naturale e mostra permanente del carretto siciliano di Terrasini:

"I primi mulini erano di tipo olandese a stella e venivano orientati manualmente in direzione del vento; a questi seguirono i mulini di tipo americano forniti di un timone che autonomamente orientava le pale in direzione del vento. Il mulino è l'elemento centrale della salina, l'impianto di sollevamento resiste nel tempo mentre il resto si è meccanizzato. 



Mulini a a vento e coclea ( la vite di Archimede interna al mulino, necessaria per il sollevamento dell'acqua, N.d.R. ) resistono perché la tecnica costruttiva li rende resistenti agli agenti esterni, resistono grazie agli artigiani locali che intervengono con tecniche tradizionali per la manutenzione ordinaria, resistono perché si è salvaguardato il patrimonio immateriale che permane nelle tecniche lavorative, patrimonio orale a rischio di dispersione e pertanto oggetto di tutela..."  


domenica 27 settembre 2026

LA PATETICA IMMAGINE DELLA STATUA DI CARLO V A PALERMO

La statua di Carlo V a Palermo.
Fotografia di Mario Pecoraino
tratta dall'opera "Gli scultori del Cassaro"
edita nel 1971 da Edizioni IN.GRA.NA Palermo


Si deve allo scultore messinese di Tusa Scipione Li Volsi la statua in bronzo di Carlo V, posta a Palermo in piazza Bologni. Commissionata dal Senato di Palermo, fu innalzata nel 1630 per ricordare l'ingresso trionfale del sovrano spagnolo in città il 15 settembre del 1535. 

Nel corso dei secoli, sul valore artistico di questa statua i giudizi sono stati discordi. Secondo il Marchese di Villabianca, "è molto nobile per la sua proporzione e disegno", opinione rafforzata da Gemma Salvo Barcellona, per la quale l' equilibrio dei suoi volumi "ricorda in maniera pregnante la statua del Marco Aurelio del Campidoglio".

Più sottile e dissacrante l'analisi invece del critico d'arte Enzo Bilardello, così come si legge in un suo articolo pubblicato nel 1992 sulle pagine del "Corriere della Sera":

"Carlo V è stato forse il sovrano più potente della storia. Ebbene, ci volevano gli artisti per demitizzarlo, sia pure inavvertitamente. Già a Palermo ricordo una sua statua che fa pensare ad Ovidio in esilio, tale è il patetismo che ispira..."


  


LA SCOMPARSA DEI MESTIERI NEI LUOGHI SICILIANI DELLA TURISTIFICAZIONE

Pescatori a Favignana.
Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il neologismo è recente, ma descrive perfettamente ciò che sta accadendo in molte località - soprattutto quelle costiere e delle isole minori meta di vacanze - della Sicilia: turistificazione.

Il fenomeno in corso da anni in questi luoghi è quello della trasformazione delle attività umane in funzione dello sfruttamento del turismo come principale e quasi unica fonte di reddito: una scelta di sviluppo dettata a volte dalla crisi della pesca o dell'agricoltura, ma che finisce con il penalizzare la tutela dell'ambiente, la vivibilità, il costo della vita e i "mestieri"  di quel territorio.

Così, i pescatori, gli agricoltori, gli artigiani, i manovali ed altri lavoratori cresciuti nel solco della storia e delle tradizioni locali si trasformano in gestori di alberghi, b&b, ristoranti, pub, negozi di souvenir o in noleggiatori di scooter o biciclette.

Chi abbia conosciuto e frequentato sino a qualche decennio fa località come Cefalù, San Vito Lo Capo o Favignana non può non notare gli effetti di questa turistificazione, al punto da decidere di non mettervi più piede se non quando l'industria del turismo vive il suo periodo di stanca invernale. 



Già nel 2009, Ignazio E. Buttitta  ( "Festa e lavoro nella Sicilia del mare", Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo ) aveva segnalato l'avvio di questo processo:  

"... A differenza di altre regioni italiane bagnate dal mare ma economicamente rivolte all'interno del territorio, la Sicilia ha visto nascere e/o svilupparsi numerose comunità in funzione dello sfruttamento delle risorse ittiche e delle vie marittime.

Tra tutte basti ricordare Mazara del Vallo, Favignana, San Vito Lo Capo, Sciacca, Porto Empedocle, Licata, Augusta, Porticello, Porto Palo. Comunità che ormai da qualche decennio, non senza difficoltà, cercano di riconvertirsi in poli turistici di massa ( più raramente d'élite ) per supplire alla crisi della pesca e ampliare le fonti di reddito..."

mercoledì 16 settembre 2026

IL MOMENTO DELLA VERITA' DI VAL GIELGUD A SEGESTA

Il tempio di Segesta.
Fotografia di Nino Teresi,
tratta dalla rivista "Sicilia",
opera citata nel post


Fra i tanti viaggiatori inglesi assai noti nel loro Paese che hanno visitato la Sicilia nel Novecento figura l'attore, scrittore e sceneggiatore della BBC Val Gielgud. Londinese, per conto dell'ente radiotelevisivo pubblico del Regno Unito fu il direttore di produzione dell'adattamento per la televisione del dramma di Luigi Pirandello "L'uomo dal fiore in bocca": la trasmissione andò in onda il 14 marzo del 1930, ed è accredita come la prima produzione televisiva trasmessa dalla BBC nel corso della sua celebrata storia.

Trent'anni dopo, Val Gielgud fu autore di un "noir" intitolato "To bed at noon" ( "A letto a mezzogiorno" ), ambientato in una pensione della Sicilia - un luogo in cui uno degli ospiti avrà a che fare con lo strano comportamento dei proprietari - e che l'autore collocò in un immaginario paese chiamato Porto Basso.

L'interesse di questo personaggio della cultura inglese per la Sicilia sarebbe nato nel 1920, quando sbarcò per la prima volta a Palermo in compagnia di un collega universitario di Oxford: un'informazione riferita dallo stesso Gielgud in un articolo da lui pubblicato nel settembre del 1965 dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato al Turismo della Regione Siciliana.

Il racconto - intitolato "Moment of Truth" ( "Momento della Verità" ) - riferì di un'escursione compiuta durante quel passato viaggio a Segesta insieme al suo accompagnatore e ad un maggiore dell'artiglieria danese in pensione incontrato in un albergo palermitano.

"Tutto quello che sapevo di Segesta - scrisse allora Val Gielgud - si riduceva a qualche vago riferimento contenuto nella descrizione di una delle invasioni cartaginesi. Ricordo che era una giornata torrida, con un cielo d'un azzurro bruciante. Ci siamo andati, naturalmente, in auto, e il nostro autista possedeva tutte le tipiche, accattivanti qualità dei suoi connazionali: l'amore per la velocità fine a se stessa, un coraggio assoluto, una cordialità estrema e una vena loquace, di cui però gran parte sfuggiva inevitabilmente a viaggiatori per lo più ignari della sua lingua.

Diventammo piuttosto nervosi, piuttosto a disagio e terribilmente accaldati.

Finalmente, e apparentemente in mezzo al nulla, l'auto si fermò. Ci trovavamo in una conca poco profonda fiancheggiata da grandi colline rosse, e un pò più in basso serpeggiava un piccolo ruscello. Un gruppo di muli era legato a bordo strada e noi ci issammo con cautela sulle loro schiene pazienti. Così in sella, guadammo il torrente e proseguimmo lungo un sentiero pietroso che curvava molto dolcemente verso l'alto e verso destra, aggirando il fianco della collina più vicina.

Raggiungemmo la cima del crinale e tirammo le redini: ed eccolo lì. il tempio di Segesta, nella perfetta solitudine della sua collocazione, forse a un quarto di miglia di distanza. A precederlo, come un ghiacciaio, una distesa di erba riarsa. Alle sue spalle, lo sfondo di grandi colline interrotto da un varco attraverso il quale, come un immane scudo, il mare scintillava al sole. 

Nessun uccello cantava, nessun fumo oscurava il cielo. A parte il lieve, sporadico tintinnio delle briglie dei muli, il silenzio era assoluto. E in quel momento seppi con certezza - come mai avevo saputo sotto le guglie di Oxford, e come avrei saputo di nuovo, ma con minore certezza, vedendo le aquile di Zeus volteggiare contro la rupe di Delfi - il significato dell'idea greca, i valori della purezza classica. Fu da quel momento che iniziai a considerare la Sicilia come il crocevia della civiltà europea, così come la Gran Bretagna è il crocevia del commercio mondiale.

Grazie alla sua posizione geografica unica, e al prezzo di innumerevoli vite, la Sicilia ha attinto dalla Grecia e da Roma, ha assimilato tanto i Normanni quanto i Saraceni e ha sviluppato i punti di forza e il fascino tipici delle terre i cui abitanti godono del vantaggio di un sangue misto..."

venerdì 11 settembre 2026

STORIA, LEGGENDE E ABBANDONO DEL CASTELLUCCIO DI GELA

Il Castelluccio di Gela
in una fotografia di Leonard Von Matt,
tratta dall'opera di Pietro Griffo
"Gela destino di una città greca di Sicilia",
edita da Stringa Editore di Genova nel 1963


"Per la sua posizione, per il sobrio profilo che si staglia fra il cielo e la piana di Gela, per la sua struttura architettura di inconfondibile matrice medievale. può benissimo essere incastonato fra i piccoli grandi tesori siciliani. Queste condizioni possono essere ancora mantenute se la mano e il cuore degli uomini non rimarranno insensibili a quello che il tempo ha voluto, nel bene e nel male, preservare.

Una cosa è certa: l'inesorabilità del tempo e il Castelluccio sono ormai alle strette; ed a nulla varranno le migliaia di depliant turistici per preservarlo dal crollo delle ultime mura. Oggi fra le sue torri smerlate e fra le feritoie a forma arciera, nidificano gazze e cornacchie, fra pungenti aromi di erbe selvatiche..."

Così - in un reportage pubblicato il 17 giugno del 1987 sul quotidiano "La Sicilia" - il giornalista, poeta e promotore della cultura siciliana empedoclino Federico Hoefer denunciò lo stato di abbandono del Castelluccio di Gela: un singolare e poco noto esempio di architettura medievale dell'Isola, a una decina di chilometri dalla cittadina nissena e che ancor oggi non sembra poter cambiare il suo destino di disfacimento.

"Le due torri quadrate poste ai lati del corpo principale guardano ad Est e ad Ovest; le strutture interne centrali, sorrette da archi che dovevano servire per la guarnigione - questa la descrizione fatta all'epoca da Federico Hoefer - conferiscono al maniero possanza. La luce naturale, sia quella solare, sia quella romantica lunare, equamente distribuita fra la costa eschilea e quella dell'ex piana a tavoliere bianco di cotone, vi gioca un ruolo di chiaroscuri di incomparabile suggestività. Nelle fondamenta pare che fosse ricavata una capiente cisterna per l'acqua..." 



Hoefer aggiunse una suggestiva ipotesi sull'originaria struttura del Castelluccio riferita dallo studioso locale Giancarlo Fastame, secondo cui l'edificio sarebbe stato munito di una galleria sotterranea di collegamento alla città di Gela, sino agli ex-Granai di Palazzo Ducale: una circostanza a quanto pare mai verificata, ma che in passato ha alimentato le leggende che accompagnano la storia di questo monumento. 

Il nome Castelluccio compare già in un atto di donazione del 1143, quindi in epoca normanna; ma ciò che si osserva delle attuali strutture sembra risalire al XIII secolo. Fra i primi proprietari, vi sarebbero stati Anselmo di Modica e i suoi discendenti; il figlio Perollo, militare di Caltagirone, nel 1346 ne ebbe confermato il possesso da Federico III d'Aragona. Sotto il re Martino, il Castelluccio passò al nobile Ruggero Impanella e, nel 1422, a Simone de Corella, coppiere reale; quindi, l'edificio sarebbe passato al patrimonio degli Aragona di Terranova e quindi dei Pignatelli: passaggi di proprietà accompagnati da interventi di ristrutturazione, incendi e, forse, da un rovinoso terremoto, nel novembre del 1542. Dopo questi eventi, il Castelluccio sarebbe stato definitivamente abbandonato, alimentando il consueto proliferare di racconti e dicerie sulla presenza di spiriti, fantasmi e streghe che, promettendo la scoperta di tesori, ucciderebbero gli incauti ricercatori. 

Ben più reale è la storia di abbandono e rovina del Castelluccio raccontata negli ultimi decenni, allorché si tentò di porre rimedio ad un dissesto aggravato dai danni arrecati dalle operazioni belliche che nel luglio del 1943 videro il territorio di Gela - e la stessa area dello storico edificio - al centro dell'"operazione Husky". 

Passato sotto la proprietà dell'assessorato regionale al Turismo della Regione Siciliana, nel 1987 fu stanziato un finanziamento da 500 milioni di lire per il suo restauro. I lavori - che compresero anche una campagna di scavi diretti dalla Sovrintendenza di Caltanissetta - si conclusero nel 1993; nel 2004 il Castelluccio fu dotato di un impianto di illuminazione notturna che avrebbe dovuto valorizzare il suo elegante profilo sulla collina di gesso di contrada Spadaro. Ma l'assenza di un reale progetto di tutela di questo monumento - causata, pare, anche dalla indisponibilità di custodi - ne ha decretato un nuovo abbandono, accompagnato da vandalismi e furti del materiale elettrico e delle suppellettili che avrebbero dovuto promuovere l'accoglienza dei visitatori.



Alla luce dell'attuale sorte assegnata a questo dimenticato e maltrattato esempio di architettura trecentesca dell'Isola, non si può che rileggere con amarezza quanto ancora scrisse quasi quarant'anni fa Federico Hoefer:

"C'è da osservare che per la sua posizione, per il sobrio profilo che si staglia fra cielo e piana gelese, per la sua struttura architettonica di inconfondibile matrice medievale, il Castelluzzo può benissimo essere incastonato fra i piccoli grandi tesori siciliani..."   




lunedì 31 agosto 2026

I FICHI DI INDIA DI LUC GAUTHER


 



LO SCATTO DI t'SERSTEVENS AI VITELLONI NELLA PIAZZA DI SCIACCA

Saccensi riuniti ai tavolini di un bar.
Fotografia di Albert t'Serstevens,
opera citata nel post


Nel suo viaggio in Sicilia raccontato nell'opera "Sicile, Sardaigne, Iles éoliennes, Itinéraires italiens" (  B. Arthaud, France, 1957 ) Albert t'Serstevens capitò a Sciacca. Qui, in piazza Scandaliato - luogo di passeggio e di ozio dei saccensi - scoprì un gruppo di loro tenacemente seduti ai tavolini dei bar, senza che consumassero alcunché. L'incontro fu documentato da uno scatto fotografico dello stesso t'Serstevens, che lasciò testimonianza dell'esperienza con queste osservazioni:

"La fitta ombra dei platani e delle magnolie, che in parte in popolano questa piazza, offre un rifugio per una vita cittadina all'insegna della tranquillità; una sorta di occupazione, se così si può dire, per una buona maggioranza dei siciliani, anche se sono titolari e beneficiari di un impiego.

Prediligono in particolare i tavolini all'aperto sistemati sotto le fronde dei caffè di quartiere, dove trascorrono lunghe ore seduti senza che vi sia traccia di alcuna consumazione. E' un privilegio degli habitué italiani poter occupare i tavoli di un bistrot senza consumare nulla, a patto, ovviamente, che si facciano servire un espresso o una birra, una o due volte la settimana.

Ci è capitato spesso di non poterci sedere a un tavolino all'aperto perché tutti i posti erano occupati da quei clienti inattivi, a meno che non fossero loro stessi a cederci gentilmente le loro postazioni o non intervenisse il gestore, invitandoli cortesemente a farlo.

In quella piazza di Sciacca sono riuscito a immortalare, con il mio furtivo obiettivo, un gruppo di quegli abituali clienti: erano lì da più di un'ora senza che il cameriere si fosse nemmeno fatto vivo. 

Questa immagine realizza il caffè sognato da Alphonse Allais ( scrittore e umorista francese, n.d.r ), credo: un luogo dove ci si possa sedere senza ordinare nulla, dato che in fondo non ci accomodiamo ai tavolini all'aperto per bere, ma per guardare passare gli altri..."

giovedì 6 agosto 2026

IL RITORNO ESTIVO DI MISTRETTA AL "CIRCOLO UNIONE"

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Seduti sulle sedie in vimini in una delle sale dello storico Circolo Unione, quattro uomini ultra sessantenni discutono con toni pacati, ricordando storie e personaggi di Mistretta: il loro paese. Uno è un alto dirigente dell'INPS, un altro un ex presidente di tribunale, gli altri due liberi professionisti ben affermati. Tutti - ci informa un socio del Circolo - lavorano e vivono da decenni lontano da Mistretta, "in grandi città italiane". Tornano ogni estate dove sono nati e sono cresciuti, per ritrovarsi insieme e per godersi il fresco: un beneficio oggi prezioso, regalato da un paese arrampicato su una collina che riceve i flussi di aria temperata che si incanalano su un corridoio terrestre che va dalla costa del mar Tirreno sino ai vicini boschi dei Nebrodi. 

Sino a qualche decennio fa, Mistretta era uno dei più importanti centri della provincia di Messina, potendo vantare un tribunale ed altri uffici amministrativi. Oggi, la popolazione non supera le 5.000 persone e si contano migliaia di abitazioni disabitate. Il Comune sta tentato di dotare il paese di un nuovo istituto penitenziario: un'opera che, nella aspettative dei mistrettesi, potrebbe rilanciare l'economia locale, mitigando lo stillicidio degli abbandoni di un centro abitato che pure vanta scorci edilizi di pregio e due ben curate ville pubbliche.



"Il dinamismo del mondo moderno -  scrisse già nel 1961 Marcello Pacini nell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico de Agostini - si ripercuote qui, dunque, sotto l'aspetto doloroso della peregrinazione, della fuga. L'intimità di pensieri che le foreste dei Nebrodi sembrerebbero suggerire diviene allora prerogativa soltanto del turista che vi giunge da lontano e può lasciar vagabondare lo sguardo sulle verdi vallate o verso il mare mosso dalla visione delle Eolie. Per chi vi è nato lo spazio immenso delle montagne è una prigione, una dannazione..."

lunedì 3 agosto 2026

I RITRATTI SICILIANI DI "TEMPO" NEI GIORNI DELLO SBARCO ALLEATO



"Da una settimana si combatte all'ultimo sangue sul territorio della Sicilia contro l'invasione nemica. L'isola mediterranea assume un'importanza capitale e forse decisiva nei confronti delle sorti del conflitto. Dietro il fronte dell'Asse, il popolo siciliano cacciato dalle sue case dalla furia dei bombardamenti, è il vero protagonista della tragedia che si compie sulla antichissima terra. Sulle porte dell'Europa preme la massa degli eserciti anglosassoni, sale per i monti Iblei..." 

Così il settimanale "Tempo" edito da Mondadori il 22 luglio del 1943 diede conto dello sbarco delle forze alleate in Sicilia in quella che prese il nome di "Operazione Husky". Alla data di pubblicazione della rivista, le truppe americane avevano appena occupato Enna; quelle canadesi erano invece riuscite a mettere piede ad Assoro e Leonforte, ingaggiando per giorni in quel territorio una durissima battaglia con i soldati tedeschi ed italiani.



Quel numero di "Tempo" stampato in coincidenza con l'inizio della liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo, dedicò allo sbarco alleato nell'Isola una copertina intitolata "Gente di Sicilia": vi si scopre il volto dall'espressione intensa di una giovane donna, mentre nelle pagine interne trovò spazio la fotografia di un contadino in posa con due ragazzini ed un bambino.

venerdì 24 luglio 2026

UNA CORSA FRA LE SCOMPARSE DUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE

Le dune di Isola delle Femmine.
Fotografia di Federico Patellani,
opera citata nel post


E' difficile ricostruire le trasformazioni subite negli ultimi decenni dall'ambiente in Sicilia, a causa di una incontrollata antropizzazione che ha coinvolto soprattutto le aree costiere dell'Isola. Un esempio di questo stravolgimento del territorio è offerto da una fotografia pubblicata il 15 luglio del 1958 dal settimanale "Tempo": l'immagine restituisce il volto originario della costa palermitana di Isola delle Femmine, all'epoca orlata da una distesa di dune di sabbia finissima. 

"Infinite zone promettono di diventare località balneari meravigliose - si legge nella didascalia che illustra la fotografia di Federico Patellani - e, tra queste, la lunga spiaggia ( dodici chilometri ) che prende nome dalla piccola Isola delle Femmine..."



Negli anni successivi, le dune di Isola delle Femmine sarebbero state cancellate da un'intensa attività edilizia che ne ha oggi ridotto l'estensione a poche decine di metri di semplice spiaggia: una perdita di identità ambientale che alla fine degli anni Sessanta sarebbe stata aggravata anche dalla costruzione delle corsie dell'autostrada Palermo-Trapani e dalla impunita proliferazione di una edilizia residenziale abusiva.

mercoledì 22 luglio 2026

IL GIORNO IN CUI UN MINISTRO VISITO' LAMPEDUSA E LO STATO SCOPRI' L'ISOLA

Venditori di pesce a Lampedusa.
Fotografie di Gianni Roghi
tratte dalla rivista
"L'Illustrazione Italiana" del dicembre 1954


Nel suo accurato e prezioso saggio intitolato "Lampedusa. Una storia mediterranea", edito a Roma da Carocci nel 2023, l'antropologo e direttore di ricerca emerito all'Università di Aix-Marsiglia, Dionigi Albera, ha raccontato la storia passata e contemporanea di Lampedusa: un lavoro di documentazione d'archivio che si è avvalso anche di più soggiorni nell'isola, con la raccolta di testimonianze orali sulle vicende locali degli ultimi decenni.

La ricerca di Albera - un viaggio che parte dal naufragio delle otto galee al servizio di Carlo V nel 1551 sorprese da una tempesta a poca distanza dalle falesie di Lampedusa, per arrivare a quelli, spesso non documentati, delle imbarcazioni dei migranti - accenna anche alla prima visita di un ministro italiano, evento destinato a cambiare il destino dell'isola:

"Era la prima volta che un membro del governo veniva a Lampedusa - ha scritto Albera - dalla nascita dello Stato italiano un secolo prima".

Toccò al ministro dell'Interno Taviani interrompere quell'assenza durata 106 anni. 



L'episodio ricordato da Albera rimanda alla data del 24 maggio del 1966, quando Taviani visitò Linosa e Lampedusa dopo un viaggio a bordo della unità della Marina Militare "Proteo" partita da Catania. In quell'occasione, si pose la prima pietra per la riattivazione per usi civili della pista del vecchio aeroporto militare di Lampedusa, avvenuta nel 1968. Sino ad allora, il collegamento dell'isola con Porto Empedocle era stato affidato ai vecchi piroscafi "Mazara" ed "Egadi", costretti a percorrere le 113 miglia di mare in almeno 14 ore.

Dopo avere ricevuto una medaglia d'oro e la cittadinanza onoraria di Lampedusa, Taviani lasciò le Pelagie prospettando così il futuro dell'isola:

"Oggi vi dico che il vostro avvenire sarà il turismo: la seconda industria italiana arriverà anche qui, e molto presto"



"Dopo l'istituzione del collegamento aereo, ( ... ) - ha sottolineato nel suo saggio Dionigi Albera - i visitatori si fanno numerosi, alla ricerca del mare perfetto e di un territorio ancora vergine. Si tratta soprattutto di un turismo d'élite: appassionati di immersioni, benestanti, artisti. L'accoglienza è ancora spesso improvvisata, ma è chiaro che il vento sta girando. Una figura emblematica è quella del vecchio pescatore che, per due mesi, accompagna i vacanzieri a circumnavigare l'isola con la sua barca, stupito dal fatto che lo paghino così tanto per fotografare la costa, le insenature e le grotte a partire dal mare. I suoi figli, invece, si sentono già più a loro agio: hanno lanciato una produzione di magliette che i visitatori estivi apprezzano, con un marchio raffigurante una cernia trafitta dal tridente di un subacqueo. Ormai Lampedusa sembra pronta per il turismo di massa ( ... )



L'economia locale è stata stravolta. L'agricoltura è quasi scomparsa, la pesca è diventata un'attività residuale. La maggior parte degli abitanti lavora oggi nel settore del turismo. Il paesaggio è stato deturpato da un'attività edilizia frenetica, senza alcuna regola ( ... )

Purtroppo, questo è il destino di molte altre isole del Mediterraneo..."

giovedì 16 luglio 2026

IL RAGIONAMENTO DEI "PROFESSORI" SULLE DIVERSE IDENTITA' DI SIRACUSA

Paesaggio di Siracusa.
Foto Ernesto Oliva-Reportage Sicilia©


"Il criterio della pluralità di Siracusa resta l'unico valido, per chi voglia conoscerci e comprenderci"

Nel luglio del 1960 lo scrittore e giornalista livornese Carlo Laurenzi riferì sul "Corriere della Sera" questa chiave di lettura suggeritagli allora da "innumerevoli professori" locali per comprendere le diverse identità siracusane.

"I miei dotti interlocutori - spiegò Laurenzi - parlano di una "piccola Siracusa" e di una "grande Siracusa", secondo una semantica eterogenea... Fanno parte della piccola Siracusa: il porto, gli artigiani, gli sfaccendati, i mercanti, la città vecchia con esclusione dei musei, il clan degli sportivi, i politici; qualche professore allude a questa Siracusa come alla Siracusa "alessandrina".



L'altra, la grande, sarebbe piuttosto la Siracusa "greca": include le gallerie d'arte, il teatro antico, le iniziative che sorgono a proposito del teatro antico, le nuove industrie, il turismo ad alto livello, le zone monumentali...

Parlano altresì di una "Siracusa impropria" che è la più difficile a definire: può rappresentarla, per esempio, il santuario così detto Madonna delle lacrime, ritenuto luogo di prodigi. Tale culto ha luogo in una sorta di hangar con tettoia, e la circostanza è piuttosto bizzarra, se si considera il gran numero di chiese abbandonate ( degnissime, amplissime ) nel centro di Siracusa, in questo simile a Lucca..."


domenica 12 luglio 2026

IL CONTADINO CON IL PANE E IL COLTELLO DI GIANBECCHINA


 

L'IMPAGABILE PIACERE DEL RIPOSO SU UN BISUOLO EOLIANO

Un bisuolo a Panarea.
Fotografie di Piero Di Blasi,
opera citata nel post


"I bisuoli sono una strana invenzione. Sono come dei muretti bassi su cui sedersi o sdraiarsi, freschi quando fa caldo, che seguono il perimetro di un terrazzo o di un luogo esterno alla casa.

Ingentiliti sovente da piastrelle eoliane coloratissime, invitano al convivio, o più semplicemente al riposo. Gli angoli smussati e tondeggianti permettono di appoggiare la testa nella parte ricurva, bombata.

Un bisuolo libero, un bicchiere di bianco da frigorifero, un libro e un pò di musica leggerissima, lontana ma vicina, sono meglio di un'ora di abbracci con la persona che ami.



Non per altro: ma un bisuolo che si rispetti è rigorosamente a una piazza..."

Così lo scrittore e autore teatrale e televisivo Michele Mozzati nel romanzo ambientato a Stromboli "Acqua fuoco trottola" ( Baldini+Castoldi, Milano, 2025 ) ha spiegato la funzione ed il migliore utilizzo possibile del bisuolo, uno degli storici elementi dell'architettura domestica delle isole Eolie.



Molti decenni prima, una delle prime descrizioni giornalistiche di questa particolare seduta trovò spazio in un "fotoreportage" pubblicato nel maggio del 1956 dalla rivista mensile del Touring Club Italiano "Le Vie d'Italia".



L'autore degli scatti realizzati a Panarea fu il fotografo Piero Di Blasi, di recente ricordato dal figlio Carlo come "un grande Papà che tanto si spese in battaglie civili e ambientali in tempi non sospetti sia sull'isola che in generale a Milano ed in Italia".