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venerdì 9 ottobre 2015

DISEGNI DI SICILIA


Autore sconosciuto
manifesto ENIT di promozione turistica in Sicilia, 1957?

LA PROCESSIONE DEI BRONTESI CONTRO LA LAVA DELL'ETNA

Una fotografia pubblicata nel dicembre del 1949 dal settimanale "l'Europeo" documenta la mobilitazione religiosa di Bronte contro un'eruzione che mise allora a rischio il paese etneo



In tanti ricordano quando fra l'autunno del 1992 ed i primi mesi del 1993 l'eruzione dell'Etna - un fronte lavico pericolosamente diretto verso Zafferana - venne fronteggiata con l'uso di esplosivo e blocchi di cemento.
Fu uno spettacolo essenzialmente alimentato dai media televisivi, che documentarono con telecamere ed inviati l'assalto militare messo per la prima volta in atto dai vulcanologi contro le colate di lava.
Fino ad allora, la popolazione dei paesi che vivono all'ombra dell'Etna aveva in qualche caso affidato la salvezza delle case all'opera di bulldozer ed escavatori. 
Più frequentemente, la lotta contro la violenza naturale del vulcano è stata combattuta con l'arma della fede: preghiere e processioni spintesi sino ai margini del fronte lavico.
Un esempio di questa pratica religiosa è documentato dalla fotografia riproposta da ReportageSicilia.
L'immagine - tratta dal settimanale "l'Europeo" del 4 dicembre del 1949 - ritrae un gruppo di abitanti di Bronte in preghiera con due sacerdoti il 2 o il 3 dicembre.



In quei giorni- dopo una violenta scossa avvertita in paese alle 5.25 del giorno 2 - un fronte lavico si mosse in direzione di Bronte, distruggendo un bosco di pini.
Quell'eruzione riaprì vecchie paure e il ricordo di antiche tragedie: nel 1843, l'azione distruttiva dell'Etna era costata la vita ad oltre 50 brontesi.   

"Don Luigi Longhitano, parroco di Bronte, circondato da un gruppo di fedeli e con in mano una reliquia - si legge nella didascalia che accompagnava la fotografia de "l'Europeo" -  va incontro alla colata dell'Etna per fermarne la marcia.
L'eruzione è stata preceduta da una forte scossa sismica verso quota 3000 del versante Sud-Ovest del cratere centrale.
Si è prodotto un vasto squarcio, mentre tre altre bocche si sono aperte nella stessa direzione, alcune centinaia di metri più in basso.
Il paese di Bronte era direttamente minacciato, ma la lava non l'ha raggiunto" 



FONTI ON LINE
http://www.bronteinsieme.it/2st/eruzioni_etna.html

Si ringrazia "La Bottega del Libro" di via Antonio Tempesta 63, a Roma, per la preziosa consultazione e l'utilizzo della collezione delle passate annate de "l'Europeo" 

giovedì 8 ottobre 2015

ELOGIO DELLE MODICANE

La presenza nel paesaggio e nella cultura contadina iblea di una razza di mucca spesso ricordata nella saggistica dedicata alla Sicilia


Mucche della razza Modicana a Palazzolo ( 1986 ).
Le fotografie del post sono di Giuseppe Leone
e sono tratte dal saggio "il Ragusano,
storie e paesaggi dell'arte casearia",

edito nel 1999 da Federico Motta Editore

"Sembra che tirando una linea tra Avola e Gela si abbia, dalla parte del mare, una terra anche geologicamente diversa, terra sassosa, in cui le valli diventano precipizi.
I muriccioli a secco, simili a un geroglifico, rigano la campagna, per dividere la proprietà o una cultura dall'altra.
Intorno a Modica, graziosa città col suo bel San Giorgio barocco, si scorgono superstiti proprietà signorili, case colore dell'argilla o del sasso isolate tra ciuffi di palme nella campagna.
Qui si coltiva il mandorlo, che produce una qualità speciale di frutti detti pizzuti, ottimi per i confetti; e qui ebbe origine la razza di buoi da fatica, alti, color del rame, chiamata modicana, caratteristici in Sicilia come i buoi bianchi nell'Umbria"

Così Guido Piovene nel suo celebre "Viaggio in Italia" ( Mondadori, 1957 ) rese omaggio alla mucca Modicana: un animale che ancor oggi connota con la sua presenza il paesaggio e la stessa cultura rurale della provincia ragusana.


Ritorno dalla fiera,
San Giacomo ( 1980 ),
fotografia di Giuseppe Leone,
opera citata

Prima di Piovene, altri autori avevano elogiato le qualità di questa mucca, diffusasi soprattutto nel territorio di Modica alla fine del secolo XIX, in coincidenza con la progressiva scomparsa della coltura del frumento.
Nel 1808, l'abate Paolo Balsamo nel suo "Giornale del viaggio fatto in Sicilia e particolarmente nella Contea di Modica" sottolineò "la bontà dei bestiami di Modica"; nel 1877, il barone pisano Sidney Sonnino in "Contadini di Sicilia" ricordò la "bella specie bovina conosciuta come razza Modicana".  


Modicane, San Giacomo ( 1982 )
fotografia di Giuseppe Leone,
opera citata

In passato, l'allevamento delle mucche Modicane ha rappresentato per la provincia iblea un esempio prezioso di antica cultura contadina, capace di trovare soluzioni alla gestione quotidiana di un mondo non ancora regolato dall'utilizzo delle tecnologie meccaniche o digitali.

"Più studiamo il mondo rurale del passato, più ne restiamo affascinati - ha scritto lo studioso e docente universitario catanese Giuseppe Licitra in "il Ragusano, storie e paesaggi dell'arte casearia" ( Federico Motta Editore, 1999 ), opera da cui ReportageSicilia ripropone alcune straordinarie immagini del fotografo Giuseppe Leone  - proprio perché riscopriamo, oltre che l'infinità di sacrifici affrontati dai contadini, in silenzio, giorno dopo giorno, l'incredibile competenza tecnica che ha permesso di affrontare problematiche anche più grandi di loro, con assoluta serenità, basandosi sull'esperienza fatta di piccoli gesti maturati in decenni, a volte in secoli di tradizioni..."

Spiega quindi Giuseppe Licitra, con un racconto che sorprende chi concepisce il lavoro oggi come la digitazione sulla tastiera di un computer:

"In media le 15-20 vacche della classica masseria iblea consentivano il nascere di un'intensa e diretta interazione tra il massaro e la singola vacca.
A ogni vacca, dopo il primo parto, veniva assegnato un nome e un posto in stalla; era cura del massaro legarle, mattina e sera, ognuna al proprio posto.


Modicane in contrada Castiglione ( 1956 ).
Fotografia di Giuseppe Leone, opera citata

Così come le operazioni di mungitura spesso con il vitello, prevedevano il blocco degli arti posteriori e delle coda con delle corte, 'nngarrunati', per motivi igienici e per evitare che la vacca, infastidendosi per qualsiasi motivo, rovesciasse il secchio del latte.
In sintesi, l'allevatore in tutte queste occasioni di contatto diretto chiamava la vacca per nome sia per imporre un ordine e anche per avvisarla ci ciò che si accingeva a effettuare.
L'animale non solo ubbidiva, ma riconosceva perfettamente anche l'umore del massaro manifestando lo stato di stress sia durante la mungitura sia nelle diverse occasioni di contatto.
Il massaro sceglieva la vacca 'leader', in realtà quella che tra tutte si era dimostrata tale, e le affidava un collare con la 'campana dominante'.
A più vacche venivano assegnate delle campane di qualità e dimensioni diverse, capaci di emettere suoni particolari accuratamente scelti dai massari più attenti.


Il rientro in stalla
nella masseria Musso a San Giacomo (1982 ).
Fotografia di Giuseppe Leone, opera citata

Gli anziani raccontano che dall'armonia dei suoni degli animali al pascolo il massaro riusciva a percepire il loro stato di benessere.
Era la vacca 'leader' a fare da guida, sia quando venivano mandate al pascolo sia al rientro.
Il massaro, per riportare le vacche in stalla dopo il pascolo, se le chiuse erano molto lontane andava a cavallo, ma quando così non era, poteva permettersi di gridare, sopra il muro a secco più in vista, nella direzione del pascolo, il nome della vacca dominante per far sì che questa si rimettesse in cammino verso il rientro, seguita in fila indiana da tutte le altre..."





lunedì 5 ottobre 2015

SICILIANDO














"Ci vado spesso in Sicilia.
L'impatto visivo è sostanziale per come scrivo e quel paesaggio mi sembrava perfetto.
Cose meravigliose accanto all'abusivismo più sconfinato, posti perfetti accanto a posti abbandonati.
Se avessi dovuto fare un film non avrei dovuto toccare nulla.
Poi la Sicilia è un'isola: se non puoi muoverti, immaginerai qualsiasi cosa al di là del mare"
Niccolò Ammaniti 

LA FONDAZIONE DEL VILLAGGIO DI PERGUSA

Cinque immagini del borgo rurale ennese pubblicate nell'aprile del 1938 dalla rivista mensile "l'Ingegnere"


Una veduta panoramica del Villaggio Pergusa,
costruito dopo la bonifica delle zone paludose del lago, a partire dal 1935.
Il progetto originario, redatto dal Genio Civile di Enna,
prevedeva la costruzione di alloggi per un totale di 1500 residenti

"Il Duce ha trovato sulle rive del lago un paesino tutto nuovo, con una folla di contadini dalla numerosa figliolanza, ai quali Egli ha dato le chiavi delle case, che ora essi andranno ad abitare; ed ha trovato una folla di giovani spose, alle quali ha dato l'anello in acciaio in cambio di quello d'oro che esse diedero alla Patria in un giorno indimenticabile, quando il Popolo italiano mostrò, al pari della sua forza, il suo grandissimo cuore che palpitava d'orgoglio e di amore.
Tutte le giovani spose avevano l'abito bianco, le donne più anziane avevano indossato il costume paesano, e tutte avevano doni da offrire a Mussolini, piccoli doni che erano degni, per il modo come erano offerti, di essere graditi dal Duce.


Un altro scatto del Villaggio,
dominato dalla mole di una chiesa e di un alto campanile

Mussolini, mentre la folla lo acclamava con una indicibile passione, ha visitato gli edifici pubblici del paese o due o tre case di contadini; poi ha assistito alla benedizione nuziale, durante la quale sono stati dati alle donne gli anelli in acciaio; infine, ha chiesto le più minute informazioni sugli uomini e sulle cose, suscitando, come sempre, fra gli ascoltatori la più profonda meraviglia per la perfetta conoscenza delle varie questioni.
Poi è giunto a Enna, accompagnato dalla gratitudine dei contadini di Pergusa, ai quali ha dato la buona terra e la linda casa e, soprattutto, il pegno del suo vigile amore..."

Così la stucchevole retorica giornalistica che racconta le vicende dei regimi dittatoriali guidò la prosa di Alfio Russo nella cronaca dell'arrivo di Benito Mussolini nel Villaggio Pergusa.


Uno scorcio della piazza principale del Villaggio Pergusa.
Si riconoscono la facciata della chiesa
e l'edificio adibito a scuola.
Il borgo nacque per accogliere i contadini della zona
e gli abitanti di decine di grotte della periferia ennese

La sua presenza in quest'angolo di Sicilia - oggetto di un lungo reportage sulla prima pagina de "La Stampa" del 15 agosto 1937 - fu legata all'inaugurazione del villaggio rurale costruito l'anno precedente a poca distanza dal lago, a circa 12 chilometri da Enna.
Le zone lacustri del bacino salmastro erano state bonificate a partire dal 1935, eliminando i focolai di malaria e favorendo le attività di pascolo e cerealicole. 
La costruzione del nuovo centro rurale di Pergusa fu realizzata dall'Ufficio del Genio Civile di Enna, che vi destinò - oltre ai contadini della zona - decine di famiglie fino ad allora alloggiate in centinaia di grotte alla periferia del capoluogo.


Una veduta dell'area del lago di Pergusa
sottoposta alla bonifica

Le fotografie e le notizie sul borgo di Pergusa ora riproposte da ReportageSicilia sono tratte dalla rivista mensile "L'Ingegnere", edita nell'aprile del 1938 dal Sindacato Nazionale Fascista Ingegneri.

"I lavori vennero eseguiti dal locale Ufficio del Genio Civile - scriveva l'ingegnere C. Roccatelli - con una rapidità eccezionale: in soli sei mesi si è costruito il nuovo centro con i suoi edifici principali ed un primo nucleo di abitazioni ( nucleo che dovrà estendersi sino a comprendere una popolazione di 1500 abitanti ); si è eseguita la bonifica del lago, mediante colmate, banchinamenti, piantagioni e strade e si sono messe a coltura nuove terre.
Il nuovo abitato, a carattere estensivo, si snoda intorno alla piazza principale sulla quale si raccolgono i più importanti edifici: la chiesa, la Casa delle Organizzazioni Fasciste e della delegazione Podestarile, le scuole, la stazione sanitaria e l'infermeria, la caserma dei RR.CC.
Le abitazioni, a tipo rurale, sono disposte in casette isolate di un sono piano.
Queste comprendono due alloggi ciascuna e, separate da portici, la stalla e gli accessori.
Ogni alloggio ha un appezzamento di 1000 mq. di terreno, oltre a quelli che le singole famiglie hanno già ottenuto in coltivazione"


Sistemazione stradale e piantagione di alberi
lungo le sponde sino a pochi anni prima paludose


La crescita demografica del Villaggio Pergusa non fu in linea con le aspettative dei suoi progettisti; secondo le Guide Rosse della Sicilia del TCI, nel 1953 i residenti erano infatti 278, saliti ad appena 548 nel 1968.
     

venerdì 2 ottobre 2015

PALERMO SENZA MAFIA IN UN REPORTAGE DEL 1966

Omissioni, dati economici e attualissime notazioni di costume palermitano in un resoconto di Carlo Graffigna pubblicato con fotografie dell'Agenzia Scafidi dalla rivista "Le Vie d'Italia" 


Il viale d'ingresso al parco della Favorita.
Sullo sfondo del monte Pellegrino, la sagoma del castello Utveggio.
ReportageSicilia ripropone un articolo dedicato a Palermo
e pubblicato nel luglio del 1966 dal mensile del TCI
"le Vie d'Italia"

Con il semplice titolo "Palermo oggi" la rivista del TCI "Le Vie d'Italia" pubblicò nel luglio del 1966 un lungo reportage dedicato al capoluogo della Sicilia.
Il giornalista incaricato di raccontare la città fu Carlo Graffigna; le fotografie furono fornite dall'Agenzia Scafidi, all'epoca la principale fonte di immagini di cronaca e di costume a Palermo.
L'articolo ( in cui non viene mai citata la parola "mafia" ) venne presentato dalla rivista con notazioni che accennavano brevemente alle trasformazioni urbane provocate da 15 anni di speculazione edilizia.


L'area nord-orientale di Palermo
in una fotografia scattata probabilmente
dal grattacielo dell'INA, in piazzale Ungheria.
In primo piano, il Teatro Massimo

Foto aerea della piazza Politeama
con l'imponente struttura del Teatro omonimo


L'inviato de "Le Vie d'Italia", seguendo forse il "taglio" divulgativo dell'autorevole mensile del Touring Club, ignorò qualsiasi riferimento alle vicende affaristico-mafiose che sino a pochi anni prima avevano iniziato a stravolgere l'aspetto della città, contrapponendo con le Giuliette-bomba e le lupare i clan Greco e La Barbera:

"Il nostro collaboratore è andato nella capitale della grande isola mediterranea, ha visto tutto ciò che c'era da vedere, si è incontrato con molte persone.
Il ritratto che ora egli ci offre è quello di una nobile città di stile barocco in trasformazione, una selva di cemento e di palazzoni moderni in cui si incastrano, come oasi, le superstiti case dei tempi antichi, chiese, monumenti illustri nella storia dell'arte, magnifici musei, giardini superbi e insieme ampi ritagli di quartieri popolareschi"

Ignorando qualunque dato sull'ingerenza della mafia nell'edilizia, nel commercio e nelle sue infiltrazioni nella politica locale - oggetto all'epoca di inchieste giornalistiche, giudiziarie e financo parlamentari ( due anni prima, la commissione antimafia aveva scritto che "esiste un parallelismo fra la particolare intensità del fenomeno delinquenziale e la situazione amministrativa in una città dell'importanza di Palermo" )  - il reportage di Graffigna contiene molte informazioni sulla realtà sociale ed economica cittadina del periodo. 
Apprendiamo così che Palermo era allora abitata da 625.000 persone sul totale dei 5 milioni di siciliani.


Scena di traffico cittadino
in via Ruggero Settimo

Piazza Pretoria
e la scenografica fontana
ricca di sculture allegoriche
 


Nel 1951 i residenti erano 490.692, 564.225 nel 1957: una crescita demografica causata dall'attrazione esercitata dal capoluogo di un'isola che assisteva all'abnorme sviluppo della sua burocrazia regionale.
Nel 1965 al suo scalo marittimo - il decimo per volumi di traffico in Italia - erano attraccate e partite 5124 navi, con un milione61.000 tonnellate di merci imbarcate e sbarcate e con 264.000 passeggeri in arrivo o in partenza.
A quattro anni dalla sua discussa inaugurazione, l'aeroporto di punta Raisi è invece al quinto posto nelle statistiche nazionali, con 3071 aerei arrivati, 3074 partiti, 91.881 sbarcati e 92.722 imbarcati nel corso di un anno.
Quando il giornalista del TCI mette piede a Palermo, sono in attività da quasi un anno i primi cantieri per la costruzione dell'autostrada destinata a collegare la città con Catania ( la stessa che dallo scorso aprile è interrotta a causa del cedimento del viadotto Himera ).


Piazza Vittoria,
con la villa Bonanno
ed il complesso scultoreo dedicato a Filippo IV


Dell'opera si parla già dal 1946, ma serviranno sette anni per costituire un Consorzio e solo nel 1959 ci sarà un affidamento del progetto che prevede una spesa di 59 miliardi di lire.
Graffigna scrive che i 186 chilometri e 576 metri saranno terminati entro la fine del 1968; nei fatti, l'autostrada verrà parzialmente inaugurata solo nel febbraio del 1973 ( mancheranno ancora 26 chilometri fra Enna e Catania ) con una spesa lievitata sino a 230 miliardi di lire.

"Quando poi, forse poco dopo il 1970, anche il ponte sullo Stretto sarà una realtà - si legge nel reportage de "Le Vie d'Italia" - allora a Palermo ci sarà il capolinea di una seconda autostrada che vi giungerà da Messina, lungo la via della costa".

La costruzione del ponte di Messina è ancor oggi materia di periodici vagheggiamenti, alternati agli annunci di archiviazione del progetto.
L'autostrada Palermo-Messina invece esiste, ma sarebbe stata completata solo nel 2004 - fra le immancabili polemiche ed inchieste giudiziarie sulla sua capacità di esercizio - 35 anni dopo l'avvio dei lavori.


L'aggressione della speculazione edilizia
al verde cittadino nell'area urbana nord-occidentale

Edilizia residenziale nell'area di villa Sperlinga,
parte residua di un vasto parco lottizzato a partire dal 1952

  
All'eccessiva fiducia del giornalista del TCI sui tempi di costruzione delle strade, si contrappone però la chiara visione delle contraddizioni dello sviluppo economico di quegli anni a Palermo e nel resto dell'isola.
I mali sottolineati da Carlo Graffigna riguardano sia il comparto industriale che quello agricolo e olivicolo, questi ultimi alle prese con la fine del monopolio delle produzioni siciliane:

"Per quanto in netto sviluppo, la regione è ancora molto al di sotto delle medie nazionali in fatto di attrezzature, di impianti, di traffici, di commerci e di attività economiche in senso lato.
Il discorso sarebbe lungo e complesso, ma per l'industria possiamo dire che qui a Palermo si è verificato lo stesso fenomeno che rende precaria l'economia di molte altre plaghe del Sud: il boom economico del Nord, con il rinnovo degli impianti, ha ancora acuito la sperequazione con gli scarsi e vetusti stabilimenti del Sud, con la logica conseguenza di alti costi di produzione, difficoltà economiche, fallimenti, licenziamenti.


La città del vecchio centro storico:
piazza della Rivoluzione con la statua del Genio
 

E, proprio contemporaneamente, l'esplosione del mercato agrumario verificatosi nell'immediato dopoguerra subiva un certo ridimensionamento con l'entrata in scena di grandi concorrenti che fino a quel momento non erano esistiti, come Israele, la Tunisia e l'Algeria, che, formatesi in nazione, cercavano di sfruttare, nell'attesa di darsi una attrezzatura industriale, i frutti spontanei del loro clima. 
Così, la Sicilia, con i suoi sei milioni e mezzo all'anno di quintali di arance e un quantitativo identico fra mandarini e limoni, pur coprendo da sola il 65 per cento della produzione nazionale di agrumi, deve lottare con la Spagna e con i nuovi paesi concorrenti sui mercati del Nord Europa e di oltre oceano.
La stessa cosa accade per l'olio di oliva.
La Sicilia ne produce 360.000 quintali ogni anno, ed è la seconda regione d'Italia, dopo la Puglia, ma non sempre il costo, dovuto quaggiù alla polverizzazione industriale, cioè a una miriade di piccole imprese, può reggere la concorrenza.
Tutti questi fenomeni ( che portano sottoccupazione ) e il fatto che Palermo sia la sede del governo regionale, del suo Parlamento e di tutti gli uffici a esso collegati, spiegano il confluire in città di molti più isolani di quanti l'economia locale possa ora assorbirne..."

Il reportage di Graffigna contiene anche numerose, attualissime e a volte sorprendenti notazioni sul carattere dei palermitani e della loro città.
Tra le righe del suo racconto, spunta un riferimento ai personaggi letterari di Tomasi di Lampedusa:

"Che cosa è Palermo?
Prima di tutto è una città regale.
Lo è persino negli autobus, che sono il più popolare e il più anonimo dei mezzi di trasporto moderni.
Gli autobus di Palermo non hanno i solito seggiolini , pressocché simili in tutto il mondo, ma vere e proprie poltroncine.
Se è vero che Carlo V nominò 'signori' tutti gli abitanti di Alghero, queste poltroncine sugli autobus testimoniano indubbiamente della 'nobiltà' di tutti i palermitani.


Paladini dell'opera dei pupi:
un genere di rappresentazione che negli anni Sessanta
dello scorso secolo visse un irreversibile declino

Come, del resto, le loro case, con quel locale d'ingresso, un po' patio un po' giardino d'inverno, che è un luogo al riparo dalla luce accecante dove si possono intrecciare, su alte poltrone di velluto o di raso, i conversari di un nuovo incontro e dove si accoglie l'ospite per il primo benvenuto.
L'ospitalità dei palermitani è calda e aperta, mai invadente o appiccicosa .
Al fondo di tutti i rapporti umani c'è, quaggiù, una grande dignità, un senso di fierezza che non è patrimonio di una 'classe', ma di un'intera popolazione.
Anche vicino al mare, nei quartieri attorno al porto e quasi ai margini della sua vita attiva, si può sentire la presenza della povertà, e, spesso, della miseria, ma di essa non si fa né ostentazione né mercato.
Ci si accorge soltanto di essere di fronte ai meno fortunati fra gli eredi di un impero, di due regni che qui ebbero la capitale, e di un vicereame.


La nostalgica fotografia
di un altro genere di spettacolo popolare palermitano
che nel 1966 viveva i suoi ultimi sussulti:
 il racconto dei cantastorie

Soltanto dopo avere visto Palermo e avere conosciuto la sua gente, si capisce come Tomasi di Lampedusa abbia potuto scrivere 'Il gattopardo' senza avere avuto bisogno di chiudersi in un castello a 'respirare atmosfere antiche', ma che ne abbia invece composti molti capitoli nella saletta di un grande caffè aperto ai quattro venti nel cento della città, fra il via vai della gente e le loro conversazioni.
Il fatto è che quegli uomini e quelle donne, sia pure perfettamente inseriti in una realtà storica diversa, erano proprio i nipoti dei personaggi che lo scrittore andava rievocando.
Se negli occhi e nel portamento della gente di Palermo è rimasta quell'antica fierezza, nelle sue pietre c'è tutto quello che possono avervi inciso millenni di storia e di avventure del pensiero e dell'arte..."

Infine, dopo avere ricordato l'atmosfera "intima e raccolta" della via Ruggero Settimo - definita "punto d'incontro di un'intera città, qualche cosa di più e di diverso della Galleria di Milano o della via Veneto a Roma" - l'autore di questo reportage nella Palermo del 1966 attribuisce ad un popolo assai lontano dalla Sicilia e fa suo l'elogio della città:

"I norvegesi, che per i loro antichi antenati vichinghi, meritano ancora gran fama di viaggiatori, dicono che la città della Conca d'oro è la più europea e la più civile delle grandi metropoli dell'Africa e del vicino Oriente e, nello stesso tempo, la più esotica e la più misteriosa delle grandi città del vecchio continente. 
Questa è Palermo..."   
     
   

DISEGNI DI SICILIA


Allegoria della Sicilia in una stampa del secolo XIX,
tratta da "L'immagine della Sicilia nell'Italia del Settecento", Edi.bi.si Palermo, 2000