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domenica 29 luglio 2012

L'ILLUSIONE DEL TEXAS RAGUSANO

Operai della "Gulf Oil Italia" impegnati in uno dei pozzi di petrolio scoperti a Ragusa, in contrada Pendente, nell'ottobre del 1953.
La storia di questi impianti è legata all'attività del geologo texano John Elmer Thomas, che dopo lo sbarco degli americani in Sicilia garantì alle compagnie statunitensi lo sfruttamento del giacimento ibleo.
Le aspettative create dalla scoperta dell'"oro nero" nella provincia iblea si esaurirono però in una ventina d'anni.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia è opera di Pedone ed è tratta dal II volume dell'opera "Sicilia" edita da Sansoni nel 1962
Fu per primo Giuseppe Di Stefano, geologo all’Università di Palermo agli inizi del Novecento, a suggerire che i calcari bituminosi del ragusano indicassero la presenza di giacimenti di petrolio.
Qualche decennio dopo, un suo collega tornato in Sicilia insieme alle truppe alleate nel 1943, dopo una prima esplorazione risalente a dieci anni prima – John Elmer Thomas, originario non a caso del Texas – avrebbe definitivamente dato consistenza a quella intuizione.
Thomas verificò l’esistenza dell’”oro nero” ad un chilometro e mezzo dall’abitato di Ragusa, in contrada Pendente.

Una veduta dei giacimenti di contrada Pendente
tratta da una cartolina dell'epoca.
La produzione di greggio passò dalle 650.000 tonnellate annue del 1956
alle 300.000 del 1977.
La scoperta del petrolio non riuscì a cambiare il volto dell'economia ragusana, favorendo piuttosto la tendenza all'abbandono delle vecchie attività agricole della provincia 
Sembra che Elmer Thomas – all’epoca geologo per conto della “Minnehoma Oil Company”, poi passato alla “Gulf Oil Italia” – fosse arrivato nell’isola con il preciso compito di favorire l’accaparramento delle più proficue zone di estrazione a favore delle compagnie americane: una missione eseguita, a quanto pare, senza troppi scrupoli di coscienza.
“Nell’agosto del 1944 – scrive a questo proposito Giorgio Galli in “Enrico Mattei: petrolio e complotto italiano” - Thomas nel vagliare i documenti rintracciati dagli alleati negli archivi centrali dell’Agip e presso il ministero dell’Agricoltura dovette convenire che le prospettive minerarie dell’Italia erano ben più interessanti di quanto avesse fino ad allora immaginato. Da quel momento, Thomas e gli altri rappresentanti delle ‘Sette Sorelle’ si erano proposti di mettere le mani sulle ricchezze minerarie della Valle Padana e della Sicilia, mentre l’Agip, che ai loro occhi rappresentava l’ostacolo principale all’attuazione del piano, doveva essere liquidata”. In ogni caso, il geologo texano – morto nel 1949 - non riuscì a vedere con i propri occhi i primi barili di greggio in seguito estratti dai quattro pozzi di contrada Pendente, nell’ottobre del 1953, ad una profondità di 1890 metri.

Un'altra immagine tratta da una cartolina del tempo dell'attività dell'impianto petrolifero di contrada Pendente.
La "Gulf Oil Italia" ottenne la concessione dello sfruttamento vincendo la concorrenza dell'AGIP di Enrico Mattei, grazie agli stretti rapporti dell'azienda con i vertici della Regione Siciliana
e le 'coperture' statunitensi
Ad accaparrarsi lo sfruttamento del giacimento ragusano, già oggetto di studio dell’Agip nel 1927 – ed il primo mai esplorato con successo nell’isola a fini commerciali – fu proprio la “Gulf Oil Italia”, diretta allora dall’avvocato Nicola Pignatelli d’Aragona Cortes.
Grazie ad i suoi appoggi alla Regione – che il 20 marzo 1950 promulgò una legge per il rilascio di concessioni ad enti e società italiane e straniere - Pignatelli riuscì ad ottenere a fini di esplorazione e sfruttamento ben 439.000 ettari di suolo siciliano.
Le vicende dell’epoca dicono che il Pignatelli vinse la concorrenza di un altro pretendente dell’area ragusana – Enrico Mattei – circostanza che spiega forse le parole sprezzanti usate nel 1956 da Giorgio Bocca per definire proprio sul “Giorno” di Mattei il duo Elmer Thomas-Pignatelli: “un trafficante texano ed il suo socio in affari, il primo con un fez rosso in testa perché diceva di essersi fatto musulmano, il secondo vestito da Caraceni”.
In questo contesto, il business del petrolio sembrò rappresentare per il territorio di Ragusa una svolta storica, ancora oggi visibile nel moderno e non sempre apprezzabile tessuto edilizio di una cittadina sino ad allora strutturata intorno alle sue splendide architetture barocche. La popolazione – richiamata dal sogno di un’attività industriale legata alle attività di estrazione – abbandonò i centri rurali e le campagne della provincia, portando in 5 anni gli abitanti di Ragusa da 10.000 a 60.000 unità.

Una veduta di Ragusa durante gli anni del "sogno texano"
della provincia iblea.
Scrisse nel 1962 lo studioso Aldo Pecora che "per la mancata completa verticalizzazione della lavorazione dei prodotti petroliferi sul posto, i nuovi posti di lavoro non ricevettero un forte impulso... la situazione demografica e quindi le condizioni sociali della città sono nel complesso piuttosto critiche, perchè il petrolio ha esaltato le speranze ed ha stimolato le correnti migratorie dall'esterno..."
Inizialmente, il miraggio dello sviluppo sembrò essere confortato dai dati: la produzione giornaliera di greggio di contrada Pendente passò dai 500 barili del 1953 ai 18.000 del 1957.
Insieme a quello di petrolio, un fiume di denaro invase le casse degli enti locali ragusani: in otto anni, la “Gulf Oil Italia” versò rispettivamente al Comune ed alla Camera di Commercio una percentuale dei proventi pari ad un miliardo e mezzo ed a 560 milioni di lire. Tra il 1952 ed il 1958 il numero degli autoveicoli in provincia aumentò del 260 per cento; il reddito medio individuale salì del 128 per cento e quello dei depositi bancari del 161 per cento.
Ben presto, però, le aspettative procurate dall’improvvisa rivoluzione produttiva fecero i conti con i dati reali. Anzitutto, il petrolio ragusano si rivelò molto denso e con ingenti percentuali di zolfo; le esplorazioni nei comuni di Giarratana, Chiaramonte Gulfi, Licodia Eubea, Buccheri e Comiso non diedero poi i risultati sperati.
Nel tentativo di ricavare i massimi profitti dall’attività di estrazione, la “Gulf Oil Italia” decise allora di automatizzare le attività lavorative, riducendo il numero di operai da 600 ad appena 84. Complice anche l’assenza delle fondamentali infrastrutture viarie locali, la compagnia americana decise quindi di procedere all’attività di raffinazione a Vittoria, dove erano già in funzione impianti utili a questo scopo.
Sulla lunga distanza, le speranze circa la creazione di un nuovo Eldorado siciliano a Ragusa si rivelarono illusorie.
Nel 1962, lo studioso Aldo Pecora poteva così notare che “per la mancanza completa verticalizzazione della lavorazione dei prodotti petroliferi sul posto, i nuovi posti di lavoro non ricevettero un forte impulso: le industrie dell’asfalto e dei bitumi assorbono circa un migliaio di lavoratori, ed un altro migliaio sono gli addetti del settore petrolifero. La situazione demografica e quindi le condizioni sociali della città sono nel complesso piuttosto critiche, perché il petrolio ha esaltato le speranze ed ha stimolato le correnti migratorie dall’esterno… E’ evidente, pertanto, che il fenomeno della disoccupazione sia rimasto piuttosto grave, reso anche più scottante dall’ancora forte natalità…”.
Col passare degli anni, la capacità produttiva dei giacimenti ragusani andò scemando. Fu allora che la “Gulf Italia” – dopo averne esaurito completamente le potenzialità – li cedette all’AGIP, proprio la compagnia cui aveva strappato la concessione di sfruttamento.
La produzione di greggio passò dalle 650.000 tonnellate annue del 1956 alle 300.000 del 1977; cinque anni dopo, i 22 pozzi erano già quasi del tutto inattivi, ed i livelli occupazionali pesantemente intaccati.

Anziani di Ragusa con il tipico scapolare dinanzi la cattedrale
in piazza San Giovanni.
L'attività di estrazione del greggio provocò una corrente migratoria dalle zone rurali verso il capoluogo, che portò in cinque anni i suoi residenti
da 10.000 a 60.000.
All'ingente afflusso di aspiranti lavoratori non corrispose però
un'adeguata offerta occupazionale. 
L'immagine di Josip Ciganovic è pubblicata su "le Vie d'Italia"
del TCI dell'aprile 1956
Ai nostri giorni, nulla quasi più rimane del ricordo del “sogno ragusano” promosso dal discusso geologo Elmer Thomas; nel frattempo si discute e si polemizza sull’ipotesi di trivellare offshore il mare siciliano, alla ricerca di nuovo petrolio.
Alle preoccupazioni per i rischi ambientali si unisce lo scetticismo sulla reale utilità economica di quest’attività, vista la probabile esiguità dei giacimenti: un realismo certo assai lontano dai ciechi entusiasmi di chi, 60 anni fa, si illuse di poter ritrovare in terra iblea un pezzo di Texas.







martedì 10 luglio 2012

GLI AUTOGRAFI NEGATI DEI VANDERBILT

Il bar San Giorgio a Castelmola, la cui terrazza - protesa verso Taormina ed il mar Jonio - è stata meta di visitatori illustri negli anni in cui la cittadina messinese era uno dei luoghi preferiti dal 'jet set' internazionale. Don Vincenzo Blandano - che fondò il locale - avviò la tradizione di raccogliere in un registro le firme dei clienti più famosi: una consuetudine che ha fatto i conti con il rifiuto della ricchissima famiglia dei Vanderbilt.
L'episodio è citato nel libro "Dal Vesuvio alla Sicilia" dello scrittore francese Roger Peyrefitte, abituale visitatore di Taormina e dintorni.
L'immagine porta la firma di Josip Ciganovic ed è tratta dal II volume 'Sicilia' edito da Sansoni nel 1962  
Nel sito del bar San Giorgio di Castelmola http://www.barsangiorgio.com/ – locale fra i più noti e frequentati in Sicilia da folle di visitatori stranieri, in quel luogo plasmato dalle logiche dell’economia del turismo che è Taormina – si ricorda la storia quasi centenaria di quella che agli inizi fu una semplice locanda.
Non mancano ovviamente i riferimenti ai tanti personaggi internazionali della cultura, della politica e dello spettacolo che hanno calcato la sua terrazza panoramica, protesa verso i colori del cielo e del mare dello Jonio.

Gloria Vanderbilt, una delle più note esponenti dalla famiglia di imprenditori americani che nei decenni passati frequentò regolarmente Taormina.
La fotografia, di Horst P.Horst, è tratta da http://froulala.blogspot.it/2011/05/bookworm-weekend-world-of-gloria.html
I proprietari del bar – a cominciare dal vecchio don Vincenzo Blandano – hanno conservato memoria scritta di quelle visite in registri dove sono tracciate le grafie di quegli illustri nomi di avventori; il primo della lista citata nel sito è quello dello scrittore francese Roger Peyrefitte.
L’autore de “Le amicizie particolari” – si legge – “amava scrivere i suoi libri seduto sulla terrazza di questo bar godendo del silenzio del piccolo borgo e del meraviglioso panorama che si poteva ammirare. Proprio lui è rimasto colpito dal libro dei centomila nomi di cui narra nel suo libro “Dal Vesuvio all’Etna, cioè la meravigliosa raccolta di autografi accumulata negli anni…”.

Un ritratto fotografico di Roger Peyrefitte.
L'autore de "Le amicizie particolari", scrisse che Napoli e la Sicilia "mi sembrano la parte eletta dell'Italia: non deve destare sorpresa che i Greci abbiano, un tempo, colonizzato proprio quei lidi, perchè è in essi che le seduzioni della Grecia si aggiungono a quelle dell'Italia"
Ora, rileggendo quelle pagine di Peyrefitte dedicate a Castelmola ed al bar San Giorgio, si scopre la curiosa storia della serata in cui quattro componenti della ricchissima famiglia Vanderbilt, dopo avere goduto del colpo d’occhio offerto dalla terrazza del locale, rifiutarono la firma di quel registro.
Il racconto di Peyrefitte – basato forse sui ricordi del vecchio Blandano – ci informa che i Vanderbilt, appena gettata l’ancora del proprio yacht nella baia di Giardini, decisero subito di godere della vista del tramonto dal San Giorgio.
Accolti da una banda locale che intonava l’Aida - nonché da sindaco, consiglieri comunali, curato e da un carabiniere sull’attenti – i componenti della ricchissima famiglia americana scesero dalla Rolls Royce guidata dall’autista.
“In un silenzio da chiesa – non però da chiesa siciliana – i Vanderbilt si diressero verso il caffè. Salirono i pochi gradini della scaletta esterna e guardarono il muro. Blandano – scrive Peyrefitte - intuì la loro muta interrogazione e additò loro, in fondo alla scala, la scaletta che portava alla terrazza. “Hooo!” fece Mrs Vanderbilt senior… Il tramonto del sole fu particolarmente bello quel giorno; si sarebbe detto che tutti i colori dell’arcobaleno si erano dati appuntamento per ammaliare i Vanderbilt: l’orizzonte era oro e verde, la terra porpora, il mare e l’Etna rosa”.

Ancora ai nostri giorni il bar San Giorgio raccoglie in un registro
le firme dei suoi visitatori.
Il rifiuto dei Vanderbilt a lasciarvi un autografo - e con esso la speranza di una loro donazione al paese -  rimane nella memoria dei castelmolesi come il ricordo del "pranzo dei Vanderbilt".
L'immagine è tratta dal sito http://www.barsangiorgio.com/
La convinzione di Blandano e di tutti i castelmolesi presenti era che lo stupore e l’ammirazione vissuti su quella terrazza inducessero i Vanderbilt ad una generosa donazione: un assegno per un importo in dollari e di entità tale da finanziare addirittura il potenziamento della rete idrica di Castelmola.
I ricchissimi ospiti americani decisero di ripagare Blandano in tutt’altro modo: scesi dalla terrazza, riguadagnarono l’abitacolo della Rolls Royce, non prima di avergli regalato un semplice “thanks!”
“Quando li vide salire in macchina – ricorda ancora lo scrittore francese - la disperazione gli ridette animo: afferrato uno degli albums delle centomila firme, si precipitò in piazza. In mancanza di meglio, gli restava di prendere l’autografo dei Vanderbilt. “Thanks!” disse di nuovo Mrs Vanderbilt senior. Lo sportello dell’auto sbattè sul naso del signor Blandano. Questi rimase così interdetto che l’autista ne ebbe pietà: si cavò di tasca una stilografica e con un magnifico gesto tracciò la propria firma sull’album che il caffettiere teneva aperto. Dentro la vettura, le labbra dei Vanderbilt ebbero un sorriso rapido come un lampo”.
Anni dopo, Gloria Vanderbilt avrebbe fatto più volte ritorno a Taormina, animando le fastose serate del jet set locale ed internazionale; non sappiamo se abbia mai fatto visita alla terrazza del San Giorgio, magari per porre la firma su quel registro ignorato in precedenza dalla sua famiglia.
In ogni caso, la storia di quegli autografi negati rimane ancora forte nella memoria dei castelmolesi, nel ricordo della sera del “pranzo dei Vanderbilt”.


giovedì 28 giugno 2012

LA GRANITA DI LIMONE DI NENE' E LULU'

Un gelataio con il suo carretto nella Caltanissetta degli inizi
degli anni Sessanta.
L'immagine è attribuita ad Anfosso ed è stata pubblicata sul numero di settembre del 1962 della rivista del TCI "Le Vie d'Italia" 

“- E che granita è? – fece Nenè, disgustato: ma dopo avere scolato, in parte sul vestito, l’ultimo sorso squagliato. – La granita è quella di don Pasqualino: appena arrivo a Nisima ne prenderò un pozzetto pieno.
- E’ meglio di quella di don Pasqualino – disse Lulù: per contraddirlo, senza convinzione.
- Non capisci niente: questa è fatta di acqua, limonina e zucchero; don Pasqualino la fa invece col limone, e ci mette anche il bianco dell’uovo – spiegò Nenè con competenza”.
Nenè e Lulù sono i due fratellini che accompagnano il viaggio in treno dell’ingegnere Bianchi fra Roma ed Agrigento, nel racconto di Leonardo Sciascia “Il mare colore del vino”; ad un loro dialogo, appunto, lo scrittore affida l’elenco degli ingredienti necessari per ottenere una buona granita di limone, che in Sicilia non può che accompagnarsi ad una soffice e fresca brioche, da servire rigorosamente a parte.
Ho ripensato a quella discussione fra Nenè e Lulù pochi giorni fa, gustando ottime granite di limone e di mandorla in una gelateria romana nel quartiere Pigneto, gestito con cortesia e bravura da Carla.
Certo, la brioche – di tipo industriale – non possedeva la fragranza di quelle servite in molte gelaterie dell’isola; ma è indubbio che quelle granite ricordavano gli standard artigianali siciliani che purtroppo sono stati nel frattempo persi da tanti gelatai dell’isola.
In quanto a Leonardo Sciascia ed ai suoi scritti in tema di gelati, il sospetto è che lo scrittore agrigentino fosse un cultore della specialità.
Sulle pagine del quotidiano palermitano ‘l’Ora’, nel 1965, apparve infatti una sua celebrazione del gelato al gelsomino, specialità oggi quasi del tutto scomparsa dalle liste dei gusti offerti dalle gelaterie.
Nel suo intervento, Sciascia riportava anche la ricetta del conte Lorenzo Magalotti, letterato dell’aristocrazia fiorentina del secolo XVIII: “torli d’uovo appena cotti, zucchero in abbondanza, un po’ di odor di muschio e d’ambra, una trentina di gelsomini, due limoncini; il tutto bene agitato in ‘tersa porcellana’, poi passato attraverso ‘finissima stamigna’ poi messo nella sorbettiera e la sorbettiera calata in un pozzetto di ghiaccio”.

venerdì 22 giugno 2012

CARAVAGGIO, QUEL FURTO DIVENTATO MITO

Un saggio edito da Sellerio di Luca Scarlini - scrittore e drammaturgo fiorentino - ricostruisce la complessa vicenda del furto della 'Natività' di Caravaggio a Palermo, nell'ottobre del 1969.
"In quel periodo - spiega l'autore a ReportageSicilia - la città dimostrò di non sapere difendere, insieme ai beni culturali,
anche la propria memoria storica"
“Mito e cronaca di un furto”, così giustamente detta il sottotitolo del libro di Luca Scarlini “Il Caravaggio rubato”; opera edita da Sellerio ed ovviamente dedicata alla storia della scomparsa della ‘Natività’ trafugata in una ventosa notte fra il 17 ed il 18 ottobre del 1969 dall’Oratorio palermitano di San Lorenzo, vigilata soltanto dagli occhi delle numerose statue di stucco del Serpotta.
Il libro di Scarlini, saggista e drammaturgo fiorentino, ricostruisce le cronache del furto e le molte ipotesi sulla sorte del quadro.
L’autore – appassionato d’arte e con numerosi precedenti letterari - conosce bene Palermo, grazie alle datate frequentazioni degli ambienti teatrali cittadini.

Realizzata nel 1609 da Michelangelo Merisi per la Compagnia di San Francesco nell'Oratorio di San Lorenzo, la 'Natività' è fra le opere d'arte rubate più ricercate dagli organismi investigativi internazionali.
Nel suo saggio, Scarlini raccoglie indicazioni, mezze verità e illazioni che ancor oggi a Palermo accompagnano le varie ipotesi sul destino
della tela caravaggesca  
Pur non essendo un cronista di nera, Scarlini ha scandito il racconto della scomparsa dell’opera del Caravaggio raccogliendo le testimonianze di investigatori, vecchi antiquari d’arte ed altri personaggi cittadini testimoni più o meno diretti dei fatti.
Nel corso di oltre 40 anni, sul caso del furto non sono mancate anche le indicazioni di numerosi pentiti di Cosa Nostra: da Francesco Marino Mannoia a Salvatore Cangemi, da Vincenzo La Piana a Gaspare Spatuzza; i loro racconti hanno finito con rendere il furto della preziosa tela una contraddittoria storia di mafia, tuttora aperta a diversi possibili epiloghi.

Sull'altare dell'Oratorio di San Lorenzo, le statue di stucco del Serpotta fanno da eccezionale cornice al vuoto lasciato
dai ladri della tela della 'Natività'. 
"Alcuni antiquari - spiega Scarlini - mi hanno suggerito l'identità degli autori del trafugamento, ma i loro nomi, a distanza di tanti anni, nulla aggiungono alla storia del furto ed alla possibilità di ritrovare l'opera"
L'immagine è tratta da http://www.amicimuseisiciliani.it/
Fatti e false verità accompagnano il mistero della scomparsa della tela: il libro di Scarlini ripercorre le richieste di riscatto mai accettate, la tesi della distruzione dell’opera in Irpinia - durante i giorni del terremoto – ma anche le singolari e poco note vicende riguardanti una copia del capolavoro conservata a Catania.
La ricerca di Scarlini, infine, ricostruisce anche il contesto di incredibile leggerezza grazie alla quale la Palermo della fine degli anni Sessanta agevolò il furto del quadro del Caravaggio: una storia nella storia del furto, vista l’assoluta assenza di strumenti di vigilanza dentro e fuori l’Oratorio e l’ignoranza circa la presenza della preziosa opera d’arte a Palermo delle massime autorità cittadine.

Architettura religiosa tardocinquecentesca
nel quartiere di Ballarò.
"Miei amici palermitani - spiega Scarlini - mi hanno raccontato del totale stato di abbandono in cui versavano i monumenti del centro storico cittadino negli anni del furto della tela caravaggesca".
Fotografia di ReportageSicilia 
“Al demerito del gesto – scrisse a questo proposito Giuseppe Servello, il 30 ottobre 1969 sulle pagine del ‘Giornale di Sicilia’ – i ladri possono opporre un merito culturale, perché con la loro iniziativa hanno fatto conoscere alla stragrande maggioranza dei palermitani l’esistenza di un capolavoro d’arte in famiglia”.

ReportageSicilia
“Il furto della Natività dall’Oratorio di S.Lorenzo è una delle vicende più analizzate e dibattute da investigatori, giornalisti ed esperti d’arte in Italia. Qual’è stato il suo approccio al caso?
Luca Scarlini
“Non sono un giornalista di cronaca nera, ma mi interesso di furti d’arte e del mito che finisce con l’accompagnare la scomparsa delle opere. Il furto della ‘Natività’ rappresenta il caso più noto di un certo atteggiamento di incuria verso l’arte che si registrò in Italia tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta.
Fra i capolavori rubati in quel periodo ricordo, nelle Marche, un quadro di Raffaello e due di Piero della Francesca: trafugati nel 1973, furono recuperati due anni dopo. Nel panorama dei furti d’arte, la Sicilia e Palermo subirono un’esposizione di primo piano.
Miei amici palermitani che abitano il centro storico mi raccontano del totale stato di abbandono in cui versarono in quegli anni i monumenti della città: chiese ed edifici storici vennero sistematicamente spogliati di oggetti artistici ed arredi. E’ stata quella una stagione nella quale la città, insieme ai propri beni culturali, non ha saputo difendere la propria memoria storica”

Luca Scarlini, l'autore del saggio "Il Caravaggio rubato.
Mito e e cronaca di un furto" edito da Sellerio.
Lo scrittore toscano http://www.lucascarlini.it/ - appassionato d'arte e della storia dei furti d'arte - frequenta da anni Palermo grazie ai suoi legami con gli ambienti teatrali cittadini 
RS
“Si è detto che il furto venne agevolato anche dal fatto che pochi palermitani fossero a conoscenza dell’esistenza del quadro di Caravaggio all’interno dell’Oratorio, edificio allora privo di sistemi di sicurezza ed allarme”
LS
“Non è esattamente così. Ovviamente, molti esperti d’arte locali sapevano della collocazione della ‘Natività’. All’epoca del trafugamento si diede colpa del furto alla trasmissione da parte della Rai di un servizio sull’Oratorio.
Qualcuno contestò il fatto che si fosse mostrato il quadro del Caravaggio, esponendolo al rischio della sottrazione. Ho rivisto nelle teche Rai quel filmato e posso assicurare che furono mostrati a lungo gli stucchi del Serpotta: pochissimi secondi furono invece dedicati alla ‘Natività’…”

RS
Che idea si è fatta sugli autori del furto? Numerosi collaboratori di giustizia hanno fornito indicazioni contrastanti sul ruolo di mandante di Cosa Nostra…”
LS
“Alcuni antiquari mi hanno suggerito l’identità degli autori del trafugamento della tela. Si tratterebbe di semplici “scassapagghiara”; i loro nomi, a distanza di decenni dall’episodio, non aggiungono nulla alla storia del furto ed alle possibilità di un recupero.
Parlando con cronisti esperti di mafia, l’impressione è invece che i racconti dei “pentiti”, pur suggerendo il ruolo delle cosche nel caso, siano più che altro serviti a sviare l’attenzione da processi e casi giudiziari di diversa natura.
Nel libro poi si ricostruiscono altri aspetti poco noti della storia del furto: le testimonianze di chi ha visto l’opera, anni dopo il trafugamento, ed un tentativo di recupero della tela non andato a buon fine. Un dato certo sembra essere quello che a metà degli anni Settanta la ‘Natività’ fosse comunque danneggiata”
RS
“L’ultima domanda, forse scontata ma logica. Dopo avere raccolto impressioni, testimonianze e documentazione sulla vicenda, è possibile ipotizzare che la ‘Natività’ sia ancora esistente e recuperabile?”
LS
“Io spero di sì. Riguardo la questione di una restituzione della tela, poi, bisogna considerare che dopo tanti decenni, il reato di furto è caduto in prescrizione. Quindi la speranza esiste”











mercoledì 20 giugno 2012

I FELICI BAGNI CATANESI DI ERCOLE PATTI

Una veduta di Catania dal mare Jonio in uno scatto pubblicato dal volume 'Sicilia' edito nel 1933 dal Touring Club Italiano. 
In questo post, ReportageSicilia ripropone una parte del prologo scritto da Ercole Patti al suo libro di racconti "Diario Siciliano", edito da Bompiani nel 1971: pagine in cui emerge il rapporto di istintiva felicità che lega molti siciliani al bagno nel loro mare,
alimentando il desiderio di altri piaceri  

Torrido caldo di giugno a Roma; il desiderio montante del mare si sgonfia al pensiero della plumbea acqua di Ostia e Fregene e del penoso prologo della ricerca di un parcheggio, dopo estenuanti ore trascorse in auto od in vespa.
Meglio restare a casa, allora, e coltivare il desiderio di un ritorno in Sicilia, per un bagno vero, per il quale basterà portare con sè un telo da mare ed una bottiglia d’acqua.
Bisognerebbe spiegare ai romani cos’è quella strana euforica felicità che prende i siciliani all’idea stessa di un bagno in mare; e tentare di far intuire l’eccitazione che prende dopo un tuffo nell’acqua blu, dopo l’attesa di un breve tragitto da casa accompagnato dal piacere di una sosta per la brioche col gelato od il panino con le panelle.

Un'immagine di Ercole Patti, giornalista e scrittore ( Catania 1913-Roma 1976 ) autore di "Diario Siciliano", che raccoglie vari scritti dispersi su giornali, libri e nei suoi cassetti personali.
Nel prologo, Patti ricorda la felicità procuratagli dal mare di Catania, che "penetrava nelle narici, attaccava le mucose, faceva lagrimare gli occhi durante i numerosi tuffi a chiodo fatti dal piccolo trampolino spogente dalla scogliera di Guardia Ognina"
In molti isolani il bagno amplifica la percezione sensoriale dei piaceri, in un fluente passaggio fra l’appagamento del desiderio marino appena realizzato e la percezione di prossime voluttà, gastronomiche ed ormonali.
Una straordinaria sintesi di questi sentimenti del siciliano in una giornata estiva al mare è contenuta nel prologo che il giornalista e scrittore catanese Ercole Patti scrisse nella raccolta di racconti che porta il titolo “Diario Siciliano”.
“L’odore del mare di Catania nel 1920, – scrisse Patti, che proprio a Roma visse a lungo nel ricorrente desiderio della Sicilia - quell’odore di vecchie tavole imbevute di salsedine, di scogli ricoperti di alghe verdi o avana pallido carnose e sensibili come branche di polpo.

Il mare di Ognina, luogo di bagni estivi evocati da Ercole Patti.
In "Diario Siciliano" si legge che "si tornava a casa verso l'una stanchi e spossati dal bagno mentre il solleone infuriava. Pomeriggi estivi interminabili; i gridi dei venditori ambulanti arrivavano da lontano lamentosi e indecifrabili attraverso le tendine di cannucce di paglia, e risuonavano nella penomba frasca e ventilata delle stanze...".
La fotografia - attribuita a PGS - è tratta dal volume 'Sicilia' di Aldo Pecora edito da UTET nel 1974 
L’aria marina trascorreva tra i pali e le passerelle di legno dei vecchi stabilimenti balneari. Qualche riccio bluastro si vedeva sul fondo ingrandito dall’acqua limpida sotto la verandina battuta dalla brezza marina.
Il mare salato penetrava nelle narici, attaccava le mucose, faceva lagrimare gli occhi durante i numerosi tuffi a chiodo fatti dal piccolo trampolino sporgente dalla scogliere di Guardia Ognina.
Mentre l’acqua marina scivolava sul corpo felice i pensieri confusi del meraviglioso pomeriggio da trascorrere ronzavano nella testa sommersa sott’acqua.
L’acqua scorreva sul corpo compatto ed abbronzato in un desiderio struggente della pasta con le melanzane che aspettava a casa sotto un piatto capovolto ancora tiepida. Il desiderio della pasta con le melanzane era simile come intensità a quello di vedere gli occhi della figlia dell’avvocato si affacciava alla bassa finestra della casa di fronte.
Il rombo leggero del mare che si insinuava fra gli scogli e ne tornava fuori con un movimento di risucchio scoprendo qualche patella che se ne stava leggermente sollevata sulla parete dello scoglio quasi per respirare pronta ad attaccarsi saldamente con la ventosa se qualcuno la toccava.

"La giornata si annuncia bella. L'Etna appare nitida in tutti i suoi contorni.
 'La montagna è pulitissima - dice il massaro - sembra leccata dai gatti...'"
La fotografia - attribuita a Stefani-Milano - ritrae la costa di Riposto ed è tratta dal volume 'Sicilia' edito da Sansoni nel 1962
 Durante quelle ore marine mentre l’acqua grondava e si asciugava subito sulla pelle la vita sembrava non dovesse mai aver fine ed era disseminata di ore bellissime, di risvegli dopo un leggero sonno pomeridiano nella stanza in penombra mentre attraverso le stecche dello storino abbassato arrivava il vento rinfrescato del meriggio…
Il mare rotolava sulla sabbia liscia della spiaggia.
L’olio delle meduse marine vi galleggiava in piccole chiazze e causticava la pelle soltanto che la sfiorasse appena. Il braccio tenero bruciato dall’olio della medusa; si sentiva l’eco del grido di allarme dei ragazzi che risuonava fra gli scogli: ‘L’olio a mare! L’olio a mare!’. Nelle narici c’era l’odore delle erbe carnose verdine e ondulate come una frangia di stoffa. L’estate dilagava nel cielo a grandi ondate silenziose…”.
L’estate di Ercole Patti scopre la vena narrativa grazie alla quale lo scrittore svelò la sua ricerca della felicità nei paesaggi e negli umori della Sicilia etnea.

Una veduta aerea del mare catanese fra Acicastello ed Acitrezza, in quello che Ercole Patti definì a ragione "uno dei più bei paesaggi siciliani.
 La strada in alto corre fra giardini di limoni che in certi punti precipitano in ripido pendio verso la costa. Qualche casetta sorge in mezzo al verde scuro e vivo dei limoni, con la facciata rivolta verso il mare che laggiù in fondo si vede schiumare appena appena contro le scogliere".
La fotografia riproposta da ReportageSicilia porta la firma della Regia Aeronautica ed è tratta
dal volume 'Sicilia' edito dal TCI nel 1933


Nella quarta di copertina del “Diario Siciliano” – edito da Bompiani nel 1971 – così Eugenio Montale descriveva quella scintilla letteraria: “L’ispirazione spesso sembra morderlo come una tarantola, scuoterlo da un sonno atavico ed in quei momenti è impossibile scrivere meglio di lui, con più scaltra misura, con gusto più perfetto”.

Un turista sulla spiaggia catanese della Plaia.
L'immagine è attribuita ad Alario ed è tratta dal volume 'Sicilia'
edito da Sansoni nel 1962

giovedì 14 giugno 2012

LA PERENNE TRATTATIVA FRA STATO E MAFIA

Vito Ciancimino, dirigente della Democrazia Cristiana di Palermo per un trentennio, vice capo corrente di Fanfani ed amministratore del Comune di Palermo per oltre un quarto di secolo, rappresenta efficacemente la continuità storica della politica della "trattativa" fra Stato e mafia.
L'immagine è tratta dal saggio di John Dickie "Cosa Nostra",
edito da Laterza nel 2004 
Mentre si avvicina il ventennale dalla strage Borsellino – eccidio per il quale la ricerca del movente prospetta inconfessabili verità giudiziarie – le cronache siciliane di queste ore rilanciano sui media l’argomento del rapporto fra Stato e mafia.
La Procura di Palermo ha infatti chiuso l’inchiesta sulla presunta trattativa avviata da pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra, nel periodo che va dal 1992 al 1993: dall’omicidio Lima alle stragi Falcone e Borsellino e sino alle bombe fatte esplodere a Roma, Firenze e Milano.
Secondo la ricostruzione dei magistrati palermitani, l’ex ministro Calogero Mannino sarebbe stato il primo ad avviare le trattative con i boss, all’inizio del 1992, nel periodo dell’uccisione a Mondello del leader siciliano della Democrazia Cristiana.


Il vecchio capomafia nisseno Giuseppe Genco Russo in conviviale compagnia con il Prefetto di Caltanissetta, il sindaco di Acquaviva Platani e l'onorevole Nino Gullotti, segretario regionale della DC nel 1954 e poi, nel 1975 e nel 1979, rispettivamente ministro della Sanità e vicesegretario nazionale
della stessa Democrazia Cristiana.
La fotografia - al pari delle due che seguono - sono tratte dal saggio di Michele Pantaleone "Mafia: pentiti?", edito da Cappelli editore nel 1985 
 L’inchiesta – che potrebbe portare al rinvio a giudizio dei personaggi indicati nell’ordinanza, frutto di quattro anni di indagini – chiama in causa fra gli altri l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, quello dell’Interno, Nicola Mancino, l’ex capo dell’amministrazione carceraria Adalberto Capriotti, l’ex europarlamentare Giuseppe Gargani, i boss corleonesi Riina, Provenzano e Bagarella, Giovanni Brusca ed Antonino Cinà e gli allora ufficiali dei Carabinieri del ROS Subranni, Mori e De Donno.
Proprio questi ultimi – secondo la Procura di Palermo – grazie alla mediazione dell’ex sindaco Vito Ciancimino con Riina e Provenzano, avrebbero agevolato “l’instaurazione di un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra”.

Altra rilassata foto di gruppo per Giuseppe Genco Russo con politici nisseni del suo tempo: il senatore democristiano Angelo Di Rocco, più volte Sottosegretario di Stato alla Pubblica Istruzione e l'onorevole Salvatore Aldisio, uno dei fondatori della DC nell'isola e ministro della Marina Mercantile, dei Lavori Pubblici e del Commercio 
Come riassume oggi Giovanni Bianconi sul “Corriere della Sera”, Calogero Mannino, “vittima predestinata della campagna avviata con l’uccisione di Salvo Lima, proprio per avviare quella sorta di contrattazione con la mafia avvicinò ‘esponenti degli apparati info-investigativi’ per acquisire informazioni sui boss. Dopodichè, consumate le stragi del 1993, avrebbe esercitato ‘ indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all’articolo 41 bis dell’ordinamento giudiziario’, cioè il carcere duro”.
Il clamore suscitato in queste ore dalle conclusioni della magistratura palermitana – conclusioni che attendono ora il riscontro processuale – non può non fare dimenticare che “le trattative” fra Stato e mafia fanno parte della storia stessa del rapporto fra le politica italiana e siciliana e Cosa Nostra.
Basta rispolverare i cinquantennali atti della Commissione Parlamentare Antimafia per trovare indicazioni precise sui tanti casi in cui esponenti politici hanno concluso accordi con boss mafioso, partendo dall’appoggio elettorale.
ReportageSicilia ripropone alcune immagini che testimoniano l’antica propensione alla “trattativa” fra Stato e mafia, ed in particolare quelle promosse dal vecchio capomafia  Giuseppe Genco Russo con politici di primo piano della sua stessa provincia. 
Frequentazioni impresentabili - quelle esemplificate da queste fotografie - che indicano la natura cancerosa del rapporto fra Stato e mafia, gravato in Italia anche dall'ingerenza di camorra e 'ndrangheta.

L'onorevole democristiano Calogero Volpe - al centro della foto, con la coppola - in visita in uno
dei paesi del suo colleggio elettorale.
Volpe - Sottosegretario di Stato ai Trasporti, alla Sanità ed alle Poste - venne indicato come uno dei politici più legati a Giuseppe Genco Russo



martedì 12 giugno 2012

LE SICILIANE DI EZIO QUIRESI

Rifornimento d'acqua da una fontana pubblica a Capo d'Orlando.
L'immagine - datata 1957 - porta la firma di Ezio Quiresi.
Il fotografo cremonese è anche l'autore di tutti gli altri scatti riproposti in questo post da ReportageSicilia.
Il materiale documentario di Quiresi è tratto dall'opera "Donne-Il lavoro femminile in Italia nel Dopoguerra in 80 fotografie", edita nel 2006
da Monte Università Parma Editore
Alcune delle fotografie riproposte dai post di ReportageSicilia – soprattutto quelle tratte da vecchi libri del TCI - portano la firma di Ezio Quiresi.
Nato nel 1925 a Cremona, dopo un’esperienza di lavoro in fabbrica in Svizzera, nel 1950 Quiresi acquistò la sua prima macchina fotografica – una Voigtlander Bessa 6x9 – con la quale iniziò a fotografare come amatore le rive del Po e le campagne cremonesi.
Saranno quegli scatti a fargli vincere i primi premi locali, facendolo approdare nel 1953 al Salone Internazionale di Venezia.
Due anni dopo, ricevette l’incarico dal Comune di Cremona di documentare le vacanze dei bambini in colonia; nel 1957 – dopo avere ricevuto il riconoscimento di Artista dalla Federazione Internazionale di Arte Fotografica - iniziò infine quella collaborazione professionale con il Touring Club Italiano documentata appunto anche da ReportageSicilia.

Una fruttivendola del mercato palermitano della Vucciria, nel 1960.
Quiresi è noto per le sue fotografie commissionate dal Touring Club Italiano
e pubblicate sulla collana "Attraverso l'Italia"
L’opera successiva di Quiresi si legherà alla pubblicazione di libri fotografici per Garzanti, De Agostini, Utet, Mondadori ed Electa.
Le immagini siciliane di Ezio Quiresi rientrano dunque in quell’opera di reportage svolta dalle Alpi sino ai mercati popolari di Palermo, nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta.

Anche in questa seconda fotografia realizzata tra i banchi della Vucciria - intitolata "venditrice di uova " - Quiresi rifugge da ogni ricerca del colore locale, raccontando semmai con un solo scatto la vita del suo soggetto.
In questo caso, il sonno della venditrice svela la sua faticosa esistenza da ambulante, portata avanti con un decoro evidenziato
dalla cura nell'esposizione delle uova
Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia fanno parte di quel periodo e sono tratte dal saggio ‘Donne-Il lavoro femminile in Italia nel Dopoguerra in 80 fotografie’.
L’opera è stata edita nel 2006 da Monte Università Parma Editore ed offre un riassunto dell’archivio di scatti che Ezio Quiresi dedicò alle donne italiane.

Una donna cavalca il suo asino portando con sè un bambino: sullo sfondo - siamo nel 1960 - si scopre
la rocca nissena del castello di Mussomeli.
Se in Emilia Romagna ed in Piemonte le donne di Ezio Quiresi erano spesso ritratte a bordo di biciclette, nelle campagne dell'isola il fotografo cremonese documenta il comune utilizzo del mezzo di trasporto animale,
spesso l'unico disponibile in famiglia 
“E’ un libro sull’Italia senza fili elettrici dell’alta tensione, senza autostrade e senza tutta la modernità che ha cambiato il volto del nostro Paese”, scrive Guido Conti nella prefazione.
Le donne siciliane ritratte nel volume – quella in groppa ad un asino con un bambino alle spalle su una trazzera nei pressi del castello di Mussomeli, o quelle con le tinozze del bucato a Marineo, o, ancora, le venditrici del mercato popolare della Vucciria – sono accostate alle contadine delle campagne bellunesi ed astigiane, alle vendemmiatrici gardesane od alle mondine di Pavia.

Due donne ed un bambino fotografati a Marineo,
lungo la strada che conduce a Corleone.
L'immagine di Quiresi porta il titolo "Bucato a Marineo" ed è datata 1960
Sono fotografie che documentano momenti di duro lavoro, di fatica sui campi o in piccole fabbriche o nei mercati popolari; non mancano poi neppure scatti che ritraggono gesti di incombenze private, specie quelli dedicati ai bambini.
Le donne di Quiresi, insomma, si rivelano protagoniste della società italiana e siciliana, in anni in cui il loro ruolo era generalmente riconosciuto e limitato al semplice supporto familiare e domestico.
Lo sguardo documentario di un cremonese formatosi tra i paesaggi e la gente del Po, riuscì a cogliere anche in Sicilia quella realtà di impegno femminile non sempre avvertito da altri contemporanei osservatori dell’isola.

Al mercato di Caltanissetta, nel 1957, gli occhi di questa donna
 svelano un turbamento
le cui motivazioni si perdono oltre i paletti della staccionata.
I fotoreportage di Quiresi hanno documentato, insieme ai volti dei suoi soggetti, anche la loro condizione umana: uno "specchio" della società locale, in un periodo di lentissimi cambiamenti nella società isolana
Nel Quiresi “siciliano”, infine, non manca neppure – come nel caso della donna ritratta al mercato di Caltanissetta – la scoperta di quei caratteri mediterranei, simili a quelli raccontati negli stessi anni in Andalusia da Fulvio Roiter.