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giovedì 8 aprile 2021

L'AMBIGUO EPILOGO DELLA VITA DI GIUSEPPE DINA, IL "GIULIANO DELLE MADONIE"

Giovanni Dina,
il bandito di Petralia Sottana
ucciso nel settembre del 1952,
in una foto segnaletica del tempo


"Circa l'uccisione del bandito Dina, avvenuta in territorio delle Madonie il 16 settembre del 1952 - scrisse l'avvocato e dirigente del PCI Giuseppe Montalbano sul mensile "Rinascita", nell'ottobre del 1953 - un comunicato della Questura di Palermo ebbe a darne notizia con le seguenti parole:

'Durante un conflitto a fuoco con gli agenti della polizia è morto il brigante Giovanni Dina. In Sicilia sono state così sgominate tutte le bande di briganti'.

Invece la versione esatta, denunziata dall'onorevole Li Causi al Senato nella seduta del 14 ottobre del 1952, è questa. Un confidente della polizia, capomafia, riesce a stordire con il luminal il bandito Dina, che viene trovato dalla polizia vivo, immerso in un sonno profondo. Allora la polizia, invece di catturarlo, lo carica su un mulo e per diverse ore lo trasporta attraverso sentieri impervi, deponendolo infine in posizione orizzontale vicino alla porta di un casolare sperduto nel bosco. Sempre la polizia l'uccide con due raffiche di mitra..."

Il 26 agosto del 1949 - una settimana dopo la strage palermitana di Bellolampo da parte della banda Giuliano, costata la vita a sette carabinieri - il Ministero dell'Interno costituì in Sicilia il Corpo Forze Repressione Banditismo. La sua attività portò all'arresto nell'Isola di quasi 600 persone; molti banditi vennero spesso uccisi grazie ad un convergente intreccio di interessi dello Stato, dei capimafia disturbati dalle loro scorrerie e dei notabili ( spesso mandanti, tramite gli stessi banditi, di intimidazioni e violenze )  timorosi di subire dai loro protetti rapimenti e razzie dei beni. Secondo quanto ricordato da Montalbano, a questo destino non sfuggì il bandito Giovanni Dina,  ucciso dopo 12 anni di latitanza nel territorio di Petralia Sottana, il corpo centrato da un'ottantina di colpi di mitra sparati da agenti della Squadra Mobile di Palermo. Fu la fine violenta di uno degli ultimi briganti che la stampa siciliana del tempo non esitò a definire "il Giuliano delle Madonie": un paragone riferito alla gravità delle imprese criminali di entrambi e alle ambigue modalità della loro uccisione.

Il corpo senza vita
di Giovanni Dina
in una masseria di Case La Pazza.
Foto pubblicata dal Giornale di Sicilia
il 17 settembre del 1952


Giovanni Dina, figlio di Cosimo Damiano e Maria Motta, era nato a Petralia Sottana il 19 agosto del 1898. Negli anni Trenta e Quaranta del Novecento fu chiamato in causa per gli omicidi ed i tentati omicidi di persone i cui nomi vennero ricordati il 21 settembre del 1952 dal giornalista de "L'Ora" Calogero Macaluso: Luigi Averna, Michelangelo Ficilli, Gandolfo Pucci, Giuseppina Vita, Bartolo Ottaviano, Calogero e Francesco Di Luciano, Antonino Ribaudo, Mariano Alberti, Paolo Di Francesco e Gandolfo Giunta. Nel gennaio del 1926 - da latitante - Dina fu imputato dalla Corte d'Assise a Palermo insieme al padre ed al fratello Carmelo anche con le accuse di associazione a delinquere, porto abusivo di armi e munizioni ed abigeato. La condanna arrivò il 12 febbraio del 1927; pochi mesi dopo, Dina venne catturato una prima volta e rinchiuso in una cella. Nel 1940, il bandito di Petralia Sottana riuscì a fuggire dal carcere di Porto Longone, iniziando un secondo e più lungo periodo di clandestinità fra le montagne ed i boschi delle Madonie: una latitanza cui posero fine i proiettili esplosi durante il presunto conflitto a fuoco ingaggiato nel settembre del 1952 con i poliziotti palermitani nei pressi di una masseria di Case La Pazza. I cronisti, arrivati a fatica sul luogo della presunta sparatoria, notarono alcune incongruenze fra lo stato dei luoghi e la ricostruzione dei fatti loro fornita dalla polizia; dalla pistola e dal mitra MAB 38 Beretta di Dina non risultavano esplosi colpi, né si scorgevano i segni di un violento scontro a fuoco sulle strutture del casolare indicato come rifugio del bandito. 

I familiari di Giovanni Dina, in un primo momento, non credettero all'uccisione del bandito. Evitarono così di indossare gli abiti neri del lutto e non confermarono ad un artigiano di Petralia Sottana l'ordine di costruire una cassa mortuaria, così come suggerito dagli agenti della polizia e dal pretore di Polizzi Generosa. Poi, dopo avere riconosciuto il cadavere del fratello all'interno della camera mortuaria del cimitero, Croce Dina accettò di incontrare a casa il cronista palermitano de "L'Ora". Macaluso, dopo avere osservato nel suo articolo che

"non si è ancora spento l'eco delle raffiche che hanno siglato la parola fine alla criminosa carriera del brigante Dina. Non si sono spente le polemiche, dureranno ancora un bel pò, poi se ne parlerà in casa, dopo cena, nelle sere d'inverno... resta e domina la paura non di un morto, ma dei vivi che se ne sono serviti fino al giorno in cui non lo hanno voluto morto" 

così descrisse quell'incontro con l'anziana donna, sollevando i dubbi sulla versione ufficiale dell'uccisione di Giovanni Dina poi rilanciati da Giuseppe Montalbano e da Girolamo Li Causi:

"Croce Dina è una vecchia contadina rugosa e magra che sopporta con una fierezza tutta meridionale il peso delle sventure e dei suoi molti anni. Il volto è solcato da innumerevoli rughe che accentuano il suo colorito scuro rotto dal grigio dei capelli radi annodati sulla nuca. Parla un dialetto stretto e stringato quasi a scatti in preda a una reazione convulsa; si domina a stento e il tono delle sue parole è appena attenuato dall'atmosfera stagnante della piccola stanza, sotto il livello della strada, dove riposa e dove ci ha ricevuto. Non parla molto; e ciò che dice ha come una riserva, quella di coloro che si ritengono ingiustamente colpiti e che sperano nella verità. Confidente del fratello? Forse. Complice? No, per quello che c'è parso. Per lei, Giovanni Dina era rimasto solo il fratello traviato da 'amici' discutibili che lo avevano sotterrato con la favola della loro protezione e della loro onnipotenza. Sperava infatti il bandito nella grazia e la vecchia Croce ci diceva ingenuamente che il 29 del recente giugno 1952 il fratello sperava, giusta le promesse di potersi recare libero e riabilitato alla fiera di bestiame che per tale data ha luogo sul pianoro di un comune vicino. Ora, aggiungeva, una spia 'me' l'ha venduto, uno di coloro che 'tàarrobba picchì ti sa', cioè uno che doveva conoscere abitudini e vita del 'povero Giovanni'. Conduceva il bandito - sempre secondo le parole della sorella - una vita di stenti tra un pizzo di montagna e una gola scoscesa, senza nuocere e comunque rispettoso della proprietà altrui. In quanto alle armi da guerra, queste gli sarebbero state necessarie per la difesa; d'altra parte gli erano state fornite dai proprietari che lo chiamavano amico. Furono costoro, incalza il nipote Mario Violanti, che lo condussero al banditismo e al carcere nel lontano maggio 1925: molto probabilmente gli stessi oggi lo hanno liquidato...

La masseria 
dove secondo la Squadra Mobile di Palermo
ingaggiò il conflitto a fuoco
costato la vita a Dina.
Foto pubblicata dal Giornale di Sicilia
il 17 settembre del 1952


... Il bandito - secondo il nipote - non aveva negli ultimi anni dato noia ad alcuno. Il fatto che sia stato ucciso dopo avere abbondantemente mangiato e bevuto e perfettamente sbarbato da appena qualche ora è per lui indicativo nel senso che esisteva il deliberato proposito di ucciderlo da parte di qualcuno di coloro che considerava amici. Non esclude che sia stato un 'amico' e non la polizia a uccidere: o al più sarebbe stato consegnato nella impossibilità di nuocere... Chi ha agito dietro le quinte? Chi ha diretto l'insieme che se ha liberato le Madonie da un incubo ha pure condotto a morte senza processo? Sino a quando, dunque, dovrà durare il mandato e il potere che fuori dalla legge è, purtroppo, al di sopra di essa esercitato dal feudo con gli interessi collaterali? Sino a quando anche al più pericoloso fuorilegge verrà in modo indiscriminato accordato il diritto di difendersi dinnanzi ai giudici e se del caso di accusare?"

La storia di Giovanni Dina - personaggio oggi quasi dimenticato nella storia del banditismo siciliano del secondo dopoguerra - è simile a quella di tanti altri uomini sbandati che in un'Isola oppressa ed impoverita da un'aristocrazia feudataria vissero imponendo la propria violenza: carnefici e insieme vittime di una società dove miseria ed ignoranza hanno scritto pagine di crimini e di oscure trame di Stato.

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