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domenica 12 febbraio 2023

IL PROFESSORE DI ALCAMO E LA LEZIONE INCOMPRESA DI DANILO DOLCI

Danilo Dolci
al centro di un gruppo di manifestanti
a Roccamena, nel palermitano.
Foto di Federico Patellani
tratta da "Storia Illustrata",
Arnoldo Mondadori Editore, aprile 1972


E' di poche settimane fa la notizia secondo cui un Comitato italo-svizzero ha intenzione di promuovere una raccolta di fondi per rilanciare a Trappeto le attività di studio del Borgo di Dio creato nel 1968 da Danilo Dolci, che qui giunse nel 1952. Della straordinaria opera di impegno sociale di Dolci contro la povertà e la cultura mafiosa condotta in Sicilia - attività per lo più incompresa ed avversata allora da politici e autorità dell'Isola - così scrisse il saggista e viaggiatore elvetico Jakob Job, autore a partire dal 1944 di alcuni libri dedicati all'Italia:

"Anni fa - raccontò Jakob Job in "Sicilia", edito in Italia nel 1971 da Edizioni Silva, Zurigo - attraversando la città di Alcamo, causa il gran movimento del mercato, non riuscivo ad andare avanti. A un angolo di strada, uno del posto mi fermò domandandomi se andassi a Partinico. Quando gli dissi di sì, mi pregò di prenderlo in macchina per un tratto. Era professore in una scuola media di Alcamo, ma abitava in un paesello fuori della città dove sua moglie era maestra. Volli sapere se conosceva Danilo Dolci. Sì, l'aveva già visto. Era considerato un comunista. Faceva, è vero, molto bene, ma le autorità non erano sempre d'accorso. Aiutare è giusto, ma Dolci rendeva la gente troppo esigente. E' sempre stato così: i lavoratori della terra per un terzo dell'anno non avevano lavoro e le famiglie povere dovevano vivere in un'unica stanza. Non ci si poteva far niente; la gente era felice così. Quando gli dissi che, secondo i rilevamenti del 1952, nella provincia di Palermo circa 12.000 persone vivevano in grotte e baracche, non seppe obiettare molto. Era normale!

Un libro come "Inchiesta a Palermo" di Dolci, la riproduzione protocollare di un'indagine fra dozzine di incolti, totalmente o parzialmente disoccupati, tra analfabeti ed altri che a malapena avevano frequentato una scuola, avrebbe potuto produrre un urto nell'opinione pubblica. Come reagirono essa e le autorità? Non presero conoscenza del libro, accusarono Dolci d'essere un sognatore fuori della realtà, un pazzo, un "forestiero" che non conosceva le "costanti" della vita siciliana; ancora peggio: un comunista, come me lo aveva rappresentato il professore di Alcamo. Non aveva forse accettato, il Dolci, il premio Lenin? Che cosa avesse fatto con quel denaro, non interessava a nessuno. Non si prendeva sul serio l'opera di questo "apostolo dei poveri", la si riteneva il capriccio di un filantropo staccato dalla realtà, che non aveva la pazienza di aspettare un miglioramento attraverso le misure delle autorità.

Dolci ha però trovato aiuti, gente che lo sostiene da tutto il mondo. Ha fondato a Partinico asili infantili, scuole per bambini piccoli, in modo da alleviare la fatica delle madri, corsi per ragazzi e giovanotti, per introdurli nell'economia domestica, nel laboratorio familiare. Certo, tutto ciò non è sbalorditivo; però sbalorditivo è quest'impegno di un singolo nella lotta contro la disoccupazione, la povertà e l'immiserimento. Danilo Dolci è una di quelle figure che hanno sentito la vocazione alla guerra contro la miseria, come l'Abbé Pierre la cui opera ha ottenuto il riconoscimento generale. Il fatto ch'egli svolga il suo lavoro in un paese di antichissima cultura, in cui ci sono le autorità legali d'un popolo civile, ne fa agli occhi di queste un agitatore utopistico. Non si riconosce volentieri che in Sicilia grandi parti di popolazione vivono tutt'oggi nel sottosviluppo".

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