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martedì 3 novembre 2026

IL MARE, LUOGO DI TIMORI E DI RAPINA DEI SICILIANI

Barche da pesca a Marina di Tusa.
Sotto, venditore palermitano di sardine salate.
Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


"Nonostante l'insularità - ha scritto l'antropologo culturale Giampiero Finocchiaro nel saggio di Giuseppe Viviano "Terramare. Storie di luoghi, di cose e di uomini", edito nel 2018 da FLAG Golfi di Castellammare e Carini - "la propensione della Sicilia verso il mare è sempre stata un'oscillazione, un sentire pentito o semplicemente inibito dalla paura dell'inoltro senza ritorno. Vi è un verso di un proverbio tradizionale che chiarisce:

"Cui pò iri pri terra, nun vaja pri mari" 

( "Chi può andare per terra, non vada per mare", n.d.r )

Quindi Finocchiaro, notando come il mare sia il luogo visionario e mitico di uno dei più complessi romanzi siciliani - "Horcynus Orca" di Stefano D'Arrigo - ricorda l'ambivalente rapporto degli isolani con il mare da cui ricavano, in passato più di oggi, il loro sostentamento:  

"La gente di mare, in Sicilia, è una pletora di uomini e di donne segnati da profonde differenze. Vi sono i pescatori in genere, e di essi, il gruppo più noto e prestigioso è quello dei tonnaroti, ma non deve dimenticarsi quello dei pescatori di pesce spada che ha soprattutto caratterizzato lo spigolo messinese dell'isola; e vi sono ancora i salinari, i salatori, i corallari, i mastri d'ascia e i costruttori di barche.



Tutti quanti, gente di mare e di terra, soggetti socialmente deboli operanti su terre amare, che del mare nutrivano un rispetto frutto di timore per la sua grandezza e forza, ed uno di odio e rapina, ogni volta che le condizioni meteorologiche favorevoli ne disinnescavano la potenza minacciosa..."

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