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giovedì 8 marzo 2012

PANAREA, L'ARIA DEL CONTINENTE

Pescatore a Panarea in una fotografia scattata da Pedone alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo.
L'immagine - pubblicata nel II volume di 'Sicilia' collana Tuttitalia edita da Sansoni nel 1961 - venne realizzata nel periodo in cui l'isola delle Eolie era già diventata una colonia di turisti e residenti provenienti dalle grandi città industriali dell'Italia: Roma, Torino, Milano...

“Non c’è luce elettrica, non c’è acqua se non di cisterna, e calda, ahimè, come quando ci si succhia il sangue da una ferita. Pure è, questa isola, meravigliosa, che unisce la fantasia nordica al calore abbagliato del Sud: la Grunewald e la Grecia. Il senso di un mondo che nasce aguzzo e stillante dall’acqua, parato di colori come solo sanno portarne i fiori che sbiadiscono subito, le ali delle farfalle, le viscere palpitanti d’una bestia appena sventrata… Per chi si pasce della volgarità della Costa Azzurra, quest’isola selvaggia turberà non meno del maremoto, sempre da attendersi, dalla fantasia dello Stromboli…”.

L'obiettivo di Josep Ciganovic fissa un gruppo di case in località Ditella, sulla costa orientale dell'isola.
Gran parte di questi edifici furono abbandonati dai vecchi abitanti di Panarea - immigrati senza ritorno verso Australia e Stati Uniti - e rivenduti ai ricchi turisti 'continentali' da mediatori locali o proprietari di singole parti
 degli immobili.
La fotografia è tratta dal volume di Aldo Pecora  'Sicilia',
 edito da Utet nel 1976 
Era il 1950 quando lo storico dell’arte Cesare Brandi così scrisse di Panarea, allora ancora selvaggia e poco conosciuta isola delle Eolie, rivelandone quel carattere unico che di lì a qualche anno l’avrebbe consegnata – quasi come una predestinazione - a nuovi coloni arrivati dal Nord: romani, torinesi e milanesi di un’Italia dove il progresso stava rapidamente cancellando in nome della crescita economica il culto stesso dei luoghi del Mito.
Agli inizi degli anni Cinquanta, le isole Eolie – isole ‘mitologiche’ per millenaria eccellenza – proprio in nome della ricerca di quel progresso si stavano invece svuotando dei figli dei vecchi pescatori ed agricoltori dell’arcipelago.

Un'anziana donna alle prese con una filatura a mano. Alle sue spalle, sulla parete imbiancata a calce tipica dell'architettura delle Eolie, si nota un forno aggettante verso l'esterno della casa.
Anche questa fotografia porta la firma di Ciganovic ed è pubblicata sul volume 'Sicilia' edito da Sansoni
Le epidemie di filossera dei decenni passati avevano cancellato gran parte dei vigneti; e la crisi dell’industria dell’allume e dello zolfo aveva ridotto ancor più le possibilità di occupazione.

Uno scatto di Panarea a colori realizzato da Piero Di Blasi e pubblicato nel maggio del 1956 dalla rivista mensile del Touring Club Italiano
 'le Vie d'Italia'.
La didascalia che accompagnava l'immagine indicava questo scorcio dell'isola come la 'via dei capperi': sono gli anni della scoperta delle isole Eolie, grazie al successo internazionale dei film 'Vulcano' e
'Stromboli, terra di Dio'.
Nel 1959, la stessa Panarea ospiterà le riprese del film 'L'avventura', diretto da Michelangelo Antonioni: la pellicola attirò nell'isola facoltosi personaggi italiani ed internazionali del mondo della cultura, dell'imprenditoria e dello spettacolo
Anche a Panarea, parecchie decine di uomini e donne scelsero allora di salpare dall’isola per navigare verso terre ed oceani lontanissimi, sino all’Australia ed agli Stati Uniti, abbandonando le loro case ed i loro terreni. Fu allora che Panarea – persi i suoi nativi – cominciò a diventare il luogo prediletto dagli italiani del jet set del tempo, attratti dalla sua primordiale ed isolata bellezza, destinata a diventare - di lì a poco - esclusiva.

All'interno di una casa di Panarea - in un altro scatto di Piero Di Blasi - compaiono gli oggetti che testimoniano l'arrivo dei nuovi residenti venuti dalla moderna civilità industriale italiana.
Sedie in acciaio e tela e stoviglie e piatti in plastica impongono nuovi standard di funzionalità, relegando nassa, vecchie lanterne ed un grappolo di pomodori a puro elemento di decorazione
Già nel 1960, durante un reportage nelle Eolie, Gino Visentini sottolineava che “Panarea è adesso l’isola dei ricchi milanesi e la sua costa orientale, dov’è distribuito l’abitato, ha assunto una fisionomia ibrida, molto diversa da quella che fino a ieri era la sua”. Fu l’industria del cinema, in primo luogo, ad instillare a partire dal 1949 il cambiamento: il successo internazionale di ‘Vulcano’ di William Dieterle – con Anna Magnani, Geraldine Brooks e Rossano Brazzi – e ‘Stromboli, terra di Dio’ di Roberto Rossellini, con Ingrid Bergman e Mario Vitale – fece scoprire in tutta Europa il fascino primordiale dell’arcipelago.
Se nel 1952 vi si registrò l’arrivo di circa 500 turisti, nel 1957 il loro numero arrivò ad oltre 40.000, su una popolazione complessiva di 15.000 residenti.
La notorietà di Panarea, sarebbe arrivata con la terza pellicola girata in quelle acque del Tirreno nel 1959, da Michelangelo Antonioni: ‘L’avventura’, interpretato da Gabriele Ferzetti, Monica Vitti e Lea Massari, pellicola presentata al pubblico di Cannes.

La locandina del film 'L'avventura', girato nel 1959 da Michelangelo Antonioni a Panarea.
Nel cast figurarono Gabriele Ferzetti, Monica Vitti, Lea Massari, Lelio Luttazzi e - fra gli altri - Esmeralda Ruspoli.
Quest'ultima decise di acquistare casa nell'isola, contribuendo ad alimentare le frequentazioni locali del jet-set del tempo. Fra gli altri personaggi noti che in quel periodo sbarcarono stabilmente a Panarea si ricorda l'architetto Paolo Tilche, che costruì una casa poi diventata uno fra i più blasonati alberghi dell'isola   

Al termine della produzione – portata avanti in condizioni di tempo e di mare spesso proibitive - l’attrice e nobildonna romana Esmeralda Ruspoli decise di acquistare una casa nell’isola; di lì a poco Panarea divenne il punto di riferimento per altri personaggi dello spettacolo e dell’imprenditoria ‘continentale’. Case e terreni abbandonati dagli isolani migrati in continenti lontani furono arbitrariamente venduti ai nuovi arrivati per poche migliaia di lire e – per dirla con un’espressione promossa qualche tempo fa da un ex ministro – “a loro insaputa” dell’arbitrio.
Il patrimonio terriero ed immobiliare delle Eolie, in quegli anni, fu per lo più gestito con lucro da intermediari ed eredi di limitate frazioni di proprietà. Ci fu poi chi a Panarea costruì ex novo: uno di loro – l’architetto Paolo Tilche, in coppia con Myriam Beltrami – avrebbe segnato le vicende dell’isola.
La loro casa – aperta a decine di ospiti provenienti da tutta Italia, destinati ad ampliare il giro dei nuovi coloni - sarebbe in seguito diventata un albergo di grido.

Un altro scatto di Piero Di Blasi scopre il paesaggio di Panarea nel 1956, con il suo straordinario intreccio di bellezze ambientali - qui con Stromboli all'orizzonte - e con i segni di una cultura materiale isolana
 destinata presto a scomparire  
Oggi Panarea http://www.panarea.com/ riesce ancora ad essere l’isola meravigliosa descritta da Brandi, ma da qualche decennio le frequentazioni si sono appiattite sui vecchi clichè della Costa Azzurra degli anni Cinquanta e Sessanta, con un prevalente contesto estivo di vip dello spettacolo, politici, imprenditori, palazzinari ed aspiranti aderenti al mondo del jet set contemporaneo.
Pochi di loro, probabilmente, hanno mai visto il film di Antonioni, e nessuno immagina neppure lo stupore che Panarea riservò al viaggiatore del Touring Club Italiano che così ne scrisse nel 1919: “vi sorgono casette; fra le rocce e le piante, di quando in quando, appare il mare, con le sue superbe colorazioni, con le isole e gli scogli circostanti, strani e pittoreschi; talchè, ad ogni passo, si presentano scene interessanti, ora selvagge, ora deliziose: pare di essere in un incantevole paese primitivo…”

L'ultima fotografia di questo post dedicato da REPORTAGESICILIA a Panarea mostra l'assoluta bellezza di cala Juncu, in una pioneristica immagine di Eugenio Interguglielmi.
Lo scatto risale ai primi anni dello scorso secolo, quando le isole Eolie erano ancora oggetto di viaggi avventurosi e di descrizioni come quella pubblicata nel 1919 nella guida rossa del TCI della Sicilia





domenica 4 marzo 2012

ORETO, IL FIUME CHE NON C'E'

Un tratto del fiume Oreto in una fotografia scattata agli inizi dello scorso secolo da Eugenio Interguglielmi.
L'immagine - una stampa all'albumina da lastra alla gelatina di bromuro d'argento - rimanda ad un passato in cui il corso d'acqua palermitano faceva parte del paesaggio urbano e della vita quotidiana di migliaia di persone.
Decenni di inquinamento incontrollato hanno poi quasi cancellato la percezione fisica e la stessa naturale fruizione del fiume. 
La fotografia riproposta da REPORTAGESICILIA è tratta dall'opera 'Fotografi e fotografie a Palermo nell'Ottocento', edito da Alinari ed a cura di Michele Falzone del Barbarò e Monica Maffioli 

Difficile scrivere di un fiume esistente nella realtà fisica del suo territorio, eppure così assente dalla percezione che gli abitanti hanno della sua stessa esistenza; accade a Palermo – città dove il vivere quotidiano si ammanta spesso della logica dell’assurdo – con il fiume Oreto.
Da molti decenni, il corso d’acqua che per meno di 20 chilometri scorre dalle colline della ex Conca d’Oro verso la costa tirrenica di Sant’Erasmo, attraversando i quartieri urbani orientali, è un elemento paesaggistico estraneo alla coscienza del cittadino palermitano.
L’Oreto si snoda invisibile su un letto nascosto da canneti e si scopre soprattutto dai ponti che ne scavalcano il corso verso il mare, inquinato ed imbruttito da rifiuti di ogni sorta. Soffocato dagli scarichi fognari abusivi e dai reflui di scarto di aziende industriali ed agricoli, il fiume di Palermo non è stato neppure un riferimento per cartoline turistiche, opere letterarie o artistiche prodotte in città ( ad eccezione dei riferimenti allegorici e mitologici presenti nei marmi nella cinquecentesca fontana di piazza Pretoria ).
Periodicamente, le autorità comunali, qualche istituto universitario di ricerca scientifica od un'associazione naturalista rilanciano i propositi di una “riqualificazione ambientale” dell’Oreto, favoleggiando l’istituzione di una riserva o la creazione di un parco fluviale. Le buone intenzioni sono rimaste tali almeno dal 1957, quando Giuseppe Caronia, a proposito della stesura del nuovo piano regolatore di Palermo sottolineò “un episodio che ritengo di estremo interesse nella distribuzione del verde nel nuovo piano: la creazione di un grande parco sulle rive dell’Oreto, che risulterebbe ricco di accidentalità naturali estremamente suggestive”.

La pianta di Palermo edita nel 1885 da Vallardi nell'opera 'Atlante Geografico d'Italia' mostra con nettezza ad Est della città il corso del fiume Oreto, sino allo sbocco sulla costa della borgata di Sant'Erasmo.
Ai nostri giorni, la presenza del fiume - ridotto nella stagione estiva ad un rivo maleodorante - è quasi cancellata dalla coscienza dei palermitani, di tanto in tanto ridestata dalle notizie di mai realizzati piani di recupero dell'ambiente fluviale
Di fatto, le uniche suggestioni offerte oggi dal corso d’acqua che sino a qualche secolo fa era ancora in parte navigabile, sono quelle del suo completo degrado ambientale. L’abbandono e gli squarci di miracolosa vita naturale ancora presenti nel fiume sono stati di recente raccontati da Igor D’India, giovane filmaker palermitano, nel documentario ‘Urban adventure’ http://www.igordindia.it/ie/index.php
Come spiega l’autore – che ha percorso a ritroso il letto dell’Oreto, sfidando l’inquinamento e giganteschi topi - il corso d’acqua ospita ogni sorta di rifiuto, “compresi carcasse d’auto e copertoni con i quali si potrebbe creare un museo, perché sono pezzi d’epoca, ma anche mobili, veicoli ed elettrodomestici”. Triste e fino ad oggi immodificabile sorte, quella del fiume di Palermo, e che potrà forse mutare quando e se la città avrà ritrovato la coscienza collettiva della sua esistenza.





giovedì 23 febbraio 2012

SELLERIO, FOTOGRAFO D’INTELLETTO

Cefalù, 1958
Per la prima volta un post di REPORTAGESICILIA viene pensato ed è scritto in memoria di un siciliano scomparso.
Nel caso di Enzo Sellerio – morto ieri all’età di 88 anni – l’omaggio nasce dal mio amore personale per le sue fotografie, più volte ammirate in pubblicazioni ed in mostre, e dalla considerazione che la morte di Sellerio – dopo quella recente di Vincenzo Consolo – rappresenti per la Sicilia la gravissima perdita di uno dei suoi ultimi uomini d’intelletto ( questa definizione la preferisco a quella di “intellettuale”, parola che mi pare contenere nella sua alterità un qualche tarlo di evanescenza ).

Partinico, 1954

Sfogliando oggi le pagine dei quotidiani nazionali, ho letto molti ricordi dell’editore e fotografo palermitano: quello che più mi ha colpito – su ‘la Repubblica’ – porta la firma di Adriano Sofri, uomo che ha conosciuto bene Enzo Sellerio e la Sicilia.

Gela, 1967
Bagheria, Alberto Sordi, 1962
“Gli uomini che conservano cuore di ragazzi – scrive Sofri - dovrebbero augurarsi un grande amico come Enzo Sellerio. Il quale era bello come Majakovskij, leale come il gran Meaulnes, geniale come un Groddeck trapiantato in Sicilia, con radici allungate in mondi freddi e appassionati. Per me Enzo era Palermo, e per Enzo Palermo era una dannazione, da riscattare ogni giorno ironicamente o furiosamente… Enzo proclamava che un vero fotografo è uno scrittore che si esprime per immagini: magnifico scrittore chi sapesse esprimersi per parole come Enzo con le fotografie… “.

Altopiano di Ragusa, 1967
In rete http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/02/22/foto/le_foto_di_sellerio_poeta_del_disincanto-30326094/1/ è possibile scoprire o riammirare le fotografie che Sellerio ha scattato in quarant’anni di attività, iniziata con la Rolleiflex e continuata poi con il 35 millimetri.

Partinico, 1954
Le immagini riproposte da REPORTAGESICILIA sono tratte dal volume ‘Enzo Sellerio, Fotografie 1950-1989, Federico Motta Editore, Milano 2000’.

Palermo, veduta con monte Pellegrino dal ristorante Spanò, 1954

martedì 21 febbraio 2012

STROMBOLI, L'ISOLA DI VERNE

Tramonto su Stromboli, in una fotografia non firmata pubblicata sul numero 76 della rivista 'Sicilia', edita da S.F. Flaccovio Palermo nel 1975.
L'isola delle Eolie fece da scenario alle pagine conclusive del romanzo 'Viaggio al centro della terra' di Jules Verne.
 Lo scrittore francese - appassionato navigatore - ebbe con tutta probabilità modo di conoscere personalmente l'arcipelago eoliano, traendo ispirazione per la sua scrittura
Sin dalla loro nascita vulcanica sul mare Tirreno, le isole Eolie sono state terre di viaggiatori ed esploratori.
Imbattendomi nell'immagine di Stromboli oggi postata su REPORTAGESICILIA - fotografia tratta dal numero 76 della rivista 'Sicilia', edita nel 1975 da S.F. Flaccovio Palermo - ho pensato di avere trovato una perfetta raffigurazione di quello storico carattere delle Eolie.
Inizialmente, avevo deciso di postare l'immagine di Stromboli titolando semplicemente 'Approdo a Stromboli', legando l'idea dell'approdo alla scoperta di qualcosa che ci è ignoto e che pure abbiamo desiderato conoscere, affrontando le incognite del mare.
Poi mi sono ricordato che proprio Stromboli è l'antica terra in cui Jules Verne http://www.jules-verne.net/ - uno dei più straordinari visionari delle scoperte scientifiche - ambientò la fine del suo 'Viaggio al centro della terra'.
"Sopra il nostro capo - si legge nel capitolo 44 - all'incirca a cinquecento piedi, si ergeva il cratere di un vulcano, da cui usciva ogni quarto d'ora uno scoppio rumoroso, un'alta colonna di fiamme mista a ceneri, lave e pietre pomici. Sentivo il brontolio della montagna che respirava alla maniera delle balene, gettando ogni tanto fuoco ed aria da enormi sfiatatoi. Sotto di noi, gli strati di materie eruttive si stendevano per un ripido declivio ad una profondità di sette o ottocento piedi".

Una fotografia del 'Saint Michel III', uno degli yacht con i quali Jules Verne esplorò il mar Mediterraneo.
Questa immagine ed il ritratto dello scrittore francese sono tratti da http://www.jules-verne.net/
Verne scrisse 'Viaggio al centro della terra' nel 1863; da appassionato navigatore sulle rotte del Mediterraneo,  è probabile che qualche anno prima avesse anche lui tributato alle isole Eolie ed a Stromboli un viaggio di conoscenza ed esplorazione, traendone spunto per le pagine del romanzo.
Ecco perchè questo post dedicato a Stromboli - e quella foto di ormai prossimo approdo all'isola - diventa anche un omaggio a Jules Verne; con quell'immaginazione di cui lo scrittore fu cultore, possiamo pensare che al timone di quella imbarcazione vi sia proprio lui, stupito ed affascianto dal "brontolio della montagna che respirava alla maniera delle balene..."

Un ritratto fotografico di Jules Verne.
Lo scrittore scrisse 'Viaggio al centro della terra' nel 1863; è probabile che la sua descrizione di Stromboli sia stata il frutto di una precedente visita all'isola vulcanica

domenica 19 febbraio 2012

AMARE ARANCE DI SICILIA

Raccoglitori di arance a Paternò, nella piana di Catania in uno scatto che risale ai primi anni Sessanta dello scorso secolo. L'immagine - attribuita a Pedone - è tratta insieme alle altre tre riproposte da REPORTAGESICILIA dal secondo volume 'Sicilia' , edito nel 1962 da G. C. Sansoni. 
Con la firma di un recente accordo fra Unione Europea e Marocco l'industria agrumicola siciliana conferma la sua debolezza nei confronti delle dinamiche dei mercati internazionali del settore 
Negli anni Ottanta dello scorso secolo furono distrutti a quintali – otto milioni soltanto nel 1984 – a causa dell’eccezionale produzione e delle difficoltà di commercializzazione, complice l’assenza – perdurante ai nostri giorni - di industrie di trasformazione del prodotto: limoni, arance e mandarini siciliani furono così avviati al macero, mentre nel resto d’Italia e nei Paesi europei si consumavano agrumi provenienti da Israele, Marocco, Cipro, Grecia e Turchia.
Ai nostri giorni, le contraddizioni che affliggono l’agricoltura degli agrumi nell’isola emergono nuovamente: un accordo di liberalizzazione del mercato fra Unione Europea e Marocco consentirà infatti dal prossimo mese di maggio al Paese nordafricano di aumentare le proprie quote di esportazione di arance verso il vecchio continente.
L’accordo – ora contestato da tutte le sigle dei produttori agricoli siciliani – ridurrà fra l’altro del 55 per cento i dazi dogali, contro il 33 per cento attuale, e farà sbarcare nell’isola le arance marocchine ad un prezzo pari a 17-18 centesimi al chilo: una concorrenza insostenibile per gli agricoltori locali, già alle prese con i limiti strutturali della filiera siciliana.

Alberi di arance nella piana di Catania, che tra la fine del secolo XIX ed i primi tre decenni del secolo successivo presero il posto delle viti: ancora oggi la produzione dell'area è la più importante fra quelle presenti in Sicilia
Adesso l’iniziativa dell’Unione Europa sta mobilitando produttori e padroncini, sull’onda delle recenti rivendicazioni portate avanti anche dal movimento dei ‘Forconi’: sono già in programma proteste di piazza, sia a Palermo che a Roma, in quella che si preannuncia come l’ennesimo travagliato capitolo nella storia dell’economia agrumicola della Sicilia.
Anche queste vicende – legate pure ad una delle colture isolane più conosciute ed apprezzate al mondo – fanno sollevare recriminazioni sulla meccanica incapacità della Sicilia di camminare sulle gambe delle proprie potenzialità: in tempi di profonda crisi dell’economia globale – e questo ci sembra un dato poco compreso dai siciliani - il peso di vecchie tare rischia di affossare definitivamente il futuro della regione.
Con queste considerazioni, REPORTAGESICILIA ripropone quattro vecchie immagini – tratte dal volume ‘Sicilia’ volume II della collana ‘tuttitalia’ edita da G.C Sansoni nel 1962 - che ritraggono l’attività di raccolta e produzione delle arance nella piana di Catania, coltura che tra la fine del secolo XIX e i primi tre decenni del successivo soppiantò nella zona quella della vite: da Paternò, fino al Simeto; da Palagonia, lungo il fiume omonimo, sino alla sua confluenza nel Monaci ed oltre, da una parte, ed alla regione Alcovia dall’altra; da Scordia, in oasi sparse, fino al casale Castellana; ed infine da Lentini in tutte le direzioni, lungo i corsi d’acqua del Trigona, del Margi, e altri minori, fino alla masseria Bonvicino.

Una vasca di irrigazione per agrumeti nella fascia settentrionale della piana di Catania: un retaggio di vecchi sistemi di produzione agricola ancor oggi diffusi in buona parte delle campagne isolane
Nel corsivo che accompagnava le fotografie ora postate da REPORTAGE SICILIA, Antonio Aniante scriveva quella che oggi può considerarsi come una malinconica celebrazione della coltura agrumicola nella piana di Catania.
“A Lentini, a Palagonia, a Ramacca, a Scordia i giovani vanno taciturni verso il loro geloso e segreto ideale; anzitutto i lentinesi: notte e giorno, son presi nella lotta, nel corpo a corpo contro Reggio di Calabria, per il primato del limone, del cedro, dell’arancio, del bergamotto, del pattuallo ( l’arancio profumato e grosso dello ‘portogallo’ ); Lentini, ha una sua università clandestina degli altissimi studi per la superproduzione degli agrumi e per il loro primato in quantità e qualità, per il loro successo internazionale di esportazione. Ramacca compete e appoggia la sorella Lentini, l’intraprendente, la temeraria, la futuristica Lentini ( e sì, Paternò sta a Lentini, nell’industria agrumaria, come Renoir sta a Picasso ), perfino i fazzolettini di carta velina dipinta, che servono a involtare gli agrumi di Lentini, sono di un’avanguardia spettacolare…”.

Un'immagine di raccoglitore di arance nella piana di Catania: una figura che racconta il passato di una coltura agricola siciliana incapace di sopravivvere ed imporsi nelle dinamiche internazionali del mercato





sabato 18 febbraio 2012

LA FIERA DEL FALLIMENTO

Una veduta aerea della Fiera del Mediterraneo pubblicata dalla rivista 'Viaggi in Italia' nell'aprile del 1948.
Nata due anni prima, la "Campionaria internazionale" ha rappresentato l'ennesimo fallimento della politica siciliana nel secondo dopoguerra, mancando ogni aspettativa di reale sviluppo.
L'agonia dell'Ente Fiera è terminata nel settembre dello scorso anno, con la liquidazione da parte della Regione Siciliana: le politiche dissennate e clientelari degli ultimi decenni hanno prodotto un buco di bilancio stimato in 18 milioni di euro
Nel secondo dopoguerra, l’evento nacque con la promessa di diventare uno di quegli appuntamenti che avrebbero potuto rappresentare per la Sicilia una reale occasione di sviluppo economico, fregiandosi della qualifica di “campionaria internazionale”.
La Fiera del Mediterraneo di Palermo, invece, ha rappresentato l’ennesimo imperdonabile fallimento di una politica regionale incapace di governare la cosa pubblica per il bene dei siciliani; l’ennesima occasione dunque di svilire quel “ruolo di centralità della Sicilia nel Mediterraneo” oggetto di tanta vuota e malfidata retorica di una pletora di politicanti locali.
La I edizione della Fiera si svolse nel 1946, in una città ancora ferita dalle bombe alleate, grazie alla creazione di un quartiere espositivo posto nelle campagne alle pendici urbane orientali del monte Pellegrino.
In una nota datata 1948, il direttore generale dell’Ente Fiera, Gianni Morici, scriveva che “guardando al futuro, abbiamo saputo porre la nostra organizzazione su basi sicure, adattando la funzione fieristica sul piano della organizzazione economica e mercantile del mondo moderno”.


Altre due fotografie che ritraggono le strutture della Fiera del Mediterraneo nei primissimi anni della sua istituzione.
 L'ultima esposizione risale al 2009, dopo due decenni di lento declino organizzativo e gestionale
Mai aspettativa e proposito furono tanto disattesi, a guardare il triste destino dell’area fieristica palermitana; nel settembre del 2011 infatti – dopo decenni di lento declino organizzativo e gestionale – la Regione Siciliana ha liquidato L’Ente Fiera, già al collasso per un debito stimato in 18 milioni di euro.
L’agonia della Fiera del Mediterraneo è stata penosa e ricca di contraddizioni, come spesso accade in vicende di fallimenti economico-imprenditoriali a Palermo e nell’isola, a cominciare dall’avvicendarsi di una decina di presidenti e commissari straordinari ( uno dei quali famoso per il godimento di eccezionali benefit, a cominciare da una Jaguar di rappresentanza ) negli ultimi anni di agonia gestionale.
Il fallimento è stato totale e mortificante, visto che ai portoni dell’Ente si sono presentati in questi ultimi anni anche gli ufficiali giudiziari per il pignoramento di arredi, suppellettili e degli stessi stipendi dei dipendenti.
Oggi, l'area e gli immobili presenti all'interno degli 83.000 mq della struttura sono di proprietà del Comune di Palermo, che attende forse le offerte di acquisto da parte di privati.
Qualche anno fa - non è chiaro se la notizia fosse leggenda o voce concreta - si parlò dell'interesse di un gruppo londinese finanziato da imprenditori sauditi; in tempi recenti, si sarebbe fatto avanti un gruppo italiano, ma senza che l'affare andasse a buon fine.  
Questo breve riepilogo della triste storia della Fiera del Mediterraneo di Palermo è stato scritto dopo che REPORTAGESICILIA ha reperito alcune vecchie immagini dell’area fieristica.
Le prime tre - in bianco e nero - sono tratte dalla rivista bimestrale ‘Viaggi in Italia’, edita nell’aprile del 1948 dal CIT e dalle Ferrovie dello Stato; la veduta a colori è invece tratta da una locandina che pubblicizza l’edizione della ‘Campionaria Internazionale’ che si svolse dal 29 maggio al 13 giugno del 1976.

In chiusura di questo post, REPORTAGESICILIA ripropone una fotografia che ritrae l'area fieristica palermitana in una inserzione pubblicitaria del 1976. Il decennio Settanta ha fatto segnare l'inizio del declino delle attività espositive, portando così l'evento commerciale su uno dei tanti binari morti in cui langue oggi l'economia siciliana



sabato 11 febbraio 2012

ARMONIA DI UN PAESAGGIO COSTIERO

La luce, netta e piena di calore, sembra essere quella di un primo pomeriggio. Il bianco e nero dell’immagine accentua i contrasti fra i vari piani dell’inquadratura: il blu del mare, l’azzurro cristallino del cielo ed il bianco delle scogliere, appena più sporco laddove l’obiettivo del fotografo ha riprodotto la bassa vegetazione che sale verso la collina.
Lo scatto riproposto da REPORTAGESICILIA fissa la zona di mare palermitana fra Sferracavallo ed il paese di Isola delle Femmine, con l’immancabile omonimo isolotto sormontato da una antica torre di avvistamento.
Certo, questa immagine è una delle più tipiche rappresentazioni della costa tirrenica della Sicilia; eppure, la sua datazione – risalente forse ai primi anni Sessanta dello scorso secolo – ci restituisce il volto suggestivo di un paesaggio molto diverso dall’attuale, privo di soverchiante edilizia e con l’elemento umano rappresentato da un carretto in transito lungo la strada statale 113.
La fotografia – pubblicata sulla rivista ‘Libro dei giorni italiani – Le isole felici’ edita nel 1966 dall’Ente Nazionale Italiano Turismo – ci restituisce quel senso di sospensione temporale tipico di quei luoghi che l’azione dell’uomo non ha ancora completamente alterato; e dove la presenza stessa dell’uomo – in definitiva – completa l’armonia del paesaggio.
Col suo lento incedere da Sferracavallo verso Isola delle Femmine, il passaggio dei due uomini sul carretto ci fa quasi avvertire il tepore del sole e gli odori di quella ormai lontana ed irripetibile giornata d’estate.