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martedì 16 luglio 2013

SICILIANDO















"In Sicilia si sente toccar finalmente terra. 
Hanno termine tutte le sfumature, gli stati nebulosi, le incertezze dell'atmosfera, e subentrano i toni assoluti, essenziali".
Sebastiano Aglianò

lunedì 15 luglio 2013

L'INQUIETA VIA ETNEA DI ANTONIO ANIANTE

La via Etnea, a Catania,
in una fotografia attribuita a Publifoto
e tratta - insieme alle altre del post -
dal II volume dell'opera "Sicilia",
edita nel 1962 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini.
Le immagini accompagnarono un testo
dello scrittore e commediografo catanese Antonio Aniante,
in gran parte riproposto da ReportageSicilia 

Ci sono luoghi o monumenti che più di altri rappresentano una città; così, per esempio, basta citare “via Etnea” per ricordare subito Catania. 
“I catanesi hanno per questa strada, pur splendida – ha scritto lo studioso Vito Librando – reazioni diverse, dolendosi alcuni che, dopo il terremoto del 1693, gli esperti e il vicario generale duca di Camastra non l’abbiano esattamente puntata in direzione del cratere dell’Etna: dicono gli anziani che bisognò rinunziarvi per non abbattere le case di un nobile…”.
Lastricata sino agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo con blocchi di pietra lavica ( sostituiti allora con blocchetti di porfido ), via Etnea ha offerto una ricca materia di narrazione e di aneddotica su personaggi, abitudini e umori del popolo catanese.
ReportageSicilia ripropone nel post stralci di un testo di Antonio Aniante (1900-1983).
Lo scrittore e commediografo originario di Viagrande trascorse gran parte della sua vita fra Parigi e Nizza, conservando però - come si legge nello scritto - uno stretto legame con Catania e con la via Etnea.


Carrozzelle di cocchieri nel centro di Catania.
La fotografia porta la firma di Enzo Sellerio

Il testo - intitolato "I giorni e le notti di via Etnea" - è datato 1962 e venne pubblicato sul II volume dell'opera "Sicilia" della collana "Tuttitalia", edita dalla casa editrice G.C.Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini.
La descrizione di Aniante - ricca di riferimenti alle bontà delle gelaterie e delle pasticcerie di via Etnea - rievoca anche eventi e personaggi inquieti della più importante strada catanese: quasi uno specchio dell'estro variabile dell'opera letteraria dello scrittore, che in quella strada finisce con l'identificare se stesso.   

"La via Etnea è popolata su tre chilometri ma è lunga dal cratere centrale del vulcano all'angiporto, odoroso di spezie levantine, frequentato da giovinastri greci.
La via Etnea è la più rinomata officina di gelati che ci sia al mondo, ed è autentica soltanto d'estate: quando le stelle del cielo di catania sono le più grosse e più luminose del firmamento, e il gelsomino d'Arabia, che a spighe agghindia i chioschi dei gazzosai, è paffuto e grande come una mano di bambino...
... Per la via Etnea tutta, dalle nicchie rossastre del gazometro marittimo alle ombrate stanze dell'Arcivescovado, dalle cabine dei paquebots ondeggianti nel molo alle cellette liliali del convento dei minoriti, è un via vai di gente assetata: in fretta si avvia alle cisterne che vomitano variopinti gelati nei cento caffè aperti sugli ombrosi cortiletti annaffiati di fresco...
... Le sette chiese di via Etnea si affollano di mendicanti che agognano il fresco e non han soldi per comprarsi cassate e cannoli. Sui marciapiedi, i bei ragazzi dagli occhi a mandorla e di velluto, vestiti di candida lana, vanno a passo largo di guappo in cerca di liti d'amore. 


Bancarelle di frutta e verdura sotto tendoni ed ombrelloni.
Lo scatto è del fotografo serbo Josip Ciganovic  

Alle terrazze delle birrerie inondate di acqua di acqua trottano nervosi i tavolinetti in un assordante vocìo di camerieri e di clienti. Ma coloro che san leggere e scrivere preferiscono le gelaterie sacre a quelle profane e vanno a nascondersi sotto i pergolati dietro la cattedrale normanna in antiche e ombrose sorbetterie, consapevoli come sono, da tempi immemorabili, che il vespertino incontro con le granite multicolori è un rito...
... A dire il vero, spesso la via Etnea finiva di appartenere ai regolari cittadini per cadere nelle mani dei facinorosi: come nei giorni apocalittici dei comizi elettorali, l'avresti detta presa dall'itterizia o dalla peste o dal colera: caffè, negozi, portoni e finestra si sbarravano in un batter d'occhio al primo petardo dei dimostranti, alla prima torcia che sbucava da una via laterale. 
O erano gli studenti dell'Istituto Nautico, che pigliavano d'assalto il centro, trascinandosi dietro tutta la studentesca delle altre scuole. 
O la sera della festa di Sant'Alfio, quando i carri e i calessini con gli ubriaschi in lunga teoria scendevano da Trecastagni, sfilavano per via Etnea, abbandonata spelonca, provocando la mafia che li attendeva al varco. 
O quella volta che più del solito si fece sentire la fame, durante il primo conflitto mondiale: il corso Stesicoro fu invaso da una moltitudine preistorica, goyesca, e chi in groppa a scheletrici cavalli e chi armato di tridenti, feccia, ceffi mai visti, che saccheggiarono i bei magazzini e sparirono sotto il fuoco dei carabinieri, non si sa dove, come un incubo, e chi li ha più visti!...
... Fin che fuggii come perseguitato da quel tratto di strada che pure fermo veniva a gettarmisi addosso nelle mie insonnie di precoce adolescente, dissi addio al cuore di Catania che non avevo ancora 17 anni.

Uno degli ultimi scrivani pubblici,
personaggio di una società catanese oggi scomparsa.
La fotografia è attribuita a Foto Pedone  

Ho fatto di tutto, nei miei vagabondaggi attraverso il mondo, per dimenticare l'aristofanesco cervello di Catania, mi fu impossibile far pelle nuova; ovunque andavo, mi portavo sulle spalle rachitiche la via Etnea; senza volerlo, tentai di liberamene, gettandola di peso nei miei cinquanta e più volumi di romanzi e novelle; ora soltanto comprendo, a sessant'anni, che il cervello di Catania è il mio cervello, la via Etnea sono io, ed ogni qualvolta ritorno al vero me stesso con le sue false e genuine qualità, la ritrovo, come adesso: fosforescente scia levantina che va dal vulcano nativo al mio mare".
    
     

giovedì 11 luglio 2013

MARCHESI, UN PARMENSE PITTORE DI SICILIA

Un tornitore palermitano della fine del secolo XIX.
L'acquarello porta la firma di Salvatore Marchesi,
pittore parmense che nel 1886 si trasferì nel capoluogo dell'isola,
assorbendo la visione artistica
di Lojacono e De Maria Bergler.

Le due immagini che seguono presentano 
altri due bozzetti di personaggi della tradizione siciliana: 
il tamburino di una processione e l'acquaiolo   

Ancora oggi, il nome di Salvatore Marchesi ( Parma, 1852-1926 ) è fra i meno conosciuti tra quelli dei pittori che animarono la scena siciliana tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo.
Eppure, questo artista nato a Parma e nipote di Luigi, anche lui valido pittore, ebbe il merito di appropriarsi del paesaggio ed i monumenti dell'isola, lasciando nelle sue opere - come ha scritto Ivana Bruno nel saggio "Ottocento Siciliano" edito da Electa nel 2001 - "il preciso e rigoroso studio prospettico, l'analisi minuziosa dei particolari, l'assoluta conoscenza dei valori pittorici della luce e del colore", ponendosi sulla scia dei siciliani Lojacono e De Maria Bergler.





L'arrivo del parmense Marchesi a Palermo nel 1886 - città nella quale dimorò per 36 anni - si legò alla nomina alla cattedra di Prospettiva ed Elementi di Architettura presso il Regio Istituto d'Arte. 


Due frati cappuccini vicini al pozzo d'acqua
del convento palermitano di Santa Maria di Gesù.
L'opera di Salvatore Marchesi - ha scritto nel 2001 Ivana Bruno -
"lascia lo spazio, quasi a metà della composizione,
alla nitida veduta dello sfondo raffigurante,
con la stessa cura e precisione che caratterizza tutto il dipinto,
la verdeggiante conca d'oro racchiusa 

da una compatta catena montuosa..." 

Socio del Circolo degli Artisti cittadino, Salvatore Marchesi prese parte a molte esposizioni locali, con opere dedicate ai monumenti palermitani d'epoca normanna ( in quegli anni al centro di un rinnovato interesse tardo-romantico ).


Le cupole della chiesa palermitana di San Giovanni degli Eremiti,
altro acquarello di Marchesi realizzato
nell'epoca in cui la Sicilia artistica riscopriva
il patrimonio architettonico d'età normanna

Di questo artista, ReportageSicilia ripropone alcune opere da qualche tempo più conosciute - in particolare, un acquarello raffigurante un restauratore al lavoro all'interno della Cappella Palatina di Palermo - ma anche alcuni bozzetti meno noti di personaggi popolari della vita cittadina: un segno, quest'ultimo, dell'attenzione non scontata del parmense Marchesi verso figure tipiche della Palermo d'allora.

"Cupola della Cappella Palatina" è il titolo di quest'opera
in cui Marchesi ritrae il lavoro di un restauratore di mosaici.
Il quadro venne presentato
all'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92.
L'immagine, al pari dei primi tre bozzetti che illustrano il post,
è tratta dalla rivista "Natale e Capo d'Anno"
dell'Illustrazione Italiana, Treves Editori
Milano, 1908-1909 
     

lunedì 8 luglio 2013

BAGNANTI E BAGNI DI SICILIA

Bagnanti sulla scogliera palermitana di Aspra,
in una fotografia non attribuita
e pubblicata in un opuscolo edito dopo il 1951
dall'Ente Provinciale per il Turismo di Palermo,
su stampa di Amilcare Pizzi-Milano

Questo post nasce da un pensiero maturato lontano dalla Sicilia ed è sorto dall'osservazione delle consuetudini balneari di chi non è nato e cresciuto in Sicilia o in qualunque altra isola del Mediterraneo.
Il bagnante isolano, anzitutto, va al mare per fare, appunto, il bagno; il bagnante peninsulare - e soprattutto delle regioni del Nord Italia e delle grandi metropoli come Roma, Milano e Torino - considera di norma il mare come un luogo dove il bagno spesso è l'ultimo e trascurabile scopo di lunghi e trafficati trasferimenti verso la spiaggia.

Partita di pallavolo sulla spiaggia di Mondello,
in una fotografia tratta dall'opera precedentemente citata

Una volta arrivato alla meta ( di solito uno stabilimento balneare ) il bagnante peninsulare concentrerà le sue attenzioni sull'affitto del lettino da sole e dell'ombrellone, sulla crema abbronzante, sul campo di beach volley, sui racchettoni, sul libro da leggere, sul getto d'acqua della doccia col quale rinfrescarsi, sugli istruttori di acquagym e sul pranzo da consumare al ristorante annesso allo stabilimento.


Spuntino balneare lungo la spiaggia palermitana 
di Casteldaccia Fondachello.
Anche questa fotografia è tratta dalla pubblicazione
dell'Ente Provinciale per il Turismo di Palermo
successiva al 1951 

Tranne poche eccezioni - pure documentate in questo post - il balneare isolano ha invece una naturale ritrosia verso gli stabilimenti e verso il loro corredo di inutili diversivi. 
Per lui, il pensiero dominante della giornata è semplicemente il bagno, possibilmente in un luogo sufficientemente sgombero di altri bagnanti. 
Spiaggia o scogliera libera che sia, la scelta giornaliera del luogo sarà affidata alle condizioni locali di vento e di mare: il bagnante isolano ha essenziali cognizioni di meteorologia, in grado di fargli capire se soffi il maestrale o lo scirocco e quale caletta o litorale scegliere per evitare onde e vento forti.  


Bagnanti sul litorale palermitano fra Isola delle Femmine e Capaci.
La fotografia è attribuita ad Armao ed è tratta dall'opera
del TCI "Sicilia" Attraverso l'Italia edita nel 1961  

La sua dotazione per la giornata al mare sarà ridotta all'essenziale: un asciugamano o un telo per stendersi, un abbronzante, una maschera da snorkeling, il necessario per un veloce pasto - un panino, della frutta, una bottiglia d'acqua - e magari anche un quotidiano.
Eventuali dotazioni supplementari - un ombrellone o una sdraio - faranno comunque parte del corredo balneare personale. 
Il loro affitto non viene mai preso in considerazione perché l'isolano ha una dote familiare di oggetti da mare conservati in cantina o in un box: vecchie infradito spaiate, maschere col vetro unto di salsedine dell'estate precedente, sdraio con i teli sbiaditi dal sole ed ombrelloni con vecchi residui di sabbia.


Scogliera palermitana di Porticello.
L'immagine è di Giuseppe Tornatore ed è tratta dal catalogo
della mostra fotografica
 "Scritture di paesaggio", che si svolse a Palermo,
all'interno della chiesa di Santa Maria dello Spasimo,
dal 18 al 31 marzo 1988 

In Sicilia e nelle altre isole, insomma, il bagnante ha un rapporto di naturale familiarità con il suo mare.
Allo scrittore catanese Ercole Patti si devono forse le pagine più intense di narrazione sul tema. 
Le sue parole rimandano al semplice e lussuoso piacere di andare in spiaggia o su una scogliera per fare, semplicemente e gioiosamente, un bagno: un godimento che dispone la mente ed il corpo ad altri voluttuosi piaceri.


Bambini al bagno nella borgata palermitana dell'Arenella.
La fotografia, attribuita a Pirrone,
è tratta dall'opera "Libro di Palermo",
edita da S.F.Flaccovio nel 1977


"Il mare salato penetrava nelle narici, attaccava le mucose, faceva lagrimare gli occhi durante i numerosi tuffi a chiodo fatti dal piccolo trampolino sporgente dalla scogliera di Guardia Ognina. Mentre l'acqua marina scivolava sul corpo felice - scriveva Patti in "Diario Siciliano" nel 1971 - i pensieri confusi del meraviglioso pomeriggio da trascorrere ronzavano nella testa sommersa sott'acqua. 
L'acqua scorreva sul corpo compatto e abbronzato in un desiderio struggente della pasta con le melanzane che aspettava a casa sotto un piatto capovolto ancora tiepida. 
Il desiderio della pasta con le melanzane era simile come intensità a quello di vedere gli occhi della figlia dell'avvocato che si affacciava alla bassa finestra della casa di fronte. 
Il rombo leggero del mare che si insinuava fra gli scogli e ne tornava fuori con un movimento di risucchio scoprendo qualche patella che se ne stava leggermente sollevata sulla parete dello scoglio quasi per respirare pronta ad attaccarsi saldamente con la ventosa se qualcuno la toccava.
Durante quelle ore marine mentre l'acqua grondava e si asciugava subito sulla pelle la vita sembrava non dovesse mai aver fine ed era disseminata di ore bellissime, di risvegli dopo un leggero sonno pomeridiano nella stanza in penombra mentre attraverso le stecche dello storino abbassato arrivava il vento rinfrescato del meriggio...".


Giornata balneare al lido di Mortelle, nel messinese.
La fotografia è tratta da un opuscolo
dell'Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Messina,
del luglio 1975 

             

SICILIANDO














"In Sicilia, dove il cospirare è da secoli, e chi sa fin da quando, nei costumi dei piccoli e dei grandi, ed ha una lunga storia di sacrifizii e trionfi, e fu tenuto in pregio ed oggetto di vanto, non è da stupire che i segreti accordi, qualunque ne sia l'intento, riescano facili ed abbiano una certa attrattiva. Dato il carattere di queste genti, e date le vicende del loro passato, la congiura prende qui aspetto come di un bisogno, d'una necessità storica".
Carlo Corsi

venerdì 5 luglio 2013

L'ESTIVA DELIZIA DEL "MELLONE"

Venditore di "melloni" ( le italiane angurie ) a Palermo.
La fotografia è di Melo Minnella ed è tratta dall'opera
"Libro di Palermo", edito da S.F.Flaccovio nel 1977 

Titolo e testo del post contengono un evidente errore ortografico: il "mellone" siciliano oggetto di queste righe, in italiano si scrive e si pronuncia più correttamente "melone".
Gli errori, però, non si fermano qui.
Il termine è infatti impropriamente utilizzato in Sicilia per definire ciò che per la botanica ( e per il resto degli italiani ) è in realtà un'anguria.
L'equivoco campeggia senza possibilità di correzione in tutte le insegne che, specie durante i mesi estivi, richiamano l'attenzione verso le cataste di "melloni" vendute e servite nelle strade dei quartieri popolari di Palermo o Catania.
Figura di riferimento di questo commercio è il "mellonaro", che armato di lunghi coltelli taglia e divide in fette l'anguria.
Di solito, l'acquirente si fida ciecamente della sua esperienza, affidandogli il compito di scegliere per lui il "mellone" più fresco e gustoso: una fiducia quasi sempre ben riposta, grazie al tipico orgoglio siciliano che impedisce anche ai commercianti di macchiare la propria reputazione con smaccate fregature ai clienti.
Il consumo di "melloni" - coltivati a pieno campo soprattutto nella piana di Catania e nelle serre ragusane e siracusane -  appartiene alla tradizione gastronomica ed ai costumi dell'isola, al punto che può contare anche su alcuni detti popolari del tipo "mancia, vivi e ti lavi la faccia" ( "mangia, bevi e ti lavi la faccia", con riferimento al suo alto contenuto d'acqua ), oppure su quello che suggerisce "doppu u miluni vinu a sdirrupuni", ( "dopo il mellone vino a volontà" ).
Naturalmente, la bontà estiva del "mellone" trova celebrazione anche nella cucina dei dolci.
Una delle preparazioni più diffuse in Sicilia - ed oggetto di frequente stupore  per i non siciliani - è il "gelo di mellone", una sorta di budino freddo da servire con una guarnizione di fiori di gelsomino.
ReportageSicilia non ospita di norma ricette isolane ( per queste vi sono competentissimi siti e blog ); l'equivoca storia del "mellone" siciliano  merita però l'epilogo della riproposizione di quanto scritto da Franca Colonna Romano nel libro "Sicilia in bocca", edito da "Il Vespro" nel 1976:  
"E' una gelatina di polpa d'anguria setacciata che, nel colorito dialetto siciliano, viene impropriamente chiamata 'gelu di miliuni': impropriamente perchè va servita fredda ma non ghiacciata.
Per ogni chilo di polpa occorrono 200 grammi di zucchero e 80 grammi di amido puro.
Mescolate bene gli ingredienti sino ad avere una miscela liscia ed omogenea. Aromatizzatela con essenza di gelsomini, che potrete preparare voi stessi, immergendo un pugno di questi profumatissimi fiori in poca acqua e lasciando riposare per due o tre ore.
Versate in un tegame la miscela e, a fuoco lento, lasciate addensare, mescolando continuamente.
Quando sarà raggiunta la densità giusta, toglietela dal fuoco e versatela in tante formette quanto ne occorreranno per esaurire il gelo; guarnite con dadini di cioccolato, pezzi di pistacchio e zuccata e ponete in frigo le formette".

   

mercoledì 3 luglio 2013

PHIL STERN, GLI SCATTI DELLO SBARCO ALLEATO

I Rangers del generale Derby si preparano allo sbarco in Sicilia,
nel luglio del 1943.
Gli scatti di questo post portano la firma di Phil Stern,
fotografo che seguì l'invasione alleata nell'isola
su incarico dell'esercito americano.
A settant'anni da quei giorni di guerra,
Acireale ospita nel periodo fra l'11 luglio ed il prossimo 8 settembre una mostra con altrettante immagini di quello storico evento.
ReportageSicilia pubblica una selezione delle fotografie,
ringraziando Simone Raddi dello Studio Esseci di Padova
per la gentile collaborazione  

L’autore di queste eccezionali fotografie tornerà in Sicilia nei prossimi giorni, a distanza di 70 anni da quando lasciò l’isola con le schegge di pezzi d’artiglieria tedesca in corpo.
Phil Stern ha oggi quasi 94 anni, molti acciacchi di salute ma possiede ancora una memoria lucidissima nel ricordare quelle storiche settimane in cui documentò lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia.

"Spiaggia di Licata"

“Il mondo è uguale per tutti – ha spiegato recentemente al giornalista de ‘la Repubblica’ Vittorio Zucconi – come lo era il caos di quello sbarco, che divenne al solito un bordello di uomini, anfibi, paura, esplosioni, mezzi da sbarco, grida di portaferiti, come tutte le operazioni e tutte le disposizioni militari in guerra. Avrei dovuto sparare anch’io, prima di scattare, ma non mi importava niente”.

"Sbarco a Gela"

Il ritorno di Stern nell’isola è un tributo al suo straordinario lavoro documentario: settanta di quelle fotografie – manifesto storico e sociale sulla Sicilia e sui siciliani nei giorni dell’ennesima invasione subìta nei millenni dall’isola – saranno infatti presentate in sua presenza l’11 luglio presso la Galleria del Credito Siciliano di Acireale.

"Sbarco a Licata"

"Licata"

La mostra è denominata “Phil Stern. Sicily 1943” e si protrarrà sino all’8 settembre ( scelta temporale con un non casuale riferimento alle date del 1943 ). 
La rassegna – che comprende altre iniziative espositive legate allo sbarco alleato -  è stata curata da Enzo Costanzo con Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra ed è stata prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese; una sua riproposizione è in programma a Milano, il prossimo mese di novembre. 

"Contadini"

"Contadino offre pane e vino"

Phil Stern, nativo di New York ed oggi residente a Los Angeles, è stato uno dei molti fotografi di guerra assoldati dall’esercito americano nei diversi fronti del secondo conflitto mondiale per documentare l’avanzata delle truppe in Europa e la sconfitta nazi-fascista: una svolta degli eventi bellici iniziata proprio dalle coste sud orientali della Sicilia, prima dell’altro storico sbarco in Normandia.

"Comiso"

"Palermo"

La notte del 10 luglio 1943, la sorte volle che fra le truppe da sbarco a Gela vi fosse Stern , con i gradi di ufficiale del Genio Trasmissioni americano e con due affidabili ( e tedesche ) macchine fotografiche, una Contax ed una Rolleiflex.
Il giovane fotoreporter seguì l’avanzata alleata da Gela verso Comiso e da qui a Catania. Qui le sue macchine fotografiche smisero di scattare centinaia di immagini dell’isola nel confuso clima della rotta tedesca e della resa italiana: ferito alle gambe, Stern sarebbe stato imbarcato su una nave ospedale e rimpatriato negli Stati Uniti. 

"Sicilia"

In seguito, Phil Stern sarebbe diventato un affermato “paparazzo” dei divi di Hollywood, conservando questo ricordo dei siciliani: “Avevamo pochi rapporti diretti con la gente – ha spiegato ancora a Zucconi - ma quei pochi erano cordiali, anche festosi, quando si convincevano che noi americani eravamo arrivati per restare e che non ci saremmo ritirati”.
L'offensiva del luglio 1943 ebbe dimensioni e numeri eccezionali. La flotta diretta in Sicilia disponeva di 3.266 navi da guerra e da trasporto americane, inglesi, canadesi, indiane, olandesi, greche e polacche.

"Rangers Usa"

Nel solo primo giorno di operazioni, presero terra 160.000 uomini, 14.000 veicoli, 600 carri armati e 1.800 cannoni.
Gli scatti di Stern lasciano tuttavia in secondo piano le fasi cruente proprie di ogni azione di guerra e sembrano esplorare l’umanità precaria della vita nelle retrovie. 
Il suo sbarco in Sicilia mette così in luce quel contesto di fatiche e di stenti che unisce le vite dei soldati a quelle della popolazione inerme dinanzi l’arrivo di un nuovo esercito, sia pure composto da tanti figli o nipoti di siciliani emigrati in America.

"Phil Stern in Sicilia"

Occupanti ed occupati condividono una stessa condizione di necessità, nella quale è facile trovare dei momenti di condivisione di un secchio di acqua o di un pezzo di pane, frutto magari di un tentativo di ridurre le ragioni e le paure di una guerra alle esigenze elementari degli uomini, sia pure essi di diversa nazionalità.
In altre fotografie, Stern coglie gli aspetti grotteschi e beffardi che accompagnano gli eventi drammatici. 
E’ il caso dello scatto in cui alcuni soldati italiani si arrendono dinanzi ad un palazzo di Comiso con ancora leggibile l’esortazione fascista “vincere”: con le sue immagini dello sbarco in Sicilia, insomma, Phil Stern – citando un vecchio articolo del giornalista Pasquale Chessa –“riuscirà a rappresentare come una farsa la tragedia della sconfitta italiana”.

"Phil Stern a Palermo"