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venerdì 2 ottobre 2015

PALERMO SENZA MAFIA IN UN REPORTAGE DEL 1966

Omissioni, dati economici e attualissime notazioni di costume palermitano in un resoconto di Carlo Graffigna pubblicato con fotografie dell'Agenzia Scafidi dalla rivista "Le Vie d'Italia" 


Il viale d'ingresso al parco della Favorita.
Sullo sfondo del monte Pellegrino, la sagoma del castello Utveggio.
ReportageSicilia ripropone un articolo dedicato a Palermo
e pubblicato nel luglio del 1966 dal mensile del TCI
"le Vie d'Italia"

Con il semplice titolo "Palermo oggi" la rivista del TCI "Le Vie d'Italia" pubblicò nel luglio del 1966 un lungo reportage dedicato al capoluogo della Sicilia.
Il giornalista incaricato di raccontare la città fu Carlo Graffigna; le fotografie furono fornite dall'Agenzia Scafidi, all'epoca la principale fonte di immagini di cronaca e di costume a Palermo.
L'articolo ( in cui non viene mai citata la parola "mafia" ) venne presentato dalla rivista con notazioni che accennavano brevemente alle trasformazioni urbane provocate da 15 anni di speculazione edilizia.


L'area nord-orientale di Palermo
in una fotografia scattata probabilmente
dal grattacielo dell'INA, in piazzale Ungheria.
In primo piano, il Teatro Massimo

Foto aerea della piazza Politeama
con l'imponente struttura del Teatro omonimo


L'inviato de "Le Vie d'Italia", seguendo forse il "taglio" divulgativo dell'autorevole mensile del Touring Club, ignorò qualsiasi riferimento alle vicende affaristico-mafiose che sino a pochi anni prima avevano iniziato a stravolgere l'aspetto della città, contrapponendo con le Giuliette-bomba e le lupare i clan Greco e La Barbera:

"Il nostro collaboratore è andato nella capitale della grande isola mediterranea, ha visto tutto ciò che c'era da vedere, si è incontrato con molte persone.
Il ritratto che ora egli ci offre è quello di una nobile città di stile barocco in trasformazione, una selva di cemento e di palazzoni moderni in cui si incastrano, come oasi, le superstiti case dei tempi antichi, chiese, monumenti illustri nella storia dell'arte, magnifici musei, giardini superbi e insieme ampi ritagli di quartieri popolareschi"

Ignorando qualunque dato sull'ingerenza della mafia nell'edilizia, nel commercio e nelle sue infiltrazioni nella politica locale - oggetto all'epoca di inchieste giornalistiche, giudiziarie e financo parlamentari ( due anni prima, la commissione antimafia aveva scritto che "esiste un parallelismo fra la particolare intensità del fenomeno delinquenziale e la situazione amministrativa in una città dell'importanza di Palermo" )  - il reportage di Graffigna contiene molte informazioni sulla realtà sociale ed economica cittadina del periodo. 
Apprendiamo così che Palermo era allora abitata da 625.000 persone sul totale dei 5 milioni di siciliani.


Scena di traffico cittadino
in via Ruggero Settimo

Piazza Pretoria
e la scenografica fontana
ricca di sculture allegoriche
 


Nel 1951 i residenti erano 490.692, 564.225 nel 1957: una crescita demografica causata dall'attrazione esercitata dal capoluogo di un'isola che assisteva all'abnorme sviluppo della sua burocrazia regionale.
Nel 1965 al suo scalo marittimo - il decimo per volumi di traffico in Italia - erano attraccate e partite 5124 navi, con un milione61.000 tonnellate di merci imbarcate e sbarcate e con 264.000 passeggeri in arrivo o in partenza.
A quattro anni dalla sua discussa inaugurazione, l'aeroporto di punta Raisi è invece al quinto posto nelle statistiche nazionali, con 3071 aerei arrivati, 3074 partiti, 91.881 sbarcati e 92.722 imbarcati nel corso di un anno.
Quando il giornalista del TCI mette piede a Palermo, sono in attività da quasi un anno i primi cantieri per la costruzione dell'autostrada destinata a collegare la città con Catania ( la stessa che dallo scorso aprile è interrotta a causa del cedimento del viadotto Himera ).


Piazza Vittoria,
con la villa Bonanno
ed il complesso scultoreo dedicato a Filippo IV


Dell'opera si parla già dal 1946, ma serviranno sette anni per costituire un Consorzio e solo nel 1959 ci sarà un affidamento del progetto che prevede una spesa di 59 miliardi di lire.
Graffigna scrive che i 186 chilometri e 576 metri saranno terminati entro la fine del 1968; nei fatti, l'autostrada verrà parzialmente inaugurata solo nel febbraio del 1973 ( mancheranno ancora 26 chilometri fra Enna e Catania ) con una spesa lievitata sino a 230 miliardi di lire.

"Quando poi, forse poco dopo il 1970, anche il ponte sullo Stretto sarà una realtà - si legge nel reportage de "Le Vie d'Italia" - allora a Palermo ci sarà il capolinea di una seconda autostrada che vi giungerà da Messina, lungo la via della costa".

La costruzione del ponte di Messina è ancor oggi materia di periodici vagheggiamenti, alternati agli annunci di archiviazione del progetto.
L'autostrada Palermo-Messina invece esiste, ma sarebbe stata completata solo nel 2004 - fra le immancabili polemiche ed inchieste giudiziarie sulla sua capacità di esercizio - 35 anni dopo l'avvio dei lavori.


L'aggressione della speculazione edilizia
al verde cittadino nell'area urbana nord-occidentale

Edilizia residenziale nell'area di villa Sperlinga,
parte residua di un vasto parco lottizzato a partire dal 1952

  
All'eccessiva fiducia del giornalista del TCI sui tempi di costruzione delle strade, si contrappone però la chiara visione delle contraddizioni dello sviluppo economico di quegli anni a Palermo e nel resto dell'isola.
I mali sottolineati da Carlo Graffigna riguardano sia il comparto industriale che quello agricolo e olivicolo, questi ultimi alle prese con la fine del monopolio delle produzioni siciliane:

"Per quanto in netto sviluppo, la regione è ancora molto al di sotto delle medie nazionali in fatto di attrezzature, di impianti, di traffici, di commerci e di attività economiche in senso lato.
Il discorso sarebbe lungo e complesso, ma per l'industria possiamo dire che qui a Palermo si è verificato lo stesso fenomeno che rende precaria l'economia di molte altre plaghe del Sud: il boom economico del Nord, con il rinnovo degli impianti, ha ancora acuito la sperequazione con gli scarsi e vetusti stabilimenti del Sud, con la logica conseguenza di alti costi di produzione, difficoltà economiche, fallimenti, licenziamenti.


La città del vecchio centro storico:
piazza della Rivoluzione con la statua del Genio
 

E, proprio contemporaneamente, l'esplosione del mercato agrumario verificatosi nell'immediato dopoguerra subiva un certo ridimensionamento con l'entrata in scena di grandi concorrenti che fino a quel momento non erano esistiti, come Israele, la Tunisia e l'Algeria, che, formatesi in nazione, cercavano di sfruttare, nell'attesa di darsi una attrezzatura industriale, i frutti spontanei del loro clima. 
Così, la Sicilia, con i suoi sei milioni e mezzo all'anno di quintali di arance e un quantitativo identico fra mandarini e limoni, pur coprendo da sola il 65 per cento della produzione nazionale di agrumi, deve lottare con la Spagna e con i nuovi paesi concorrenti sui mercati del Nord Europa e di oltre oceano.
La stessa cosa accade per l'olio di oliva.
La Sicilia ne produce 360.000 quintali ogni anno, ed è la seconda regione d'Italia, dopo la Puglia, ma non sempre il costo, dovuto quaggiù alla polverizzazione industriale, cioè a una miriade di piccole imprese, può reggere la concorrenza.
Tutti questi fenomeni ( che portano sottoccupazione ) e il fatto che Palermo sia la sede del governo regionale, del suo Parlamento e di tutti gli uffici a esso collegati, spiegano il confluire in città di molti più isolani di quanti l'economia locale possa ora assorbirne..."

Il reportage di Graffigna contiene anche numerose, attualissime e a volte sorprendenti notazioni sul carattere dei palermitani e della loro città.
Tra le righe del suo racconto, spunta un riferimento ai personaggi letterari di Tomasi di Lampedusa:

"Che cosa è Palermo?
Prima di tutto è una città regale.
Lo è persino negli autobus, che sono il più popolare e il più anonimo dei mezzi di trasporto moderni.
Gli autobus di Palermo non hanno i solito seggiolini , pressocché simili in tutto il mondo, ma vere e proprie poltroncine.
Se è vero che Carlo V nominò 'signori' tutti gli abitanti di Alghero, queste poltroncine sugli autobus testimoniano indubbiamente della 'nobiltà' di tutti i palermitani.


Paladini dell'opera dei pupi:
un genere di rappresentazione che negli anni Sessanta
dello scorso secolo visse un irreversibile declino

Come, del resto, le loro case, con quel locale d'ingresso, un po' patio un po' giardino d'inverno, che è un luogo al riparo dalla luce accecante dove si possono intrecciare, su alte poltrone di velluto o di raso, i conversari di un nuovo incontro e dove si accoglie l'ospite per il primo benvenuto.
L'ospitalità dei palermitani è calda e aperta, mai invadente o appiccicosa .
Al fondo di tutti i rapporti umani c'è, quaggiù, una grande dignità, un senso di fierezza che non è patrimonio di una 'classe', ma di un'intera popolazione.
Anche vicino al mare, nei quartieri attorno al porto e quasi ai margini della sua vita attiva, si può sentire la presenza della povertà, e, spesso, della miseria, ma di essa non si fa né ostentazione né mercato.
Ci si accorge soltanto di essere di fronte ai meno fortunati fra gli eredi di un impero, di due regni che qui ebbero la capitale, e di un vicereame.


La nostalgica fotografia
di un altro genere di spettacolo popolare palermitano
che nel 1966 viveva i suoi ultimi sussulti:
 il racconto dei cantastorie

Soltanto dopo avere visto Palermo e avere conosciuto la sua gente, si capisce come Tomasi di Lampedusa abbia potuto scrivere 'Il gattopardo' senza avere avuto bisogno di chiudersi in un castello a 'respirare atmosfere antiche', ma che ne abbia invece composti molti capitoli nella saletta di un grande caffè aperto ai quattro venti nel cento della città, fra il via vai della gente e le loro conversazioni.
Il fatto è che quegli uomini e quelle donne, sia pure perfettamente inseriti in una realtà storica diversa, erano proprio i nipoti dei personaggi che lo scrittore andava rievocando.
Se negli occhi e nel portamento della gente di Palermo è rimasta quell'antica fierezza, nelle sue pietre c'è tutto quello che possono avervi inciso millenni di storia e di avventure del pensiero e dell'arte..."

Infine, dopo avere ricordato l'atmosfera "intima e raccolta" della via Ruggero Settimo - definita "punto d'incontro di un'intera città, qualche cosa di più e di diverso della Galleria di Milano o della via Veneto a Roma" - l'autore di questo reportage nella Palermo del 1966 attribuisce ad un popolo assai lontano dalla Sicilia e fa suo l'elogio della città:

"I norvegesi, che per i loro antichi antenati vichinghi, meritano ancora gran fama di viaggiatori, dicono che la città della Conca d'oro è la più europea e la più civile delle grandi metropoli dell'Africa e del vicino Oriente e, nello stesso tempo, la più esotica e la più misteriosa delle grandi città del vecchio continente. 
Questa è Palermo..."   
     
   

DISEGNI DI SICILIA


Allegoria della Sicilia in una stampa del secolo XIX,
tratta da "L'immagine della Sicilia nell'Italia del Settecento", Edi.bi.si Palermo, 2000

lunedì 28 settembre 2015

L'ELOGIO DI FLORIDIA DI UN ECONOMISTA DEL 1822

"Il buon travaglio ed i piaceri della vita" dei floridiani in un'opera di Francesco Fuoco che spiegava come moltiplicare la ricchezza della Sicilia
"E' lusinghiero il vedere gli abitanti di Floridia, borgo di quattro mila abitanti lontano da Siracusa nove miglia.
Le strade larghe, e bene allineate, le case di un bello esteriore, i campi coltivati con tutta la cura, annunziano uomini che travagliando, sanno procurarsi i piaceri della vita"

Fotografie di vita urbana e rurale a Floridia
agli inizi degli anni Sessanta dello scorso secolo.
Le immagini sono tratte dall'opera di Eberhard Horst e Josef Rast
"Sizilien", edita nel 1964 in Germania da Walter-Verlag

Questo elogio di Floridia e dei floridiani si legge in una curiosa opera pubblicata nel 1822: curiosa a partire dal titolo - "Saggio su i mezzi da moltiplicare prontamente le ricchezze della Sicilia", edito a Parigi da Firmin Didot - e per le  poche notizie disponibili sull'autore, che pure adottò uno pseudonimo.
Il saggio porta la firma dell'economista lombardo Giuseppe de Welz; suo reale autore fu però Francesco Fuoco, un religioso campano col pallino degli studi economici che si preoccupò di inviare l'opera  a Francesco I, principe ereditario delle Due Sicilie.
L'obiettivo di Fuoco fu quello di indicare la strada per lo sviluppo dell'isola, nella considerazione che "questo paese offre in sé tutti i mezzi da divenire il più florido tra i paesi conosciuti.
Così - scriveva ancora il sacerdote - quel che manca è poco; è facile ad ottenerlo...



Mettere a profitto la fertilità del suo suolo, multiplicandone e variandone le produzioni; aprire al suo commercio interno facili communicazioni; e dare al traffico esterno la maggiore attività, ecco il mezzo da dar compimento ai suoi fortunati destini".
I consigli di Francesco Fuoco non hanno trovato in quasi due secoli troppi ascoltatori.
Il suo saggio - che individuava nell'affollamento delle coste e nell'abbandono delle attività agricole le responsabilità dei mali economici siciliani - è rimasto sostanzialmente dimenticato dal 1822 ai nostri giorni, ad aumentare lo scoramento di quanti ancora credono nelle potenzialità agricole dell'isola.
L'elogio dei "campi coltivati con tutta la cura" di Floridia fatto allora da Francesco Fuoco  seguì probabilmente l'osservazione delle ricche produzioni di mandorle e di agrumi e della regolare pianta urbana a scacchiera del paese.



A Floridia ed ai floridiesi che secondo Fuoco con il lavoro "sanno procurarsi i piaceri della vita" , ReportageSicilia dedica nel post due fotografie tratte dall'opera di Eberhard Horst e Josef Rast "Sizilien", edita in Germania nel 1964 da Walter-Verlag.



venerdì 25 settembre 2015

CARLO LINATI E LA "GRECA ARMONIA" FEMMINILE A TINDARI

Ottant'anni fa, l'incontro fra le rovine classiche tra il giornalista e scrittore lombardo e le "belle donne" della località tirrenica


Gruppo di tre donne ed un uomo
fra le rovine del Ginnasio di Tindari.
La fotografia è di Carlo Brogi
e venne pubblicata nel volume "Sicilia"
edito dal TCI nel 1933

L'elenco degli scrittori, dei giornalisti e dei narratori senza titolo professionale che hanno descritto la Sicilia è lungo ed oggi difficilmente documentabile.
Vecchie rassegne stampa e pubblicazioni conservate nelle biblioteche riservano spesso la scoperta di uno di questi a volte poco conosciuti "reporter" dell'isola.
E' il caso, ad esempio, del giornalista e scrittore lombardo Carlo Linati ( 1878-1949 ), autore di romanzi, traduttore di opere letterarie dall'inglese e pubblicista noto per i suoi articoli apparsi sulla rivista "Le Vie del Mondo" del TCI http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-linati/.
Pur rimando strettamente legato ai paesaggi ed ai caratteri lombardi, Linati fu un viaggiatore instancabile ed un esteta delle bellezze della natura e delle donne.
"Piacevano a Carlo Linati i bei paesaggi, le nuvole, le acque; gli piaceva - scrisse di lui il giornalista e amico Giovanni Battista Angioletti - discorrere di belle donne, descriverle, esaltarle, narrarle".
Nel 1935, il giornalista di Como ebbe modo di godere dei suoi "piaceri" anche in Sicilia.



Quell'anno, Linati girò in lungo e largo l'isola, fermandosi tre giorni a Tindari: una sosta giustificata dai colori del paesaggio tirrenico e soprattutto dall'incontro con "Maurella", una ragazza 18enne figlia di agrumaio di Patti, "di squisita grazia, non molto alta, tutta bruna e riccioluta, perfetta di forme come un antico efebo".
Prima di quella conoscenza, Carlo Linati aveva così espresso la sua ammirazione per le donne incontrate fra una fontana con un grifo di pietra ed i resti romani dell'antica Tindari:

"Abbozzate dunque le ciclopiche volte del Ginnasio e il piccolo anfiteatro di Tindari - scrisse il 13 giugno 1935 sul quotidiano "La Stampa" - fu sui più moderni motivi che si aggiravano intorno alla mia fonte che la mia matita venne esercitandosi di preferenza.
Per qualche ora io non feci che ritrarre le donne che stavano là intorno.
Quando una di esse aveva riempiuto la mezzina, si metteva in capo il corollo, sopra vi poneva pel ritto l'anfora armoniosa e se ne tornava lentamente verso casa.
Non tutte naturalmente erano belle ma passando su quel paesaggio di rupi e di mare, già così caldamente ellenico, quelle loro elastiche figure suscitavano subitamente in me un'immagine di greca armonia e bellezza..." 

giovedì 24 settembre 2015

SICILIANDO














"Quando un siciliano viene da lei e le dice qualche cosa, non sa quasi mai se è un ambasciatore o se ha parlato per se stesso.
Ecco perché tanti uomini politici siciliani non si vergognano di dire un giorno dopo il contrario di quanto avevano detto un giorno avanti...
Osservi questi nostri 'terzi uomini' di Sicilia come non si sentono colpevoli delle loro più sfacciate contraddizioni: hanno il senso d'innocenza del portavoce.
Essi continuano una lunga tradizione, una vergognosa tradizione in verità! Perché essi sono gli intermediari permanenti tra la Sicilia ed i suoi oppressori.
Ma chi sono tutti questi principi, questi grandi di Spagna, della nostra Isola?
I loro avi hanno venduto all'oppressore l'intera Sicilia per averne in cambio un pezzetto da sfruttare ed opprimere in proprio.
Lungo questa tradizione si è formata la nostra classe dirigente: non sono più principi o baroni, ma presidenti e ministri, perché tali sono le ricompense del mondo d'oggi.
Ma anche costoro, come i grandi di Spagna, al grido di 'viva la Sicilia' hanno consegnato all'oppressore il popolo siciliano e le sue ricchezze in cambio di un vantaggio personale, una carica, un onore o peggio un feudo finanziario"
Attilio Castrogiovanni

UN INCONTRO FRA EUGENE IONESCO E IL TEATRO DEI PUPI

Nel 1972 il "padre" del teatro dell'assurdo incontrò a Taormina i protagonisti delle storiche rappresentazioni cavalleresche dell'isola.
Le immagini del commediografo franco-romeno sono  tratte dalla rivista "Il Dramma" dell'epoca
 
Eugène Ionesco ed i pupi
della collezione dell'antiquario taorminese Carlo Panarello.
Il commediografo visitò Taormina nel 1972,
quando venne prescelto come presidente onorario
del Premio Internazionale di Poesia Etna-Taormina.
Le fotografie del post sono tratte dalla rivista mensile "Il Dramma"
pubblicata nell'aprile di quell'anno
 
Nella primavera del 1972 il commediografo francese di origini romene Eugène Ionesco rivestì il ruolo di presidente d'onore del Premio Internazionale di Poesia Etna-Taormina, organizzato dall'Ente Provinciale per il Turismo di Catania col patrocinio dell'Assessorato Regionale al Turismo.
Il suo rapporto con l'isola, fino ad allora, era stato di natura soprattutto letterario.
Nel 1961, rispondendo ad un giornalista, Ionesco aveva infatti indicato le sue fonti di ispirazione in "Kafka, in Jarry, nella pittura di Picasso, Braque e Marquet, il cinema dei fratelli Marx e, per l'opera 'Le vittime del dovere', in Pirandello". 
 
Ionesco in posa nel teatro greco-romano di Taormina
 
Per la cronaca, l'affollata giuria del Premio di quel 1972 - composta da Piero Chiara, Giacinto Spagnoletti, Ruggero Jacobbi, Enrico Falqui, Giancarlo Vigorelli, Filippo Jelo, Lino Curci, Leone Piccioni, Geno Pampaloni, Gregor Von Rezzori, Alexandru Balaci, Elio Filippo Accrocca ed Angelo Maria Ripellino - proclamò vincitori Attilio Bertolucci ( per l'opera "Viaggio d'inverno" ), Murilo Mendes ( per l'opera complessiva )  e Mladen Machiedo ( per il saggio "Nuovi poeti italiani" ).
La presenza prestigiosa di Ionesco a Taormina venne documentata nell'aprile dello stesso anno dalla rivista mensile "Il Dramma", grazie alla pubblicazione delle fotografie ora riproposte da ReportageSicilia.
 
In posa sullo sfondo della cittadina messinese
 
Una sola didascalia forniva poche indicazioni su quel breve viaggio siciliano dell'autore della "Cantatrice calva" e de "Il rinoceronte":
 
"Durante il soggiorno siciliano, Eugène Ionesco ha avuto numerosi contatti culturali e ha visitato Catania, Taormina, i luoghi verghiani"
 
In una di quelle immagini taorminesi, Eugène Ionesco armeggia con un paladino dell'opera dei pupi della galleria dell'antiquario Carlo Panarello, figlio di un vecchio "puparo" messinese.
Il commediografo  - cui un critico inglese aveva anni prima affibbiato l'etichetta di fondatore del "teatro dell'assurdo" ( qualifica rigettata dallo stesso Ionesco, secondo cui quella definizione fu inventata "per fare fortuna" ) - sembra giocare con uno di quei pupi, personaggio non più vivente di un teatro popolare ormai diventato oggetto da museo.
Quel mondo siciliano ispirato all'ambiente cavalleresco - ricco di leggende e sentimento religioso - era certo molto lontano dal teatro di Ionesco.
 
Ionesco sulla scogliera di Aci Trezza,
luogo simbolo della letteratura verghiana
 
Le radici profonde di quella ormai storica forma di rappresentazione drammatica sembrano però non essere diverse da quelle che formarono l'ispirazione del commediografo franco-romeno.
Anni prima dell'incontro con i pupi taorminesi, Ionesco aveva risposto ad una domanda sulla fonte della sua scrittura.
Sono parole che fanno pensare al ventaglio di pulsioni di Orlando, Rinaldo, Agramante e degli altri personaggi del teatro isolano:   
 
"Ciò che mi ispira sono le posizioni ed i sentimenti più contraddittori come l'amore, la paura, l'angoscia, il desiderio di onnipotenza..."
 
     

sabato 19 settembre 2015

DISEGNI DI SICILIA


MICHELE CATTI, Strada di campagna, 1910 circa