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martedì 31 marzo 2026

LA GRECIA RISCOPERTA IN SICILIA DI FERNAND BRAUDEL













"Che dire poi della Sicilia, mondo chiuso dove, dopo l'arrivo dei sicani, che erano italici provenienti dal Nord, si sono incontrati e affrontati greci, cartaginesi e romani, bizantini, musulmani e normanni, angioini e catalani?

E' sempre stata una colonia, è detto nel "Gattopardo". Ogni occupante ha preso il posto, ancora caldo, del predecessore, e la cattedrale di Palermo si è insediata nella grande moschea, come quella di Siracusa nel tempio di Atena.

A tutti gli stranieri che l'hanno percorsa l'isola deve la sua eccezionale ricchezza di monumenti, e soprattutto alla Grecia, della quale ha conservato i templi più giganteschi: è nell'Italia meridionale e in Sicilia che l'Europa erudita riscopre, nel Settecento, l'architettura greca..."

Fernand Braudel, "Il Mediterraneo", Bompiani ( Milano 1987 )

domenica 29 marzo 2026

STRANEZZE DEL BARONE SACCARO E DEGLI ALTRI NOBILI DI NICOSIA

Il centro storico di Nicosia
in una fotografia di Josip Ciganovic.
Immagine tratta dal II volume
dell'opera "Sicilia", edita a Milano nel 1961
da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini


Discussa questione è se la denominazione di Nicosia come "città dei 24 baroni" sia da riferire al numero complessivo di feudi presenti in passato nel suo territorio o a quello degli effettivi baroni un tempo lì presenti. Questi ultimi hanno di certo lasciato traccia nella storia della cittadina ennese anche per la bizzarìa del loro carattere, così come sottolineato da Gianni Bonina, che a tal proposito ha ricordato una novella di Luigi Capuana tratta dall'opera "Nuove paesane":

""Strano paese e strana gente", rifletteva Luigi Capuana in un racconto nel quale si faceva beffe di un eccentrico barone nicosiano la cui identità è rimasta incerta forse perché i nobili di Nicosia avevano tutti la stessa testa.  

Oggi - ha scritto Bonina nel saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia" ( Avagliano Editore, 2006, Roma ) - non sono rimasti che gli eredi, figli tornati borghesi e andati chi a Palermo chi a Catania chi in continente a esercitare le libere professioni al posto delle aristocratiche mansioni di oziosi benestanti in tuba, guanti e canna d'India, come Capuana vedeva il barone Saccaro che aveva 365 abiti quanti sono i giorni dell'anno e il comportamento di un demente tranquillo..." 

venerdì 27 marzo 2026

LA RIDONDANTE IMMAGINE DELLA PALERMO DI COCCHIARA IN UN ARTICOLO DEL 1937

Immagini di venditori ambulanti a Palermo
negli anni Trenta del Novecento.
Opera citata nel post


Le due fotografie riproposte nel post vennero pubblicate nel febbraio del 1937 dalla rivista "L'Illustrazione del Medico", edita a Milano dai Laboratori Farmaceutici Maestretti. Raffigurano personaggi della Palermo del tempo: venditori ambulanti di focacce e di verdure, figure non del tutto ancora oggi scomparse in strade e piazze dei quartieri storici della città.

Le immagini illustrarono un articolo di Giuseppe Cocchiara, l'antropologo ed etnologo di Mistretta, che tre anni prima aveva assunto a Palermo il ruolo di direttore del Museo Etnografico Siciliano "Giuseppe Pitré".



Per questa pubblicazione, Cocchiara - studioso e documentarista capace di ben altri preziosi approfondimenti su usi e costumi dei siciliani - si limitò a descrivere Palermo con indicazioni di compiacente e ridondante retorica:

"Città modernissima, dalle vie larghe e dritte, Palermo, oggi, ha lasciato Piazza Marina a coloro che vivono di ricordi e la sua "passeggiata" se l'è fatta in Via Libertà, dal Politeama alle Croci, dove il "passeggio" è, giornalmente, un avvenimento che non bisogna tralasciare.

Cercherete, invano, le donne che come ai tempi dei Saraceni vadano col volto coperto, ma bei tipi di Saracene sì che ne  troverete. Eleganti, modernissime.



Di sera, poi, quando la città si fascia di luci, ogni angolo si popola di venditori di caramelle o di fichidindia. Sono i venditori ambulanti che di giorno hanno venduto, per le vie, la loro merce con un canto che è il ricordo e il riflesso delle nenie arabe.

Sicché, ancora una volta, mentre dai giardini della Conca d'oro scende il profumo delle zagare, si ha spesso l'impressione di attraversare un ponte gettato fra Oriente e Occidente..." 



mercoledì 25 marzo 2026

LA SICILIA COME PARTE DELL'ESPERIENZA UMANA NELL'ARTE DI GUTTUSO

Autoritratto di Renato Guttuso, 1940.
Immagine tratta dall'opera citata nel post


Dal 13 al 14 marzo del 1971, Palazzo dei Normanni ospitò a Palermo un'esposizione di oltre 120 opere di Renato Guttuso su indicazione dell'Assemblea Regionale Siciliana. L'iniziativa trovò il supporto di un comitato promotore composto da personaggi di primissimo piano della cultura isolana di quegli anni: da Leonardo Sciascia a Giuseppe D'Alessandro, da Bruno Lavagnini a Francesco Giunta, da Vincenzo Tusa a Ignazio Buttitta

L'evento fu reso possibile anche dal prestito di opere di Guttuso appartenenti alla Galleria d'Arte del Comune di Bologna, alla Biblioteca Comunale di Enna, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, alla Civica Galleria d'Arte Moderna di Palermo ed all'Ente Provinciale per il Turismo di Messina.

Il catalogo di questa mostra antologica ospitata a Palazzo dei Normanni ( pubblicato dal Banco di Sicilia con l'impaginazione di Enzo Sellerio ) fu arricchito dai testi di Leonardo Sciascia, Franco Grasso e Franco Russoli.

"La Sicilia che continuamente torna nei temi narrativi di Guttuso ( i paesi e la loro storia e cronaca, le vicende epiche e la vita quotidiana di Palermo, di Bagheria, di Gibellina, dell'Etna ) e che riecheggia nelle modulazioni linguistiche della sua espressione ( dal "Trionfo della Morte" di Palazzo Sclafani alla pittura popolare dei carretti, dal Barocco all'Espressionismo mediterraneo ) - si legge nella prefazione curata dal critico e storico dell'arte Russoli - è luogo politico profondo e inconscio, e quindi universale.

Ognuno infatti potrà non tanto leggervi il rendiconto naturalistico e veristico di luoghi e fatti siciliani, quanto riconoscervi i motivi del proprio rapporto con la realtà in cui vive, con i luoghi e i fatti della propria esistenza.



La Sicilia è quindi elemento costante nella pittura di Guttuso perché è parte determinante della sua esperienza umana: non è mito letterario, né pretesto naturalistico, ma necessario filtro per la verifica di idee e di forme nel corpo della realtà. Che non è soltanto realtà oggettiva, cioè di cose, di luoghi, di personaggi e vicende di quella terra, ma realtà soggettiva, cioè dell'uomo Guttuso, che reca in sé i dati formativi, consci e inconsci di quella cultura, nel rapporto con qualsiasi oggetto della sua attenzione poetica..."

martedì 24 marzo 2026

UN REPORTAGE DI GIANNI ROGHI SULLA PESCA DELLO SGOMBRO A LAMPEDUSA

Fotografie di Gianni Roghi,
opera citata nel post


"Se il buon Dio non avesse inventato, tra i molti pesci, anche lo sgombro, Lampedusa non esisterebbe. O meglio, esisterebbe l'isola soltanto, un tavolato piatto e giallo, alto sul mare come un immenso bastione, privo di un solo albero e di un rigagnolo d'acqua; ma non esisterebbe il paese con i suoi quattromila abitanti..."

Questa considerazione di Gianni Roghi - autore di reportage giornalistici di assoluto valore documentario, e uomo dalle mille passioni ( la fotografia, l'archeologia subacquea, lo sci, quella per la sua preziosa Ferrari ) - fece da incipit ad un articolo pubblicato nel dicembre del 1954 dalla rivista "L'Illustrazione Italiana". Il reportage di Roghi - intitolato "L'isola degli sgombri", ed in gran parte dedicato alla descrizione di questa attività di pesca - fornisce alcune indicazioni sulla vita quotidiana di Lampedusa, basata allora quasi esclusivamente sullo sgombro:

"Dire dunque che Lampedusa è tagliata fuori dal mondo, e in particolare dalla madrepatria, è facile ma approssimativo. Ho compiuto un viaggio in quest'isola per la curiosità di capirne molti aspetti, in apparenza contraddittori: già sede di confino politico in periodo fascista, e ora di amministrazione missina; già capitale, nell'anteguerra, della pesca delle spugne, e ora quasi del tutto dimentica della secolare tradizione; isola miseranda, non coltivata né coltivabile, priva di energia elettrica, e pur forte di oltre una decina di industrie; abitata da una popolazione civilmente arretrata, che ignora radio e giornali..."



Quindi il reportage di Roghi illustrò con minuzia di informazioni l'attività di pesca e di lavorazione dello sgombro garantite dalla dotazione di venti "cianciuoli" lunghi sino a 12 metri ed armati di lampare, ciascuno dei quali di proprietà di due o tre pescatori capobarca, con equipaggi che potevano contare dai 16 ai 18 uomini:

"In fondo alla rada del porto, che la natura ha creato vasto e sicuro, tirati in secco s'un pezzo di spiaggia fanno schiera quindici o venti "trabbacoli", vecchi barconi borbonici di 50 tonnellate di stazza. Pesanti, rigonfi, sbrecciati, divorati dai topi, hanno l'aria di cascare in frantumi da un attimo all'altro; sono in secco da anni, il legno si sfalda come cartone. Questi trabbacoli rappresentano il resto di una flotta di ben settanta navigli, di quella flotta che, quando era ancora in vigore la convenzione italo-francese per cui potevamo pescare spugne nelle acque tunisine e in particolare di Sfax, dava lustro e ricchezza a tutta un'industria. Ora, dei settanta trabbacoli, ne sono in funzione ancora cinque soltanto: la pesca delle spugne a Lampedusa è decaduta in pochi anni da solida industria a una sorta di trascurabile artigianato...  

I quattromila abitanti ( per la precisione 4190 ) vivono di sgombri, non conoscono che sgombri, pescano, macinano, inscatolano, commerciano nient'altro che sgombri... Lo sgombro è un pesce piccolo, generalmente di due o tre etti, ma bello, lucente, tutto d'argento e striato per obliquo di blu; è della gran famiglia dei tonni e viaggia in banchi giganteschi, di miliardi di individui. Uno dei "passi" mediterranei di sgombri avviene tra Lampedusa e la costa africana nei mesi estivi, con anticipi o ritardi misteriosi, ma conseguenti alla buona o cattiva stagione. Quest'anno il ritardo è stato di oltre un mese. Gli sgombri compaiono per quattro mesi, da maggio a settembre; poi si dileguano, reingoiati dal mare. E in questi quattro mesi Lampedusa si sveglia da un letargo annuale, rimbocca le maniche e sotto la canicola pesca macina inscatola compera e vende furiosamente: barche da pesca e pescatori stanno in mare fino all'alba, pescherecci grossi vanno e vengono dal "continente", industriali e operaie del pesce lavorano senza conoscere orario, ma soltanto il quantitativo di sgombri da esaurire prima di sera. Fatti i conti, un pescatore comune, cioè non capobarca, in una stagione di buona pesca guadagna in media 350-400 lire al giorno. Se tutto va bene, dunque, 36.000 lire alla stagione, ovvero 36.000 lire l'anno. E' già una cifra interessante. 



Questo pescatore, che rappresenta la maggior parte dei 700 pescatori dell'isola, come arriva a settembre si siede sul molo e incrocia le braccia: non ha più niente da fare. Pescare per conto proprio non può, giacché non possiede né barca né attrezzi; per conto di terzi neppure, giacché lo sgombro è partito e nessuno, per pesche a tremaglio o a strascico, ben poco remunerative e possibili solo col mare traqnquillo, arrischierebbe un prezioso cianciuolo nel mare d'inverno..."

"Il prezzo medio dello sgombro al chilo è di 80 lire; può salire fino a 90 in tempi di magra, scendere a 70 e meno in tempi di abbondanza. Gli acquisti giornalieri possono essere singolarmente cospicui: un industriale, il più forte di Lampedusa, acquistò una mattina, davanti ai miei occhi, per oltre 800.000 lire di sgombri ( e i pescatori non vendono se non per contanti ). Ebbene, tutto questo pesce, nel giro di ventiquattro ore, dal mare libero passa sott'olio. L'operazione è compiuta da tredici industrie, le quali vivono per tutto il periodo della pesca, poi chiudono battente; a settembre, le acque del porto, già diventate verdi e puteolenti di scarichi e di nafta durante l'esate, tornano finalmente cristalline e odorose di sale. Tredici industrie, ottanta giorni in media di lavoro effettivo, un giro di capitali di mezzo miliardo. I maggiori industriali sono quattro: Consiglio, Silvia, Del Gatto, Sorrentino; trafficano ogni stagione, od ogni anno che è a dire la stessa cosa, per un volume di un centinaio di milioni ciascuno. Importano le lamiere per le scatole e l'olio finissimo: tutto dalla Sicilia; fanno bollire gli sgombri in gabbioni immersi nelle caldaie, li fanno decapitare, aprire a filetti e pulire da schiere di donne; li pongono nelle scatole; gli versan sopra l'olio; chiudono; sterilizzano a vapore; spediscono al Nord; macinano i residui ( teste e code ); producono farina di pesce per mangime animale, straricca di proteine; e ancora spediscono al Nord. Per lo sgombro sott'olio, ogni sgombro pescato di notte ha già finito il suo ciclo nel pomeriggio: frigoriferi non ce ne sono: per questo, dicevo, nelle industrie di Lampedusa non si conoscono orari, ma solo i quintali da dovere esaurire al più presto. 



Gli stabili delle industrie, tranne tre o quattro, non sono che androni a locale unico e buio. Alcuni, invece, conoscono già il marmo nel locale ove si riempiono le scatole d'olio, e contano cinque o sei reparti ove luce e spazio non mancano. La mano d'opera, ovunque, è femminile, e si capisce: gli uomini sono tutti a pescare di notte e a dormire di giorno, Se entri in una qualsiasi delle tredici industrie, trovi dozzine di donne, mogli, madri, sorelle e figlie di pescatori, che sbuzzano pesci dal mattino alla sera. Le categorie operaie son due: donne che decapitano lo sgombro fresco ( con le mani, una testa dietro l'altra per migliaia di teste ogni giorno; si è provato a far lavorare macchine decapitatrici, ma rovinavano il pesce e han dovuto venire abbandonate ); e donne che lo aprono, già cotto, e ne preparano i filetti. Le prime guadagnano 52 lire l'ora, le seconde 57. Poiché a chiedere lavoro sono molte, moltissime ( mogli, madri, sorelle, figlie di settecento pescatori ), gli industriali le avvicendano in turni, e credo sia un bene.

Questa, dunque, è la situazione di una Lampedusa che vive ottanta giorni di furia e poi si riaddormenta sotto un sole che, anche d'inverno, cuoce le uova..." 


   

lunedì 23 marzo 2026

PIANO CERVI, IL SITO MADONITA CON LA FAGGETA PIU' A SUD D'EUROPA

Scorci di Piano Cervi,
sulle Madonie.
Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


"Non deve apparire eccessivo - ha scritto Francesco Alaimo nel saggio "Il Parco delle Madonie" ( Fabio Orlando Editore, Palermo, 1997 ) - se taluni definiscono la regione madonita un "giardino botanico" al centro del bacino del Mediterraneo o, ancora, "un crocevia fra continenti".

Scrive ancora l'autore che "alcuni siti in particolare - ancorché elementi di grande pregio paesaggistico - rivestono, per le proprie peculiarità, grande valore scientifico in quanto costituiscono entità uniche, a volte essenziali per la struttura degli equilibri geologici ed ecologici generali e per la flora ospitata..."




Uno di questi siti è quello di Piano Cervi, ubicato ad un'altezza di 1530 metri all'interno della zona A del Parco delle Madonie. Lo si raggiunge facilmente dal bivio Portella Colla e percorrendo un sentiero di circa 12 chilometri che inizia da un cancello del Demanio Forestale Regionale. Alla fine del sentiero - dopo avere attraversato una vallata ricca di aceri, roveri, biancospino ed altre piante endemiche delle Madonie - si scopre una fitta faggeta: una pianta tipica dei Paesi centro-nord europei che in questo luogo della Sicilia raggiunge l'estremo Sud del nostro continente.


domenica 15 marzo 2026

L'ARMONIA DI CONTRASTI DELLO "ZINGARO" DESCRITTO DA CONSOLO

Uno scorcio dello Zingaro.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Luogo di singolare suggestione ambientale, in una Sicilia ingenerosa nei confronti del suo territorio è sicuramente lo Zingaro. Un'eccezionalità legata anche al fatto che questa striscia di litorale trapanese che dal mare sale alle montagne è stata salvata da una delle rare dimostrazioni di mobilitazione civica in Sicilia a difesa di un bene collettivo. Sfuggito ai progetti della speculazione edilizia, da anni lo Zingaro è costretto a sopravvivere agli incendi dolosi di chi continua a disprezzarne la bellezza e la narrazione della storia, così descritta da Vincenzo Consolo ( prefazione al saggio "Lo Zingaro. Un Laboratorio di Storia della Natura", Edizioni Guida, 1993, Palermo ):

"L'omerica dicotomia e contrasto, i due stadi di storia e di civiltà, lo Zingaro ha in sé ricomposto e conservato: pastorizia e agricoltura, pascoli e paricchiate, seminativi e piante - non certo ai favolosi livelli omerici, ma nella dura e avara realtà dell'ambiente - sono convissuti in una necessità di avvicendamento o rotazione e di comune sopravvivenza. 



E' convissuta la faticosa coltura della palma nana, del frassino e del sommacco, insieme a quella dell'ulivo, del carrubo, del mandorlo, della vite, del melograno...

Lo Zingaro, del resto, ha da sempre armonizzato e conservato infinite dualità e contrasti: la costa di grotte, di falesie inaccessibili, di spiagge di ciottoli, di insenature accoglienti e di aspri "pizzi", le nude, calcaree alture; il deserto e la macchia più fitta, la solitudine ed il villaggio, la caccia e le messi, le corde e le reti d'ampelodesma e la mattanza del tonno..."



venerdì 27 febbraio 2026

L'INVENTARIO SICILIANO RACCONTATO DA CIRCOLI E SOCIETA' DELL'ISOLA

Fotografia tratta dall'opera
"Il Sud e le Isole",
collana "L'Italia: uomini e territorio"
edita nel 1983 dalla Banca Popolare di Novara


"Mestieri, classi sociali, professioni, titoli o interessi vari - ha scritto Claudio Ragaini nel saggio "Sicilia" di Pepi Merisio e Fortunato Pasqualino ( Zanichelli, Bologna, 1980 ) - sono il cemento che riunisce in uno stesso luogo gli appartenenti al circolo. C'è il circolo dei tifosi di una squadra di calcio e quello dei coltivatori diretti; quello dei laureati e quello degli ufficiali; dei nobili e dei proletari; un inventario senza fine della società isolana"

A questo inventario siciliano appartiene, nel messinese, il circolo della "Società Militare in Congedo di San Fratello", nata nel 1900 e che oggi vanta "compiti di mutuo soccorso e una prestigiosa fanfara".

mercoledì 25 febbraio 2026

CONTROVERSIE E DUBBI IRRISOLTI DE "L'ANNUNCIATA" DI ANTONELLO DA MESSINA

L'"Annunciata" di Antonello da Messina
esposta all'interno della Galleria Regionale della Sicilia
di Palazzo Abatellis, a Palermo.
Fotografia tratta dal mensile "Le Vie d'Italia"
edita dal Touring Club Italiano
nel gennaio del 1957


"Il 1906 fu un anno infausto per Salaparuta. Morto monsignor Di Giovanni, l'Annunziata di Antonello da Messina era passata alla sorella Francesca, la quale si fece persuadere dal direttore della Galleria delle Belle Arti di Palermo, Antonio Salinas, a cederla alla Galleria, per una migliore conservazione. Fino a non pochi anni fa vi si leggeva accanto: "Dono di mons.V.Di Giovanni". Oggi non più..."

In "Salaparuta nella storia", un saggio redatto ed edito nel 2002 da Mariano Angelo Traina, si accenna brevemente alle controverse circostanze che determinarono il trasferimento di uno dei capolavori di Antonello da Messina dal paese del Belìce a Palermo. L'opera, esposta all'interno della Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, secondo gran parte della critica venne eseguita a Venezia intorno al 1475. Non è noto chi sia stato il committente, né sono chiari i passaggi di proprietà dell'"Annunciata" nel corso dei secoli. Sembra che nel 1866 lo storico dell'arte Gioacchino Di Marzo l'avesse vista a Salaparuta, nell'abitazione di monsignor Vincenzo Di Giovanni, eclettica figura di ricercatore d'arte, filologo e filosofo. 



Il sacerdote avrebbe allora dato indicazione di avere acquistato il dipinto - 34,5 per 45 cm., più piccolo della "Gioconda" e fino ad allora attribuito a Durer - dalla famiglia di origini spagnole Colluzio, presente in Sicilia a Palermo, Marsala ed in altre località del Val di Mazzara. Dopo la morte del Di Giovanni, Antonio Salinas - "uno dei più importanti conservatori museali che vi siano mai stati in Sicilia" - ha scritto Piefrancesco Palazzotto ( in "La realtà museale a Palermo tra l'Ottocento e i primi decenni del Novecento", dall'opera "E.Mauceri, Sicilia", edita a Palermo da Flaccovio nel 2009 ) - si sarebbe recato a Salaparuta. Pare che qui abbia richiesto ed ottenuto il dono dell'opera dalla sorella del sacerdote, in nome dell'antica amicizia con il fratello defunto. La verità sulle modalità con cui avvenne questa cessione sarà difficilmente chiarita. E' però assai probabile che il trasferimento del dipinto abbia potuto salvarlo dalle devastanti conseguenze del terremoto che nel gennaio del 1968 colpì l'intero centro abitato di Salaparuta.



Fra i molti dati incerti sulle vicende che riguardano "L'Annunciata" di Antonello da Messina uno riguarda anche l'identità della modella utilizzata per l'esecuzione del dipinto. Si legge a questo riguardo nell'esaustivo saggio di Mauro Lucco, Giovanni Taormina e Renato Tomasino "Il mistero dell'Annunciata" ( I libri di Emil, 2018, Bologna ):

"Alcune ipotesi, sostenute anche da pubblicazioni su giornali di ispirazione cattolica, vogliono che la giovane ritratta da Antonello sia santa Eustochia Calafato ( al secolo Smeralda ), nata a Messina nella stessa epoca di Antonello, precisamente il 25 marzo del 1434 ( ... ) L'età della Calafato non coinciderebbe con quella dell'Annunciata. Il volto dipinto da Antonello riporta dunque i tratti somatici di una donna che all'epoca avrebbe dovuto avere non più di trent'anni, mentre Smeralda, nel periodo in cui l'opera venne realizzata, dalle notizie acquisite avrebbe dovuto averne quarantadue. A questo si aggiunga che nel Medioevo il processo di invecchiamento era certamente più rapido rispetto ai giorni nostri..." 

 

       

martedì 24 febbraio 2026

LA SICILIA MEDIEVALE A FORMA DI CUORE DI GERVASIO DI EBSTORF


 

LE SUGGESTIONI TRAPANESI DI DANIEL SIMOND

Uno scorcio di Trapani.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Nel saggio "Sicilia" edito da Salvatore Sciascia ( Caltanissetta-Roma, 1956 ), lo scrittore di viaggi svizzero Daniel Simond rimase così suggestionato dal paesaggio di Trapani:

"Ovunque non vi sono che case bianche, quadrate, con terrazze che d'estate sembrano prostrarsi nel calore torrido... Gli spagnoli hanno dato molta importanza a Trapani in quanto il porto era il più vicino alle loro coste. Furono essi ad importare il barocco, lo testimoniano le numerose facciate di questo stile, e gli stessi presepi di corallo e avorio che costituiscono la curiosità del museo Pepoli... Trapani non è una vera e propria città d'arte, tuttavia offre attrattive interessanti... Ma soprattutto in questa città e in questo porto si respira qualcosa di strano, dovuto, senza dubbio, alla coesistenza di elementi italiani, arabi e spagnoli, come alla natura, le cui principali risorse sono il vino, il tonno e il corallo.




Le saline occupano parecchi chilometri quadrati a sud di Trapani. Le circondano mulini a vento attorno ai bacini alimentati dall'acqua di mare; il sole e il vento agevolano l'evaporazione, trasformando queste lagune in altrettante tovaglie abbaglianti di neve. Gli operai, a loro volta, ammucchiano il sale in coni cristallini. Tutto questo candore, aggiunto al volo dei gabbiani, alle vele che solcano il vicino mare, al bianco delle case che in esso si specchiano, dona a Trapani un singolarissimo aspetto..."



lunedì 16 febbraio 2026

APPUNTI SULLA PROIEZIONE DI PIAZZA DEL FILM "SALVATORE GIULIANO" A MONTELEPRE

Immagini del set del film
"Salvatore Giuliano"
 tratte dal saggio di Tullio Kezich
"Salvatore Giuliano"
( Edizioni F.M., Roma, 1961 )


La sera dell'8 marzo del 1962 la piazza di Montelepre fu teatro della proiezione del film "Salvatore Giuliano", girato in buona parte negli stessi luoghi che raccontano la storia del bandito il cui cadavere venne rinvenuto il 5 luglio del 1950, crivellato di proiettili, a Castelvetrano. Quel lontano episodio è rimasto nella memoria della storia di Montelepre, intrecciandosi con la stessa vicenda criminale di Giuliano, che nel film prese il volto di Pietro Cammarata . La proiezione fu voluta dal regista Francesco Rosi e dal produttore Franco Cristaldi, entrambi presenti all'evento. Inizialmente, era stato deciso che avrebbe dovuto avere luogo all'interno dell'unico cinema del paese, ricavato nel 1948 da un vecchio magazzino. Sin dal pomeriggio, il locale fu riempito dai monteleprini, alcuni dei quali accettarono di pagare 500 lire - al posto delle ordinarie 100 - pur di occupare le prime file della sala. Con l'avvicinarsi dell'orario fissato per la proiezione, la ressa di persone fu tale che apparve chiaro come quel cinema non sarebbe bastato ad ospitare centinaia di spettatori. Fu così deciso di allestire un grande telo sul prospetto di un edificio in piazza Flora - luogo giù utilizzato per numerose riprese del film - e di spegnere le luci dell'illuminazione pubblica per consentire la visione della pellicola. In ritardo su quanto stabilito, la proiezione terminò oltre l'una di notte, fra le risate di chi si riconosceva tra le comparse ed i silenzi di chi - come alcuni ex componenti della banda Giuliano reduci dal processo di Viterbo - non esprimeva alcun giudizio sulla narrazione cinematografica dei fatti.  Sembra però che la scena dell'uccisione del bandito da parte di Gaspare Pisciotta - interpretato da Frank Wolff - sia stata accompagnata dall'urlo del fratello Pietro, "è tutto falso!"



Lo scrittore e saggista Gianni Bonina ha così ricordato altre proteste che accompagnarono quella proiezione pubblica del film: 

"Rosi - ha scritto Bonina in "L'isola che trema" ( Avagliano Editore, Roma, 2006 ) - passava le sere al circolo di cultura o a Palazzo Di Bella e i paesani, dall'arciprete al sindaco, gli raccontarono tutto. Ebbe a che fare solo con uomini tanto che non riuscì a trovare una donna disposta a fare da comparsa, sicché fu costretto a scritturare donnine di Palermo. Quando in piazza Flora fu data l'anteprima del film, mentre gli uomini ridevano riconoscendosi le donne fremevano disconoscendosi finché si alzarono inviperite urlando contro Rosi:

"Non siamo noi quelle".

Non accettarono soprattutto di vedersi mentre riempivano secchi alla fontana dopo che ci avevano bevuto i buoi..." 

domenica 25 gennaio 2026

"MIZZICA! DIZIONARIO GASTRONOMICO SICILIANO" DI FRANCESCO LAURICELLA


 

Una guida etimologica alla scoperta delle origini e della ricchezza del linguaggio gastronomico siciliano 

"Questo volume è molto più di una mera elencazione di parole e definizioni; è un'immersione nelle radici profonde della cucina siciliana. Dando spazio a ricette tramandate di generazione in generazione, ma ormai cadute in disuso, e alle peculiarità dei prodotti locali, mira a catturare la complessità e la ricchezza della cucina dell'isola"

Francesco Lauricella, "Mizzica! Dizionario gastronomico siciliano", Topic, Roma, 2024

IL SINGOLARE IBRIDO ARTISTICO DI ADRANO SECONDO CESARE BRANDI

Architettura, persone ed automobili ad Adrano.
Fotografia tratta dall'opera
"Il Sud e le Isole" della collana
"L'Italia: uomini e territorio",
edita nel 1983 dalla Banca Popolare di Novara


"E' un paesone, col centro dominato dal castello normanno, uno dei primi del gran conte Ruggero..."

Così nel luglio del 1978 il critico d'arte Cesare Brandi definì Adrano, durante un viaggio per il "Corriere della Sera" fra i centri dei versanti dell'Etna. Dopo avere visitato il complesso di Santa Lucia - "d'un barocchetto quasi leccese" - ed un "museino di tutte le memorie di Adrano, dai reperti paleontologici ai cimeli garibaldini", Brandi riuscì così a terminare il tour dei monumenti adraniti:

"Ripartimmo da Adrano, dopo aver diligentemente ottenuto che le chiavi delle due chiese principali fossero staccate dal chiodo, e che la custode, ammantata a lutto, per un fatto neppure recente, dal velo in testa alle calze nere fitte, dopo qualche rimostranza, ce le facesse vedere. E nella matrice un trittico che sapeva di Vincenzo di Pavia e di Polidoro da Caravaggio, queste ibridazioni del settentrione che si addolcivano, nel profondo meridione, come se i mostaccioli venissero fatti di pasta di mandorle..."  

domenica 18 gennaio 2026

L'ETNA, IL "MONTE DEL DESTINO" CHE SOVRASTA CATANIA

Catania e l'Etna.
Fotografia tratta dalla rivista
"L'Illustrazione del Medico"
edita a Milano nel gennaio del 1938
da Maestretti Editori


Nel 1971 lo scrittore e documentarista svizzero Jakob Job ricordò l'eruzione dell'Etna che nel 1669 investì Catania, allorché "un fiume di lava lungo 22 chilometri rovinò verso il mare", e la leggenda secondo cui "il velo di Sant'Agata, messo a scudo contro la fiumana incandescente, la deviò dal convento dei Benedettini, cosicché finì in mare a sud-ovest della città, senza toccarla, limitandosi a colmare parzialmente e a restringere il suo porto"

"Catania - aggiunse Jakob in "Sicilia", edito da Edizioni Silva a Zurigo - è sempre piena di vita; le sue larghe strade sono vere e proprie arterie pulsanti della sua frenetica attività. Ma anche l'arte, la cultura e la scienza sono di casa in questa città perennemente posta, in mezzo alla sua impetuosa esistenza, sotto la minaccia della morte. Ché sopra di essa sta il monte del destino, l'Etna, la cui sommità scintillante di neve illumina la sua smisurata distesa di case..."



domenica 11 gennaio 2026

LA SEVERA UMANITA' DEL "PANTOKRATOR" DI CEFALU'

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Gran parte degli storici dell'arte che si sono occupati delle decorazioni musive presenti all'interno delle chiese palermitane di età normanna concordano nell'indicare il Cristo Pantocratore di Cefalù come il modello più elevato fra tutti gli altri per fattura e valore artistico. Nel saggio "Mosaici medievali in Sicilia", edito da Sansoni a Firenze nel 1949, lo storico dell'arte fiorentino Roberto Salvini descrisse il "pantokrator" di Cefalù con una ricchezza descrittiva che ne scopre ogni dettaglio fisiognomico e psicologico:

"Ed è invero un'immagine realizzata con suprema coscienza artistica in assoluta coerenza di linguaggio. E gioverà notare come questo si individui in un raro accordo tra il colore che unifica la ricca varietà dei toni in un timbro lapideo e pallente, di una temperie astrale, e la discreta insistenza ritmicizzante della linea, che nel suo svolgersi concreta l'immagine in una scorrevole eppure non facile continuità musicale. La dolce fluenza dei contorni trova aderente commento nel tremulo vibrare delle svirgolature che segnano le pieghe del volto e i ricci della barba, nelle soavi cadenze ritmate delle serpentine curve delle pieghe nelle risvolte del manto. E l'inaccostabile severità dell'immagine è mitigata da uno spirito di dolente umanità..."

mercoledì 7 gennaio 2026

LA RISPOSTA DI BORGESE CIRCA L'ORIGINE DI SICANI E SICULI

L'abitato di Prizzi,
situato nell'area dei monti Sicani.
Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Questione irrisolta, quella dell'origine di Sicani e Siculi. Dei primi, rimane traccia nella denominazione di "monti Sicani" di una vasta area montana fra le province di Palermo e Agrigento; dei Siculi, sembra essersi invece persa ogni memoria anche nella toponomastica dell'Isola. Gli interrogativi sull'identità e sulla provenienza di chi abitò la Sicilia prima dell'arrivo dei coloni dalla Grecia furono così risolti da Giuseppe Antonio Borgese:

"Chi fossero i Sicani e i Siculi che popolarono l'isola prima delle colonizzazioni greche - si legge nella nota introduzione scritta da Borgese nel 1933 all'opera "Sicilia" edita dal Touring Club Italiano - è questione discussa ancora e che forse sarà discussa sempre. Secondo alcuni, tutti e due i popoli sono di ceppo italico, venuti dal continente. Secondo altri, i Sicani erano iberici e i Siculi italici. Una terza dottrina, che oggi incontra favore, è che gli uni e gli altri fossero di origine libico-iberica, i Sicani progenitori dei Siculi, e provenienti dall'Affrica...



Comunque, Sicani e Siculi, Cartaginesi e Arabi, Normanni e Spagnoli, e quanti altri si vogliano nominare, tutti quanti appartengono al sostrato della storia siciliana, sono fusi o nascosti nel suo sottosuolo, e ne formano, se mai, la coscienza subliminale..."

domenica 4 gennaio 2026

CUSTONACI AL TEMPO DELLA FERTILE SPIAGGIA A VIGNETI E ULIVI

Il territorio di Custonaci
ed il monte Cofano in una fotografia
di Ezio Quiresi pubblicata nel 1961
nell'opera "Sicilia" ( II volume )
edita da Sansoni Editore ed
Istituto Geografico De Agostini






"Lido sparso di antichi sepolcri", così scrisse nel 1872 Vito Castronovo di Custonaci nell'opera "Erice oggi Monte San Giuliano in Sicilia: memorie storiche", edita a Palermo. Qualche anno dopo - nel 1919 - quest'angolo di costa trapanese venne così descritta dalla prima Guida Rossa della Sicilia pubblicata dal Touring Club Italiano:

"Si attraversa il piccolo golfo fra Monte San Giuliano ed il bellissimo monte Cofano, i quali digradano verso una spiaggia fertile a vigneti ed ulivi, ove si vede, verso SO, la tonnara di Bonagia, i cui fabbricati circondano un'antica torre; poi un pò più avanti, entroterra, a Torre Cuddia. Il Cofano, ricordato da Polibio, di forma quasi piramidale, forma un promontorio pittoresco fra il piccolo golfo di Bonagia ed è dirupato quasi da ogni parte. 



Più avanti ancora, colla regione ubertosa contrasta la povertà intorno al paesetto di Custonaci. Il monte Cofano, conico ed isolato, sporge in mare, separato dalla punta di Capo S.Vito, che si vede in distanza verso NE, dal Golfo del Cofano. Nello sfondo di questo si alza una magnifica dorsale di monti, di forme assai varie, cadenti con bastionate rocciose sulla pianura inclinata, che viene a morire sulla spiaggia..."