| Il centro storico di Modica. Fotografia di Ezio Quiresi tratta dall'opera "Sicilia" della collana "Attraverso l'Italia" pubblicata dal Touring Club Italiano ( Milano, 1961 ) |
In una Sicilia che nel 1956 era ancora in gran parte legata a modelli di vita ottocenteschi, nella nobilissima città di Modica il burro veniva ancora montato a mano negli ovili, l'aratro veniva intagliato con l'ascia e nell'ospedale funzionavano le botti di Tommaso Campailla utilizzate dal 1698 per curare la sifilide con il fumo di cinabro.
Questa ed altre indicazioni sulla vita quotidiana nella Modica di settant'anni fa sono contenute in un articolo del giornalista e scrittore netino Corrado Sofia - "un modello di giornalismo culturale", ha scritto di lui Corrado Stajano - pubblicato nell'ottobre del 1956 dalla rivista "Sicilia" edita dall'assessorato regionale al Turismo.
Ricco di notazioni di costume e di curiose notizie storiche su luoghi e personaggi modicani, quello scritto di Sofia contiene una sorprendente analogia fra l'urbanistica barocca della città ragusana e quella della metropoli di New York:
"Se vi fermate a guardare Modica o Ragusa dalle ultime ringhiere, da dove si offrono alla vista panorami rinfrescanti, che altro potrebbero sembrare una di queste città, con la simmetria delle sue case, un piccolo cubo sull'altro, e quell'andirivieni di piccoli uomini nelle straducce e nei vicoli?
Specie a Modica, l'andirivieni è talmente vivo da una porta all'altra, il contatto così continuo, che la strada finisce con l'unire più che dividere. Tra una panoramica di New York e una veduta di Modica salta agli occhi una distanza di secoli, ma la città è basata sullo stesso principio, la luce, dicono, sia la stessa, della medesima doratura.
Soltanto alla città alveare gli americani sono arrivati con ascensori e ferrovie sopraelevate e un'infinità di conforti e di comodi che stentano a penetrare da noi: la cucina elettrica, il rasoio elettrico, il frigorifero, il tostapane, la televisione.
Qui siamo ancora alle segnalazioni ottiche dai balconi. L'ultimo discendente dei baroni Tasca trascorre intere giornate sul terrazzo della casa patrizia ad esercitarsi come Archimede con lo specchio ustorio lanciando raggi luminosi nelle camere delle peripatetiche o delle modiste venute dal Nord o negli uffici del sindacato agricoltori..."
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