| Il tempio di Segesta. Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
"Ho cercato di scorgere il tempio di Segesta, nel panorama alla mia sinistra dalla parte del mare e dei grandi speroni di roccia levati a piombo sulle acque di Castellammare del Golfo. Non c'è, non si vede..."
Così il saggista e giornalista napoletano Giovanni Artieri cercò inutilmente di individuare il tempio di Segesta dalle colline di Pianto Romano: il luogo della battaglia di Calatafimi vinta il 15 maggio del 1860 da Garibaldi contro l'esercito delle Due Sicilie. Dopo quella verifica negativa, in un reportage pubblicato nell'aprile del 1960 dalla rivista "Sicilia" edita dall'assessorato regionale al Turismo, Artieri escluse che Garibaldi avesse potuto scorgere il tempio, così come raccontato anni dopo nelle sue memorie.
Dinanzi agli imponenti resti dell'edificio dorico, l'autore del saggio ragionò anche sulla matematica essenzialità di un tempio in cui "la razionalità dello spirito ellenico tocca il fondo":
"... Appare integro, perfetto. Non è invece che lo scheletro incompiuto di una costruzione lasciata a mezzo, per chissà quale cagione: la guerra, la mancanza di denaro. E' difficile distinguere a prima vista un tempio greco incompiuto. Quello di Segesta si direbbe appena sbozzato: le colonne prive di scanalature, le metope nude, la cella neppure accennata, il pavimento privo di alcuni lastroni che non vennero mai posati. Occorrevano ancora alcuni anni di lavoro per completarlo...
Esso fissa un modulo eterno. E' più spoglio di ogni altro tempio greco: non solo di statue, dorature, coloriture, intonaci, marmi, rilievi. Gli mancano persino le linee essenziali degli sgusci delle colonne, delle cornici, le gocce dei frontoni. Così il tempio rivela la sua vera essenza, puramente matematica: la serie armonica di numeri su cui venne costruito..."
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