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venerdì 11 maggio 2012

CARA ACQUA DI SICILIA

Il banchetto di vendita di un 'acquarolo' siciliano,
conservato presso il Museo 'G.Pitrè' di Palermo.
L'immagine è tratta dal numero 65 della rivista 'Sicilia', edita da Flaccovio Palermo
ReportageSicilia ringrazia Paolo Di Salvo per la collaborazione nella scrittura di questo post e per la concessione di materiale tratto dal suo archivio documentario

Il bene acqua rappresenta da sempre una risorsa preziosa per la Sicilia, anche in tempi in cui il problema della sua gestione e del suo risparmio non investiva ancora la coscienza dell’intera comunità internazionale.
Ancora ai nostri giorni, vi sono province isolane in cui la distribuzione non è quotidiana – quelle di Agrigento e di Caltanissetta, dove sono in vigore i turni di erogazione - o paesi in cui – come Vittoria – è stata da pochi mesi avviata l’adozione dei contatori dell’acqua in edifici pubblici e privati.

Un carrobotte per la distribuzione di acqua a Licata, nell'agrigentino.
L'immagine non è datata, ma ancor oggi in molte zone urbane della stessa provincia la distribuzione idrica è regolata secondo turni giornalieri e fasce orarie.
Agrigento detiene poi il primato nella graduatoria siciliana del caro delle tariffe, 11 volte superiori a quelle di Milano.
La fotografia - attribuita a PGS - è tratta dall'opera di Aldo Pecora 'Sicilia', pubblicata nel 1974 da UTET
A leggere le cronache quotidiane della mala amministrazione, poi, la Regione Siciliana non ha certo brillato in molti interventi nel settore delle risorse idriche, soprattutto per evitarne la dispersione o, addirittura, il furto ( episodi che hanno riguardato qualche anno fa il territorio di Gela ).
L’ultimo esempio di cattiva gestione – quello cioè del mancato completamento delle infrastrutture di importanti bacini idrici nell’isola, previsto da un finanziamento strutturale europeo di 610 milioni di euro per il periodo 2000/2006 – è stato oggetto di una recente segnalazione della Corte dei Conti regionale.

Una noria fotografata da Fosco Maraini in Sicilia occidentale tra la fine del secondo dopoguerra e gli inizi degli anni Cinquanta.
 L'immagine è tratta dalla rivista del TCI 'le Vie d'Italia' del febbraio 1953
I vecchi emiri arabi ed i loro tecnici che ebbero in mano la gestione dell’acqua nella Sicilia di mille anni fa, insomma, riuscirono a fare meglio di buona parte della classe dirigente regionale dei nostri tempi. Risale infatti al periodo della dominazione araba la costruzione in Sicilia, sopra e sotto il livello del terreno, di numerose reti di captazione e canalizzazione dell'acqua.

Un gruppo di donne trasporta quartare contenenti acqua nelle campagne agrigentine di Montallegro.
La fotografia è tratta dal volume 'Sicilia' edito dal TCI nel 1932 
Questi canali (qanat) venivano realizzati con pendenze e dimensioni tali da limitare l'erosione del suolo e ridurre l'evaporazione dell’acqua che, una volta incanalata, veniva sollevata in superficie per mezzo di norie a tazze o senie e, successivamente, accumulata in apposite cisterne (gebbie) per essere, infine, distribuita.

Vasche per irrigazione nelle Madonie.
Ritardi di spesa e limiti strutturali rendono le infrastrutture idriche siciliane insufficienti a garantire una razionale distribuzione di acqua. La Corte dei Conti regionale ha recentemente denunciato gravi limiti nell'impiego di fondi europei destinati al potenziamento di dighe e bacini.
Anche questa immagine è accreditata a PGS ed è tratta
dall'opera 'Sicilia' di Pecora
In epoca recente, prima della realizzazione delle reti cittadine di distribuzione idrica, venivano utilizzati per l’approvvigionamento, oltre a contenitori di terracotta (quartari e lanceddi), i carri-botte.

Il chiosco di 'Carminu' a Bagheria, testimonianza ormai scomparsa del rapporto fra siciliani
ed il consumo quotidiano dell'acqua.
L'immagine, messa a disposizione di ReportageSicilia da Paolo di Salvo, porta la firma Studio 7 Battista
Infine, c’erano i chioschi e l’acquaiolo ambulante. Dei primi, rimane ancora qualche traccia in città e paesi della Sicilia, anche se ai loro clienti vengono offerte per lo più bottiglie di birra, bevande gasate o succhi di frutta industriali dai nomi esotici. E’ scomparsa del tutto invece la figura dell’acquaiolo, relegata ormai alla testimonianza di vecchie fotografie od alla memoria dei siciliani più anziani.

Insieme ai chioschi, è ormai scomparsa del tutto nell'isola la figura dell'acquaiolo, in grado di approntare per strada il suo banchetto con l'occorrente per rifocillare il passante assetato.
Una di queste storiche figure è ritratta in questa fotogarfia - attribuita a Brogi - tratta dal libro 'Sicilia!, edito da Remo Sandron nel 1929
Ciò che rimane ai nostri giorni attuale, piuttosto, è il caro-acqua che chiama in causa le tariffe isolane, fra le più alte in Italia. Dati forniti dall’Osservatorio di Cittadinanzattiva indicano infatti che negli ultimi 5 anni, il costo medio è aumentato del 17 per cento.

Lavaggio di panni a Racalmuto, nell'agrigentino, in una immagine realizzata una sessantina di anni fa da Pedone e pubblicata nell'opera 'Sicilia', edita da Sansoni nel 1962.
La gestione delle risorse idriche - in particolare nelle province più interne dell'isola - paga oggi decenni di ritardi strutturali
Proprio Agrigento – capoluogo di provincia dove la distribuzione procede a turni - è la città isolana dove l’acqua ha il prezzo annuo più alto, addirittura 11 volte in rispetto a Milano ( 445 euro ): un esempio – anche nel settore delle risorse idriche - dei mille paradossi siciliani.









mercoledì 9 maggio 2012

EGADI, LA BATTAGLIA DELL'ALISCAFO

L'attracco del traghetto 'Lampedusa' al porto di Favignana.
L'immagine venne pubblicata sulla rivista 'le Vie d'Italia'
 nel febbraio del 1955. Il reportage di Flavio Colutta - autore anche delle fotografie - sottolineava la scarsa frequenza dei collegamenti fra le isole Egadi ed il porto di Trapani: una questione tornata di attualità quasi sessat'anni dopo, in conseguenza della destinazione di un aliscafo dal mare trapanese alle rotte
 fra Milazzo e le isole Eolie

“Quattro volte la settimana, il lunedì, il martedì, il sabato e la domenica ci va un vecchio vapore. Il piroscafo che collega la Sicilia alle Egadi è bianco e pulito, con due classi per i passeggeri, e si chiama ‘Lampedusa’; parte da Trapani e fa scalo alle isole che nell’arcipelago sono abitate, ultima Marettimo. Non è un lungo viaggio, col mare buono; sono poche ore, una per Levanzo, una e quaranta minuti per Favignana, quattro per Marettimo, la più lontana… In quest’ultima, il ‘Lampedusa’ ci va soltanto due volte la settimana, il martedì e la domenica e per cinque giorni su sette l’isola vive nel più assoluto isolamento. Capita spesso che il vapore non possa avvicinarsi; in quei paraggi le mareggiate sono frequentissime…”
Con queste parole, Flavio Colutta descriveva fa la condizione dei collegamenti navali fra le isole Egadi e la Sicilia.
Il reportage di Colutta venne pubblicato sulla rivista del TCI ‘le Vie d’Italia’ pubblicata nel febbraio del 1955, e si concludeva con l’appello “a togliere le isole dall’incredibile isolamento in cui vivono, aumentando le corse del piroscafo che le unisce alla Sicilia – alla madrepatria – da cui le separa un abisso marino reso ancora più impressionante dalle precarie comunicazioni”.
A distanza di quasi 60 anni da quell’articolo – e malgrado l’avvento dei più moderni e veloci aliscafi - i collegamenti marittimi fra le tre Egadi e la loro “madrepatria” sono oggetto di nuove lamentele: il sindaco di Favignana, Lucio Antinoro, chiede infatti in questi giorni la restituzione alle Egadi di un aliscafo della Siremar – il ‘Mantegna’ – il cui servizio è stato dirottato verso le isole Eolie.

Turisti a passeggio nel corso principale di Favignana nella seconda immagine riproposta da ReportageSicilia e tratta dall' articolo di Flavio Colutta.
I collegamenti con traghetti ed aliscafi sono per le isole minori anche la fonte primaria di reddito
La questione è finita anche all’attenzione della Prefettura di Trapani, della Presidenza della Regione e del ministero dei Trasporti; l’approssimarsi della stagione turistica estiva – fonte cospicua dei magri bilanci delle isole minori – ha probabilmente contribuito a sollevare la protesta.
Per fare della ‘battaglia dell’aliscafo’ fra Egadi ed Eolie almeno motivo di recupero della memoria – ed in attesa dell’epilogo della vicenda - ReportageSicilia ripropone tre fotografie di Favignana che accompagnarono quel reportage del 1955.

Questo scorcio di Favignana svela alcuni aspetti dell'architettura dell'isola: l'utilizzo dei conci di tufo tratti dalle cave locali ed i riferimenti 'colti' all'arte classica, frutto di quel gusto liberty legato al ruolo che la famiglia Florio ebbe nella vita economica delle Egadi 



sabato 5 maggio 2012

ESTATE IN UN BAGLIO AGRIGENTINO

Baglio della campagna agrigentina in una fotografia scattata una sessantina di anni fa da Armao-Palermo

La didascalia che accompagna la fotografia di questo baglio agricolo – immagine attribuita ad Armao-Palermo e pubblicata su ‘Sicilia’ collana ‘Attraverso l’Italia’ del TCI ( 1961 ) – fornisce la semplice indicazione “paesaggio ampio e solenne nei dintorni di Agrigento, verso l’interno della provincia”.
In effetti, la bellezza del soggetto rende quasi superflua ogni sua altra descrizione.
Guardando con attenzione la fotografia si possono scoprire dei particolari che animano il paesaggio apparentemente privo di presenza umana, rivelando – o anche, semplicemente suggerendo – alcuni elementi che raccontano una giornata di vita rurale siciliana, in una giornata di pieno sole estivo.
Anzitutto, si riesce a scorgere un gruppo di contadini che lavora proprio al limite fra i confini di due appezzamenti di terreno; l’obiettivo del fotografo ha poi fissato un altro solitario bracciante lungo una strada sterrata che conduce probabilmente all’ingresso principale del baglio.
Al centro della struttura colonica – formata da più corpi alloggiativi e di servizio, tutti collegati fra loro ( camere da letto, ambienti adibiti a cucina, fienili, stalle, magazzini per l’ammasso delle colture e probabilmente cantine ) – il cortile ospita tre carretti per il trasporto di merci e persone, da e per i campi di quello che un tempo era stato forse un vasto feudo della campagna agrigentina.
Il baglio – costruito con pietrame e malta locali – mostra qualche segno di degrado strutturale, soprattutto sui piani di copertura costruiti con travi di legno, canne, paglia e coppi in terracotta.
Resta insoluta l’identificazione del luogo dello scatto, che potrebbe essere suggerita da qualche lettore di questo post.
Naturalmente, ReportageSicilia spera anche di sapere in quali condizioni sia oggi questo bellissimo baglio: forse trasformato in agriturismo, forse - ed è anche una speranza - utilizzato ancora per l’uso originario, quello cioè del lavoro agricolo.



venerdì 4 maggio 2012

LA DIFFICILE STRADA DELLO SVILUPPO NISSENO

Mietitori che dormono in piazza a Villalba - negli anni Sessanta dello scorso secolo - in attesa dell'alba.
Il paese della provincia di Caltanissetta - in quegli anni famoso per la figura del capomafia Calogero Vizzini - è incluso nella lista dei comuni nisseni coinvolti in un progetto di istituzione di una "zona franca della legalità".
Il piano, promosso da Regione Siciliana e ministero dell'Interno, dovrebbe promuovere lo sviluppo libero da condizionamenti criminali di una delle più povere province d'Europa.
L'immagine è tratta dal saggio di Michele Pantaleone 'Il sasso in bocca', Cappelli Editore, 1970

Ci sono molti esempi di quali siano le condizioni di estremo disagio sociale ed economico in cui – ancora nel 2012 e malgrado la difficile situazione italiana - vive la Sicilia.
Una delle aree più sofferenti è certamente la provincia di Caltanissetta, da molti anni agli ultimi posti delle classifiche nazionali in tema di occupazione, qualità della vita e di istruzione scolastica.

Anziani di San Cataldo, altro centro agricolo del nisseno nella lista dei paesi inclusi nella "zona franca della legalità".
Il progetto intende favorire gli investimenti economici, ridando così linfa alla società locale.
Senza un profondo cambiamento di ruoli e compiti  della politica siciliana, tuttavia, ogni ipotesi di sviluppo dell'isola rimane un'ingannevole aspettativa.
L'immagine è tratta dal volume 'Così ho tradito Cosa Nostra. Leonardo Messina, la carriera di un uomo d'onore', di G.Martorana e S.Nigrelli, edito nel 1993 da Musumeci Editore 

E’ una sofferenza complessiva del territorio, aggravata pure dalla tradizionale ingerenza della mafia, i cui interessi penalizzano – tramite le estorsioni e il condizionamento dei pochi appalti - buona parte dell’asfittica economia locale.
La considerazione – quasi una passiva presa d’atto, per quei tanti siciliani assuefatti e soffocati dall’arcaica presenza della mafia – torna di attualità dopo una delle ultime iniziative annunciate dalla Regione Siciliana, d’intesa con il ministero dell’Interno.

Corso Umberto I, cuore urbano di Caltanissetta.
Il capoluogo nisseno è da molti anni agli ultimi posti delle classifiche nazionali sulla qualità della vita.
L'immagine - attribuita a 'Bromofoto Milano' - è tratta da 'Sicilia' della collana 'Attraverso l'Italia', edita dal TCI nel 1961
La notizia riguarda l’istituzione di una “zona franca della legalità” nel nisseno, con il coinvolgimento di decine di paesi, fra i più poveri dell’intera provincia e della Sicilia: da Marianopoli a Campofranco, da Delia a Mazzarino, da Montedoro a Niscemi, da San Cataldo a Sommatino, da Villalba a Sutera.

Una strada di Villalba nei decenni passati.
La provincia di Caltanissetta paga oggi lo scotto di vecchi ritardi nelle politiche di svilippo sociale ed economico, in un territorio dove la parassitaria presenza della mafia è stata funzionale all'ascesa politica di amministratori locali e parlamentari regionali e nazionali.
Anche questa immagine è tratta dall'opera di Pantaleone 'Il sasso in bocca'  
Alcuni di questi centri rurali della provincia – dove i giovani non sperano più neppure in un futuro di immigrazione – rimandano ancora alla descrizione che ne fece Leonardo Sciascia una cinquantina di anni fa:
“Come gli uomini, così i paesi appaiono chiusi, ostili. Vi si arriva percorrendo campagne aride, di stentate colture: il grano, le fave; verdeggianti nell’inverno, a scacchi gialli e bruni nelle altre stagioni. Il poeta spagnolo Josè Maria Valverde dice questo paesaggio uguale a quello della Castiglia, ma ‘come contratto da una mano nervosa’; ed è verissima impressione… Il paesaggio ripete il motivo dell’insicurezza, sempre e comunque presente nella Sicilia interna; l’antica insicurezza cui la proprietà, come ogni cosa, come la vita stessa, è soggetta. Dolente, ossessivo tema della storia, della società, dell’individuo, del paesaggio siciliano: il tema della inseguridad”.

Bambini che giocano in strada a Campofranco.
Ai nostri giorni, gran parte dei paesi del nisseno stanno facendo registrare un netto decremento demografico; i pochi giovani non sperano neppure nella prospettiva dell'emigrazione.
L'immagine è di Carlo Anfosso ed è tratta da un reportage pubblicato sulla rivista del TCI 'le Vie d'Italia' nel luglio del 1962
La “zona franca della legalità” – che dovrebbe comprendere anche centri urbani più sviluppati, come la stessa Caltanissetta e Gela – nasce “con l’obiettivo di attrarre investimenti sul territorio, incentivare la crescita e rilanciare il tessuto socio economico della provincia, con la garanzia di vantaggi e sgravi fiscali a favore di quelle imprese in grado di rispettare tutti i parametri di legge e di opporsi a richieste criminali”.
L’intenzione del progetto è insomma quella di creare “un’area protetta da ogni fenomeno malavitoso o delinquenziale che, con il concorso delle istituzioni, salvaguardi gli investimenti, dia certezza alle imprese, realizzi un costante controllo delle attività, fornisca corsie preferenziali per l’apertura di nuove imprese e sia in grado di fornire servizi attraverso ‘uno sportello unico’ in tempi certi”.

Il boss nisseno di Mussomeli Peppe Genco Russo, rappresentante di quella mafia che negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo ebbe rapporti strettissimi con la politica regionale.
Il progetto di "zona franca della legalità" per la provincia di Caltanissetta annunciato in questi giorni dalla Regione Siciliana affronta solo in linea di principio il problema di un sano sviluppo dell'economia nel nisseno. 
Anche questa immagine è tratta dal saggio di Pantaleone pubblicato nel 1970 
In linea di principio, l’istituzione da parte di Regione e Stato della “zona franca della legalità” è un lodevole tentativo di assicurare ad una delle province più povere d’Europa uno strumento di sviluppo.
Tuttavia, sembra a ReportageSicilia che non si possa immaginare il bene economico e sociale di un territorio – specie in Sicilia, e soprattutto nel nisseno - senza un profondo cambiamento di governare la cosa pubblica e di intendere la politica, azzerando interessi privati, sudditanze instaurate a fini elettorali con i mafiosi e tutela di piccoli e grandi comitati d’affari.

Il duplice omicidio, nel novembre del 1977, di Giuseppe Di Fede e Carlo Napolitano nella zolfara di Trabia, nei pressi di Riesi.
Le vittime erano i guardiaspalle del capomafia nisseno Beppe Di Cristina, che di lì a poco sarebbe stato a sua volta ucciso a Palermo.
La provincia di Caltanissetta è dal secondo dopoguerra pesantemente condizionata dall'ingerenza economica della mafia, soprattutto nel settore degli appalti pubblici, laddove il rapporto dei boss con la politica assume un ruolo primario.
Anche questa fotografia è tratta dal saggio 'Così ho tradito Cosa Nostra' edito da Musumeci Editore

Nessuna libertà d’impresa e nessuno sgravio fiscale potrà mai garantire lo sviluppo se non si sradicano in profondità le ragioni stesse dell’esistenza di mafia e delinquenza.
Si dirà che tutto ciò rischia di ripetere il già detto od il già letto.
L’insistere è però necessario, perché in questo minaccioso periodo di crisi globale - al termine del quale rimarranno in vita solo le economie più forti - la Sicilia non ha più tempo di aspettare le ragioni del suo progresso.











martedì 24 aprile 2012

PASQUALINO, I SUOI PUPI IN UN DOCUMENTARIO

Un piccolo pupo ricevuto quando era bambino, fedele compagno dei suoi sogni notturni.
Il destino di Antonio Pasqualino ( 1931-1995 ) – il medico palermitano fondatore in città nel 1975 del Museo Internazionale delle Marionette http://www.museomarionettepalermo.it/, intitolato al suo nome – è stato forse segnato da quel regalo: un punto di partenza di una passione che lo avrebbe portato a collezionare, ordinare e studiare i pupi raccolti nell’isola degli anni Cinquanta fra ‘pupari’ e rigattieri siciliani.

Antonio Pasqualino all'interno dei magazzini del Museo Internazionale delle Marionette di Palermo, da lui fondato nel 1975.
Medico e cultore della storia dell'Opera dei pupi, ha collezionato e studiato migliaia di pupi, marionette, ombre, figure animate ed accessori di scena provenienti da tutto il mondo.
Alla sua figura è stato di recente dedicato il documentario "L'infanzia di Orlandino. Antonio Pasqualino e l'Opera dei pupi", realizzato da Matilde Gagliardo - nipote dello studioso - e Francesco Milo

In seguito – grazie alla collaborazione della moglie danese, Janne Vibaek – Pasqualino avrebbe ampliato la sua collezione con marionette, burattini, ombre, attrezzature sceniche e cartelli, per un totale di oltre 3.000 pezzi da tutto il mondo.
Oggi quel patrimonio di tradizioni popolari – arricchito anche da marionette del nord Italia, europee, africane, vietnamite e del Rajastan - può essere ammirato all’interno del Museo palermitano di vicolo Niscemi.

Antonio Pasqualino e la moglie, la danese Janne Vibaek, sua collaboratrice nella raccolta e nello studio di pupi e marionette.
Il documentario dedicato al fondatore del Museo palermitano raccoglie le testimonianze dei familiari e degli amici dello studio, insieme ad interventi - fra gli altri - di Mimmo Cuticchio, Vincenzo Argento, Enzo e Nino Mancuso
Di fatto, la struttura che porta il nome del medico-studioso è l’istituzione culturale dal maggiore respiro internazionale vantato da una città dove le odierne cronache culturali vivono un periodo di stagnazione.
All’opera ed alla figura di Antonio Pasqualino, a 17 anni dalla morte, è ora dedicato il documentario “L’infanzia di Orlandino. Antonio Pasqualino e l’Opera dei pupi”, che è insieme la storia della sua passione per i ‘pupi’ e della Palermo dello scorso secolo, nei decenni in cui maturò la progressiva perdita della tradizione dell’Opera, soprattutto nel decennio 1989-1999.
Il documentario, che verrà presentato giovedi 26 aprile alle 18.30 all’interno del Museo, è opera di Matilde Gagliardo – nipote di Antonio Pasqualino – e Francesco Milo.

Uno degli oltre 3.000 oggetti conservati all'interno del Museo fondato da Antonio Pasqualino: un pupo palermitano datato 1910 del teatro di
Gaspare Canino.
Il documentario "L'infanzia di Orlandino" racconta l'attività di ricerca e di recupero dei pupi siciliani che il medico e studioso palermitano portò avanti soprattutto negli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra.
L'immagine  - e quella sottostante - sono tratte da materiale promozionale messo a disposizione dal Museo Internazionale delle Marionette
L’opera, che ha vinto a Firenze il premio ‘Alida Valli’ come migliore Mediometraggio nell’ambito del ‘Festival Internazionale di Cinema e Donne’, raccoglie le testimonianze, fra gli altri, di Janne Vibaek, Mimmo Cuticchio, Gabriella Saladino, Francesco Agnello, Enzo e Nino Mancuso, Gioacchino Lanza Tomasi e Roberto Andò.
Determinante per la forza del racconto dedicato ad Antonio Pasqualino è il ricorso alle fotografie ed alle testimonianze familiari, ordinate dalla Gagliardo.

Teste di pupi siciliani, reperti che Pasqualino raccolse fra pupari, rigattieri e privati nella Sicilia del secondo dopoguerra.
L'immagine è tratta dal numero 65 della rivista 'Sicilia', edita da Flaccovio 
Così, la documentazione presente nell’”Infanzia di Orlandino” – in gran parte inedita e con preziosi spezzoni di spettacoli dell’Opera dei pupi – diventa anche un tributo a quella forma nobilissima di cultura popolare siciliana così amata da Pasqualino: uno studioso, così come lo ha ricordato recentemente il regista Roberto Andò, "capace di considerare il mondo del fantastico la cosa più seria creata dall'uomo". 

Dei ed eroi dell'epica indiana, wayang golek, marionette a bastone giavanesi.
Nel documentario a lui dedicato - che verrà presentato giovedi 26 aprile alle 18.30, all'interno del Museo palermitano - si racconta la storia di un medico e collezionista che, con i suoi studi, ha fornito una visione internazionale delle tradizioni popolari legate al teatro dei pupi





domenica 22 aprile 2012

I TAMMURINARA DI CALATAFIMI

Antonio Sparacino ed i fratelli Giuseppe e Michele Lentini, gli ultimi 'tammurinara' di Calatafimi in un disegno di Nicolò Mazzara, pubblicato nel 1926.
Sino a qualche decennio fa, i suonatori di tamburo in molti paesi della Sicilia svolgevano compiti di servizio pubblico, sia durante gli eventi religiosi che in quelli civili

“Narrare è l’ultima difesa contro il tempo”. Questo pensiero di Pietro Citati torna alla mente imbattendosi in certi piccoli racconti che fanno emergere dall’oscurità di decenni passati personaggi ed usanze siciliane, per lo più oggi dimenticate. E’ il caso della lettura della storia di Antonio Sparacino, Giuseppe e Michele Lentini, intesi rispettivamente – scriveva Nicolò Mazzara in ‘Sicilia!’, edito nel 1926 da Remo Sandron, opera di Zino Ardizzone – “Ninu l’orvu”, “Peppi e Micheli lo zoppu”. I tre erano allora ricordati da Mazzara come gli ultimi ‘tammurinara’ di Calatafimi, il paese trapanese più noto per le imprese garibaldine nell’isola. I ‘tammurinara’ – spiega il racconto – “vengono da quella classe dei ‘vastasi’ che va scomparendo ( facchini, pescivendoli, saccalora, portantini ); ma tra i vastasi – distingue Mazzara – hanno un grado più elevato”.
I ‘tammurinara’  – diffusi sino a qualche decennio fa in molti paesi dell’isola – avevano infatti un ruolo sociale di non poco conto, sia religioso che civico. Con la percussione dei loro tamburi, accompagnavano in primo luogo le messe cantate nei giorni di festa, soprattutto in occasione delle novene di Natale e durante le celebrazioni serali del giovedi santo. A volte, il tamburo dava il tempo alle litanie di santi cantate dai ragazzi e dalle donne.
Un 'tammurinaru' in azione a Mezzojuso nel 1971 durante la rappresentazione del Mastro di Campo, ispirata ad un romanzesco episodio storico ambientato nella Palermo del secolo XIV.
La fotografia è di Melo Minnella, ed è tratta dal numero 76 del periodico 'Sicilia' edito da Flaccovio
Nel caso di Antonio Sparacino e dei fratelli Lentini – questi ultimi figli di Nicolò, altro ‘tammurinaro’ di Calatafimi – capitava ancora che i loro tamburi accompagnassero anche i funerali. Per le loro prestazioni di natura religiosa, erano spesso ricompensati annualmente dal parroco con un paio di scarpe a testa. Tuttavia, la funzione ordinaria dei ‘tammurinara’ – in tempi in cui a Calatafimi la comunicazione non conosceva gli strumenti dei giornali, della televisione o di internet – era quella di avvisatori pubblici. Ai tamburi ed alle voci era affidata la diffusione delle ordinanze municipali di sollecita esecuzione – per lo più quelle che disponevano divieti e multe – e che la popolazione non avrebbe letto negli avvisi sulle cantonate.

Tre generazioni di 'tammurinara' a Petralia Sottana, durante i festeggiamenti di San Calogero.
La fotografia - pubblicata ne maggio del 1948 da 'le Vie d'Italia' del TCI - è di A.Collisani
Agli ultimi ‘tammurinara’ di Calatafimi – sottolineava infine 80 anni fa Mazzara, di cui alleghiamo due schizzi dei tre suonatori – toccava anche rendere pubblico servizio in materia di oggetti smarriti, non senza una benevola comprensione per lo smemorato. “A cu avissi truvatu un portafogghiu cu 300 liri dintra, chi fu persu nta lu chianu di S.Micheli, c’è 100 liri di viviraggiu. Ora daticcillu chi cu lu persi è patri di famigghia…” ( “Chi abbia trovato un portafogli con 300 lire dentro, che fu perso sulla piazza di S.Michele, avrà 100 lire di ricompensa. Adesso ridateglielo, che chi l’ha perso è un padre di famiglia…” ).

Michele Lentini nel secondo disegno dei 'tammurinara' di Calatafimi riproposto in questo post da ReportageSicilia.
Gli schizzi realizzati 80 anni fa Nicolò Mazzara ci riconsegnano alla memoria personaggi e tradizioni oggi dimenticate dalla memoria isolana 





giovedì 19 aprile 2012

LAVORO, IL DESERTO SICILIANO

Operai all'interno della miniera di kainite a San Cataldo, nel nisseno.
Attiva dal 1953 e gestita dalla Montecatini, l'attività di estrazione - destinata a produrre potassio utilizzabile in agricoltura - terminò nel 1992. La Regione Siciliana fu allora costretta a chiudere l'impianto per irregolarità nello smaltimento dei rifiuti di lavorazione, malgrado un successivo studio del CNR - datato 2002 - abbia stabilito una capacità produttiva sino al 2042.
Oggi la crisi dell'occupazione siciliana si deve anche al fallimento delle politiche economiche dei governi che si sono succeduti alla guida dell'autonomia regionale.
La fotografia - attribuita a Carlo Anfosso - è tratta dalla rivista del TCI 'le Vie d'Italia' del luglio 1962  

Non passa giorno che non vengano divulgati nuovi dati sulla crisi del lavoro e dell’economia.
I numeri che riguardano la Sicilia indicano una sorta di desertificazione delle attività imprenditoriali, sfavorite dalla strutturale debolezza del tessuto delle imprese isolane, dalla fallimentare e privatistica gestione dell’autonomia regionale e dall’arcaica ed oppressiva presenza – ancora nel 2012 – della cultura mafiosa.

Lavorazione della scorza dei limoni in provincia di Palermo.
Secondo la Confindustria, nel 2011 sono state 601 le imprese fallite in Sicilia, 199 delle quali nel palermitano.
La fotografia - datata 1880 - è opera di Eugenio Interguglielmi, ed è tratta dal volume 'Fotografi e fotografie a Palermo nell'Ottocento', edito da Alinari nel 1999
Riassumendo cifre e percentuali lette negli ultimi giorni – e volendo evitare analisi tecniche che non competono a questo blog - la linea d’ombra del lavoro nell’isola può essere riassunta da alcuni dati: 601 imprese fallite nel primo semestre del 2011 ( 199 nel palermitano, secondo dati Confindustria ), un aumento del 145 per cento degli ammortizzatori sociali nei primi mesi del 2012 ( ancora secondo fonti di Confindustria ), 42,6 per cento delle donne siciliane disoccupate e 38 per cento di giovani d’età compresa fra i 15 ed i 34 anni che non lavora e non studia ( dati Istat e Banca d’Italia ).

La crisi delle attività artigiane nell'isola è fra le più gravi dell'intero sistema economico. 
Nel 2011, secondo la Confartigianato di Palermo, in tutta la provincia hanno chiuso l'attività 1.800 botteghe.
Non va meglio in provincia di Catania,  dove le attività sono passate da 19.620 nel 2010 a 18.751 nel 2011.
Lo scatto di Josip Ciganovic ritrae uno degli ultimi ceramisti di Collesano ed è pubblicato nel I volume dell'opera 'Sicilia', edita da Sansoni nel 1962 
ReportageSicilia non è un blog che si occupa in maniera prevalente di economia e lavoro, se non nel recupero di immagini e testimonianze del loro passato.
Tuttavia, ignorare l’attuale desertificazione delle attività lavorative nell’isola significa non considerare la prospettiva di una conseguente desertificazione sociale della Sicilia; un rischio – quest’ultimo – che non può offrire ormai neppure la via di fuga dell’emigrazione, visto il carattere internazionale della crisi.

Un telaio per la produzione di tappeti ad Erice, attività artigianale femminile da tempo limitata alla vendità nei locali negozi di souvenir.
Ai nostri giorni, secondi dati dell'Istat e della Banca d'Italia, il 42,6 per cento delle donne siciliane non ha un'occupazione.
L'immagine, attribuita a Publifoto, è tratta dall'opera 'Sicilia', a cura di Aldo Pecora ed edita da UTET nel 1974
Se questa desertificazione avrà luogo, l’isola potrebbe perdere anche ogni capacità di difendere le sue risorse umane e culturali, prosciugando la vitalità di ogni sua funzione sociale.

La crisi economica delle famiglie siciliane colpisce pesantemente i minori, incidendo sulla loro possibilità di crescere secondo una prospettiva di benessere futuro.
Il dato statistico indica che oltre il 44 per cento dei bambini isolani patisce questa condizione.
Nella fotografia di Fosco Maraini,
un giovanissimo artigiano costruisce un canestro.
L'immagine, realizzata in provincia di Palermo, è tratta dal periodico 'le Vie d'Italia' del TCI, edito nel febbraio del 1953 
In quest'ottica, fa riflettere anche il dato diffuso in queste ore dall'Autorità per l'Infanzia, Save the Children, Istat e Telefono Azzurro, secondo cui in Sicilia il 44,2 per cento dei minori vive in contesti familiari segnati dalla povertà.  

Estrazione di granito nella zona catanese di Belpasso.
La fotografia è ancora una volta di Ciganovic ed è pubblicata nell'opera 'Sicilia' di Pecora sopra citata
In questo post, ReportageSicilia ripropone immagini di lavoro nell’isola dei decenni passati: è un omaggio alle capacità ed ai sacrifici dei siciliani del passato ed una speranza per quei tanti siciliani di oggi che – con analoghe capacità e sacrifici –credono ancora che il loro futuro non debba perdersi nel deserto dell'inoccupazione.
Lo stabilimento petrolchimico siracusano di Priolo Gargallo, in un'immagine che ne documenta i primi anni di attività, in pieno passaggio fra economia rurale e sviluppo industriale. 
Oggi, al pari di altri grandi impianti petrolchimici isolani, licenziamenti ed esodi stanno assottigliando anche qui i livelli di occupazione.
Nel frattempo, i guasti ambientali hanno devastato il territorio, precludendo la possibilità di una riconversione economica nel settore agricolo e turistico. L'immagine che chiude questo post è ancora di Publifoto ed è tratta sempre dall'opera 'Sicilia' di Aldo Pecora