ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
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martedì 22 maggio 2012
venerdì 18 maggio 2012
PANNI AL SOLE DELL'ISOLA
Panni stesi in strada, fra il prospetto di vecchi edifici quasi attaccati l’uno all’altro, a coprire teste e colonne barocche, o pietre medievali od intonaci dagli strati ormai secolari.
Lo spettacolo della biancheria esposta al sole sopra la testa dei passanti è ancora ricorrente in Sicilia, finendo col diventare una componente dell’architettura urbana; e specialmente in quei quartieri popolari dove cubature degli appartamenti e assenza di lavatrici che insieme lavano ed asciugano costringono a rivelare a cielo aperto la composizione dei nuclei familiari.
Ai nostri giorni, l’esposizione dei panni al sole è spesso bandita dalle amministrazioni comunali, in nome di quel “decoro pubblico” che però convive con i cumuli di spazzatura agli angoli delle vie.
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| Lenzuola al sole ed al vento di una strada di Licata, nell'agrigentino. L'immagine, attribuita al fotografo palermitano Armao, è tratta dall'opera "Sicilia" edita da Sansoni nel 1961 |
Malgrado i divieti e le riserve, lo spettacolo dei panni stesi per strada continua a connotare gli spazi urbani in quei centri storici dove la pubblica asciugatura dei panni è insieme tradizione e necessità popolare.
In questo post, ReportageSicilia ripropone alcune fotografie con le quali, negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo, gli autori degli scatti colsero con vena folklorica quel tratto dell’indigenza nell’isola.
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| Ancora panni palermitani in strada, questa volta in uno scatto realizzato dal fotografo Ezio Quiresi in via dei Cassari. L'immagine è tratta dal libro del TCI "Sicilia", edito nel 1961 |
Ai nostri giorni, invece, la visione dei panni svela con certezza storie di lunga disoccupazione, cassa integrazione o di lavori saltuari: quel ‘folklore’ del disagio economico che finisce con l’allontanare la comprensione dei reali drammi di migliaia di famiglie siciliane.
venerdì 11 maggio 2012
CARA ACQUA DI SICILIA
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| Il banchetto di vendita di un 'acquarolo' siciliano, conservato presso il Museo 'G.Pitrè' di Palermo. L'immagine è tratta dal numero 65 della rivista 'Sicilia', edita da Flaccovio Palermo |
ReportageSicilia ringrazia Paolo Di Salvo per la collaborazione nella scrittura di questo post e per la concessione di materiale tratto dal suo archivio documentario
Il bene acqua rappresenta da sempre una risorsa preziosa per la Sicilia, anche in tempi in cui il problema della sua gestione e del suo risparmio non investiva ancora la coscienza dell’intera comunità internazionale.
Il bene acqua rappresenta da sempre una risorsa preziosa per la Sicilia, anche in tempi in cui il problema della sua gestione e del suo risparmio non investiva ancora la coscienza dell’intera comunità internazionale.
Ancora ai nostri giorni, vi sono province isolane in cui la distribuzione non è quotidiana – quelle di Agrigento e di Caltanissetta, dove sono in vigore i turni di erogazione - o paesi in cui – come Vittoria – è stata da pochi mesi avviata l’adozione dei contatori dell’acqua in edifici pubblici e privati.
A leggere le cronache quotidiane della mala amministrazione, poi, la Regione Siciliana non ha certo brillato in molti interventi nel settore delle risorse idriche, soprattutto per evitarne la dispersione o, addirittura, il furto ( episodi che hanno riguardato qualche anno fa il territorio di Gela ).
L’ultimo esempio di cattiva gestione – quello cioè del mancato completamento delle infrastrutture di importanti bacini idrici nell’isola, previsto da un finanziamento strutturale europeo di 610 milioni di euro per il periodo 2000/2006 – è stato oggetto di una recente segnalazione della Corte dei Conti regionale.
I vecchi emiri arabi ed i loro tecnici che ebbero in mano la gestione dell’acqua nella Sicilia di mille anni fa, insomma, riuscirono a fare meglio di buona parte della classe dirigente regionale dei nostri tempi. Risale infatti al periodo della dominazione araba la costruzione in Sicilia, sopra e sotto il livello del terreno, di numerose reti di captazione e canalizzazione dell'acqua.
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| Un gruppo di donne trasporta quartare contenenti acqua nelle campagne agrigentine di Montallegro. La fotografia è tratta dal volume 'Sicilia' edito dal TCI nel 1932 |
Questi canali (qanat) venivano realizzati con pendenze e dimensioni tali da limitare l'erosione del suolo e ridurre l'evaporazione dell’acqua che, una volta incanalata, veniva sollevata in superficie per mezzo di norie a tazze o senie e, successivamente, accumulata in apposite cisterne (gebbie) per essere, infine, distribuita.
In epoca recente, prima della realizzazione delle reti cittadine di distribuzione idrica, venivano utilizzati per l’approvvigionamento, oltre a contenitori di terracotta (quartari e lanceddi), i carri-botte.
Infine, c’erano i chioschi e l’acquaiolo ambulante. Dei primi, rimane ancora qualche traccia in città e paesi della Sicilia, anche se ai loro clienti vengono offerte per lo più bottiglie di birra, bevande gasate o succhi di frutta industriali dai nomi esotici. E’ scomparsa del tutto invece la figura dell’acquaiolo, relegata ormai alla testimonianza di vecchie fotografie od alla memoria dei siciliani più anziani.
Ciò che rimane ai nostri giorni attuale, piuttosto, è il caro-acqua che chiama in causa le tariffe isolane, fra le più alte in Italia. Dati forniti dall’Osservatorio di Cittadinanzattiva indicano infatti che negli ultimi 5 anni, il costo medio è aumentato del 17 per cento.
Proprio Agrigento – capoluogo di provincia dove la distribuzione procede a turni - è la città isolana dove l’acqua ha il prezzo annuo più alto, addirittura 11 volte in rispetto a Milano ( 445 euro ): un esempio – anche nel settore delle risorse idriche - dei mille paradossi siciliani.
mercoledì 9 maggio 2012
EGADI, LA BATTAGLIA DELL'ALISCAFO
“Quattro volte la settimana, il lunedì, il martedì, il sabato e la domenica ci va un vecchio vapore. Il piroscafo che collega la Sicilia alle Egadi è bianco e pulito, con due classi per i passeggeri, e si chiama ‘Lampedusa’; parte da Trapani e fa scalo alle isole che nell’arcipelago sono abitate, ultima Marettimo. Non è un lungo viaggio, col mare buono; sono poche ore, una per Levanzo, una e quaranta minuti per Favignana, quattro per Marettimo, la più lontana… In quest’ultima, il ‘Lampedusa’ ci va soltanto due volte la settimana, il martedì e la domenica e per cinque giorni su sette l’isola vive nel più assoluto isolamento. Capita spesso che il vapore non possa avvicinarsi; in quei paraggi le mareggiate sono frequentissime…”
Con queste parole, Flavio Colutta descriveva fa la condizione dei collegamenti navali fra le isole Egadi e la Sicilia.
Il reportage di Colutta venne pubblicato sulla rivista del TCI ‘le Vie d’Italia’ pubblicata nel febbraio del 1955, e si concludeva con l’appello “a togliere le isole dall’incredibile isolamento in cui vivono, aumentando le corse del piroscafo che le unisce alla Sicilia – alla madrepatria – da cui le separa un abisso marino reso ancora più impressionante dalle precarie comunicazioni”.
A distanza di quasi 60 anni da quell’articolo – e malgrado l’avvento dei più moderni e veloci aliscafi - i collegamenti marittimi fra le tre Egadi e la loro “madrepatria” sono oggetto di nuove lamentele: il sindaco di Favignana, Lucio Antinoro, chiede infatti in questi giorni la restituzione alle Egadi di un aliscafo della Siremar – il ‘Mantegna’ – il cui servizio è stato dirottato verso le isole Eolie.
La questione è finita anche all’attenzione della Prefettura di Trapani, della Presidenza della Regione e del ministero dei Trasporti; l’approssimarsi della stagione turistica estiva – fonte cospicua dei magri bilanci delle isole minori – ha probabilmente contribuito a sollevare la protesta.
Per fare della ‘battaglia dell’aliscafo’ fra Egadi ed Eolie almeno motivo di recupero della memoria – ed in attesa dell’epilogo della vicenda - ReportageSicilia ripropone tre fotografie di Favignana che accompagnarono quel reportage del 1955.
sabato 5 maggio 2012
ESTATE IN UN BAGLIO AGRIGENTINO
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| Baglio della campagna agrigentina in una fotografia scattata una sessantina di anni fa da Armao-Palermo |
La didascalia che accompagna la fotografia di questo baglio agricolo – immagine attribuita ad Armao-Palermo e pubblicata su ‘Sicilia’ collana ‘Attraverso l’Italia’ del TCI ( 1961 ) – fornisce la semplice indicazione “paesaggio ampio e solenne nei dintorni di Agrigento, verso l’interno della provincia”.
In effetti, la bellezza del soggetto rende quasi superflua ogni sua altra descrizione.
Guardando con attenzione la fotografia si possono scoprire dei particolari che animano il paesaggio apparentemente privo di presenza umana, rivelando – o anche, semplicemente suggerendo – alcuni elementi che raccontano una giornata di vita rurale siciliana, in una giornata di pieno sole estivo.
Anzitutto, si riesce a scorgere un gruppo di contadini che lavora proprio al limite fra i confini di due appezzamenti di terreno; l’obiettivo del fotografo ha poi fissato un altro solitario bracciante lungo una strada sterrata che conduce probabilmente all’ingresso principale del baglio.
Al centro della struttura colonica – formata da più corpi alloggiativi e di servizio, tutti collegati fra loro ( camere da letto, ambienti adibiti a cucina, fienili, stalle, magazzini per l’ammasso delle colture e probabilmente cantine ) – il cortile ospita tre carretti per il trasporto di merci e persone, da e per i campi di quello che un tempo era stato forse un vasto feudo della campagna agrigentina.
Il baglio – costruito con pietrame e malta locali – mostra qualche segno di degrado strutturale, soprattutto sui piani di copertura costruiti con travi di legno, canne, paglia e coppi in terracotta.
Resta insoluta l’identificazione del luogo dello scatto, che potrebbe essere suggerita da qualche lettore di questo post.
Naturalmente, ReportageSicilia spera anche di sapere in quali condizioni sia oggi questo bellissimo baglio: forse trasformato in agriturismo, forse - ed è anche una speranza - utilizzato ancora per l’uso originario, quello cioè del lavoro agricolo.
venerdì 4 maggio 2012
LA DIFFICILE STRADA DELLO SVILUPPO NISSENO
Ci sono molti esempi di quali siano le condizioni di estremo disagio sociale ed economico in cui – ancora nel 2012 e malgrado la difficile situazione italiana - vive la Sicilia.
Una delle aree più sofferenti è certamente la provincia di Caltanissetta, da molti anni agli ultimi posti delle classifiche nazionali in tema di occupazione, qualità della vita e di istruzione scolastica.
E’ una sofferenza complessiva del territorio, aggravata pure dalla tradizionale ingerenza della mafia, i cui interessi penalizzano – tramite le estorsioni e il condizionamento dei pochi appalti - buona parte dell’asfittica economia locale.
E’ una sofferenza complessiva del territorio, aggravata pure dalla tradizionale ingerenza della mafia, i cui interessi penalizzano – tramite le estorsioni e il condizionamento dei pochi appalti - buona parte dell’asfittica economia locale.
La considerazione – quasi una passiva presa d’atto, per quei tanti siciliani assuefatti e soffocati dall’arcaica presenza della mafia – torna di attualità dopo una delle ultime iniziative annunciate dalla Regione Siciliana, d’intesa con il ministero dell’Interno.
La notizia riguarda l’istituzione di una “zona franca della legalità” nel nisseno, con il coinvolgimento di decine di paesi, fra i più poveri dell’intera provincia e della Sicilia: da Marianopoli a Campofranco, da Delia a Mazzarino, da Montedoro a Niscemi, da San Cataldo a Sommatino, da Villalba a Sutera.
Alcuni di questi centri rurali della provincia – dove i giovani non sperano più neppure in un futuro di immigrazione – rimandano ancora alla descrizione che ne fece Leonardo Sciascia una cinquantina di anni fa:
“Come gli uomini, così i paesi appaiono chiusi, ostili. Vi si arriva percorrendo campagne aride, di stentate colture: il grano, le fave; verdeggianti nell’inverno, a scacchi gialli e bruni nelle altre stagioni. Il poeta spagnolo Josè Maria Valverde dice questo paesaggio uguale a quello della Castiglia, ma ‘come contratto da una mano nervosa’; ed è verissima impressione… Il paesaggio ripete il motivo dell’insicurezza, sempre e comunque presente nella Sicilia interna; l’antica insicurezza cui la proprietà, come ogni cosa, come la vita stessa, è soggetta. Dolente, ossessivo tema della storia, della società, dell’individuo, del paesaggio siciliano: il tema della inseguridad”.
La “zona franca della legalità” – che dovrebbe comprendere anche centri urbani più sviluppati, come la stessa Caltanissetta e Gela – nasce “con l’obiettivo di attrarre investimenti sul territorio, incentivare la crescita e rilanciare il tessuto socio economico della provincia, con la garanzia di vantaggi e sgravi fiscali a favore di quelle imprese in grado di rispettare tutti i parametri di legge e di opporsi a richieste criminali”.
L’intenzione del progetto è insomma quella di creare “un’area protetta da ogni fenomeno malavitoso o delinquenziale che, con il concorso delle istituzioni, salvaguardi gli investimenti, dia certezza alle imprese, realizzi un costante controllo delle attività, fornisca corsie preferenziali per l’apertura di nuove imprese e sia in grado di fornire servizi attraverso ‘uno sportello unico’ in tempi certi”.
In linea di principio, l’istituzione da parte di Regione e Stato della “zona franca della legalità” è un lodevole tentativo di assicurare ad una delle province più povere d’Europa uno strumento di sviluppo.
Tuttavia, sembra a ReportageSicilia che non si possa immaginare il bene economico e sociale di un territorio – specie in Sicilia, e soprattutto nel nisseno - senza un profondo cambiamento di governare la cosa pubblica e di intendere la politica, azzerando interessi privati, sudditanze instaurate a fini elettorali con i mafiosi e tutela di piccoli e grandi comitati d’affari.
Nessuna libertà d’impresa e nessuno sgravio fiscale potrà mai garantire lo sviluppo se non si sradicano in profondità le ragioni stesse dell’esistenza di mafia e delinquenza.
Si dirà che tutto ciò rischia di ripetere il già detto od il già letto.
L’insistere è però necessario, perché in questo minaccioso periodo di crisi globale - al termine del quale rimarranno in vita solo le economie più forti - la Sicilia non ha più tempo di aspettare le ragioni del suo progresso.
martedì 24 aprile 2012
PASQUALINO, I SUOI PUPI IN UN DOCUMENTARIO
Un piccolo pupo ricevuto quando era bambino, fedele compagno dei suoi sogni notturni.
Il destino di Antonio Pasqualino ( 1931-1995 ) – il medico palermitano fondatore in città nel 1975 del Museo Internazionale delle Marionette http://www.museomarionettepalermo.it/, intitolato al suo nome – è stato forse segnato da quel regalo: un punto di partenza di una passione che lo avrebbe portato a collezionare, ordinare e studiare i pupi raccolti nell’isola degli anni Cinquanta fra ‘pupari’ e rigattieri siciliani.
Il destino di Antonio Pasqualino ( 1931-1995 ) – il medico palermitano fondatore in città nel 1975 del Museo Internazionale delle Marionette http://www.museomarionettepalermo.it/, intitolato al suo nome – è stato forse segnato da quel regalo: un punto di partenza di una passione che lo avrebbe portato a collezionare, ordinare e studiare i pupi raccolti nell’isola degli anni Cinquanta fra ‘pupari’ e rigattieri siciliani.
In seguito – grazie alla collaborazione della moglie danese, Janne Vibaek – Pasqualino avrebbe ampliato la sua collezione con marionette, burattini, ombre, attrezzature sceniche e cartelli, per un totale di oltre 3.000 pezzi da tutto il mondo.
Oggi quel patrimonio di tradizioni popolari – arricchito anche da marionette del nord Italia, europee, africane, vietnamite e del Rajastan - può essere ammirato all’interno del Museo palermitano di vicolo Niscemi.
Di fatto, la struttura che porta il nome del medico-studioso è l’istituzione culturale dal maggiore respiro internazionale vantato da una città dove le odierne cronache culturali vivono un periodo di stagnazione.
All’opera ed alla figura di Antonio Pasqualino, a 17 anni dalla morte, è ora dedicato il documentario “L’infanzia di Orlandino. Antonio Pasqualino e l’Opera dei pupi”, che è insieme la storia della sua passione per i ‘pupi’ e della Palermo dello scorso secolo, nei decenni in cui maturò la progressiva perdita della tradizione dell’Opera, soprattutto nel decennio 1989-1999.
Il documentario, che verrà presentato giovedi 26 aprile alle 18.30 all’interno del Museo, è opera di Matilde Gagliardo – nipote di Antonio Pasqualino – e Francesco Milo.
L’opera, che ha vinto a Firenze il premio ‘Alida Valli’ come migliore Mediometraggio nell’ambito del ‘Festival Internazionale di Cinema e Donne’, raccoglie le testimonianze, fra gli altri, di Janne Vibaek, Mimmo Cuticchio, Gabriella Saladino, Francesco Agnello, Enzo e Nino Mancuso, Gioacchino Lanza Tomasi e Roberto Andò.
Determinante per la forza del racconto dedicato ad Antonio Pasqualino è il ricorso alle fotografie ed alle testimonianze familiari, ordinate dalla Gagliardo.
Così, la documentazione presente nell’”Infanzia di Orlandino” – in gran parte inedita e con preziosi spezzoni di spettacoli dell’Opera dei pupi – diventa anche un tributo a quella forma nobilissima di cultura popolare siciliana così amata da Pasqualino: uno studioso, così come lo ha ricordato recentemente il regista Roberto Andò, "capace di considerare il mondo del fantastico la cosa più seria creata dall'uomo".
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