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lunedì 17 novembre 2014

AMORE POSTICCIO E VERE EMOZIONI SULL'ARCO DI MONGERBINO


Reso noto dallo scatto pubblicitario della "Perugina", l'arco di pietra sospeso sul mare palermitano venne fotografato vent'anni prima con più realismo da Fosco Maraini


La fotografia dell'arco palermitano di Mongerbino
realizzata nel 1973 dalla Perugina per la campagna pubblicitaria
di uno dei suoi prodotti più conosciuti



Pochissimi siciliani ne conoscevano fino ad allora l'esistenza. Ancora meno erano quelli che vi avevano messo piede - per amore o per sprezzo del rischio - ad una quindicina di metri d'altezza, sul mare palermitano fra Bagheria ed Aspra.
La notorietà dell'arco di Mongerbino inizia nel 1973, grazie alle solite astute strategie di marketing: la campagna pubblicitaria dei "Baci Perugina", prodotto intramontabile fra i cultori dei regali di San Valentino. 
Così, una coppia di innamorati si tenne per mano al centro del ponte naturale, a simboleggiare la vertiginosa ebbrezza  ( ma forse anche le difficoltà ) del rapporto amoroso: un fotografo immortalò la scena e l'immagine si guadagnò una piccola parte di storia del costume italiano del periodo.
Lei e lui indossano abiti che oggi farebbero la gioia dei cultori della moda anni Settanta. 
La modella - forse preoccupata dalla precarietà del set  - stringe con la mano destra una scatola dei famosi cioccolatini; la situazione è ovviamente il frutto di una rigida sceneggiatura, al termine della quale i due attori hanno probabilmente abbandonato il luogo dell'amore pubblicitario tirando un respiro di sollievo.  
Lo scorso anno, il giornalista palermitano Mario Pintagro è riuscito a ricostruire come e perché un luogo sconosciuto ai più sia stato scelto dalla Perugina per una campagna commerciale oggi ricordata da molti italiani ultracinquantenni . http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/02/13/larco-di-mongerbino-cosi-nacque-licona-del.html.
Dopo lo scatto pubblicitario, il virtuosismo geologico di Mongerbino avrebbe richiamato schiere di arrampicatori replicanti, sino all'inevitabile appropriazione dell'area da parte di un boss mafioso della zona.
In anni recenti, la demolizione di una costruzione abusiva sorta a pochi metri dall'arco ha rilanciato le attenzioni su questo tratto di costa palermitana.
La galleria fotografia tratta da YouTube è stata realizzata dall'Ufficio Stampa del Comune di Bagheria.

   


In passato, ReportageSicilia ha già riproposto una fotografia dell'arco di Mongerbino scattata una ventina di anni prima di quella utilizzata con successo dai pubblicitari http://reportagesicilia.blogspot.it/2012/03/da-qualche-tempo-reportagesiciliaintend.html.
Erano gli inizi degli anni Cinquanta quando lo scrittore ed etnologo Fosco Maraini - di casa a Bagheria dopo il matrimonio con Topazia Alliata di Salaparuta, complice un viaggio su una moto BMW dalla Toscana alla Sicilia - immortalò due donne ed un uomo a passeggio in costume da bagno sulla stretta schiena di pietra.

L'arco di Mongerbino in una fotografia
di Fosco Maraini databile agli inizi degli anni Cinquanta


Lo scatto di Maraini rivela che vent'anni prima del set della Perugina, alcuni pionieri degli angoli nascosti della costa palermitana calcavano disinvoltamente la pietra dell'arco: in questa fotografia, insomma, non si celebra l'amore ( posticcio ) ma il godimento della camminata su uno dei più suggestivi luoghi marini della Sicilia.  


  


sabato 15 novembre 2014

L'ATTRAZIONE SCICLITANA

Terra descritta da pittori, scrittori e intellettuali, Scicli sembra essere uno dei luoghi più carichi di ispirazione dell'isola
  
Una veduta di Scicli in una fotografia senza attribuzione
degli anni Cinquanta pubblicata nell'opera "Sicilia",
edita nel 1982 da EDIC Milano
per la collana "Regioni d'Italia" 

"Piombati attraverso cento e più chilometri di Sicilia verde, deserta, araba, greca, gesuita, coperta di fiori e di pietre, con mucchi di città incolori, raggrumate, senza periferia, come le città dei quadri sui fronti delle colline, nelle vallate, un gruppo di gente era ad aspettarci nella piazzetta giallognola di Scicli...".
Fu nella primavera del 1959 che Pierpaolo Pasolini descrisse così la provincia ragusana nel suo viaggio di avvicinamento verso un luogo che Elio Vittorini, in quel periodo, aveva descritto come "forse la più bella di tutte le città del mondo".


Una veduta di palazzo Beneventano
del fotografo M. Pedone.
L'immagine venne pubblicata nell'opera Federico De Agostini
 "Sicilia", edita nel 1965 da Bonetti Editore
per la collana "Italgeo"

Pasolini raggiunse Scicli in compagnia di Carlo Levi, Renato Guttuso, Antonello Trombadori, Paolo Alatri e Maria Antonietta Macciocchi, ospiti del Circolo Vitaliano Brancati: circostanza che testimonia l'attenzione di artisti, scrittori e pittori per questo piccolo paese ibleo rinato dopo il terremoto del Val di Noto.
Di Scicli e della sua storia - fra realtà e leggende popolari - si legge nel libro del giudice Severino Santiapichi "Romanzo di un paese" ( Rizzoli, 1995 ), mentre le cronache locali trovano da quarant'anni spazio nel periodico "Il Giornale di Scicli" http://www.ilgiornalediscicli.it/.
Ultimo capitolo dell'attrazione sciclitana è poi la notorietà televisiva procurata dall'ambientazione della serie del commissario Montalbano. 


Piero Guccione è stato tra i fondatori
del "Gruppo di Scicli", che ha riunito pittori isolani
e della penisola nella raffigurazione di temi
che si ispirano ai paesaggi ed alle atmosfere
della provincia ragusana.
Dal sito http://www.pieroguccione.it/
ReportageSicilia ripropone alcune opere
dell'artista sciclitano.
Il pastello del 2010 prende il nome di
"La grande ombra su Noto"



Ma alla cittadina ragusana è soprattutto legato il nome di una scuola pittorica siciliana - definita appunto, "Gruppo di Scicli" - che agli inizi degli Ottanta comprese ,fra gli altri, Piero Guccione, Franco Sarnari, Giovanni La CognataGiovanni Iudice http://www.ilgruppodiscicli.it/storia.htm.
Renato Guttuso definì l'attività di quegli artisti "un'isola di purezza di intenti", lamentando che "di quella piccola scuola di pittori l'Italia non sapesse nulla, di cui le Biennali non sanno niente o non gliene importa nulla di saperne".


"Collina vicino Modica dopo il tramonto",
pastello del 1985, sito citato

Nel 2004, la giornalista Lea Mattarella avrebbe così descritto l'attività del "Gruppo di Scicli", mettendo in relazione il linguaggio dei suoi pittori con "la luminosità quasi eccessiva di questi luoghi siciliani":

"E' composto da personalità e linguaggi autonomi, originali e anche distanti fra di loro.
Sono artisti di diverse generazioni, nati in Sicilia, magari migrati per qualche tempo in giro per l'Italia, ma poi tornati qui a cercare di rendere tangibile con la loro opera la profondità, la struggente bellezza di quella che Gesualdo Bufalino chiamava 'l'isola plurale'...


"Grande pascolo di agosto", 1983, tecnica mista,
sito citato

Ci sono Sarnari e Guccione nelle vesti di veri e propri catalizzatori di energie.
Il primo mostra dettagli di corpi ingigantiti da una prospettiva ravvicinata e rivela un'attrazione fatale verso un'astrazione apparentemente involontaria.
Guccione dipinge paesaggi infiniti, in cui l'occhio si perde e ritrova una bellezza che credeva dimenticata ed invece era lì ad attendere di essere svelata.


"Paesaggio di luglio", 1989, pastello,
sito citato

A questo proposito è fulminante Vincenzo Consolo che scrive di come l'artista, tornato a Scicli da Roma alla fine degli anni Settanta, 'non ricerca ma ritrova la sua luce, i suoi campi, i suoi cieli, il suo mare'.
Pittura di grande intensità è quella di Giovanni La Cognata che fra le strade di Palermo coglie i lati più segreti della città, quelli di 'luce e lutto', per citare ancora Bufalino.
E quella di Giovanni Iudice, con i suoi interni di cui pare di sentire il caldo. E infatti le donne che dipinge si spogliano e seducono quasi loro malgrado. Sembrano appena uscite da una pagina di Vitaliano Brancati ( ancora uno scrittore! ).


"Forma vagante", 2008-2009,
sito citato

Poi, naturalmente, c'è il colore, la luminosità eccessiva di queste parti: ne sono incantati interpreti come Franco Polizzi, Sonia Alvarez, Giuseppe Colombo, Salvatore Paolino, evocatore anche di misteriose figure della notte.
E poi c'è il mito, un'idea primordiale incarnata dai paesaggi di Lissandrello e Chessari e dalle figure scolpite di Candiano: tra le loro opere sembrano nascondersi gli antichi dei"



Nel 2009, un altro scrittore sarebbe arrivato a Scicli per incontrare Piero Guccione.
Si trattava di Stefano Malatesta, che di quel viaggio e della precedente vendita di un "bellissimo pastello" regalatogli anni prima da Guccione - "segno di un'amicizia non superficiale", ricorda Malatesta - avrebbe fatto materia di un capitolo del suo "La pescatrice del Platani e altri imprevisti siciliani" ( Neri Pozza, 2011 ).
L'incontro con Guccione - tornato nel luogo natìo da Roma dopo l'acquisto di una casa a Cala d'Alga - sarebbe però fallito, non senza una sorpresa:


"Un paio di anni fa sono tornato a Scicli.
Ma non riuscivo a trovare la strada che portava alla sua casa di campagna.
Quando ho chiesto informazioni ad un ragazzo che usciva da un casolare guidando una motoretta, mi sono sentito rispondere:
'Ma chi, il Mahatma?'"


"Il porto di Messina", 1993-1996,
sito citato


In un altro capitolo del libro, Malatesta avrebbe così descritto l'ispirazione e le difficoltà tecniche offerte ai pittori dalla luce e dai toni accesi dei colori siciliani, così presenti nella ricerca del "Gruppo di Scicli":

"La luce del sud ha spesso affascinato, ma ancora di più spaventato, i pittori forestieri almeno fino a quando la pittura è stata un'arte fondata su una tecnica che s'imparava faticosamente con gli anni a bottega o privatamente ( da come l'apprendista riusciva a impastare colore e luce si facevano scommesse sulla sua carriera" ).
Non sto parlando della luce cristallina dell'Attica in primavera o dell'atmosfera simile a un pulviscolo rosato di Roma in autunno.
Sto parlando di quel laser che illumina impietosamente le torride estati di alcune aree del Mediterraneo, così forte da annullare ogni rilievo e da schiacciare la prospettiva in un unico piano.


Paesaggio per il Gattopardo", 1987,
sito citato

La Sicilia è sempre stata una terra dove il mare sembra più blu, il cielo più violetto, la terra nello stesso tempo più aspra e più lussureggiante, con i colori e i sapori diversi o più forti, di cui i siciliani menano gran vanto.
La trasposizione di questi fenomeni di una natura generosa in opere d'arte presenta sempre difficoltà, perchè i tramonti infuocati, il mare che passa dal turchino al verde giada, il vulcano che erutta lava incandescente, risultano eccessivi a tradurli in una pittura accettabile, che sia giustamente colorata, ma non folkloristica, che non esiti a rendere la forza dei paesaggi, ma che non cada nel genere 'impepata di cozze'...".


Piero Guccione in una delle fotografie
tratte dal sito http://www.pieroguccione.it/.
L'artista di Scicli ha lungamente lavorato a Roma
per poi tornare nei luoghi di origine


   






    

sabato 8 novembre 2014

CARRI E CARRETTI NELLE IMMAGINI DI RUDOLF PESTALOZZI



Nella Sicilia rurale agli inizi degli anni Cinquanta il fotografo svizzero documentò la diffusione di un mezzo di trasporto e lavoro già vecchio di un oltre un secolo  

Dettaglio della ruota di un carretto con targa "carro agricolo"
nelle campagne dell'isola.
Le fotografie del post sono di Rudolf Pestalozzi
e vennero pubblicate nel volume di Giovanni Comisso "Sicilia",
edito a Ginevra da Pierre Cailler nel 1953 



Scriveva il geografo Aldo Pecora in "Sicilia" ( UTET, 1974 ), che nell'isola "il carro non ha mai conosciuto - come in genere nell'Italia meridionale - la consistenza e robustezza del carro agricolo delle regioni del Nord, ma soltanto la leggerezza ( persino leggiadra nella varietà dei suoi colori e spesso nel semplice tratto popolare dei suoi disegni o delle sue incisioni ) del 'carretto siciliano': un carretto così leggero da essere quasi escluso da gran parte dell'isola, anche dove c'erano le strade, ma troppo accidentate e ciottolose.






D'altra parte, in Sicilia la rete delle strade campestri è stata sempre così debole che ancora oggi i contadini provvedono al trasporto dei prodotti agricoli, pur dove esistono le strade, per lo più con asini e muli, che caricano al basto".
La storia dei carri siciliani è stata oggetto di numerosi studi e reportage, soprattutto quella degli esemplari decorati con scene dei paladini.
Lo sviluppo di questi esemplari  risalirebbe alla metà dell'Ottocento, quando i proprietari - perlopiù venditori di prodotti agricoli - avrebbero cominciato a dipingere le fiancate dapprima con immagini sacre, poi con raffigurazioni delle battaglie fra i cavalieri francesi e i principi saraceni.



Prima dello sviluppo di questa stagione decorativa, il legno dei carretti veniva lasciato allo stato grezzo oppure era colorato con semplici pennellate di giallo e celeste su fiancate, ruote e stanghe. 
Sembra che l'introduzione in Sicilia di questi mezzi di trasporto sia da datare tra la fine del XVIII secolo e i primi anni del XIX; al termine di quel secolo, i ritardi nello sviluppo della rete ferroviaria assegnavano loro ancora un ruolo primario nei collegamenti e nei commerci. 
Solo tra il 1881 ed il 1882 - notava un altro geografo, Ferdinando Milone in "Sicilia, la natura e l'uomo" ( Paolo Boringhieri, 1960 ) - "si cominciò a poter spedire da Caltanissetta, finalmente, lo zolfo, ch'è merce povera e non può sopportare le spese di lunghi viaggi su carri e carretti, ai porti di Licata e Porto Empedocle".
Soprattutto nelle zone rurali dell'isola, tuttavia, il carro avrebbe continuato ad avere sino a una sessantina di anni fa una funzione fondamentale per migliaia di famiglie contadine.



Così, molti reportage compiuti in quel periodo documentano la diffusa presenza di carri e carretti nelle campagne dell'isola.
Le immagini del fotografo svizzero Rudolf Pestalozzi riproposte da ReportageSicilia vennero pubblicate nel 1953 nell'opera di Giovanni Comisso "Sicilia", edita a Ginevra da Pierre Cailler
Alcuni di questi mezzi di trasporto appaiono decorati e finemente istoriati da maestri "carradori" e pittori; altri hanno struttura e finitura meno elaborate.
Gli uni e gli altri esemplari dimostrano la quotidianità della vita agricola nella Sicilia degli anni Cinquanta, prima che i motori di furgoni e camion cominciassero a sostituire asini, muli e cavalli nella trazione dei mezzi di trasporto del mondo rurale.  
    

venerdì 7 novembre 2014

DISEGNI DI SICILIA



LOCANDINA A.A.T.P.M dell'anno 1949


giovedì 6 novembre 2014

SUGGESTIONI E SPERANZE PER LA COLTURA DEL COTONE A GELA

Il fallimento di un progetto del gruppo catanese Rendo mise fine nel 1985 al sogno di un ritorno delle storiche piantagioni nelle campagne del nisseno.
Adesso un nuovo piano regionale rilancia le speranze per il cotone gelese

Coltivazione di cotone nelle campagne di Gela.
La fotografia risale alla fine degli anni Cinquanta ed è tratta
dall'opera enciclopedica "Atlante Gente-Natura-Civiltà"
edita da De Agostini nel 1962.
La produzione del cotone gelese ebbe termine nel 1974.
Nel 1985 un progetto catanese di rilancio della coltura
non ebbe alcun seguito

In passato ReportageSicilia ha dedicato uno dei suoi post agli anni cui Gela affidava una buona parte delle sue risorse lavorative ed economiche alla produzione del cotone http://reportagesicilia.blogspot.it/2008/05/la-breve-epopea-del-cotone.html.
L'occasione di tornare sull'argomento è ora offerta dalla riproposizione di una fotografia pubblicata nel 1962 nelle pagine della "Enciclopedia Atlante Gente-Natura-Civiltà" edita da De Agostini. 
 

L'immagine dovrebbe risalire alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo e ritrae un gruppo di raccoglitori dei fiocchi di cotone prima dell'avvento degli strumenti per la raccolta meccanica.
A Gela, la sgranatrice che serviva a separare la fibra del cotone dai semi smise di funzionare nel 1974
Ancora dieci anni dopo, nelle campagne della cittadina nissena resistevano circa quaranta ettari di terreno di una coltura che prima del secondo conflitto mondiale ne occupava circa 60.000.



Alla metà degli anni Ottanta, l'illusione del rilancio di una attività agricola legata alla storia stessa di questa zona dell'isola venne alimentata da un progetto che si aggiunge alla lista delle molte "incompiute siciliane".
La Comes - un'azienda di consulenza catanese legata al gruppo Italimprese della famiglia Rendo - mise in piedi un piano che avrebbe dovuto rilanciare la coltura del cotone, garantendo un reddito per ettaro quattro volte superiore a quello offerto dal grano duro.
Il progetto avrebbe avuto Gela come sito di riferimento e prometteva di coinvolgere anche altre migliaia di agricoltori fra SciaccaPaceco, Paternò, Ramacca e Caltagirone.
La Comes assicurava lo studio e l'introduzione di semi sperimentali e l'acquisto di attrezzature all'avanguardia di produzione americana.
Nulla di tutto ciò è naturalmente accaduto.
Gela ha continuato ad affidare le sue sorti lavorative ed economiche agli impianti del petrolchimico, mentre il gruppo Italimprese dei Rendo - dopo varie disavventure giudiziarie - è stato nel dichiarato fallito nel 1997.
La storia del cotone gelese è quindi affidata ai ricordi degli anziani ed alle vecchie fotografie: memorie cariche di suggestione e di rimpianto per la scomparsa di una coltura che un tempo imbiancava i terreni di quest'area della Sicilia agricola.
La speranza di un ritorno a questa coltivazione è da qualche tempo affidata ad un progetto della Regione; i primi passi, sembrano incoraggianti http://gds.it/2014/02/08/gela-dopo-mezzo-secolo-tornano-i-campi-di-cotone-investimento-da-5-milioni-319719_153147/
   




domenica 2 novembre 2014

SICILIANDO















"La guerra 1914-1918 fu anche in Sicilia una brillante occasione per affari illeciti, ma fruttuosi.
Queste nuove occasioni di arricchimento, congiunte all'ulteriore indebolimento dei pubblici poteri, che la guerra stessa provocava, aumentarono il potere e l'arroganza della 'onorata società', i cui membri estendevano le loro angherie e la loro sopraffazione anche ai padroni, con l'obiettivo ultimo di spossessarli.
In tale atteggiamento i mafiosi erano favoriti dall'inettitudine della nobiltà terriera, da più generazioni assente dalla campagna, succube della mafia e assolutamente incapace di fronteggiarla"  
Michele Pantaleone

LA PERSISTENTE MEMORIA DEL DEGRADO DEL CENTRO STORICO DI PALERMO

Pubblicate nel 1975 su un saggio curato da Giuseppe Cipolla, le immagini dell'abbandono del cuore urbano descrivono ancor oggi una realtà attuale
  
Giochi di strada fra le macerie del quartiere Capo,
nella Palermo degli inizi degli anni Settanta.
Le immagini del post sono tratte dal saggio di Giuseppe Cipolla
"Per il risanamento di Palermo",
edito da Vittorietti Editore nel 1975

Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia ricordano uno degli atti più gravi commessi ai danni del patrimonio di Palermo nel secolo scorso: l'abbandono del centro storico dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale.
Palazzi, edifici monumentali e piazze cittadine, dopo le bombe alleate, hanno offerto nei decenni successivi lo spettacolo perdurante di mura ridotte a brandelli, intonaci sbrecciati, chiese e palazzi scoperchiati: un'eredità ancor oggi visibile dell'incuria e del disinteresse della classe politica locale, cui negli ultimi anni si è posto solo parzialmente rimedio.


Altri giochi di strada nella devastazione urbana
del quartiere della Magione

Edilizia distrutta dalle bombe
del secondo conflitto mondiale
nell'area della foce del fiume Oreto


Le omissioni e le scelte colpevoli iniziarono già con l'applicazione del Piano di Ricostruzione del 1947 e si aggravarono con quella del Piano Regolatore del 1963.  
Ancora nel 2014, una passeggiata nel centro storico di Palermo - in corso Vittorio Emanuele, all'Albergheria, a Borgo Vecchio - offre lo spettacolo dell'edilizia sventrata dai bombardamenti del lontanissimo 1943 e dai successivi cedimenti strutturali.


Via Scalini, nel quartiere del Capo.
Sullo sfondo, la cupola della Cattedrale

Lo spettacolo offerto a Palermo
nei pressi del palazzo normanno della Zisa.
L'edificio è ingabbiato dopo il crollo 

dell'ala destra avvenuto nel 1971.
Il restauro del monumento verrà completato
solo dopo decenni di ritardi e di polemiche metodologiche

L'inconfondibile ambientazione di piazza Caracciolo,
nel cuore della Vucciria.
Oggi le condizioni di degrado del quartiere
non sono cambiate di molto
rispetto all'epoca di questa fotografia


Nei decenni passati, lo scenario palermitano post-conflitto è stato oggetto di denunce, esposti, dibattiti fra urbanisti ed architetti, reportage giornalistici italiani e stranieri.
Il lavoro di denuncia forse più convincente e doloroso fu quello compiuto da Danilo Dolci a metà degli anni Cinquanta, nel saggio "Inchiesta a Palermo" che raccolse una serie di autobiografie di residenti nei quartieri disastrati della città storica come il Capo, il cortile Cascino o la Kalsa.
L'abbandono del centro storico palermitano è così stato un fenomeno tanto analizzato in corso d'opera da rendere incomprensibile il motivo stesso della conseguente assenza di interventi immediati.


Nel centro storico di Palermo
molte chiese monumentali sopravvivono a stento
sulle strade dei mercati popolari.
L'immagine pubblicata nel 1975 ritrae
la chiesa di San Gregorio al Capo

Una spiegazione dell'immobilismo si lega certo alle note scelte amministrative ed affaristiche che hanno indotto a promuovere le attività edilizie del secondo dopoguerra nelle periferie rurali della vecchia città, con nuove colate di cemento: il famoso "sacco di Palermo", all'ombra di compromessi politici con i costruttori legati alla mafia e di complicità con i burocrati delle amministrazioni locali.
Eppure, anche la "variabile mafia" da sola non riesce a spiegare il perchè di tanto disinteresse mostrato in quegli anni per i destini del centro storico, depositario di monumenti e strade che raccontano la millenaria storia di Palermo.


Piazza Bologni, con la statua di Carlo V
e palazzo Belmonte-Riso ancora danneggiato
dai bombardamenti del 1943.
Il restauro dell'edificio sarà completato solo nel 2008 

Altro edificio monumentale
abbandonato per decenni dopo la guerra: è la chiesa
di San Sebastiano, recuperata al culto solo nel 2008
dopo decenni di spoliazioni del suo patrimonio artistico



La corsa verso la nuova edilizia, il vorticoso fiume di denaro da essa alimentato - a beneficio anche di subappaltatori, fornitori, commercianti e famiglie immigrate dall'interno della Sicilia verso il capoluogo dell'isola, divenuto il centro dello sviluppo amministrativo, occupazionale e demografico della Regione - spazzarono via le poche voci della cultura e degli illuminati palermitani del tempo.
Le proteste degli "intellettuali" e dei sovraintendenti sul degrado del centro storico si levarono solo in occasioni di eventi "colti", come il furto della Natività del Caravaggio dall'Oratorio di San Lorenzo o il crollo del palazzo della Zisa.
C'è insomma da chiedersi cosa sarebbe oggi Palermo se i suoi amministratori ed i palermitani avessero seriamente curato il recupero del patrimonio edilizio dei quattro mandamenti: certo, una città straordinariamente "storica" ed economicamente meno povera.   Cosi, ancora il 28 agosto del 1985 il "Corriere della Sera" pubblicava un reportage di Cesare De Seta intitolato "Solo fantasmi nel centro storico di Palermo".
L'articolo descriveva così l'abbandono: 

"Il centro storico di Palermo è uno spettacolo doppiamente penoso e amaro: penoso perchè è difficile trovare una simile condizione di degrado congiunta ad una così alta qualità del bene che va scomparendo, sicchè il pessimismo della ragione induce a ritenere - mestamente e quanto mestamente - d'essere giunti ad un punto di non ritorno; amaro, perchè non so da quanti decenni i pubblici responsabili hanno giurato e spergiurato che si sarebbe fatto l'impossibile per porre rimedio a questo stato di cose.
Non si è fatto neppure il possibile e l'indispensabile.
Attorno al capezzale del malato sono stati chiamati cerusici, speziali e medici, essi si sono industriati con le loro arti e con le loro terapie, si sono consultati, hanno redatto studi.


Via Savona, nel quartiere della Kalsa-
Il vecchio quartiere dei pescatori mostra ancora oggi
i segni dell'abbandono dopo i pesanti danneggiamenti del 1943

Pile di carte e cartacce si sono accumulate negli anni tanto da intasare un'intera biblioteca; ma, ad onore del vero, nulla si è mosso.
Il centro storico di Palermo vive una condizione limite perchè è venuta meno la condizione essenziale per la sopravvivenza di un ambiente: non c'è più gente che lo abita.
Per quanto assai poco degna sia la condizione in cui versa il centro storico di Napoli o il borgo medievale di Bari, pure essi hanno il vantaggio d'essere popolati.
C'è chi sostituisce un vetro infranto alle finestre, c'è chi ripara alla meglio un tetto che fa acqua, una pluviale che perde, un infisso che non chiude, un solaio che non regge.
A Palermo, questo cuore della città è in balia dell'acqua, del vento, del sole, del vandalo che scassa per il gusto di scassare..."

Dieci anni prima del reportage di Cesare De Seta, un saggio dal titolo "Per il risanamento di Palermo", curato da Giuseppe Cipolla ( Vittorietti Editore ) propose una lettura della rovina del centro storico cittadino attraverso la ricerca di un gruppo di alunni di una scuola media.


Ancora un'immagine di piazza Bologni,
con la scenografica facciata
di palazzo Alliata di Villafranca.
Attualmente, questa piazza attende
il pieno recupero strutturale dei suoi edifici storici

Le fotografie del post sono tratte da quel libro, il cui valore metodologico ci sembra attualissimo e degno - quarant'anni dopo - di una riproposizione: sarebbe un modo per verificare quanto è stato fatto e quanto ancora c'è da fare per recuperare il patrimonio edilizio e umano dello straordinario cuore urbano di Palermo.