ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
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domenica 9 aprile 2023
L'INCOMPARABILE IDENTITA' SICILIANA SECONDO GIUSEPPE GALASSO
JACOK JOB E LE SORPRESE DEL TEMPO PASSATO DI ERICE
| Suore su una scalinata ad Erice. Fotografia di Franz Tomamichel, opera citata nel post |
"... Erice non è una città nella quale si debbono cercare ad uno ad uno i monumenti artistici. Essa tutta è un monumento dei tempi passati. Con la ciclopica parte inferiore delle sue mura, con le sue severe case troppo strette addosso alla strada, con i suoi angusti vicoli contorti e con le sue scalinate, con le sue chiese ed i suoi palazzi, essa è un testimonio muto d'antica grandezza... Dappertutto qualcosa ci afferra sempre di nuovo: l'atmosfera di un tempo passato, che qui si è rinchiusa su se stessa, l'ambiente di questa cittadina che, con mura, torri e porte, con chiese, case e giardini di secoli remoti, penetra nel mondo odierno. Nessun pezzo da mostra, come ad esempio San Gimignano, ma il coronamento di pietra dell'antico monte sacro: ora silente nella sua ricchezza di tradizioni. E v'è una sola cosa veramente importante, oggi: la visione dalle sue mura, dal castello Pepoli, giù verso la parte nord-occidentale dell'isola, Trapani illuminata da bianche saline, le isole Egadi ad ovest, il Capo San Vito proteso verso nord, con il suo faro e, davanti ad esso, il monte Cofano sul quale anche nei giorni più sereni sventolano bandiere di nubi; poi il panorama della costa occidentale giù fino a Marsala il cui vino ci par di gustare sulla punta della lingua..."
sabato 8 aprile 2023
IL MULO BARDATO E IL BIPLANO A COMISO IN TEMPI DI GUERRA
| Comiso, 16 luglio 1941, aeroporto "Vincenzo Magliocco". Fotografia di Angelo Oliva |
Nel luglio del 1941 la Sicilia si trovava al centro della guerra per il controllo delle rotte aeree e marittime del Mediterraneo, fra le coste dell'Isola, Malta ed il Nord Africa. Le cronache belliche del regime fascista riferivano con enfasi abbattimenti di aerei ed affondamenti di navi e sommergibili inglesi, prospettando la prossima disfatta del nemico: un trionfalismo che ignorava il racconto delle perdite italiane ed i danni ed i lutti provocati in Sicilia dalle armi alleate. In quell'anno di guerra, le incursioni aeree britanniche colpirono a partire dal mese di gennaio Palermo, Catania, Siracusa, Trapani, Augusta, Mazzarino, Lampedusa e l'aeroporto di Comiso, intitolato al generale pilota Vincenzo Magliocco. Quest'ultimo impianto era stato progettato e costruito in contrada Donnadolce a partire dall'ottobre del 1938, con una spesa di 10.600.000 lire. La scelta del sito - ha scritto Giuseppe Calabrese nel saggio "La storia sulle ali. L'aeroporto di Comiso oltre il Novecento" ( Moderna-Modica, 2008 ) fu dettata da queste tre caratteristiche strategiche:
"... Vigilanza del canale di Sicilia, difesa delle linee d'accesso all'interno dell'Isola... sbarramento di una invasione che venga a colpire al cuore della Sicilia..."
In quel luglio del 1941, l'aeroporto di Comiso era già stato drammatico teatro delle incursioni aeree inglesi: il 10 maggio, ha scritto ancora Calabrese:
"Tre "Beaufighter" decollati da Malta fecero un'incursione, in due riprese, su Comiso abbattendo tre aerei dell'Asse e danneggiandone in modo serio altri tre, con la morte in combattimento di cinque militari italiani e di uno tedesco..."
Il 16 luglio di quell'anno di guerra, Angelo Oliva fissò ai bordi della pista del "Vincenzo Magliocco" l'immagine di un mulo bardato nei pressi di un biplano FIAT C.R. 42: uno scatto singolare, pensato ed eseguito in un attimo in cui la quotidiana precarietà del conflitto lasciò spazio alla sua creatività fotografica.
venerdì 7 aprile 2023
SOLUNTO, UNA SOSTA CON BELVEDERE PER I MARINAI DELL'ANTICHITA'
| Rovine nell'area archeologica di Solunto. Fotografia di Ludwig Windstosser tratta dalla rivista "Sicilia" edita dall'Assessorato Regionale Turismo e Spettacolo nel settembre del 1955 |
Esistono in Sicilia altri siti archeologici più noti e visitati per la ricchezza di templi ed altri edifici monumentali, a cominciare dai teatri: al loro confronto, Solunto - fondata dai fenici in prossimità del mare e rifondata dai romani sul monte Catalfano - appare un sito povero di attrattive architettoniche del mondo antico. Eppure, dalla sommità dei pochi resti di ciò che rimane di questa piccola città abitata da circa 10.000 persone, la suggestione indotta dal paesaggio circostante - benché pesantemente intaccato da un'edilizia soffocante - ha pochi eguali; soprattutto se si guarda alla pianura sottostante, alle montagne ed al mare, immaginando questi elementi nello scenario offerto 2000 anni fa.
Per la sua ubicazione - un centro urbano affacciato sul mare Tirreno, con un approdo agevole ed un entroterra agricolo ricco di risorse - Solunto fu uno di quei luoghi in cui le civiltà del Mediterraneo trovarono occasione di intensa frequentazione:
"...Per nove o dieci secoli prima della nostra era - ha scritto nel settembre del 1955 sulla rivista "Sicilia" Emilio Villa, poeta, critico d'arte, traduttore dell'Antico Testamento e dell'Odissea - qui salivano, ghiotti di notizie, di favole, di auguri, di piaceri venerei, marinai di tutto il Mediterraneo: a Solunto chiedevano riposi e consigli, responsi e divinazioni, prendevano acqua fresca e paglia per le traversate, e lasciavano derrate alimentari, prodotti artigianali, oggetti votivi, statue e amuleti, immagini della grande cultura asiatica, o egizia, o cretese, o ellenica. Così, e di questo, ha vissuto il suo lungo tempo di città sacra, senza eccessivamente mescolarsi, e sempre solo casualmente, nella storia delle grandi dispute politiche e militari che hanno agitato la terra siciliana..."
mercoledì 5 aprile 2023
IL BAMBINO TRA I PESCATORI NEL PORTO DI TRAPANI
| Pescatori nel porto di Trapani. Opera citata nel post |
"Ma soprattutto in questa città e in questo porto si respira qualcosa di strano, dovuto, senza dubbio, alla coesistenza di elementi italiani, arabi e spagnoli, come alla natura, le cui principali risorse sono il vino, il tonno e il corallo..."
Così a metà degli anni Cinquanta apparve il porto di Trapani a Daniel Simond, lo scrittore e saggista svizzero che nel 1956 pubblicò il saggio "Sicilia", edito da Edizioni Salvatore Sciascia Caltanissetta-Roma. Lo scenario del porto che suggestionò Simond fu quello mostrato pochi anni dopo dalla fotografia di un gruppo di pescatori e di un bambino pubblicata dalla rivista "Sicilia Oggi" nel settembre del 1959.
Lo scatto, attribuito a Saro Bonventre ed accompagnato dalla didascalia "Preparativi per la pesca", ritrae l'equipaggio di un piccolo motopesca - "Anna" - per la pesca costiera ed i palangari: un tipo di imbarcazione ancor oggi diffusa nel porto peschereccio di Trapani.
martedì 4 aprile 2023
LE "PAROLE DI PIETRA" DI FRANCESCA SERIO, MADRE DI SALVATORE CARNEVALE
| Francesca Serio, madre del sindacalista Salvatore Carnevale. Foto tratta da "Domenica del Corriere" del 22 agosto 1965 |
Il 23 marzo del 1960, nell'aula della corte di assise di Santa Maria Capua a Vetere, Francesca Serio si rivolse verso la gabbia degli imputati gridando loro con rabbia e disperazione:
"Voi siete gli assassini di mio figlio! Voglio giustizia per quello che avete fatto, l'avete ucciso senza motivo e senza coscienza!"
Dietro le sbarre si trovavano i campieri Luigi Tardibuono e Giovanni Di Bella, il magazziniere Antonino Mangiafridda e Giorgio Panzeca, amministratore del feudo di Sciara della principessa Notarbartolo. Il 20 maggio del 1955, Francesca Serio aveva inviato un esposto alla Procura di Palermo in cui indicava in quegli uomini gli assassini di Salvatore Carnevale, ucciso da tre scariche di lupara in contrada Cozze Secche di Sciara la mattina del 16 maggio. L'omicidio aveva fatto seguito al suo impegno a favore delle lotte contadine e di uno spirito di lotta sindacale in questo allora remoto territorio del palermitano. Nel 1951, Carnevale aveva fondato a Sciara una sezione del PSI, riorganizzando l'attività della locale Camera del Lavoro. Quattro anni dopo, il figlio di Francesca Serio aveva promosso l'occupazione di una parte dei 500 ettari di terreni coltivati con grano ed ulivi espropriati alla principessa Notarbartolo e non ancora assegnati. Ignorando le minacce ed i tentativi di blandirne l'impegno sindacale con promesse di vantaggi personali - la concessione di un florido uliveto - Carnevale aveva ottenuto che i contadini fossero destinatari del 60 per cento dei prodotti ricavati grazie alla loro attività: una conquista che, insieme alla difesa di lavoratori in sciopero per il mancato pagamento degli stipendi, ne decretò la condanna a morte. Il 21 dicembre del 1961 - grazie alle accuse ripetute in aula da Francesca Serio e da alcuni testimoni - i quattro imputati furono condannati all'ergastolo: un giudizio ribaltato dal processo di appello e dalla Cassazione, che, nel febbraio del 1965, confermò l'assoluzione con formula dubitativa.
| Salvatore Carnevale. Archivio Ernesto Oliva-ReportageSicilia |
Nel marzo del 1967, un rapporto redatto dal vice-questore Angelo Mangano ed inviato alla Commissione Parlamentare Antimafia indicò nell'avvocato di Termini Imerese Nicolò Marsala - legale della principessa Notarbartolo - e in Peppino Panzeca di Caccamo i mandanti del delitto di Salvatore Carnevale: accuse che non ebbero però seguito, lasciando impunito il delitto del sindacalista e deluse le rivendicazioni di giustizia della madre.
All'epoca del delitto del sindacalista, giornali e riviste italiane e straniere raccontarono con i loro reportage la storia di Salvatore Carnevale e della coraggiosa denuncia di Francesca Serio. Lo fece anche lo scrittore e pittore Carlo Levi, che poi pubblicò il racconto in "Le parole sono pietre. Tre giorni in Sicilia" ( Einaudi, 1955 ): pagine in cui dalla descrizione fisica e psicologica di questa donna, anch'essa vittima della violenza mafiosa, Levi trasse spunto per dare il titolo alla sua raccolta di racconti:
"E' una donna di cinquant'anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell'aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti: di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana. Chiede a Alfio se io sono un compagno o un amico, ci fa sedere vicino a lei, presso quel letto bianco che era quello di Salvatore, e parla. Parla della morte e della vita del figlio come se riprendesse un discorso appena interrotto per il nostro ingresso. Parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa, alternando il dialetto e l'italiano, la narrazione distesa e la logica dell'interpretazione, ed è tutta e soltanto in quel continuo discorso senza fine, tutta intera: la sua vita di contadina, il suo passato di donna abbandonata e poi vedova, il suo lavoro di anni, e la morte del figlio, e la solitudine, e la casa, e Sciara, e la Sicilia, e la vita tutta, chiusa in quel corso violento e ordinato di parole. Niente altro esiste di lei e per lei, se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta sulla sua sedia di fianco al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Essa stessa si identifica totalmente con il suo processo e ha le sue qualità: acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come chi ha raggiunto d'improvviso un punto fermo su cui può poggiare, una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata, è la Giustizia. La giustizia vera, la giustizia come realtà della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna indietro: non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa, Francesca diffida, e la disprezza: questa fa parte dell'ingiustizia che è nelle cose..."