Translate

lunedì 30 giugno 2014

LA PENITENZIALE BELLEZZA DI ERICE

Nel 1953 un reportage di Leone Lombardi illustrò la contraddizione fra il dissoluto passato mitologico e l'attuale aspetto monastico del borgo trapanese

Una donna percorre una stradina di Erice.
La fotografia è di Vincenzo Scuderi
ed è tratta dal II volume dell'opera "sicilia",
edita nel 1962 da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini

"I turisti che girano la Sicilia in tre giorni, issati sui torpedoni come i soldati di Pirro sugli elefanti, fanno una corsa sola da Segesta ad Agrigento e anche i più dotti pensano che di Erice si sa abbastanza quando si sono letti Strabone e Cicerone, e che non vale la pena dell'arrampicata.
Taormina rappresenta per il turista la Mecca dei panorami e questa convinzione permette agli abitanti di Erice di vivere in santa pace, proprietari di quello che è forse il più bel panorama del mondo.
Nel recinto dell'antico tempio, fra le torri del castello medievale che si addenta alla terra con le fondamenta dell'antico fortilizio cartaginese, la gente di Erice gioca pacificamente a bocce".
Con queste ironiche notazioni, il giornalista Leone Lombardi arricchì uno dei più acuti e sensibili reportage mai scritti su Erice; era il 1953, e il suo articolo venne pubblicato sul numero di giugno della rivista "L'Illustrazione Italiana", con il titolo "Ricordo di Venere".

Un cortile di una abitazione ericina.
La fotografia venne pubblicata nel 1930
nell'opera di Gabriel Faure "En Sicile",
edita a Grenoble da B.Arthaud

Della cittadina issata a ottocento metri sul mare trapanese in tanti hanno scritto, viaggiatori con il pallino della letteratura e cronisti di riviste e giornali; eppure, in pochi - e Leone Lombardi è uno di loro - sono riusciti a cogliere l'anima segreta che il mito e la storia hanno assegnato ad Erice
La bellezza del luogo è simile a quella di una pietra d'onice, severa nell'architettura delle vie strette, dei cortili chiusi alla vista e della pietra utilizzata per costruire palazzetti e chiese.
Questa architettura conventuale, aperta alla luce del sole da grate di ferro, nulla lascia immaginare dei tempi lontanissimi in cui Erice ospitava un santuario dedicato alla divinità chiamata Astarte dai fenici, Afrodite dai greci e Venere dai romani.


Un palazzetto nobiliare nel centro storico ericino.
L'immagine è di Patrice Molinard ed è tratta dall'opera
"La Sicile", edita a Parigi nel 1957 da Del Duca

Sino alla fine del paganesimo, in quest'angolo della Sicilia oggi d'aspetto claustrale un gruppo di sacerdotesse avrebbe praticato la prostituzione sacra. 
Sembra quasi che nei secoli successivi Erice abbia cercato espiazione assumendo l'aspetto penitenziale che colpì Leone Lombardi.
Qui non si trova la Sicilia solare e chiassosa nelle forme architettoniche e nel comportamento delle persone; piuttosto, Erice è il luogo del silenzio e del riserbo, sferzato dalle raffiche di vento e dalla corsa delle nuvole che riempiono di foschia le strette stradine del centro storico.


Un'immagine ericina firmata da Pedone
e pubblicata nel 1965 nell'opera
"Italgeo-Sicilia" edita da Bonetti editore Milano 

"Il paese issato sul vecchio monte sacro a Venere - si legge nel reportage di Lombardi -  vive in amara penitenza, e, contro alle tentazioni del mare, innalza la difesa delle sue croci in ferro arrugginite in cima ai campanili incappucciati di monastica pietra grigia. Ha fatto di tutto per dimenticare. 
Ha chiuso le sue donne in cortili inaccessibili: a parlare con chi?
Forse solamente con l'edera.
Cosa si viene a cercare ad Erice?
Il ricordo di Venere? 
Si trova il silenzio estremo delle sue viuzze attorte, obbedienti al pendio di roccia originario: e non si trova una sola porta che non sembri quella di un eremo.
Si cammina a lungo sui selciati canori di piccole pietre disposte a intarsi quadrati. 
Per piazza San Domenico, per via San Rocco, per via Hernandez, la strada si dipana fra nomi di santi e di piccola nobiltà locale. Vicoli lunghi dieci metri, venti, cinquanta, vigilati dai balconi barocchi di pietra tarlata dal vento, stretti fra le mura che chiudono nei giardini segreti il fiorire dei mandorli.
Sul ciglio deserto degli spalti, dove stavano i balestrieri di guardia, ridono le margherite gialle.
Le chiese, ai crocicchi, in vicoli larghi due metri, sembrano amiche ferme a confidarsi segreti.
Le donne chiuse nei loro scialletti neri portano la mano dei loro bambini alle labbra e alla fronte, per disegnare il gesto di un bacio benedicente, ogni volta che passano davanti ad un'immagine sacra".


   

    

venerdì 27 giugno 2014

LAMPEDUSA E LA CONQUISTA DEI "FOKKER"

Un reportage della "Domenica del Corriere" del 1970 racconta i cambiamenti economici e di costume dopo il recente avvio dei collegamenti aerei da e per l'isola

Il decollo di un "Fokker" dell'ATI
sul mare di Lampedusa.
I collegamenti aerei con l'isola delle Pelagie
e con la vicina Pantelleria risalgono
alla seconda metà degli anni Sessanta.

Il settimanale del "Corriere della Sera"
dedicò all'argomento un reportage firmato da Bruno Rossi

Il rumore assordante dei due motori ad elica regalava al passeggero la sensazione di un viaggio pionieristico, in anni in cui i propulsori a reazione assicuravano voli più veloci e silenziosi.
Eppure, per nulla al mondo gli abitanti di Pantelleria e Lampedusa a partire dal 1968 avrebbero mai rinunciato al privilegio di un collegamento rapido e costante con la Sicilia e e il "continente".
L'opportunità venne loro offerta dai "Fokker F27 Friendship 200" dell'ATI - l'Aero Trasporti Italiani, fondata a Napoli-Capodichino nel 1963 e assorbita da Alitalia nel 1994 www.mikebravo.it - capaci di ospitare 44 passeggeri e caricare merce in partenza o destinata alle due isole, sino ad allora collegate alla Sicilia da vecchi e lenti traghetti ( solo a Pantelleria una vecchia pista militare offriva saltuariamente un collegamento con Trapani ).


              L'atterraggio di un "Fokker" a Pantelleria

Di quegli aerei - robusti ed affidabili, spinti da motori Rolls Royce Dart capaci di far volare i Fokker ad una velocità superiore ai 400 km/h - molti anziani panteschi e lampedusani ricordano anche gli sbarchi dei primi gruppi di turisti e l'impulso dato all'economia ed al costume locali.
Un reportage pubblicato il 18 agosto del 1970 dal settimanale "Domenica del Corriere" a firma di Bruno Rossi ed intitolato "Le autostrade sulle nuvole" fornisce preziose informazioni sugli effetti dell'avvio dei collegamenti aerei dell'ATI a Lampedusa. 
L'avvio dei voli verso la maggiore delle Pelagie venne favorito dalla mobilitazione della comunità locale per la costruzione di un aeroporto per voli civili.


Imbarco di passeggeri e di merci
su un "Fokker" in partenza da Pantelleria

Alle elezioni amministrative del 1964 tutti i partiti si misero d'accordo nell'ignorare l'appuntamento, senza presentare neppure le liste. Lo slogan fu allora "non si vota se non si vola". L'esasperazione era accresciuta dalle rituali promesse fin allora pronunciate da illustri onorevoli nel corso delle precedenti campagne elettorali.
Fu così che nel maggio del 1966 l'allora ministro dell'Interno Taviani - primo esponente di un governo italiano della Repubblica a visitare Lampedusa - annunciò l'effettiva costruzione dell'aeroporto. 
La vittoria di quella battaglia fu il risultato della lotta della popolazione di un'isola che, ironia della sorte, non era a neppure indicata nella carta d'Italia appesa alla parete della locale scuola elementare.  
L'opera venne avviata lo stesso anno da duecento uomini del Genio Militare, che per cavare le pietre adatte tracciarono anche una camionabile che attraversava l'isola; i primi Fokker dell'ATI sarebbero atterrati nel 1968.
Nel reportage realizzato due anni più per la "Domenica del Corriere", Bruno Rossi avrebbe così raccolto le testimonianze di alcuni lampedusani.
"Dice Giovambattista Sorrentino, segretario del Comune:
'Prima del collegamento aereo, il terreno di Lampedusa non aveva praticamente valore. La gente non curava nemmeno la trasmissione dei titoli di proprietà. Le compravendite si basavano su scritture private, garantite semplicemente dalla buonafede.
Adesso stanno arrivando i turisti, e chi ha un pezzo di terra sa di avere dei soldi, anche se i prezzi sono ancora politici, per attirare la gente: 300 lire al metro quadro, anche meno. 
L'influenza dell'aereo si fa sentire in ogni cosa, qui nell'isola.
Per esempio, sul mercato del pesce: il dentice, prima, lo si vendeva al massimo a 600 lire. Adesso il prezzo è raddoppiato e arriva d'inverno anche a 1.500 lire. E pensate che chi vive di pesca ( e dell'industria del pesce ) è a Lampedusa il 95 per cento della gente. 


L'alunno di una scuola elementare di Lampedusa
indica una carta d'Italia che non include la sua isola.
La creazione di un aeroporto e i collegamenti
dell'ATI contribuirono a rompere l'isolamento
dei lampedusani, modificando l'economia
e le abitudini dei 4.000 residenti

Altro esempio. I nuovi fermenti di vita hanno reso possibile il progetto di un impianto di desalinizzazione. Cominceremo presto a costruirlo'.
'Fino al 1968 - racconta un pescatore - non avevo mai mangiato una mela. Qui non crescono. E farle venire con la nave costavano troppo. L'aereo non ci ha portato il paradiso terrestre, ma almeno le mele a prezzo ragionevole, sì'.
Gli inizi del benessere hanno il loro simbolo più rumoroso nelle duecento e più automobili che vanno avanti e indietro ( generalmente senza un preciso perché ) sulle poche strade del paese ( quattromila abitanti ).
Alcune portano il disegno, in decalcomania, dell'aeroplano: e hanno vocazioni aviatorie, anche nella nella velocità selvaggia con la quale vengono guidate. 
Sopra una fontanina, ancora senz'acqua, non si alza, come dappertutto nel mondo, una dea in striptease o una celebrità indigena: troneggia, invece, un velivolo in cemento. 
Nella più frequentata, e quasi unica, trattoria, i festoni natalizi resistono al caldo di mezza estate.
Spiega un cliente:
'Prima dell'aeroporto si andava a letto presto, la sera. Soltanto per Natale e Capodanno si facevano le ore piccole. Adesso che l'aereo arriva a ogni mezzanotte e la trattoria sta ad aspettare i piloti, sembra che il Natale duri tutto l'anno'.


Altri alunni a Lampedusa
impegnati nel disegno di aerei.
Nel reportage della "Domenica del Corriere"
si leggono i loro commenti a proposito
dell'utilizzo del nuovo mezzo di trasporto

L'aereo è riuscito persino a far nascere a Lampedusa la maggior parte dei bambini di Lampedusa.
Dice il dottore Giovanni Sferlazza, ufficiale sanitario:
'Il caso di una gestante che anni orsono era morta di parto, aveva diffuso il panico. Quasi tutte le partorienti prendevano il piroscafo, un mese prima dell'evento, e si facevano ricoverare a Trapani o Palermo. Adesso restano qui'".      
Come accade per tutti quei luoghi remoti e baciati dalle bellezze della natura, lo sviluppo dei flussi turistici avrebbe dato il via ad un inarrestabile sfruttamento del territorio.
Dai Fokker dell'ATI sbarcarono a Lampedusa anche i primi speculatori, richiamati dalla possibilità di investire pochi milioni di lire per l'acquisto di terreni nei luoghi più attraenti.
Così, nel giro di pochi anni l'isola conobbe la lottizzazione edilizia portata avanti, fra gli altri, da un costruttore romano, da emissari del banchiere Michele Sindona e da una società immobiliare tedesca.
Nel suo reportage, Bruno Rossi avrebbe infine raccontato i commenti dei giovanissimi alunni delle scuole di Lampedusa riguardo l'arrivo dei primi aerei.   
"Gli scolari ( elementari e medie ) impegnati in un tema sull'incontro aereo-Lampedusa, hanno scritto: 'Qui noi potremmo morire perché non abbiamo ospedale, però l'aereo è utile perché ci porta in salvo'.
Altre osservazioni? 'L'aereo è di sollievo alle persone che soffrono il mal di mare', 'L'aereo a me mi piace perché io non pago niente ma pagano i miei genitori'. 'Ho letto in un libro che a mezzanotte arrivano le streghe, ma a Lampedusa è tutto diverso perché arriva l'aereo'. 'Sopra l'aereo è bellissimo, è come un sogno e si sente dormire'. 'L'aereo trasporta i pesci e poi anche le persone'. 'L'aereo ha fatto bella Lampedusa perché è tutto pieno di luci'.
In una seconda media a quattordici ragazzi abbiamo domandato: 'In quanti avete volato?'. In undici. E' in un tema di quella classe che leggiamo: 'L'aereo ci ha fatto capire che anche noi stiamo in casa dell'Italia'".
Anni dopo l'arrivo dei primi aerei, una nuova mobilitazione dei lampedusani avrebbe portato alla conquista di una struttura ospedaliera. 
Ai nostri giorni, invece, i cieli dell'isola sono attraversati oltre che dai voli di linea, da quelli militari impegnati nelle operazioni di soccorso dei migranti provenienti dalle coste africane.
L'ennesima battaglia combattuta oggi da Lampedusa è quella di non rimanere sola nell'affrontare questa immane emergenza umanitaria.


     
  

giovedì 26 giugno 2014

DISEGNI DI SICILIA


ORFEO TAMBURI, Paesaggio eoliano

martedì 24 giugno 2014

VERSO CAPO ZAFFERANO

Una veduta in volo lungo la costa palermitana e due fotografie di Mondello e Sferracavallo, attribuite a Pedone e datate 1965


Da qualche tempo siamo abituati ad ammirare fotografie panoramiche realizzate dallo spazio - celebre quella della Sicilia dell'astronauta catanese Luca Parmitano http://reportagesicilia.blogspot.it/2013/06/sicilia-sic-et-simpliciter.html - o straordinari filmati di paesaggi isolani ripresi da telecamere piazzate sui droni http://video.corrieredelmezzogiorno.corriere.it/scala-turchi-vista-drone/65d7eb5e-f6c9-11e3-baa6-f86867cad3f6.
La fotografia aerea di questo post venne pubblicata nel 1965 nel decimo volume dell'opera "Italgeo" ( Bonetti editore Milano, a cura di Federico de Agostini ) dedicato alla Sicilia.
L'autore dello scatto - M.Pedone - fissò un inedito profilo di monte Catalfano e di capo Zafferano grazie ad un volo radente sulla costa tirrenica palermitana.
L'immagine sembra essere stata realizzata nel tardo pomeriggio di una giornata di scirocco, come suggerito dai toni lattiginosi del cielo e delle nuvole.
Nello stesso volume, le pagine dedicate alla provincia di Palermo conservano altre due fotografie di Pedone dedicate alle più note località marinare della città: Mondello e Sferracavallo.


Queste due immagini conservano un valore documentario sullo stato della costa palermitana di un passato in cui strade ed edilizia turistica non avevano cambiato l'aspetto dei luoghi.
Nella prima fotografia, la punta di Torre Mondello non è stata ancora invasa dal cemento dell'albergo La Torre.
La panoramica di Sferracavallo invece fissa il ricordo di una scogliera che in seguito sarà in parte cancellata dalle opere di viabilità stradale.
Insieme all'originale profilo di costa, oggi la borgata ha perso anche buona parte delle barche da pesca allora ritratte dal fotografo.

   

sabato 21 giugno 2014

CARLO LEVI AD ACI TREZZA


Nel 1951 lo scrittore torinese ed il fotografo Federico Patellani visitarono il borgo descritto da Verga e Visconti.
Due anni dopo, quel reportage sarebbe stato pubblicato da "L'Illustrazione Italiana"

Decorazioni su una barca di pescatori ad Aci Trezza.
Le fotografie del post risalgono al 1951
e portano la firma di Federico Patellani.
Gli scatti illustrarono un articolo
dello scrittore torinese Carlo Levi.
Il loro reportage venne pubblicato
nell'aprile del 1953
dalla rivista "L'Illustrazione Italiana"

Le fotografie di Aci Trezza riproposte da ReportageSicilia vennero pubblicate sulla rivista mensile "L'Illustrazione Italiana" nell'aprile del 1953.
Le immagini portano la firma di Federico Patellani - all'epoca uno dei maestri del fotogiornalismo italiano - e corredarono uno dei reportage compiuti in quegli anni nell'isola dallo scrittore e pittore Carlo Levi.
L'autore di "Cristo si è fermato ad Eboli" avrebbe raccolto le sue narrazioni su fatti e personaggi della Sicilia del secondo dopoguerra nel 1955, nel libro "Le parole sono pietre - Tre giornate in Sicilia" ( Einaudi ). Nell'introduzione, lo stesso Levi invitava il lettore a cercarvi cose "semplici e modeste delle cose di laggiù, come possono cadere sotto l'occhio aperto di un viaggiatore senza pregiudizi...".
I racconti così descrivevano alcuni episodi salienti della inquieta realtà sociale dell'isola: le lotte dei braccianti agricoli per la terra, le rivendicazioni dei minatori, il sindacalismo braccato dalla mafia; un periodo ricco di fermenti e di spinte conservatrici, insomma, in un contesto storico segnato dal ricordo del caso Giuliano.
Il reportage di Levi ad Aci Trezza risale al 1951; in quelle stesse settimane lo scrittore avrebbe avuto modo di osservare e poi descrivere il ritorno del sindaco di New York Vincent Impellitteri ad Isnello, suo paese natale.
Levi visitò il borgo marinaro reso famoso tre anni prima da Luchino Visconti in "La terra trema"; in quel viaggio siciliano avrebbe scritto anche dell'Etna e di Bronte.


Nella didascalia che accompagna la fotografia si legge:
"Sotto il grigioazzurro del cielo il porticciolo di Aci Trezza
appare come la sede di un piccolo paradiso.
Ad ogni passo si ha l'impressione
di incontrare i personaggi di Giovanni Verga"

Proprio il richiamo al film è presente sia nel titolo dell'articolo - "La terra dei Malavoglia" - che nell'incipit del pezzo:
"Ci eravamo fermati, appena scesi dall'automobile, sotto le prime gocce di pioggia, sulla piazza di Aci Trezza, a guardare la facciata della chiesa di San Giovanni. 
Sembrava, nel vero, più piccola di quanto appaia in 'La terra trema', e nell'umido grigio azzurro del cielo il suo bianco sembrava diverso da quello indimenticabile, tenero e livido di alba, con cui essa appare al principio del film di Visconti...'.
Di quella Aci Trezza - ben lontana oggi dall'immagine che ne diede "La terra trema", e dove difficilmente si potrebbe rivedere quello che Levi avrebbe descritto come "l'incanto di questo paese così legato all'arte che ne è nata, il colore dell'aria, del mare e della terra, le case rosate, modeste e civili..." - lo scrittore poteva ancora affermare: "mi pare che qui tutto debba sempre essere stato così e che sempre sarà così".
Una delle tre fotografie scattate da Patellani si lega alla descrizione delle numerose barche di pescatori allora ancora attive ad Aci Trezza:
"Eravamo scesi intanto tra le barche, sulla riva: erano come fiori colorati, come carri siciliani senza ruote, con i santi dipinti e le scritte sui bordi. 
Quasi tutte avevano i due Santi: San Francesco da Paola, il Santo dei marinai ( come la 'Provvidenza' dei Malavoglia, 'con quella bella fascia rossa lungo il bordo e sulla poppa il San Francesco colla barba che pareva di bambagia' ), e il San Giovanni della chiesa di Aci Trezza.
Alcune portavano scritte curiose: 'sono bella perché mi faccio i fatti miei'. Molte, nel nel profilo allungato della prua, assomogliavano a un pesce, a un grande pesce spada, e a fare la somiglianza più forte, era dipinto a prua come sulla guancia del pescatore di Cnosso, un occhio aperto che è quello del pesce".
Nel suo reportage, Carlo Levi avverte che i tempi del film di Visconti sono ormai lontani, e con essi anche "i sogni e le strane speranze che ne erano nate".


Ozio e conversazione su una panchina

Quindi lo scrittore torinese chiuderà il suo viaggio ad Aci Trezza affidando ai lettori dell'"Illustrazione Italiana" una comparazione fra l'opera letteraria di Verga e quella cinematografica di Visconti:
"La visione di Verga era interna al suo mondo, si identificava a quella del pescatore, della comare, del nonno o della figlia e al loro comune, paziente e oscuro destino. Perciò dovevano scomparire, fino all'alba dell'ultima pagina, e il mare e la campagna e gli aspetti individuali degli uomini. L'opposto avviene in Visconti, che partecipa delle cose e le comprende senza immedesimarvisi, ed è perciò tutto occhi, visione e immagine.
E' l'epica moderna che si contrappone al romanzo verghiano. Romanzo impossibile e perciò tanto più singolare, di un mondo che di per sé repugna al romanzo, di un mondo di epica antica.
Così queste poche case e questo piccolo popolo di marinai ha fatto nascere due opere esemplari, e rappresentative l'una del secolo scorso l'altra del nostro...".      




  
  

martedì 17 giugno 2014

SICILIANDO














"Ogni puntino sulla carta, ogni nome, ogni fermata lungo una tortuosa stradina di montagna, diventa una promessa, una potenziale fonte di incantevoli scoperte.
Non dovete fare altro che parcheggiare l'auto in piazza, girare per il centro e andare alla scoperta del museo civico.
Ma la Sicilia è sempre lì a mettervi in guardia contro gli eccessi d'entusiasmo: non crediate di sapere già ciò che accadrà, non tentate di prevedere l'esperienza che vi attende dietro l'angolo.
Ci sono zone dell'isola - le squallide periferie di Palermo e Catania, i superinquinati centri petroliferi di Gela e Porto Empedocle - che bisognerebbe attraversare in fretta, a occhi e naso chiusi, anche se basta un attimo per rimanere colpiti dalle esalazioni tossiche e dalla vista dei desolanti casermoni dei quartieri dormitorio"
Francine Prose

lunedì 16 giugno 2014

LE SPUMOSE TRAME DELLO ZINGARO

In una giornata d'inverno, la spiaggia della Tonnarella dell'Uzzo suggestiona lo sguardo e la mente con i bianchi intarsi delle onde sulla battigia
    

Era una giornata di inverno e cala Tonnarella dell'Uzzo era completamente deserta. 
Come un velo liquido, le onde raggiungevano la spiaggia disegnando trame di spuma bianca, subito assorbita dalla compatta superficie di piccolissimi ciottoli.
La cadenza del continuo formarsi e dissolversi di quell'intarsio liquido era ipnotica. 
Nel silenzio assoluto di quella mattinata nella riserva trapanese dello Zingaro http://www.riservazingaro.it/index.php?lang=it, i sensi erano del tutto assorbiti dal continuo frangersi e scomparire delle onde sulla battigia, odorosa di alghe e salmastro.


Le fotografie di ReportageSicilia - più che riproporre la bellezza ormai nota dello Zingaro, affollata in estate da escursionisti e bagnanti italiani e stranieri - sono la testimonianza di quel giorno e di quell'inspiegabile rapporto di stordito appagamento regalato all'uomo dall'osservazione delle onde del mare.
Naturalmente, l'inverno è la stagione più adatta per godere di queste suggestioni, magari compiendo un'escursione lungo i 6 chilometri di una riserva che nel 1981 sfuggì alla scellerata costruzione di una "strada panoramica", con il suo corollario di cemento e sbarramento dei varchi alle spiagge.

  
"In inverno - scriveva Matteo Collura nel 1985, proponendo la visita al vicino borgo di Scopello - è un'altra cosa: è come se una tromba d'aria fosse passata lasciando tracce di sé, ma anche un senso di profonda quiete, di dopo-tempesta"