MUSEO ETNOGRAFICO "G.PITRE'", Venditore messinese di canestri
ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
Translate
sabato 2 luglio 2016
venerdì 1 luglio 2016
LE DONNE DI ARAGONA AI TEMPI DELLA CACCIA ALLA BANDA GIULIANO
Una pagina di Tommaso Besozzi sulla "inutile e odiosa" azione di repressione contro la popolazione nel periodo della lotta al banditismo nell'isola
La memoria siciliana del giornalista Tommaso Besozzi è legata alla prima pagina de "L'Europeo" del 16 luglio del 1950.
"Un segreto nella fine di Giuliano. Di sicuro c'è solo che è morto", scrisse il titolista a presentazione del reportage in cui Besozzi elencava tutte le incongruenze nella versione ufficiale della morte del bandito di Montelepre.
Al cronista di Vigevano si devono tuttavia molte altre preziose pagine che descrivono le cronache siciliane nei confusi ed ambigui anni del separatismo e dell'indipendentismo isolano.
In una di queste, ancora una volta su "l'Europeo" - in data 29 maggio del 1949, intitolata "Perchè Giuliano è ancora vivo" - Tommaso Besozzi non nasconde il carattere inutilmente repressivo per la popolazione delle azioni di polizia condotte contro il banditismo.
L'articolo era accompagnato da una fotografia che ritrae un gruppo di contadine siciliane nelle campagne agrigentine di Aragona.
Nella didascalia si legge:
"Aragona.
Un gruppo di donne ascolta notizie sulla caccia al bandito Giuliano. I compagni di Giuliano sono Madonìa Castrense, Pietro Licari, Francesco Barone e Francesco Fuoco.
La superficie del territorio nel quale agisce la banda è di circa 5.000 km quadrati"
"... Gli abitanti della zona, sono, salvo rare eccezioni, assolutamente favorevoli a Giuliano.
Si sostiene - considerava Besozzi nel suo resoconto - che lo siano per paura o per calcolo; perché il favoreggiatore colto in fallo potrà essere condannato a qualche mese di carcere o a qualche anno di confino, mentre il delatore e, spesso, anche chi si limita a rifiutare ai banditi l'aiuto richiesto, viene punito con la morte; ed è umano che la gente di Montelepre, di Carini, di San Cipirello, scelga, tra i due rischi, il minore.
La memoria siciliana del giornalista Tommaso Besozzi è legata alla prima pagina de "L'Europeo" del 16 luglio del 1950.
"Un segreto nella fine di Giuliano. Di sicuro c'è solo che è morto", scrisse il titolista a presentazione del reportage in cui Besozzi elencava tutte le incongruenze nella versione ufficiale della morte del bandito di Montelepre.
Al cronista di Vigevano si devono tuttavia molte altre preziose pagine che descrivono le cronache siciliane nei confusi ed ambigui anni del separatismo e dell'indipendentismo isolano.
In una di queste, ancora una volta su "l'Europeo" - in data 29 maggio del 1949, intitolata "Perchè Giuliano è ancora vivo" - Tommaso Besozzi non nasconde il carattere inutilmente repressivo per la popolazione delle azioni di polizia condotte contro il banditismo.
L'articolo era accompagnato da una fotografia che ritrae un gruppo di contadine siciliane nelle campagne agrigentine di Aragona.
Nella didascalia si legge:
"Aragona.
Un gruppo di donne ascolta notizie sulla caccia al bandito Giuliano. I compagni di Giuliano sono Madonìa Castrense, Pietro Licari, Francesco Barone e Francesco Fuoco.
La superficie del territorio nel quale agisce la banda è di circa 5.000 km quadrati"
"... Gli abitanti della zona, sono, salvo rare eccezioni, assolutamente favorevoli a Giuliano.
Si sostiene - considerava Besozzi nel suo resoconto - che lo siano per paura o per calcolo; perché il favoreggiatore colto in fallo potrà essere condannato a qualche mese di carcere o a qualche anno di confino, mentre il delatore e, spesso, anche chi si limita a rifiutare ai banditi l'aiuto richiesto, viene punito con la morte; ed è umano che la gente di Montelepre, di Carini, di San Cipirello, scelga, tra i due rischi, il minore.
Questo era vero, in parte, fino a qualche tempo fa.
Oggi parteggiano tutti per Giuliano e non è affatto quel calcolo ad inclinare il piatto della bilancia, ma la convinzione di essere dalla parte del giusto.
E' triste dire queste cose; ma fu proprio la polizia a creare quell'atmosfera, il rancore, lo spirito di rivolta.
Ha usato metodi spietati; ed ancora una volta, la repressione indiscriminata non ha risolto nulla; anzi, ha raggiunto l'effetto contrario.
A Montelepre, per impedire che i briganti fossero riforniti di viveri, sono stati chiusi d'autorità, e per molti giorni, tutti i negozi di alimentari; donne e bambini hanno sofferto la fame.
Per attingere alla fontana, le donne dovevano dichiarare il numero dei familiari ( e dimostrarlo ) perché fosse loro concesso di prendere la quantità di acqua ritenuta sufficiente.
Era un controllo inutile e odioso.
Un poliziotto indicava a ciascuna, col dito, fino a che livello potesse riempire il secchio.
Chi conosce questa parte della Sicilia può facilmente immaginare le liti.
La faccenda andava avanti per le lunghe; l'ora di erogazione finiva; ed i più restavano con il secchio asciutto... "
A Montelepre, per impedire che i briganti fossero riforniti di viveri, sono stati chiusi d'autorità, e per molti giorni, tutti i negozi di alimentari; donne e bambini hanno sofferto la fame.
Per attingere alla fontana, le donne dovevano dichiarare il numero dei familiari ( e dimostrarlo ) perché fosse loro concesso di prendere la quantità di acqua ritenuta sufficiente.
Era un controllo inutile e odioso.
Un poliziotto indicava a ciascuna, col dito, fino a che livello potesse riempire il secchio.
Chi conosce questa parte della Sicilia può facilmente immaginare le liti.
La faccenda andava avanti per le lunghe; l'ora di erogazione finiva; ed i più restavano con il secchio asciutto... "
giovedì 23 giugno 2016
L' ELOGIO RAGUSANO DI GUIDO PIOVENE
| Panorama di Ragusa. La fotografia venne pubblicata nel 1964 nel saggio di Eberhard Horst e Josef Rast "Sizilien", edito da Walter Verlag Olten |
"Ragusa - scrisse quasi sessant'anni fa Guido Piovene nel suo "Viaggio in Italia" ( Mondadori, 1957 ) - si affaccia scenografica a una valle incassata, quella del fiume Irminio.
Risalendo la valle la si ha davanti d'improvviso in un panorama di rocce.
E' un paragone vieto quello che ci fa esclamare, di fronte alla città in altura: sembra un presepio.
Ma con Ragusa esso ridiventa appropriato...
A Ragusa, mi dicono, i cognomi sono pochissimi, tanto che le famiglie si distinguono per soprannomi, registrati anche all'anagrafe...
Mi incantai a guardare una pasticceria, la più bella della Sicilia.
Quei dolci coloriti, pingui, nutritivi, cassate d'ogni qualità, conchiglie di pistacchio, cavolfiori di crema, fanno parte del bel barocco siciliano.
Alcuni nomi ricordano eventi guerrieri.
I cavolfiori gonfi si chiamano 'teste di turco', e procurano facili vittorie sugli infedeli"
SICILIANDO
"Il comportamento delle forze dell'ordine in occasione delle operazioni antimafia seguite alla tragica esplosione di Ciaculli è apparso piuttosto strano.
E' bastato, infatti, che il governo si impegnasse in una opera di seria repressione e prevenzione, per veder scattare un dispositivo molto ben orientato nei confronti dei bersagli da colpire.
Si direbbe che i mafiosi fossero da tempo esattamente individuati; e che tutt'altro che sconosciuti fossero i responsabili dei gravi episodi che avevano turbato e impressionato l'opinione pubblica negli ultimi mesi.
Ma, allora, viene da chiedersi, perché si è tardato ad agire?
Chi è che fino all'ultimo ha fermato la opera di controllo, di vigilanza, di prevenzione?
A chi attribuire la responsabilità della tolleranza, dell'inerte assuefazione con cui gli organi dello Stato hanno assistito per anni e per mesi alle sempre più scellerate manifestazioni della criminalità mafiosa?"
Rosario Poma-Enzo Perrone, 1964
mercoledì 22 giugno 2016
QUEL MEMORABILE STRIP DEL PALERMO POP FESTIVAL 70
Le fotografie pubblicate dal quotidiano "l'Ora" dell'arresto del cantante inglese Arthur Brown, nel corso di un'infuocata interpretazione della canzone "Fire": un evento rimasto nella memoria della manifestazione ospitata allo stadio della Favorita
Per decine di migliaia di sessantenni palermitani, il Festival Pop del 1970 rappresenta oggi un evento identitario della propria post-adolescenza.
Nel luglio di quell'anno, lo stadio della Favorita accolse per tre giorni una manifestazione rimasta nella memoria della città per la rilevanza internazionale dei suoi protagonisti ( con i nomi di Duke Ellington ed Aretha Franklin su tutti ) e per la partecipazione di altri comprimari capaci di memorabili esibizioni.
Quella del cantante inglese Arthur Brown, il pomeriggio del 17, fa parte ormai della storia stessa del Festival Pop.
Al culmine dell'interpretazione del brano "Fire" ( una sorta di inno lucreziano contro la cultura dei compromessi e delle convenzioni sociali, "sono il re del fuoco aureo, e ti porto fuoco per distruggere e fuoco per creare e io ti rivedrò bruciare..." ), Brown - che si era presentato con il viso coperto da una maschera-elmo di fuoco sulla testa ed un mantello rosso che gli scendeva sulle spalle - cominciò a spogliarsi, fino a togliersi per qualche istante gli slip.
Sembra che Brown - già noto per simili performance portate a termine in Europa e Stati Uniti - avesse concordato con gli organizzatori palermitani un'esibizione meno dirompente; di fatto, una decina di minuti dopo il suo spogliarello il vice questore Allotta ed alcuni poliziotti salirono sul palco, bloccandolo e portandolo via quasi a forza.
Mentre il cantante inglese veniva condotto da Boris Giuliano negli uffici della Squadra Mobile, gli spettatori del concerto cominciarono a reclamare il ritorno dell'artista sulla scena; e quando si capì che Brown era stato arrestato, iniziò un fitto lancio di oggetti sul palco ed una accesa contestazione ( al grido "Al Fatah, Al Fatah" ) all'indirizzo del cantante israeliano Igal Bashan.
A colmare la misura di quella convulsa serata, una cantante del gruppo degli inglesi "Arrival" venne aggredita da un gruppo di teppisti, sembra senza alcun intervento da parte delle forze dell'ordine.
Gli animi si calmarono solo qualche ora dopo, quando il pubblico si lasciò trascinare dalle esibizioni di Brian Auger e degli Exception.
Il clamoroso fuori programma del Festival ebbe grande risonanza a Palermo, e venne alimentato anche dal processo per direttissima dinanzi al pretore Mazzamuto che vide Arthur Brown - nel frattempo rinchiuso in isolamento, all'Ucciardone - accusato di atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minorenni.
L'udienza si svolse a porte rigorosamente chiuse, in considerazione delle attenzioni suscitate dal caso e dalla presenza, nei corridoi della III sezione penale della Pretura, di numerosi fan di Brown.
Assistito dagli avvocati Sergio Alessi e Salvatore Gallina Montana, l'artista inglese si difese negando di essersi denudato completamente e ammettendo di avere solo bevuto un po' troppo prima dell'esibizione.
Brown - che rischiava di essere condannato sino a tre anni di carcere - ammise "di fare il brutto perché è il mio personaggio"; aggiunse che la sua canzone doveva avere per il pubblico palermitano "il significato di una purificazione dell'anima, attraverso le fiamme".
Le spiegazioni convinsero il pretore Mazzamuto a concedere al cantante la libertà provvisoria, anche per evitare le lungaggini di un'istruttoria sommaria.
La decisione fu forse dettata anche dalla scelta di non sollevare ulteriori polemiche su un arresto criticato da molti organi di stampa ( fra questi, il quotidiano palermitano "l'Ora" - che pubblicò le fotografie dell'accaduto, ora riproposte da ReportageSicilia - e la trasmissione radiofonica della Rai "Per voi giovani" ).
A difesa dell'artista spuntarono poi anche alcuni cartelli esposti durante il Festival da un gruppetto di 5 spettatori, dal contenuto giudicato ingiurioso contro la polizia.
Fu così che il 16enne Luigi Virgillitto, il 17enne Antonio Borzì, il 19enne Pino Piggioli, il 18enne Ferdinando Indelicato e il 33enne Ezio Staffolani vennero denunciati con le accuse di vilipendio alla forza pubblica ed esposizione di disegni osceni.
Il servizio di ordine pubblico dentro e fuori la Favorita - nei giorni della violenta rivolta di Reggio Calabria - fu insomma asfissiante, almeno a leggere quanto scritto in quei giorni da Sergio Buonadonna su "l'Ora":
"E' qui il punto dolente di tutto il Festival Pop.
Un successo di pubblico, un successo di notevoli proporzioni dal punto di vista artistico, ma un neo grosso così.
Polizia e carabinieri in numero incalcolabile, tanti erano gli agenti in borghese, travestiti in ogni tipo di foggia, perfino da 'hippies' coi pantaloni sfrangiati, da capelloni, o le agenti di polizia femminile con abiti ultima moda.
Ciononostante i ragazzi - i meravigliosi ragazzi di questo Pop, che hanno dimostrato di possedere una buona dose di civilità e di non meritare un così ingombante controllo - li hanno riconosciuti tutti, emarginati.
E questo forse ha innervosito quanti cercavano ciò che non c'era o che non hanno saputo trovare: la droga, per esempio, o la contestazione politica..."
Dopo quattro giorni di soggiorno forzato a Palermo, Arthur Brown ebbe infine la possibilità di salire su un aereo in partenza da punta Raisi e di tornare nella quiete della sua casa inglese, nello Yorkshire.
Stranamente, l'artista che con la sua movimentata performance scrisse uno dei capitoli più coloriti del Festival Pop 1970 rinunciò ad incontrare la stampa: una scelta forse consigliatagli da chi ebbe l'interesse a mettere fine alle critiche rivolte alla Questura di Palermo.
Per decine di migliaia di sessantenni palermitani, il Festival Pop del 1970 rappresenta oggi un evento identitario della propria post-adolescenza.
Nel luglio di quell'anno, lo stadio della Favorita accolse per tre giorni una manifestazione rimasta nella memoria della città per la rilevanza internazionale dei suoi protagonisti ( con i nomi di Duke Ellington ed Aretha Franklin su tutti ) e per la partecipazione di altri comprimari capaci di memorabili esibizioni.
Quella del cantante inglese Arthur Brown, il pomeriggio del 17, fa parte ormai della storia stessa del Festival Pop.
| Brown in un momento topico di "Fire". Qualche minuto dopo, sarebbe iniziata una vicenda giudiziaria che ha segnato la storia del Festival Pop della Favorita |
Al culmine dell'interpretazione del brano "Fire" ( una sorta di inno lucreziano contro la cultura dei compromessi e delle convenzioni sociali, "sono il re del fuoco aureo, e ti porto fuoco per distruggere e fuoco per creare e io ti rivedrò bruciare..." ), Brown - che si era presentato con il viso coperto da una maschera-elmo di fuoco sulla testa ed un mantello rosso che gli scendeva sulle spalle - cominciò a spogliarsi, fino a togliersi per qualche istante gli slip.
Sembra che Brown - già noto per simili performance portate a termine in Europa e Stati Uniti - avesse concordato con gli organizzatori palermitani un'esibizione meno dirompente; di fatto, una decina di minuti dopo il suo spogliarello il vice questore Allotta ed alcuni poliziotti salirono sul palco, bloccandolo e portandolo via quasi a forza.
Mentre il cantante inglese veniva condotto da Boris Giuliano negli uffici della Squadra Mobile, gli spettatori del concerto cominciarono a reclamare il ritorno dell'artista sulla scena; e quando si capì che Brown era stato arrestato, iniziò un fitto lancio di oggetti sul palco ed una accesa contestazione ( al grido "Al Fatah, Al Fatah" ) all'indirizzo del cantante israeliano Igal Bashan.
| Arthur Brown sale sull'auto della polizia che lo condurrà dalla Favorita in Questura. A bordo della vettura si riconosce Boris Giuliano, il dirigente della Squadra Mobile ucciso dalla mafia nel 1979 |
A colmare la misura di quella convulsa serata, una cantante del gruppo degli inglesi "Arrival" venne aggredita da un gruppo di teppisti, sembra senza alcun intervento da parte delle forze dell'ordine.
Gli animi si calmarono solo qualche ora dopo, quando il pubblico si lasciò trascinare dalle esibizioni di Brian Auger e degli Exception.
Il clamoroso fuori programma del Festival ebbe grande risonanza a Palermo, e venne alimentato anche dal processo per direttissima dinanzi al pretore Mazzamuto che vide Arthur Brown - nel frattempo rinchiuso in isolamento, all'Ucciardone - accusato di atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minorenni.
L'udienza si svolse a porte rigorosamente chiuse, in considerazione delle attenzioni suscitate dal caso e dalla presenza, nei corridoi della III sezione penale della Pretura, di numerosi fan di Brown.
| Il cantante inglese in manette in attesa del rito direttissimo e sotto la scorta di un carabiniere |
Assistito dagli avvocati Sergio Alessi e Salvatore Gallina Montana, l'artista inglese si difese negando di essersi denudato completamente e ammettendo di avere solo bevuto un po' troppo prima dell'esibizione.
Brown - che rischiava di essere condannato sino a tre anni di carcere - ammise "di fare il brutto perché è il mio personaggio"; aggiunse che la sua canzone doveva avere per il pubblico palermitano "il significato di una purificazione dell'anima, attraverso le fiamme".
Le spiegazioni convinsero il pretore Mazzamuto a concedere al cantante la libertà provvisoria, anche per evitare le lungaggini di un'istruttoria sommaria.
La decisione fu forse dettata anche dalla scelta di non sollevare ulteriori polemiche su un arresto criticato da molti organi di stampa ( fra questi, il quotidiano palermitano "l'Ora" - che pubblicò le fotografie dell'accaduto, ora riproposte da ReportageSicilia - e la trasmissione radiofonica della Rai "Per voi giovani" ).
| Brown scherza con il fotografo de "l'Ora". All'artista inglese verrà concessa la libertà provvisoria dopo avere rischiato una condanna sino a tre anni di carcere |
A difesa dell'artista spuntarono poi anche alcuni cartelli esposti durante il Festival da un gruppetto di 5 spettatori, dal contenuto giudicato ingiurioso contro la polizia.
Fu così che il 16enne Luigi Virgillitto, il 17enne Antonio Borzì, il 19enne Pino Piggioli, il 18enne Ferdinando Indelicato e il 33enne Ezio Staffolani vennero denunciati con le accuse di vilipendio alla forza pubblica ed esposizione di disegni osceni.
Il servizio di ordine pubblico dentro e fuori la Favorita - nei giorni della violenta rivolta di Reggio Calabria - fu insomma asfissiante, almeno a leggere quanto scritto in quei giorni da Sergio Buonadonna su "l'Ora":
"E' qui il punto dolente di tutto il Festival Pop.
Un successo di pubblico, un successo di notevoli proporzioni dal punto di vista artistico, ma un neo grosso così.
Polizia e carabinieri in numero incalcolabile, tanti erano gli agenti in borghese, travestiti in ogni tipo di foggia, perfino da 'hippies' coi pantaloni sfrangiati, da capelloni, o le agenti di polizia femminile con abiti ultima moda.
| Questa immagine sfocata mostra Arthur Brown all'aeroporto di punta Raisi poco prima del suo ritorno in Inghilterra, dopo quattro giorni palermitani di soggiorno giudiziario |
Ciononostante i ragazzi - i meravigliosi ragazzi di questo Pop, che hanno dimostrato di possedere una buona dose di civilità e di non meritare un così ingombante controllo - li hanno riconosciuti tutti, emarginati.
E questo forse ha innervosito quanti cercavano ciò che non c'era o che non hanno saputo trovare: la droga, per esempio, o la contestazione politica..."
Dopo quattro giorni di soggiorno forzato a Palermo, Arthur Brown ebbe infine la possibilità di salire su un aereo in partenza da punta Raisi e di tornare nella quiete della sua casa inglese, nello Yorkshire.
Stranamente, l'artista che con la sua movimentata performance scrisse uno dei capitoli più coloriti del Festival Pop 1970 rinunciò ad incontrare la stampa: una scelta forse consigliatagli da chi ebbe l'interesse a mettere fine alle critiche rivolte alla Questura di Palermo.
| Un'immagine del pubblico del Festival Pop 1970 |
mercoledì 15 giugno 2016
UNA GITA IN ASINO AL CASTELLO DI USTICA
Ancor oggi asini e muli fanno parte del panorama rurale dei mezzi di trasporto in Sicilia, e specie in alcune delle sue isole minori.
Una di queste è Ustica, dove tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta un ignoto fotografo fissò l'immagine ora riproposta da ReportageSicilia.
Lo scatto - intitolato "Gita al castello di Ustica" - illustrò un articolo di Franco Tomasino pubblicato nel giugno del 1961 dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato regionale al Turismo e Spettacolo.
All'epoca, l'isola al largo della costa palermitana mostrava un centro abitato "affastellato di casette scabre che hanno spesso una sola porta e una sola finestra"; gli sbarchi dei visitatori dalla motonave avvenivano grazie all'utilizzo delle barche a remi.
L'unica possibilità di compiere un'escursione erano appunto affidata al noleggio degli asini.
Scriveva a questo proposito Tomasino:
"Entriamo ad Ustica, ci vengono incontro asinelli dalla lunga coda, dall'aria estremamente riposata.
Si direbbe che anziché lavorare loro, facciano lavorare quei bambini dall'aria furbissima che li tengono agilmente per la cavezza, offrendoli ai visitatori per l'entrata in paese.
E sono pochi a rifiutarsi l'occasione di un passaggio tanto pittoresco quanto funzionale: perché Ustica paesisticamente vive in mezzo alla roccia scabra sulla quale l'uomo ha lavorato di piccone facendo sorgere le sue abitazioni.
Stradette anguste in salita spesso scoscesa; l'asinello è quello che ci vuole"
lunedì 13 giugno 2016
UN RITRATTO PRIVATO DI ELIO VITTORINI
Gli affanni e le incertezze della scrittura e della lettura, la fobia per la tecnologia, la passione per il jazz, la rottura con il comunismo e la delusione dopo un incontro con Saroyan: una cronaca milanese del giornalista Manlio Cancogni datata 1951
L'Università di Palermo ha ricordato qualche giorno fa il cinquantesimo anniversario della morte di Elio Vittorini.
La giornata di studi - con vari interventi di docenti provenienti da Catania, Milano e Torino - è stata in questi mesi una delle poche occasioni per ricordare l'opera dello scrittore nato a Siracusa e vissuto in larga parte a Milano.
Già all'età di 20 anni, Vittorini - figlio di Sebastiano Vittorini, ferroviere girovago in piccole stazioni dell'isola con la passione per Eschilo e per la tragedia greca - lasciò la Sicilia, trovando lavoro come correttore di bozze a "La Nazione" di Firenze.
Fu allora che il giovane siracusano iniziò a costruire la sua vita da scrittore, saggista, traduttore dall'inglese, antologista ed ideatore e curatore di collane editoriali e riviste.
Elio Vittorini tuttavia non perse i contatti con la sua terra ( sposò anche Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore, dopo una tradizionale "fuitina" tra le pietre del teatro di Siracusa e Lentini ); vi tornò spesso, serbandone il ricordo dell'infanzia trascorsa "tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne".
Alla sua morte, nel febbraio del 1966 a Milano, il critico letterario ed amico Carlo Bo così ricordò il legame profondo di Vittorini con l'isola:
"Era un siciliano, partito dalla Sicilia carico di fuoco e fantasia; un patrimonio che non ha mai inteso barattare"
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia colgono Vittorini in alcuni momenti di vita privata, all'interno del suo appartamento milanese al civico 42 di via Canova.
Le immagini accompagnarono un articolo scritto dal giornalista e scrittore Manlio Concogni e pubblicato il 28 ottobre del 1951 dal settimanale "L'Europeo".
All'epoca, Vittorini aveva 43 anni ed era impegnato nella sofferta stesura del romanzo "Le donne di Messina", cui avrebbe lavorato per 17 anni.
"Sul tavolo levigato della piccola stanza di via Canova arredata con un divano a giorno, una poltrona foderata di stoffa e due bassi scaffali, si ammassano fogli, libri, cartelle, taccuini, buste, pacchetti, e sul carrello della macchina da scrivere c'è sempre un foglio cominciato.
Il primo pensiero di Vittorini, quando alle nove di mattina apre gli occhi, va a quella confusione che simboleggia l'andamento del suo lavoro.
C'è la lettera dell'editore Einaudi che sta sollecitando una risposta riguardo al manoscritto di un giovane scrittore; c'è l'appello del traduttore americano che aspetta la nuova stesura delle 'Donne di Messina'; c'è il piano di un romanzo incominciato di cui però ha perso la vena; c'è un'infinità di progetti, appunti, note, che aspettano di essere sviluppati; ci sono infine, segnati su pezzetti di carta sparsi un po' dovunque, gli indirizzi delle persone alle quali deve scrivere e che gli martellano il cervello come rimproveri.
All'ora del risveglio il bisogno di ordine è così intenso che Vittorini non può indugiare a letto nemmeno un minuto in più.
Beve appena una tazzina di caffè e si precipita nello studio.
La vista del tavolo lo scoraggia.
Per calmarsi i nervi è necessario fumare una sigaretta.
Poi Vittorini siede e per qualche minuto i suoi occhi indugiano sulla parete di fronte, sul grande manifesto che egli ha trovato in un teatro di burattini a Caltagirone e che rappresenta alcuni guerrieri medievali aggrovigliati in una battaglia senza principio né fine.
A quarantatré anni Vittorini è ancora in lotta con l'esistenza quotidiana come un giovane di ventuno.
Non ha preso confidenza nemmeno col telefono.
Ogni volta che gli si avvicina per formare un numero si sente in imbarazzo, guarda l'apparecchio con sospetto, e il più delle volte ci rinuncia.
Anche l'automobile, come tutto ciò che è meccanico, gli mette paura.
Il mondo, tranne che nei momenti in cui il cuore gli batte più forte sotto lo stimolo di una commozione poetica, è un nemico con quale non ha ancora saputo trovare un accordo.
il bisogno di ordine è forte, ma quando Vittorini comincia a lavorare, si accorge di avere dimenticato le sigarette e allora è costretto a scendere in fretta le scale ( preferisce non usare l'ascensore ) per andarle a comprare.
Come prima regola indispensabile, Vittorini s'è imposto di dedicare il mattino alla nuova stesura delle 'Donne di Messina' e il pomeriggio il lavoro editoriale.
Ma riscrivere una cosa già fatta è per lui una pena.
A lui piace scrivere soltanto quando sente dentro di sé un mondo nuovo non ancora esplorato come al tempo di 'Conversazione in Sicilia'; lavorare su ciò i cui limiti sono già conosciuti e definiti gli dà un senso di paralisi.
Vittorini ha fretta di liberarsi dal lavoro presente.
Sotto gli occhi gli balza di continuo il colore azzurro di una cartella sulla quale ha tracciato dei nomi e dei ghirighori che sono il principio di un nuovo romanzo e vorrebbe essere al giorno in cui, sollevato dal vecchio impegno, potrà abbandonarsi al piacere di scrivere nuove cose.
Così, in certi giorni, ritorna al manoscritto delle 'Donne di Messina' anche nel pomeriggio per finirlo prima, con la conseguenza che il lavoro editoriale rimandato, si accumula e viene un giorno in cui, ormai in ritardo di un mese, Vittorini deve abbandonare lo scrivere per rispondere a tutte le lettere, per esaminare i manoscritti che aspettano un suo giudizio, per leggere i libri inglesi e americani di cui c'è da consigliare la traduzione.
'A 45 anni', pensa Vittorini continuando a scrivere, 'diventerò padrone del mio tempo'.
A un tratto però si alza dal tavolo, si mette a frugare tra i libri e ne cava fuori un disco.
Poi prende il grammofono, ma non sa dove posarlo.
Allora lo mette sul pavimento, lo carica, e standogli accanto in ginocchio ascolta un 'hot' o un 'bleu' di cui gli è venuto in mente il motivo.
Questa è la sua maniera di distrarsi.
Anche per il divertimento non ha regola.
Va al cinema quando gli capita e non frequenta nè i caffè, nè le trattorie, nè le redazioni dove s'incontrano i letterati e gli artisti milanesi.
Specialmente in questi ultimi anni, da quando ha rotto ogni rapporto con il partito comunista, s'è isolato e ha cominciato a uscire di rado.
Carlo Bo, Giansiro Ferrata, Alfonso Gatto, Vittorio Sereni, Enrico Emanuelli, vanno ogni tanto a trovarlo a casa.
Ferrata e Gatto erano come lui comunisti, e come lui si sono allontanati dal partito.
Li conosce ormai da venti anni, sono suoi coetanei; eppure gli pare aver poco in comune anche con loro.
Vittorini ruppe definitivamente con il partito comunista quando lesse le direttive culturali di Zdanov che furono approvate dai dirigenti italiani.
Allora si convinse che il comunismo, nelle intenzioni dei suoi capi, era una cosa ben definita, rigida, e che non tollerava nuove scoperte.
Leggendo quei dogmi, Vittorini rivide la folla anonima delle strade di Varsavia e di Praga dove era andato nel 1946 e nel 1947.
In quelle occasioni le due città gli parvero incredibilmente lontane dal mondo occidentale a cui la sua fantasia era legata.
I motivi che spingono Vittorini ad agire sono sempre lirici, quindi privati, e spesso incomunicabili.
Quando sta con Ferrata e Gatto anzichè di politica preferisce parlare di calcio.
Anche l'amicizia come ogni realtà pratica, rappresenta per Vittorini uno scoglio.
Credeva di essere molto amico di Saroyan, lo scrittore americano di cui aveva tradotto per primo i racconti.
Gli scriveva spesso e guardando il suo ritratto credva anche di riscontrarci una somiglianza.
Un giorno Saroyan arrivò a Milano per conoscerlo.
Avendo sbagliato indirizzo l'americano faticò molto prima di arrivare al campanello del quarto piano del numero 42 di via Canova.
Vittorini gli andò ad aprire di persona.
Saroyan aveva il respiro grosso; Vittorini era imbarazzato.
Si strinsero la mano e rimasero muti.
Nessuno dei due sapeva parlare la lingua dell'altro.
Anziché alle persone prese individualmente, Vittorini preferisce pensare ai paesi, alle comunità.
Da ragazzo, e poi da giovane, sognava l'America.
Quel mondo si identificava per lui con la vita; era sempre in movimento, pieno di sorprese, di rischi.
Quando viaggia, Vittorini monta su un vagone di terza classe e per tutto il tempo sta affacciato al finestrino.
Vicino al finestrino, a diciotto anni fece il suo primo viaggio da Siracusa in Alta Italia, credendo di andare verso la felicità, l'ordine, la libertà e la giustizia che non ha ancora trovato"
Alla sua morte, nel febbraio del 1966 a Milano, il critico letterario ed amico Carlo Bo così ricordò il legame profondo di Vittorini con l'isola:
"Era un siciliano, partito dalla Sicilia carico di fuoco e fantasia; un patrimonio che non ha mai inteso barattare"
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia colgono Vittorini in alcuni momenti di vita privata, all'interno del suo appartamento milanese al civico 42 di via Canova.
Le immagini accompagnarono un articolo scritto dal giornalista e scrittore Manlio Concogni e pubblicato il 28 ottobre del 1951 dal settimanale "L'Europeo".
All'epoca, Vittorini aveva 43 anni ed era impegnato nella sofferta stesura del romanzo "Le donne di Messina", cui avrebbe lavorato per 17 anni.
Il reportage di Concogni - intitolato "Vittorini cerca la felicità sull'Atlante" - è interessante perché presenta alcuni aspetti della personalità di un narratore in lotta con le incombenze dell'esistenza quotidiana e con le contraddizioni degli uomini e della storia.
La vita dello scrittore siracusano appare inquieta ed in perenne ricerca di un ordine, di un percorso liberato dalle incertezze e dalle scadenze della scrittura e della lettura.
Si scopre così un Vittorini milanese racchiuso nel suo appartamento di via Canova stipato di carte e libri in continua e ripensata elaborazione; alla fobia per la tecnologia - l'uso del telefono, dell'automobile, dell'ascensore - si contrappongono la passione per il jazz e la presenza di oggetti che rimandano al ricordo della Sicilia.
L'articolo di Concogni - un'osservazione dei comportamenti e degli stati d'animo di Vittorini - svela l'epilogo di un incontro fra lo scrittore e William Saroyan e analizza infine i motivi della rottura dei suoi rapporti con il partito comunista:
La vita dello scrittore siracusano appare inquieta ed in perenne ricerca di un ordine, di un percorso liberato dalle incertezze e dalle scadenze della scrittura e della lettura.
Si scopre così un Vittorini milanese racchiuso nel suo appartamento di via Canova stipato di carte e libri in continua e ripensata elaborazione; alla fobia per la tecnologia - l'uso del telefono, dell'automobile, dell'ascensore - si contrappongono la passione per il jazz e la presenza di oggetti che rimandano al ricordo della Sicilia.
L'articolo di Concogni - un'osservazione dei comportamenti e degli stati d'animo di Vittorini - svela l'epilogo di un incontro fra lo scrittore e William Saroyan e analizza infine i motivi della rottura dei suoi rapporti con il partito comunista:
Il primo pensiero di Vittorini, quando alle nove di mattina apre gli occhi, va a quella confusione che simboleggia l'andamento del suo lavoro.
C'è la lettera dell'editore Einaudi che sta sollecitando una risposta riguardo al manoscritto di un giovane scrittore; c'è l'appello del traduttore americano che aspetta la nuova stesura delle 'Donne di Messina'; c'è il piano di un romanzo incominciato di cui però ha perso la vena; c'è un'infinità di progetti, appunti, note, che aspettano di essere sviluppati; ci sono infine, segnati su pezzetti di carta sparsi un po' dovunque, gli indirizzi delle persone alle quali deve scrivere e che gli martellano il cervello come rimproveri.
All'ora del risveglio il bisogno di ordine è così intenso che Vittorini non può indugiare a letto nemmeno un minuto in più.
Beve appena una tazzina di caffè e si precipita nello studio.
La vista del tavolo lo scoraggia.
Per calmarsi i nervi è necessario fumare una sigaretta.
Poi Vittorini siede e per qualche minuto i suoi occhi indugiano sulla parete di fronte, sul grande manifesto che egli ha trovato in un teatro di burattini a Caltagirone e che rappresenta alcuni guerrieri medievali aggrovigliati in una battaglia senza principio né fine.
A quarantatré anni Vittorini è ancora in lotta con l'esistenza quotidiana come un giovane di ventuno.
Non ha preso confidenza nemmeno col telefono.
Ogni volta che gli si avvicina per formare un numero si sente in imbarazzo, guarda l'apparecchio con sospetto, e il più delle volte ci rinuncia.
Anche l'automobile, come tutto ciò che è meccanico, gli mette paura.
Il mondo, tranne che nei momenti in cui il cuore gli batte più forte sotto lo stimolo di una commozione poetica, è un nemico con quale non ha ancora saputo trovare un accordo.
il bisogno di ordine è forte, ma quando Vittorini comincia a lavorare, si accorge di avere dimenticato le sigarette e allora è costretto a scendere in fretta le scale ( preferisce non usare l'ascensore ) per andarle a comprare.
Come prima regola indispensabile, Vittorini s'è imposto di dedicare il mattino alla nuova stesura delle 'Donne di Messina' e il pomeriggio il lavoro editoriale.
Ma riscrivere una cosa già fatta è per lui una pena.
A lui piace scrivere soltanto quando sente dentro di sé un mondo nuovo non ancora esplorato come al tempo di 'Conversazione in Sicilia'; lavorare su ciò i cui limiti sono già conosciuti e definiti gli dà un senso di paralisi.
Vittorini ha fretta di liberarsi dal lavoro presente.
Sotto gli occhi gli balza di continuo il colore azzurro di una cartella sulla quale ha tracciato dei nomi e dei ghirighori che sono il principio di un nuovo romanzo e vorrebbe essere al giorno in cui, sollevato dal vecchio impegno, potrà abbandonarsi al piacere di scrivere nuove cose.
Così, in certi giorni, ritorna al manoscritto delle 'Donne di Messina' anche nel pomeriggio per finirlo prima, con la conseguenza che il lavoro editoriale rimandato, si accumula e viene un giorno in cui, ormai in ritardo di un mese, Vittorini deve abbandonare lo scrivere per rispondere a tutte le lettere, per esaminare i manoscritti che aspettano un suo giudizio, per leggere i libri inglesi e americani di cui c'è da consigliare la traduzione.
'A 45 anni', pensa Vittorini continuando a scrivere, 'diventerò padrone del mio tempo'.
A un tratto però si alza dal tavolo, si mette a frugare tra i libri e ne cava fuori un disco.
Poi prende il grammofono, ma non sa dove posarlo.
Allora lo mette sul pavimento, lo carica, e standogli accanto in ginocchio ascolta un 'hot' o un 'bleu' di cui gli è venuto in mente il motivo.
Questa è la sua maniera di distrarsi.
Anche per il divertimento non ha regola.
Va al cinema quando gli capita e non frequenta nè i caffè, nè le trattorie, nè le redazioni dove s'incontrano i letterati e gli artisti milanesi.
Specialmente in questi ultimi anni, da quando ha rotto ogni rapporto con il partito comunista, s'è isolato e ha cominciato a uscire di rado.
Carlo Bo, Giansiro Ferrata, Alfonso Gatto, Vittorio Sereni, Enrico Emanuelli, vanno ogni tanto a trovarlo a casa.
Ferrata e Gatto erano come lui comunisti, e come lui si sono allontanati dal partito.
Li conosce ormai da venti anni, sono suoi coetanei; eppure gli pare aver poco in comune anche con loro.
Vittorini ruppe definitivamente con il partito comunista quando lesse le direttive culturali di Zdanov che furono approvate dai dirigenti italiani.
Allora si convinse che il comunismo, nelle intenzioni dei suoi capi, era una cosa ben definita, rigida, e che non tollerava nuove scoperte.
Leggendo quei dogmi, Vittorini rivide la folla anonima delle strade di Varsavia e di Praga dove era andato nel 1946 e nel 1947.
In quelle occasioni le due città gli parvero incredibilmente lontane dal mondo occidentale a cui la sua fantasia era legata.
I motivi che spingono Vittorini ad agire sono sempre lirici, quindi privati, e spesso incomunicabili.
Quando sta con Ferrata e Gatto anzichè di politica preferisce parlare di calcio.
Anche l'amicizia come ogni realtà pratica, rappresenta per Vittorini uno scoglio.
Credeva di essere molto amico di Saroyan, lo scrittore americano di cui aveva tradotto per primo i racconti.
Gli scriveva spesso e guardando il suo ritratto credva anche di riscontrarci una somiglianza.
Un giorno Saroyan arrivò a Milano per conoscerlo.
Avendo sbagliato indirizzo l'americano faticò molto prima di arrivare al campanello del quarto piano del numero 42 di via Canova.
Vittorini gli andò ad aprire di persona.
Saroyan aveva il respiro grosso; Vittorini era imbarazzato.
Si strinsero la mano e rimasero muti.
Nessuno dei due sapeva parlare la lingua dell'altro.
Anziché alle persone prese individualmente, Vittorini preferisce pensare ai paesi, alle comunità.
Da ragazzo, e poi da giovane, sognava l'America.
Quel mondo si identificava per lui con la vita; era sempre in movimento, pieno di sorprese, di rischi.
Quando viaggia, Vittorini monta su un vagone di terza classe e per tutto il tempo sta affacciato al finestrino.
Vicino al finestrino, a diciotto anni fece il suo primo viaggio da Siracusa in Alta Italia, credendo di andare verso la felicità, l'ordine, la libertà e la giustizia che non ha ancora trovato"
Iscriviti a:
Post (Atom)
