| Il porto di Lipari. Fotografia di Patrice Molinard tratta dall'opera "La Sicile" edita a Parigi da del Duca negli anni Cinquanta |
"Autore di una ventina di romanzi gialli pubblicati da Mondadori, di racconti, radiodrammi e opere teatrali, tra i primi pittori astrattisti in Italia, Ezio d'Errico lavorò anche come grafico nell'ambito pubblicitario: eppure pronunciare il suo nome, a distanza di poco più di trent'anni dalla morte, lascia quasi tutti indifferenti..."
Così nel saggio "I soliti ignoti" pubblicato nel 2005 da Dario Flaccovio Editore, il critico letterario e saggista Salvatore Ferlita ha riassunto la complessa e dimenticata opera di Ezio d'Errico.
Nato nel 1892 ad Agrigento e morto a Roma nel 1972, d'Errico ha lasciato tracce della sua vasta produzione anche in alcuni scritti pubblicati negli anni Cinquanta dello scorso secolo dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato regionale al Turismo.
In uno di questi - intitolato "La grotta delle Conchiglie" e dato alle stampe nel settembre del 1955 - d'Errico narrò un episodio della sua adolescenza ambientato nelle Eolie: in quel periodo, spiegò, "abitavo a Lipari per la ragione molto semplice che mio padre, capitano di fanteria, vi era stato mandato in distaccamento con i suoi soldati...":
"La grotta delle conchiglie me la fece scoprire Turiddu, un monello di qualche anno più anziano, capo riconosciuto di una banda alla quale ero riuscito ad aggregarmi eludendo la vigilanza materna e vincendo la diffidenza dei ragazzi indigeni verso "u figghiu d'un capitanu". Ci si arrivava sguazzando fra certi scogli taglienti che parevano di pasta vetrosa.
| Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia© |
Il fondo marino era arlecchinato di verde giada, di giallo zolfo, di viola cupo. Nella grotta si camminava su una rena bianca che scintillava come la pomice, sulla quale fuggivan saltellando le pulci di mare e arrancavano certi granchiolini color rame brunito sulla schiena e rosa corallo sotto la pancia. Per trovare le conchiglie bisognava scavare nella sabbia o frugare negli anfratti sotto cumuli di alghe secche.
La gara era a chi riusciva a scovare la conchiglia "nuova", ossia di forma e colore mai visti, ed erano strilli di trionfo, discussioni e litigi ad ogni scoperta che sembrasse d'eccezione. Eccitavano la nostra curiosità le conchiglie che richiamavano l'idea di un oggetto o di un animale. Questa sembrava una minuscola trottola, quella un guscio d'uovo, quell'altra ancora un topino bianco con due occhi marroni.
Un giorno Turiddu fece ridere tutta la ragazzaglia con una parola che io, ignaro del dialetto locale, non capii, pur intuendo che doveva trattarsi di qualche cosa di proibito e di peccaminoso. La conchiglia che aveva provocato l'incomprensibile definizione, passò di mano in mano, sotto sguardi ironici e vagamente concupiscenti. Io che non avevo idee precise in proposito, mi sentivo imbarazzato e un pò umiliato.
La spiegazione l'ebbi molti anni dopo, nientemeno che da una poesia di Paul Verlaine. "Les coquillages". Ricordate l'ultimo verso?
"Mais un, entre autres, me troubla"
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