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mercoledì 26 gennaio 2011

LE SPERANZE DEL MERCATO DEL CAPO

Due scorci del Capo, uno dei mercati popolari di origine araba a Palermo: i caratteristici teloni colorati che coprono le botteghe ed i banchi dei venditori di generi alimentari freschi - carne, pesce e verdura, soprattutto - ed uno dei molti scorci di arte - il mosaico liberty del panificio Morello - ancora visibili tra l'architettura fatiscente del quartiere 
"Fra i vecchi quartieri palermitani, quello occidentale del Capo è stato in ogni tempo il più depresso, costantemente disertato dalle grandi costruzioni civili e religiose. Formatosi in età araba, fu ricetto di mercanti di schiavi, di marioli di ogni risma, di plebe minuta; nè diverso è oggi il paesaggio umano della povera gente che vive di espedienti, al margine della legge e della civilità".
Agli inizi degli anni Sessanta dello scorso secolo, quando il centro storico di Palermo visse il periodo di più oscuro abbandono - e cioè negli anni del furioso 'sacco edilizio' politico-mafioso delle aree urbane lontane dal centro storico - il critico d'arte palermitano Giuseppe Bellafiore così descriveva il degrado del Capo, uno dei vecchi mercati di origine araba in città.
In quel periodo, il mercato popolare per eccellenza a Palermo era ancora quello della Vucciria; lo animavano decine e decine di venditori ambulanti che sarebbero stati il soggetto, nel corso del 1974, della più nota opera pittorica di Renato Guttuso.  
Oggi, la Vucciria ha perso quasi completamente l'aspetto vivido e vociante delle sue botteghe, insieme affascinante e repulsivo; ed è il mercato del Capo, da 11 secoli incassato nella bassura urbana stretta fra il Palazzo di Giustizia, la piana del Papireto e la via Maqueda, ad eternare nell'era degli ipermercati e dei centri commerciali l'acquisto 'faccia a faccia' con il pescivendolo, il carnezziere, il droghiere od il fruttivendolo.



Venditori del mercato palermitano del Capo, da 11 secoli luogo di vendita di prodotti alimentari.
Dopo il declino della più nota Vucciria, oggi il quartiere - malgrado l'evidente stato di secolare degrado edilizio - offre una varietà di mercanzia che attira migliaia di clienti, sia del quartiere che da altre zone della città 
La ricchezza dei suoi generi alimentari veniva così spiegata già nel 1615 da Vincenzo Di Giovanni, che nell'opera 'Palermo restaurato' descriveva il Capo come una "buona piazza ed abbondante di ogni sorta di frutti, per essere più propinqua ai giardini, e di pesci per essere nella strada di Carini e di Castellammare" ( Rosario La Duca, 'La città passeggiata', L'Epos, volume III, 2003 ). 


Ancora immagini di quotidiano mercato al Capo: i venditori in gran parte ereditano una tradizionale attività di famiglia. Una visita al Capo è un un modo perfetto per intuire le contraddizioni in cui vive Palermo, città eternamente sospesa fra vitalità ed immobilismo, qui rappresentati dai colori e dalle voci dei banchi di vendita e - nelle foto postate sotto - dal degrado strutturale del quartiere 
Rispetto al degrado descritto 50 anni fa da Bellafiore, nella Palermo del 2011 poco o nulla è cambiato al Capo: neppure quella evidente pratica dell'espediente - insieme a verdure e pesci, vengono offerti cd contraffatti, oggetti frutto di ricettazione e dosi di hashish o cocaina -  che rimane l'ineludibile prospettiva di chi continua ad abitare nello sfascio edilizio delle vie del quartiere.




Immergersi tra le viuzze del Capo, lasciarsi quasi guidare dalla corrente umana dei suoi abitanti o dei palermitani che ancora vi acquistano i generi alimentari, è un'esperienza che, superata la prima barriera del folclore ( compreso quello sul rischio degli scippi ), conduce direttamente al cuore dell'essenza palermitana: una città che è l'immagine della speranza ed insieme è   la  sua negazione, prigioniera  di una antica abitudine a sopravvivere al degrado.  
Tutte le foto postate sono realizzate da REPORTAGE SICILIA

giovedì 13 gennaio 2011

QUANDO GELA SCOPRI' IL PETROLIO


"A Gela si vende e si compra di più, c'è maggiore circolazione di denaro, la macchina del progresso ha incominciato a mettersi in moto; per le strade si vedono numerosi moto-scooters con nastri e fiocchi e specchietti e selle in falso leopardo o in falsa zebra.
E nei bar ci sono i juke-box, e nei chioschi si vendono più giornali e più settimanali, ed i tabacchini hanno visto aumentare le richieste di sigarette che non fossero le solite alfa o nazionali semplici. E se i cinema sono sempre due, fanno però spettacoli tutte le sere, e non a sere alternate come accadeva qualche anno fa. Quando ciò accade in un'area depressa, un altro fenomeno viene a galla in modo netto: le contraddizioni non vengono più oscurate e celate, ma stridono.
Così, di Gela 1962 si possono dare due immagini: una ottimistica e una pessimistica. Pessimistica, se ci si limita a constatare lo stato di estrema indigenza nella quale vive tuttora la maggior parte della popolazione, e la mancanza di fognature, di servizi igienici, di lavoro, la povertà della campagna, la carenza di aule scolastiche e di insegnanti, e la gran quantità di cose che resta ancora da fare.
Ottimistica, se si nota l'aumento dei consumi, se si guarda al futuro, agli sviluppi che l'impresa dell'ENI ha provocato e provocherà, alla costruzione del nuovo ospedale, alle case ed ai quartieri che sorgono alla periferia del vecchio centro urbano.
Gela è un paese aperto a tutte le possibilità, dove progresso e arretratezza si confondono ancora, e dove è certamente esploso il primo stadio - quello febbrile, per intenderci - della rivoluzione industriale e dove questa rivoluzione ha causato alcuni dei suoi effetti, ma sviluppandoli e accrescendoli in mezzo al caos ed al disordine e nella mancanza di una legislazione adeguata"  

Una veduta aerea di Gela, negli anni in cui l'attività di estrazione del petrolio cambiò il volto sociale ed economico della cittadina nissena. REPORTAGE SICILIA ripropone in questo post un reportage pubblicato nel maggio del 1962 dal mensile del Touring Club d'Italia 'Le Vie d'Italia', a firma di Giuseppe Tarozzi



Uno scatto del petrolchimico gelese senza indicazione di data del fotografo ragusano Giuseppe Leone,
tratto dal catalogo della mostra 'Scritture di Paesaggio', Alloro Editore, Palermo, 1998 

Il reportage riproposto da REPORTAGE SICILIA è ancora una volta tratto dal mensile del Touring Club d'Italia 'Le Vie d'Italia'; porta la data del maggio 1962, vale a dire nel periodo di massimo sviluppo delle attività di esplorazione petrolifera e lavorazione del greggio nello stabilimento dell'ENI, oggi più noto come petrolchimico.
Nel 1956, le sonde dell'Agip Mineraria avevano scoperto a 3230 metri di profondità, nella Piana del Signore, un giacimento petrolifero: i pozzi crebbero rapidamente, soprattutto fra il vallone Miroglio, il fiume Gela ed il mare, sino a superare i trenta nelle settimane in cui 'Le Vie d'Italia' realizzava il reportage. In quel periodo, gli occupati nel comparto petrolifero erano circa 4.000; l'aspetto stesso di Gela era stato modificato: la realizzazione del petrolchimico aveva richiesto un investimento da 130 miliardi di lire e la necessità di spianare 500 ettari di terra sabbiosa,dove far scorrere strade, canali di cemento ed impianti di produzione.
Nell'area industriale - poco distante dai 'terragni', le case umide e senza servizi igienici, abitate dai più poveri - quattro settori trasformavano il greggio in benzina, gasolio e bitume; qui venivano prodotti anche prodotti azotati ed etilenici, solfato ammonico, urea e coke.
Le previsioni indicarono la possibilità di ricavare petrolio da circa 200 pozzi, ma le potenzialità del giacimento nisseno si rivelarono presto ben inferiori, a causa anche dell'eccessiva densità e viscosità del greggio gelese.
 Firmato da Giuseppe Tarozzi - due anni prima la produzione di uno straordinario documentario scritto da Leonardo Sciascia 'Gela antica e moderna', realizzato da Giuseppe Ferrara -  il resoconto della situazione socio-economica della cittadina nissena di allora, fotografa perfettamente le contraddizioni ancor oggi visibili a Gela: quella della sua situazione occupazionale - oggi deficitaria e non più garantita dai livelli occupazionali degli anni del 'boom petrolifero' - e quella di una situazione ambientale piena di incognite, come dimostrato dall'alto numero di malformazioni infantili registrate negli ultimi decenni e recenti accertamenti della locale Guardia Costiera http://www.hercole.it/index.phpoption=com_content&task=view&id=23991&Itemid=111


Ragazzi e bambini gelesi in strada con gli operai del petrolchimico; negli anni di maggiore attività degli impianti, il numero di addetti raggiunse le 4.000 unità






In queste due foto a colori di Italo Zannier - pubblicate nel 1968 nel libro 'Le Coste d'Italia - la Sicilia', edito da Eni Milano - è evidente l'invasività dello stabilimento petrolchimico nell'ambiente e nell'assetto economico di Gela.
 "La città, con la sua disordinata espansione, conseguenza dello sviluppo economico e demografico provocato dalla presenza della grande industria - si legge nel testo che accompagna le foto ( i testi del libro sono coordinati da Errico Ascione ed Italo Insolera ) -  è stretta da ogni lato da strutture efficienti e funzionali che la costringono quotidianamente ad un mortificante confronto, aggravato ancor più dal fatto di non potere partecipare, socialmente ed economicamente, ai processi di rinnovamento messi in moto dall'industria.
Gela è paradossalmente diventata la periferia dei suoi dintorni" 


Posta su una altura che guarda il canale di Sicilia, lungo una lunga spiaggia sabbiosa, Gela fu una delle più importanti colonie doriche greche dell'isola, fondata il 689 a.C. dai Rodii di Antifemo e dai Cretesi di Eutimo: una storia testimoniata da numerose zone archeologiche, sia terrestri che marine, nascoste queste ultime ancor oggi nei fondali al largo della cittadina.


 




Volti e luoghi di Gela che rimandano al periodo precedente l'intensa attività di esplorazione petrolifera, avviata da Agip Mineraria nel 1956; sopra, contadini sulla scalinata di una chiesa e lo straordinario paesaggio costiero di Capo Soprano, ambiente naturale oggi definitivamente scomparso. Le colture agrarie comprendevano quella del cotone - il cui commercio raggiungeva la vicina Malta - e dei cereali.
 Sotto, un tratto delle antiche fortificazione della colonia greca di origine dorica ed uno scorcio del Museo Archeologico, inaugurato proprio durante i mesi di più intensa corsa alla ricerca del petrolio.  



   

Il Museo Archeologico nacque nel 1958, nel pieno della stagione di sviluppo delle attività petrolifere; una celebrazione dei fasti più antichi della città greca, proprio quando tutto stava cambiando: il volto del territorio, il suo equilibrio ambientale e la prospettiva di uno sviluppo di un'economia prevalentemente turistica, legata all'offerta del binomio natura e cultura.
Oggi Gela vanta una piazza dedicata ad Enrico Mattei, ma c'è da chiedersi quale sia oggi il futuro del petrolchimico, dopo gli ultimi vent'anni di politiche di dismissione e le nuove ipotesi di un disimpegno dell'ENI:http://www.ragusanews.com/articolo/17282/Raffineria-diGela-cento-assunzioni-per-400-licenziamenti.

Le fotografie pubblicate nel post sono tratte dall'articolo 'Gela, statue e petrolio', di Giuseppe Tarozzi/Scalfati/Fotocielo edito in 'Le Vie d'Italia' del TCI del maggio 1962; 'Sicilia', di Aldo Pecora, collana 'le regioni d'Italia', UTET, 1974; 'Sicilia', volume II della collana 'tuttitalia-enciclopedia dell'Italia antica e moderna', G.C.Sansoni, 1962; 'Sicilia', collana 'attraverso l'Italia', edita dal TCI, 1961

sabato 20 novembre 2010

PAGINE ISOLANE


Giuseppe Fava è stato una figura di giornalista a tutto tondo, un intellettuale capace di spaziare dal reportage alla scrittura teatrale, dalla fotografia alla pittura; Giuseppe Fava, soprattutto, è stato un uomo visceralmente legato alla Sicilia, pur avendone denunciato senza compromessi i giochi di potere e le miserie quotidiane, sullo sfondo delle quali proliferano le male erbe degli intrallazzi mafiosi e dei giochi di potere fra politica e mondo economico isolano.

La sera in cui venne ucciso - a Catania, il 5 gennaio del 1984 - Fava aveva da tempo prenotato il suo appuntamento con un killer: tutta la sua produzione letteraria e il mensile 'I Siciliani' lo avevano posto come uno scomodo scardinatore del sistema di collusioni che reggeva pezzi di società catanese.
A Giuseppe Fava, alla storia della sua opera professionale e civile, il giornalista romano Massimo Gamba ha dedicato un saggio edito da Sperling & Kupfer, dal titolo 'Il Siciliano' ( pagg. 262, euro 17 ).
Gamba, autore televisivo 52enne, per sua stessa ammissione non è un esperto di mafia, nè ha mai conosciuto il fondatore de 'I Siciliani', ma ha avuto il merito di documentarsi sulla storia personale e professionale di Giuseppe Fava, incontrando molti dei cronisti cresciuti nella redazione del mensile catanese: Riccardo Orioles, Elena Brancati, Antonio Roccuzzo, Claudio Fava...
"Ciò che si racconta nel mio libro - spiega Gamba a REPORTAGE SICILIA - è la storia di un intellettuale innamorato del suo lavoro, di un giornalista a volte istintivo ed irruento, ma rigoroso ed attento alla documentazione dei fatti. Fava è stato ucciso perchè non si fermava nell'esaminare i rapporti fra mafia ed ambienti politico-imprenditoriali catanesi; va considerato, più che un eroe dell'antimafia, un campione della libertà di stampa".

Prima e dopo la sua uccisione per mano del killer Maurizio Avola ( anche il delitto di Fava rimane un omicidio che non ha svelato i suoi mandanti esterni alla mafia ), il velenoso vento della calunnia ha avvolto la sua figura privata, nel tentativo di screditarne anche il lato professionale. "Ciò che ho notato, recandomi più volte negli ultimi mesi a Catania - sottolinea Massimo Gamba - è che la figura di Giuseppe Fava è ancora circondata da una certa sottile ostilità, da un sostanziale disprezzo. Ed è una cosa che mi fa orrore".  
Al giornalista ucciso 26 anni fa è dedicato un secondo recente saggio, scritto da Giuseppe Dolei: 'Il caso Fava tra poesia e realtà'; il volume sarà presentato giovedi 25 novembre alle 17.00 al Monastero dei Benedettini di Catania.

La fotografia a colori di Giuseppe Fava è tratta da http://www.fondazionefava.it/, quella in b/n ed il disegno dal suo saggio 'I Siciliani', edito da Cappelli editore nel 1980. 


  

lunedì 15 novembre 2010

SICILIANDO

Percorrere le strade di Roma con una vecchia Vespa 125 del 1986 fa cogliere una differenza fondamentale nello stile di vita che rende diversa Palermo - e generalmente, il Sud d'Italia - da tanta altra parte d'Italia: nella Capitale, appunto, il numero di Vespe ultraventennali ancora in circolazione è ridottissimo.
Ai semafori, rapidi ed aggressivi 'scooteroni' scattano in avanti in pochi attimi; i guidatori danno gas con impazienza, e lo 'scooterone' - monomarcia, in prevalenza nero e giapponese, forme aggressive e bauletto di gigantesche proporzioni - si fionda oltre l'incrocio: a guardarli da vicino si somigliano tutti, al punto che non sapresti trovare differenze fra un modello di una marca e quello di un'altra casa costruttrice.
Mi dicono che il guidatore romano non ama usare mezzi a due ruote con le marce; e che le vecchie Vespa sono state in gran parte rottamate perchè il cambio manuale a 4 marce - prima, clac, seconda, clac clac, terza, clac, balzetto in avanti, quarta! - fa perdere tempo e stanca, nel traffico caotico della Cristoforo Colombo o della Flaminia...
A Palermo - nella lenta e caotica Palermo - le Vespe ante 1990 sono invece numerosissime, e pochissimi gli 'scooteroni'. Questa diversa tipologia di mezzi a due ruote rappresenta due anime diverse: quella delle grandi metropoli 'continentali' - dove la fretta e le mode spesso bruciano i tempi di chi le abitano - e quella di una città dove il flusso della vita è più lento, più disponibile ai 'cambi di marcia': una piccola consolazione - ci pare di poter dire - per una Palermo che anche in strada dimostra quanto sia diversa dalle altre metropoli d'Italia. 

giovedì 11 novembre 2010

LA MONTELEPRE DI GIULIANO


Immagini di Montelepre alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, nel pieno dell'epopea di Salvatore Giuliano, il bandito ucciso a Castelvetrano nel luglio del 1950.
Gli scatti riproposti da REPORTAGE SICILIA sono tratti da un vecchio numero della rivista settimanale TEMPO.
Nella fotografia che apre questa breve rassegna, la casa della famiglia Giuliano è indicata dalla freccia bianca: Montelepre, allora abitata da poco più di 5.000 persone, offre la visione delle sue vie strette e tortuose, perfetto scenario delle oscure trame dei 'picciotti' di Salvatore.  
Del 'caso Giuliano' e di Montelepre si è tornato a parlare dallo scorso mese di ottobre, quando la Procura di Palermo ha aperto un fascicolo d'indagine per chiarire i molti misteri che circondano ancora la morte del bandito; l'atto giudiziario più eclatante è stato senza dubbio la riesumazione della salma di Giuliano, per stabilire se i resti del cadavere siano realmente quelli dell'uomo che in quegli anni di banditismo e di confusi ideali separatistici veniva chiamato il 're di Montelepre'.


Una delle più note fra le tante fotografie di Salvatore Giuliano.
All'esame del DNA è ora affidato il compito di stabilire l'ultimo mistero relativo alla sua morte, intorno alla quale sorgono dubbi sulla possibile sostituzione del corpo per decenni rimasto tumulato nel piccolo cimitero monteleprino; un cugino del bandito ha addirittura parlato di una sua fuga clandestina in Canada, Paese dove Giuliano sarebbe morto nel 2002.


Ancora una fotografia tratta dal settimanale TEMPO; ritrae il cupo paesaggio di Sagana, nelle campagne di Montelepre, luogo che ha segnato alcune tappe fondamentali nella controversa storia di Salvatore Giuliano. 



Le due immagini che chiudono questo post chiariscono quale fu il contesto economico in cui si sviluppò l'epopea di Salvatore Giuliano nella Montelepre del secondo dopoguerra; e quali le aspirazioni di semplici banditi, di feudatari gelosi delle proprie ricchezze terriere e di mafiosi locali, abilissimi interlocutori di burocrati e politici della Sicilia d'allora, a loro volta manovratori di funzionari di polizia ed ufficiali dei carabinieri: un coacervo di interessi illeciti e criminali del quale il nome di Salvatore Giuliano è ancor oggi solo una semplice etichetta. 

mercoledì 3 novembre 2010

SICILIANDO

Che cos'è 'Forza del Sud', il partito fondato nei giorni scorsi da Gianfranco Miccichè, un tempo tra i promotori di 'Forza Italia' nell'isola? Qual'è il suo programma di governo, qual'è il suo progetto per garantire alla Sicilia sviluppo economico e sociale? Soprattutto, quale forza ideale, quale volontà di popolo hanno dato slancio alla creazione del nuovo movimento?
In un periodo storico di chiara crisi del sistema politico nazionale - e mentre la Lega di Bossi si pone come unico movimento fortemente radicato nel territorio, perchè rappresentativo di ideali popolari, federalisti e 'nordisti' - quali opportunità offre la creazione di partiti siciliani e meridionali, privi di una forte base di aspettativa popolare?
Sono domande forse naturali in chi spera ancora in una chiara linea di sviluppo della politica in Sicilia, e delle potenzialità di un'isola che - nel confuso panorama sociale italiano degli ultimi mesi, ed in una fase di paurosa involuzione economica - dovrebbe in modo sempre più impellente dare segni di un 'battito di ali'; tenendo conto, appunto, di una vera spinta ideale collettiva, l'unica che garantisca valore e spessore all'azione politica, lontana dai giochi di potere di gruppi e gruppetti di capipopolo e mestieranti della politica. 

venerdì 29 ottobre 2010

GLI ULTIMI TONNAROTI DI SCOPELLO

Ancora una volta, la vecchia rivista mensile del Touring Club Italiano 'Le Vie d'Italia' testimonia su REPORTAGESICILIA aspetti della cultura siciliana persi per sempre.
E' il caso di un reportage pubblicato nel giugno del 1947, e relativo alla pesca del tonno nella storica tonnara di Scopello, fra Castellammare del Golfo e la Riserva dello Zingaro, lungo la costa tirrenica trapanese.


Ai nostri giorni, la tonnara di Scopello è uno dei luoghi turistici più noti al grande pubblico, complice anche l'ambientazione, fra i suoi faraglioni, di un episodio televisivo Rai della serie del commissario Montalbano; lo sfruttamento per riprese cinematografiche e per l'organizzazione di ricevimenti è adesso il principale business degli attuali proprietari dell'intero manufatto.
Nei decenni passati, questo appartato angolo dell'isola è stato un sito per lo più ignoto a molti viaggiatori, tanto da essere stato segnalato fra i 'luoghi sconosciuti' siciliani in una guida firmata da Matteo Collura; in precedenza, il luogo era stato descritto da uno studio di Rosario La Duca. 
Storicamente, la tonnara di Scopello è citata in documenti del 1312 e 1421.
Per secoli, la pesca del tonno organizzata nell'antistante tratto di mare ha garantito la prosperità economica delle famiglie del comprensorio di Castellammare.
I dati sulla quantità del pescato nel XX secolo indicano un picco di 1335 tonni nel 1938; nel 1977, quattro anni prima della sua definitiva chiusura, ne furono catturati circa 700.




Le fotografie pubblicate da 'Le Vie d'Italia' portano la firma di Ermanno Biagini.
Nel testo che accompagnava il reportage, si legge, fra l'altro, che in Sicilia "prima della guerra si calcolava si pescassero in media 4.000 tonni al giorno, ossia circa 120.000 al mese, con una produzione approsimativa di tre milioni di scatole di tonno all'olio ogni 15 giorni": dati forse esagerati, ma che lasciano intendere la ricchezza ittica del mare circostante l'isola del tempo.


Oggi, le tonnare sono purtroppo pura materia di studio, mentre fioriscono gli allevamenti dei pesci costretti ad ingrassare in gabbie che ne limitano la naturale propensione al movimento nelle profondità del mare: ed il mestiere di 'tonnarota' - ritratto negli scatti di Biagini - rimane così nel ricordo ingiallito delle vecchie fotografie.