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giovedì 17 ottobre 2013

L'ATTESA DEI TONNAROTI





Le più comuni immagini delle vecchie tonnare sono quelle della cattura dei tonni agonizzanti all'interno della camera della morte: erano i momenti più drammatici nelle complesse operazioni di pesca, e di conseguenza erano anche quelli più ambiti e documentati dai fotoreporter che con i loro scatti hanno tramandato le immagini delle tonnare.
Le fotografie riproposte nel post da ReportageSicilia offrono invece un momento di attesa di due tonnaroti durante il lavoro preparatorio della stesura del sistema di reti ed un gruppo di ancore tirate a secco su una spiaggia.
La prima immagine è ambientata sulla costa messinese di Oliveri e porta la firma di Alfredo Camisa; l'immagine venne pubblicata nell'opera "Lo Stretto di Messina e le Eolie" edita nel 1960 dall'Automobile Club d'Italia con testi di Bartolo Cattafi. La seconda fotografia è invece ambientata a Favignana ed è tratta dal II volume dell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico de Agostini nel 1962.
Nel 1996, la studiosa Elsa Guggino così descrisse nel saggio "Favignana. Aiamola!" pubblicato nella rivista trimestrale "Nuove Effemeridi" i suoi ricordi delle fasi di una mattanza nell'isola delle Egadi.



"Alle luci dell'alba era uscita la teoria delle barche oggi trainata da un rimorchiatore.
La prima imbarcazione è la 'muciara raisi', dove il capobarca invita alla preghiera con invocazioni cantilenate...
'Bongiornu a tutti', saluta il rais alla fine e i pescatori rispondono 'buongiorno': riconoscendosi nel nuovo tempo introdotto dalla preghiera.
Ora li accoglie l''isula' ( il complesso delle 'camere' o 'vasi' ), la vera e propria tonnara, madre e dea antica cui prestano un nuovo volto le immagini dei santi poste al suo ingresso su due aste a forma di croce, 'u spicu u Signuri', sorrette da un galleggiante.
Qui i contorni dei santi 'perdono la loro fermezza', quieto e solenne riaffora dietro i loro tratti l'arcaico volto: 'Buongiornu gran tunnara', saluta il rais, 'Santu bongiornu', rispondono i pescatori.
Il rais fa un'ultima visita alla tonnara insieme all'equipaggio della sua 'muciara' mentre le altre imbarcazioni si muovono nell'area dell''isula' assolvendo ai lavori preliminari della mattanza... Gli stanno accanto due 'capivardia', suoi consiglieri e mediatori fra lui e la ciurma; uno di essi di norma è designato come suo successore e per questo chiamato 'suttaraisi'.
Ultima la visita, si procede all'apertura e chiusura delle 'porte' ( reti mobili ) da cui i tonni passeranno, trascorrendo da una 'camera' all'altra: 'Siti lesti vuatri? A nomu di Diu, modda!' ( 'Siete pronti voi? In nome di Dio, abbassa la porta!).
Quando i tonni saranno entrati, l'ordine è 'Leva!' oppure 'Aisa!' e ancora di seguito per ogni ingresso alle varie camere. 'Un creddu o Signuri, modda!', 'Aisa!'.
Quando la mattenza ha inizio si sentirà solo il suono del suo fischietto, accompagnato da ampi gesti: i capobarca intendono e traducono in ordini verbali ai 'faratici'.


domenica 13 ottobre 2013

L'ALCANTARA AI TEMPI DEL CALESSE


Guado sul letto del fiume Alcantara
nei primi decenni del secolo XX.
Le fotografie riproposte nel post
da ReportageSicilia
vennero pubblicate nel 1928 nell'opera
"L'Etna", edita dall'Istituto Italiano
d'Arti Grafiche di Bergamo.
Tutti gli scatti sono attribuiti a "Grassi-Cristaldi".
Il testo dell'opera
è invece di Giuseppe De Lorenzo
 

Vi sono luoghi della Sicilia ancor oggi unici per scenario ambientale eppure sconosciuti a tanti siciliani, soprattutto quelli delle province più occidentali dell'isola; un dato che conferma la lontananza di interessi che spesso rende estranei gli isolani rispetto a località e persone distanti 200 o 300 chilometri.
Uno di questi luoghi è la valle dell'Alcantara, sulle pendici Nord Est dell'Etna, fra le province di Messina e Catania: un corso d'acqua a tratti torrenziale che scorre fra rocce laviche, di tanto in tanto accessibile per un freddissimo bagno.

Un tratto della valle dell'Alcantara,
dal 2001 diventata parco regionale

In passato, lo sfruttamento umano dell'Alcantara ha rischiato di comprometterne in maniera determinante l'ambiente.
Sino a non molti decenni addietro, prima dell'istituzione di una riserva, e, in seguito - nel 2001 - di un parco regionale http://www.parcoalcantara.it/pagina.php?id=35, il letto dell'Alcantara ha subìto il prelievo dissennato di ghiaia e sabbia.

Un ponte costruito sulle rocce laviche
lungo le quali si snoda il letto del fiume

Sulla vallata poi alcuni comuni cominciarono di riversare i loro rifiuti urbani, proponendo un progetto per la creazione di un parco acquatico ed animale che avrebbe dovuto stravolgere l'intero territorio.
Molti sono ovviamente i reportage dedicati in passato all'Alcantara.
ReportageSicilia ha deciso di riproporre quanto scritto da Giuseppe De Lorenzo nel volume "L'Etna", edito nel 1928 dall'Istituto Italiano D'Arti Grafiche di Bergamo nella collana "Italia Artistica".

Il selvaggio paesaggio della vallata.
Prima dell'istituzione del parco,
l'area dell'Alcantara venne messa a rischio
dal prelievo di ghiaia e sabbia
e da alcune discariche di rifiuti


Lo scritto di De Lorenzo - corredato da 7 fotografie firmate "Grassi-Cristaldi" - restituisce il volto di una vallata dal paesaggio selvaggio ed in cui la rara presenza umana si adatta all'asprezza delle rocce e delle acque.
    
"Breve è il corso dell'Alcantara: poco più d'una quarantina di chilometri; ma nel suo non lungo cammino il fiume ha visto molti avvenimenti, di storia umana e di storia tellurica, e più volte ha mescolato le sue acque spumanti col rosso sangue, fluente delle vene degli uomini, e con la rossa lava, sgorgante dai fianchi del vulcano.
Dopo avere preso origine dalle varie sorgenti, che in alto, presso Randazzo, alimentano i rotanti mulini, e dopo essersi impinguato di diverse fiumane provenienti dal nord, il fiume, quasi per allontanarsi dai fuochi del vulcano, s'era incamminato per la valle compresa tra le colline in arenarie, marne ed argille eoceniche, che sostengono Castiglione e Motta Camastra, ed in quella aveva scavato il suo letto, fluendo poi verso il mare non lontano.

L'Alcantara nel territorio di
Motta Camastra

Ma neanche in quella remota valle trovò pace dai fuochi vulcanici, che, staccandosi dalla grande massa del monte ignivomo sotto il cono laterale di Monte Dolce, si precipitarono sull'acqua del fiume. E, quasi ciò non bastasse, ecco che nel mezzo della valle scoppiò un nuovo vulcano, il più eccentrico dei vulcani secondari etnei, a 20 chilometri di distanza dall'asse eruttivo centrale.
Il materiale detritico eruttato da questo focolare creò un cono craterico di più di un centinaio di metri d'altezza, il così detto vulcano di Mojo, dal paese che si trova ora alle sue falde, e la corrente di lava che ne sgorgò, si precipitò giù per la valle dell'Onobola, contrastando il cammino dell'acqua, e non ristette se non quando giunse a mare, dove la sua forma irrigidita e corrosa costituisce ora il capo Schisò.

Un altro impetuoso tratto del fiume,
il cui corso scorre tra le province di
Messina e Catania

Così una nera coperta di 10-20 metri di grossezza, su cui si riversarono anche le alluvioni delle fiumane laterali, parve coprire durabilmente l'antico letto, che il fiume aveva nel corso dei secoli scavato tra le arenarie.
Ma l'acqua del fiume, che pareva vinta nel breve e furioso conflitto con la roccia fusa e incandescente, riprese il suo lento fluire ed il suo inesorabile lavorìo di cesello, e nel corso dei secoli incise, segò perfino per l'altezza di 20 metri la dura lapidea copertura di nera lava, così che in certi punti ha già raggiunto ed inciso il suo antico letto di arenaria.

La confluenza dell'Alcantara con il Granili

Quanto tempo sarà occorso al fiume per compiere questo lavoro?
Nelle vicinanze di Schisò si sono trovate le rovine dell'antica Naxos, la più antica colonia greca fondata appunto sul tetto di lava eruttata dal vulcano di Mojo, che doveva quindi essere già da tempo resa adatta alla dimora umana, ed eruttata quindi non meno di un migliaio di anni prima dell'era volgare.
Non meno dunque di 3.000 sono occorsi alle acque dell'Alcantara per tagliare i pochi metri di lava che avevano coperto il suo antico letto: quante migliaia ne saranno occorse per tutta la storia di questo fiume avventuroso...?".  

SICILIANDO
















"Io penso che uno si accorge di essere siciliano o comunque di essere siciliano in un certo modo quando esce dalla Sicilia.
Mi ricordo una definizione, molto azzeccata secondo me, di Vittorio Nisticò, il direttore degli anni ruggenti dell'"Ora", che diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie: di scoglio e di mare aperto.
Di scoglio sono quelli che se si allontanano dalla Sicilia, il secondo giorno cominciano ad avere delle crisi di astinenza, gli mancano tutta una serie di cose, dalla pennichella alle melanzane, ai luoghi, e il terzo giorno devono assolutamente tornare.
Di mare aperto sono quelli che fanno della loro sicilitudine una specie di petrimonio personale e lo utilizzano per vivere una vita diversa.
In Sicilia ci tornano perché sta nel loro cuore, ma comunque scelgono di proiettarsi su un altro orizzonte"
Marcello Sorgi

giovedì 10 ottobre 2013

IL VOLO AMERICANO DI ANGELI E SANTI DELLA PALATINA

L'interno della Cappella Palatina, a Palermo.
Nel 1943, durante l'occupazione alleata
di Palazzo dei Normanni, furono trafugati
alcuni dei preziosissimi mosaici
raffiguranti angeli ed i santi Niceta ed Oreste.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
è tratta dal saggio
"La Sicilia - collana Italia Romanica",
edito nel 1986 da Jaca Book

Nella lunga lista dei furti d'arte commessi in Sicilia ve ne è uno clamoroso e quasi del tutto ignorato dalle cronache: quello compiuto 70 anni fa di una parte dei mosaici della famosissima Cappella Palatina di Palermo.
L'episodio risale ai mesi dell'occupazione alleata nell'isola, quando il generale americano della VII Armata George G.Patton - sul regale esempio dei precedenti dominatori normanni, svevi e spagnoli - stabilì all'interno di Palazzo dei Normanni il suo quartiere generale. 
Patton aveva fatto il suo trionfale ingresso a Palermo il 22 luglio del 1943; ben presto, decise che la dimora reale sarebbe stata una degna sede per il suo soggiorno siciliano. 
"Dal giorno in cui aveva fatto sistemare le sue stanze non lontano dai saloni dove, un tempo, le giovani donne della Tirza - la manifattura reale musulmana di stoffe preziose - tessevano la seta e l'oro al ritmo di melopee arabe sotto l'occhio attento degli eunuchi di corte, Gorgeous Georgie, Giorgetto il magnifico, come lo chiamavano i suoi soldati" - ha scritto Lucio Maria Attinelli in "Una stagione a Palermo", edito da Sellerio nel 2002 -  "sembrava avere perduto la irritabilità leggendaria a profitto di languori del tutto orientali...".


Disegni dei mosaici di alcuni angeli e di santi
sulle pareti della Cappella Palatina.
Il furto dei pannelli musivi venne alla luce nel 1944,
durante i lavori di restauro dell'edificio.
Le immagini sono tratte dall'opera
"La Cappella di S.Pietro nella Reggia di Palermo",
edita da A.Brangi nel 1889


La notizia della spoliazione dei mosaici avvenuta durante l'occupazione del Palazzo da parte di Patton venne resa nota a Palermo nel 1944 dal Sovrintendente ai Beni Culturali Mario Guiotto. 
In una relazione tecnica che elencava i lavori di restauro compiuti nel monumentale edificio colpito da una bomba il 30 giugno del 1943, Guiotto precisava che dalla Cappella Palatina erano stati asportati i mosaici raffiguranti "le teste aureolate dei due angeli sulla fronte verso la nave dell'arco di trionfo e dei Santi Niceta ed Oreste nel primo e terzo medaglione del semi-intradosso Sud dell'arco stesso". 





Come ha ricordato lo studioso Rosario La Duca sul "Giornale di Sicilia" del 25 luglio del 2000, "dati i tempi e le circostanze, non si fecero allora approfondite indagini sulla scomparsa ed il Guiotto si limitò a dire, 'non possiamo qui tacere il fatto increscioso che, durante il periodo di occupazione delle truppe americane, ignoti entrarono nel ricovero forzando le porte'".


La Torre Pisana di Palazzo dei Normanni.
La fotografia è tratta dal saggio
di Daniel Simond "Sicilia",
edito da Salvatore Sciascia nel 1956

Il furto dei preziosi angeli e santi bizantini, ovviamente, non potè che avvenire con la complicità ed il silenzio di chi era incaricato di controllare allora la sicurezza del quartiere generale americano: la "Military Police" ed gli stessi soldati ed ufficiali di Patton.


Il generale George G.Patton durante
l'offensiva alleata nell'isola, nei pressi di Brolo.
La fotografia è tratta da Wikipedia

Ancora da Attinelli siamo così informati delle difficoltà di accesso a Palazzo dei Normanni:
"Fin dal primo giorno, con quel saggio dosaggio di autorità e bonomia che lo caratterizzava, senza che mai il lato stravagante del personaggio si avvantaggiasse sul soldato, e senza che nessuno si sognasse di protestare, il Generale aveva saputo regnare con un pugno di acciaio sul piccolo mondo del Palazzo Reale, così propenso a tanti privilegi...
Così, anche se fin dal suo arrivo per gli abitanti di quel microcosmo nulla era più come prima, e il diritto di accesso come le rare visite dei parenti che vivevano fuori dal palazzo reale erano ormai regolati da un rigido sistema di lasciapassare concessi con il contagocce, tali erano il fascino e la popolarità del Generale che nessuno osò mai protestare. Sicurezza oblige. Inutile insistere, si diceva, i suoi ordini, come le sue decisioni, erano senza appello.
Solo il vescovo della Cappella Palatina - la cappella bizantina del palazzo - tentò un giorno, pare, di ottenere un permesso di favore. Lo chiese per una persona per la quale si diceva che il sant'uomo avesse un interesse particolare, non molto cattolico...".


Soldati americani osservano i danni
patiti a Palermo dalle cinquecentesche statue
della Fontana Pretoria.
La fotografia è tratta
dal saggio di Sandro Attanasio
"Sicilia senza Italia", edito da Mursia nel 1976

Dopo la sorpresa e la recriminazione per il furto, il sovrintendente Guiotto dispose la sostituzione dei mosaici trafugati con rifacimenti tratti da fotografie e stampe, fissati su lastre di ardesia. 
Nulla è stato invece mai fatto per approfondire le responsabilità del fatto; sull'episodio - del resto - sembra non sia mai stata presentata alcuna denuncia penale.
A settant'anni ormai da quella spoliazione della Cappella Palatina, l'immissione delle immagini di quei mosaici sulle banche dati on-line dei trafugamenti d'arte potrebbe forse riportare angeli e i santi Niceta e Oreste a Palermo.
Resta così ancora valida la considerazione espressa 13 anni fa da Rosario La Duca sulla vicenda:
"Forse gli ignoti, ma non troppo, avranno venduto questi pezzi di mosaico in Italia o in qualche altra nazione europea, ma è più probabile che angeli e santi della Cappella Palatina abbiano spiccato il volo verso qualche ospitale villa di qualche magnate americano".


    
  

martedì 8 ottobre 2013

I VOLTI DELLA SUPERSTIZIONE SICILIANA DI ANDRE' MARTIN

La "trezza di donna" contro il malocchio di un uomo
della provincia agrigentina.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
in questo post furono scattate
fra Cammarata e Palma di Montechiaro
da André Martin e pubblicate
nel saggio di Danilo Dolci "Spreco",
edito da Einaudi nel 1960

Soltanto negli ultimi anni sembra essere diminuito l'interesse di studiosi e di documentaristi nei confronti del tema della medicina popolare e della magia in Sicilia.
Le occasioni per uno studio diretto di questi argomenti, del resto, sono quasi del tutto scomparse; nell'era di internet, le pratiche mediche popolari si nutrono più delle informazioni dei motori di ricerca che di vecchie credenze tramandate in famiglia o dell'apporto di maghi e fattucchiere.

Una guaritrice all'opera con un'immagine sacra in mano

Fra i tanti studiosi della materia, Giuseppe Pitré rimane ancora oggi il capofila di una ricerca che in passato ha interessato ricercatori italiani e stranieri.
Fra questi ultimi, ricordiamo ad esempio la scrittrice e giornalista americana Eliza Putnam Heaton, che nel 1920 - dopo un soggiorno nell'isola - diede alle stampe a New York per l'editore E.P.Dutton and Company l'opera "By-paths in Sicily".
La curiosità per il contenuto di quel saggio - nel quale l'autrice descriveva le figure di misteriose guaritrici che si cibano di grilli e di veggenti cui le donne chiedono notizie sui mariti emigrati in America - è alimentata anche dall'assenza di una sua edizione in lingua italiana.



Una donna parla di magia


Altri reportage con rilevanti contributi relativi ai temi della medicina popolare e della magia - come quelli del sociologo Danilo Dolci - sono invece di più facile reperibilità.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia sono appunto tratte dal saggio "Spreco - Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale" edito da Einaudi nel 1960.
Le immagini - firmate dal fotografo francese André Martin, cultore di temi etno-antropologici - accompagnarono la raccolta di testimonianze e racconti compiuta da Danilo Dolci nelle campagne fra Cammarata e Palma di Montechiaro.
Le pagine di "Spreco" così ci tramandano oggi un mondo scomparso di cacciatori siciliani di fantastici tesori, di fattucchiere e di guaritrici.
"Anche gli anziani lo sanno che la Sicilia è ricca, che cammina in capo al tesoro. C'è tanta gente - racconta uno dei trovatori avvicinati da Dolci -  che va a provare, da Siracusa fino a Selinunte, ma gli spiriti non li fanno entrare. Si cerca la persona, vergine di addormentarsi, una donna per esempio, forse si trovasse l'entrata. Io queste cose le ho sapute dalle persone addormentate che me lo dicono".
"L'orina - raccontava invece una guaritrice - è un medicinale potente per le ferite, con la spoglia dei serpenti e dei scorsoni neri o bianchi e polvere di streptosil: per una tagliata, una pietrata. Troviamo la spoglia dei serpenti nei cespugli, si spogliano dalla testa ai piedi, si conserva e quando uno ne ha bisogno, la piglia.
Con pelo del cane che ha morsicato, si cura la ferita del morso di cane. Con l'olio delle macchine si cura pure, ma il pelo è meglio. Si tira via il pelo sotto la coscia, vicino la calura, e la ferita non va avanti. Ci si mette il pelo sotto la ferita, del cane stesso che l'ha morsicato...".


Preghiere e voti in una casa contadina

"Medicinali non ne piglio. Dio - ragionava invece un contadino - guarisce senza medicine. Le frane ci sono state sempre ma siccome siamo arrivati a una sfatta di mondo, sono grandi fenomeni mandati da Dio che la terra stessa non può stare ferma. L'umanità siamo lontani da Dio. E Dio manda allora i castighi. Tutta la terra è tutta in movimento. Le chiamano frane ma questa è terra in moto, da tutte le parti si trovano terre in movimento...".
Di questo mondo siciliano di arcana miseria, le fotografie di André Martin colgono la teatralità dei gesti e delle espressioni, secondo una ritualità insita spesso nelle pratiche di superstizione popolare.

  
      

domenica 6 ottobre 2013

LE PRIMORDIALI EOLIE DI GIAC CASALE

Spume marine sulle nere scogliere laviche delle Eolie.
L'immagine fa parte di una serie di scatti
dell'arcipelago firmati dal fotografo Giac Casale.
Il reportage corredò un articolo di Guido Gerosa
pubblicato nel 1964 in un supplemento speciale
dal settimanale "Epoca"  

Una vegetazione aspra e battuta dai venti; rocce di lava ed ossidiana, con striature tortuose e taglienti; facciate di vecchie case impregnate della calda luce del pomeriggio; cave di pomice dal candore abbagliante, simile a quello di un ghiacciaio; fondali marini che brillano di luce purissima, mischiata alla luce azzurrata di un cielo autunnale; faraglioni rocciosi simili a montagne galleggianti, investiti dalle onde e dalle spume; barche splendenti di colori, lucenti come lacca al sole e - ancora - case bianche, nitide e perfette, in un paesaggio ora arido e selvaggio, ora fertile ed accogliente.

L'isola di Filicudi
fronteggiata dal cono montagnoso
 di Alicudi

Questo mondo plasmato da una natura ancora padrona dell'ambiente è quello delle isole Eolie; a mostrarlo è un reportage fotografico che risale al 1964.
Quelle immagini ora riproposte da ReportageSicilia vennero pubblicate in un numero speciale del settimanale "Epoca", intitolato "l'Italia meravigliosa" con testi dello scrittore e giornalista Guido Gerosa.

Architettura e vegetazione spontanea a Lipari

In una breve prefazione alle fotografie - accreditate a Giac Casale, noto per la sua passione per il jazz e padre della cantante Rossana Casale - Gerosa scriverà così delle Eolie di allora:
"Il paesaggio vi appare veramente omerico: le monumentali masse grigie parlano di un mondo perduto, quando queste pietre erano squassate dalla furia dei vulcani e le pareti a picco strapiombavano sul mare ruggente e le caverne misteriose erano popolate da mostri...".

Le bianche cave di pomice a Lipari

Questa descrizione trova nelle fotografie di Giac Casale - scattate forse in una stagione autunnale - una puntuale corrispondenza di contrasti, di luci e di colori: in questi scatti, le Eolie restituiscono il loro volto reale, lontano da più facili ed oleografiche letture turistiche.

Suggestioni classicheggianti
nell'architettura di una

residenza eoliana

Ancora dieci anni dopo quel reportage di "Epoca", la scrittrice milanese Gin Racheli - un'antesignana della difesa e della salvaguardia delle isole minori italiane - avrebbe così descritto l'arcipelago tirrenico:
"Le Eolie sorgono dal mare come visioni incantate: orizzonti infiniti, meravigliosi colori danno, soprattutto nelle giornate di brezza marina, un'intensa suggestione alle albe e ai tramonti.
Scogli vulcanici che emergono dalle acque e si innalzano al cielo, ricamati e traforati come antichi preziosi pizzi, castelli medievali, truci cavalieri che compaiono all'improvviso, sembianze di animali e di mostri: il tutto crea, particolarmente al calare della sera, un mondo magico.

La tormentata composizione vulcanica
delle rocce delle isole

Rocce scoscese si alternano a valloni a volte tormentati, a volte lisci, sempre definiti da alte pareti che cadono a strapiombo sul mare: montagne vulcaniche ammantate di colori che vanno dal rosso e giallo dello zolfo, al nero dell'ossidiana, al bianco della pomice.
Improvvise vedute di coste inaccessibili, grotte di un azzurro intenso, profondo, piccole pittoresche insenature formate da acque chiare e trasparenti come cristallo.

Due esempi di architettura delle Eolie
fissati 50 anni fa dall'obiettivo di Giac Casale

Le isole Eolie sono il regno incontrastato di Efesto. 
Qui sorgono i vulcani, qui il fuoco sgorga dalla terra e dal mare; qui le forze primigenie della natura - aria, acqua, terra, fuoco - si manifestano con evidenza continua...". 

     
Oggi le Eolie - malgrado la massiva diffusione del turismo - continuano ad offrire scenari che testimoniano la loro sconvolgente origine vulcanica.

Faraglioni simili a montagne galleggianti:
una similitudine favorita
dalla prospettiva dello scatto
sul blu intenso del mare

Se si avrà la voglia di visitarle in pieno autunno o d'inverno, si avrà l'occasione di scoprirne quel volto autentico di isole dominate dalla forza della natura.

Isolani e turisti in attesa di imbarco
sulla nera spiaggia di Stromboli

Gli accesi colori di una barca eoliana.
Sulla prua, spiccano le "cubie": gli occhi che
vigilano sulla sicura navigazione
 dell'imbarcazione

Lo scoglio di Strombolicchio
nella composizione astratta
di Giac Casale


    

  

giovedì 3 ottobre 2013

SICILIANDO















"In Sicilia la mafia non scomparirà fino a che vi saranno sindaci, deputati e magari ministri che debbano la loro elezione alla mafia: che contino sulla mafia per la loro rielezione; fino a che non vi saranno partiti di popolo che nelle lotte elettorali osino dichiarare, denunciando nomi e cognomi, guerra aperta alla mafia...
...La sparizione della mafia non può venire in Sicilia che dalla vittoria popolare, che porti a un rovesciamento della situazione politica e infranga omertà e acquiescenze.
Durante il processo di Danilo Dolci a Palermo ogni tanto mi sentivo sussurrare nomi di deputati e anche di ministri, le cui fortune politiche si fondano, a quanto si dice, sul favore della mafia.
Chi si mette contro questi uomini politici è perduto: il meno che gli possa accadere è di trovarsi isolato, col vuoto intorno, alla fame.
Non si ha un'idea chiara, fuori della Sicilia, dell'eroismo di cui debbono dar prova certi avvocati e certi magistrati per osare di prendere le difese della giustizia, e di far luce su certi delitti"
Piero Calamandrei, 
prefazione a "La Mafia" di Ed Reid, Parenti, 1956