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giovedì 4 giugno 2015

SICILIANDO














"Non sono riuscito a scoprire ancora quando - se pure non sono eterni - abbiano inizio questi affanni siciliani ( "con l'Unità!", gridano pronti i separatisti ) e chi sia responsabile dei dolori della Sicilia ( "i baroni!", proclamano Li Causi, Spano e Scoccimarro ) e perché allignino la mafia e il brigantaggio ( "perché la terra è povera!", protestano i baroni ), ma mi pare che tutte le ragioni che si accampano sono un po' tutte vere e un poco tutte false e intrecciate fra loro in un imbroglio che temo sia difficile conoscere.
Mi proverò, me ne sono fatto una passione"
Vittorio Gorresio

mercoledì 3 giugno 2015

QUANDO, PER UNO SPOT, LA SICILIA DIVENNE PIU' GRECA DELLA GRECIA

Nel 1972 una pagina promozionale della Regione Siciliana pensata a Milano e pubblicata in Germania Ovest invitò i tedeschi a preferire le bellezze isolane della Magna Grecia al Partenone. 
Da Atene, il regime dei colonnelli rispose minacciando querele; tutti, in quella vicenda, avevano dimenticato le parole di Wolfgang Goethe...


Il tempio di Segesta in una fotografia
del canadese Roloff Beny.
L'immagine è tratta dall'opera "Italia", edita nel 1975
da Arnoldo Mondadori Editore

"Sizilien griechischer als Griechenland?"
Fu nelle prime settimane del 1972 che su un milione e 700.000 copie dei principali giornali e periodici della Germania Ovest comparve un'inserzione promozionale contenente questo provocatorio slogan.
La domanda - "La Sicilia è più greca della Grecia?" - era stata ideata da un'agenzia pubblicitaria milanese per conto dell'assessorato al Turismo della Regione Siciliana; la pagina era stata corredata da una fotografia del tempio di Segesta e da altre immagini dei luoghi dell'arte della Magna Grecia nell'isola. 
Le didascalie magnificavano la grandezza di quei monumenti e la bellezza del mare siciliano: l'inserzione insomma era un sfrontato ed accattivante invito ai tedeschi a considerare l'isola come la "prima scelta" nella ricerca di una vacanza nel cuore della civiltà mediterranea.



La campagna pubblicitaria, costata 20 milioni di lire, dimostrò una certa efficacia anche in tempi assai lontani da internet. 
Prima della fine di febbraio, circa 10.000 lettori ritagliarono e spedirono agli uffici palermitani dell'assessorato di via Notarbartolo il coupon con la richiesta di informazioni allegata all'inserzione.
Chi però non gradì affatto quella pagina promozionale - e soprattutto la domanda che ne costituiva il traino - fu l'Ente Turistico Nazionale Greco: quel titolo poneva in secondo piano la grandiosità dei monumenti nazionali, testimonianza di una civiltà che aveva generato altre città e altre opere d'arte nel resto del Mediterraneo. 
Su mandato delle autorità di Atene - all'epoca governate dal regime dei "colonnelli" - da uno studio legale di Francoforte sul Meno partirono lettere di protesta e minacce di querele indirizzate all'agenzia milanese, all'assessorato al Turismo ed agli stessi periodici che avevano pubblicato l'inserzione.
L'accusa era quella di "cercare in Germania turisti che invece vogliono visitare la Grecia". 

"Con tale pubblicità - contestava l'Ente ellenico - voi e il vostro committente sfruttate la buona fama del concorrente a suo svantaggio. Il lettore intenderà piuttosto la domanda come se fosse ovviamente sottinteso che per conoscere le antichità greche non si deve andare necessariamente andare in Grecia, più lontana, ma basta andare nella più vicina Sicilia, che si può raggiungere a prezzi concorrenti"




Alla protesta di Atene, che chiedeva l'immediato ritiro della pagina, l'assessore regionale al Turismo Pasquale Macaluso rispose con un furbesco sofisma:

"non abbiamo inteso fare uno sgambetto ai nostri concorrenti sul mercato turistico internazionale, ma solo e unicamente servirci di un indovinato slogan pubblicitario che infine evidenzia i nostri monumenti"

L'accusa di concorrenza sleale mossa dai greci andò avanti per qualche settimana; e si sgonfiò al termine della campagna promozionale della Regione Siciliana, sembra senza conseguenze legali.



In precedenza, nessuno fra gli esperti pubblicitari milanesi e i burocrati dell'assessorato al Turismo aveva pensato di "giocare in casa" dei tedeschi dell'Ovest utilizzando come slogan dell'arte greca in Sicilia le parole scritte due secoli prima da Wolfgang Goethe:

"Lo sforzo costruttivo greco - scrisse dopo la sua visita nell'isola, fra il 2 aprile e il 13 maggio del 1787 -si è attuato con una copiosità che resiste alle rovine del tempo.
A questa primavera dell'anima bisognava rifarsi, su questo suolo dove la classicità greca celebra la sua gloria immortale.
Qui occorreva metter piede perché il mondo classico antico si dispiegasse in tutta la sua luce e purezza..." 



   

lunedì 1 giugno 2015

LA FUGACE STAGIONE DEI VOLI TRANSOCEANICI AD AUGUSTA

Nella Sicilia del secondo dopoguerra, gli idrovolanti dell'inglese BOAC utilizzarono il mare siracusano come tappa delle rotte verso l'Australia: un'attività interrotta da una burrascosa lotta sindacale dei dipendenti augustanesi 


Un idrovolante della società inglese BOAC
atterra sullo specchio d'acqua della rada di Augusta.
Siamo negli anni successivi al secondo dopoguerra,
quando la Sicilia fu al centro delle rotte transoceaniche
dall'Inghilterra all'Australia.
Lo scalo di Augusta fu in funzione sino al 1950,
quando gli inglesi, dopo una serie di scioperi e occupazioni degli impianti,
decisero di abbandonare l'idroscalo siciliano.
le fotografie del post sono tratte
da "Mediterranea - Almanacco di Sicilia 1949", opera citata

Le fotografie del post ricordano i cinque anni in cui lo specchio di mare di Augusta - fra il 1945 ed il 1950 - fu la pista di decollo e di atterraggio degli idrovolanti inglesi della British Overseas Airwais Corporation ( BOAC ). 
L'idroscalo siracusano fu allora al centro delle rotte intercontinentali che partendo da Southampton - in Inghilterra - assicuravano il trasporto di passeggeri e merci verso l'Australia, il Sudafrica ed il Giappone.

"L'idroscalo di Augusta - scriveva Oreste Incoronato in "Mediterranea - Almanacco di Sicilia 1949", edito a Palermo dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane - costituisce un tipico esempio di aeroporto internazionale e la prova della convenienza che possono trovare le società estere esercenti linee aeree internazionali.
Questo idroscalo è stato dotato, da appena un anno, di quanto occorre per dare ricetto decoroso e confortevole a viaggiatori esigenti, costretti a sostare poche o molte ore, o addirittura a pernottare, a seconda dell'itinerario e della tabella di marcia degli apparecchi.
Sono sorti, in tal modo, dormitori, cinema, sale da pranzo e da lettura per centinaia di persone, magazzini per il deposito di merci estere e nazionali ( pezzi di ricambio, generi alimentari, carburanti, ecc. ) officine per montaggio e riparazione, ecc.



Si tratta di un complesso organico di impianti che sia per l'assistenza tecnica ai velivoli, sia per l'ospitalità ai viaggiatori, risponde pienamente allo scopo e rende la sosta ad Augusta gradita e ristoratrice.
L'idroscalo per ora è gestito da una Società aerea inglese ( BOAC ) i cui grossi idrovolanti quadrimotori sono adibiti alla linea Southampton-Sidney col seguente itinerario:
Southampton-Marignane-Augusta-Cairo-Basrah-Bahrein-Karaci-Calcutta-Bang Kong-Singapore-Sourabaya-Darwin-Bowen-Sidney.
Detta linea ha, inoltre, le seguenti diramazioni:
dal Cairo per il Sud Africa ( Cairo-Khartoum-Portbell-Victoria Falls-Johannesburg )
da Singapore per il Giappone ( Singapore-Hong Kong-Iwakuni )
Il traffico verificatosi attraverso l'idroscalo di Augusta nel periodo che va dal 1 luglio 1947 al 30 giugno 1948 è veramente importante e tende ad aumentare ancora.
In detti 12 mesi gli aerei arrivati furono 876 e quelli partiti 875 e trasportarono kg. 41.517 di merce e 19.512 viaggiatori, di cui 19.072 in transito, 200 arrivati e 240 partiti.
L'istituzione di questo idroscalo ha portato un vero sollievo per l'economia di Augusta, in quanto ha dato lavoro a circa 400 tra operai ed impiegati.
Per quanto il personale addetto consumi prevalentemente generi alimentari esteri, sui quali l'Ufficio doganale riscuote regolarmente i diritti di confine, purtuttavia una parte del fabbisogno viene acquistato nel mercato locale.
Le spese vengono coperte con lire ricavate da cessione alla banca di lire sterline.
Allo stesso modo viene pagato il personale italiano impiegato, per cui il beneficio che il paese ricava dall'istituzione di questo idroscalo intercontinentale si può riassumere in un ricavo di valuta estera e in un impiego di manodopera"





Malgrado le elogiative considerazioni dell'articolista, i rapporti fra la dirigenza della BOAC e gli impiegati di Augusta si fecero difficili, sfociando in un conflitto sindacale.
Alla base dei contrasti ci furono le rivendicazioni dei dipendenti sui salari e sui turni di lavoro; in città, si crearono fazioni contrapposte fra chi sosteneva la loro battaglia e chi invece - ricordando i tempi grami dell'immediato dopoguerra - parteggiava per gli inglesi, riconoscendogli il merito di avere garantito il sostentamento economico di centinaia di famiglie. 
I dipendenti augustanesi della BOAC iniziarono dapprima a scioperare. La questione cominciò allora a mettere sotto pressione il governo nazionale, preoccupato da una vertenza che stava danneggiando gli interessi di una società legata ad un Paese secondo alleato di punta del Patto Atlantico.  
Così, nel novembre del 1949, l'occupazione di alcune officine venne interrotta dall'intervento in forze di uomini e mezzi blindati della polizia; all'epoca - giova ricordarlo - il ministro dell'Interno era il siciliano Mario Scelba.
Con pragmatismo tutto anglosassone, fu la stessa BOAC a risolvere la questione: pochi mesi dopo la fine delle proteste, l'idroscalo di Augusta venne abbandonato e la Sicilia non fece più da sponda alle lunghissime rotte transoceaniche.

fonti on line
http://www.augusta-framacamo.net/inserti-framacamo/insert39.asp 

giovedì 28 maggio 2015

DISEGNI DI SICILIA


SEBASTIAN MUNSTER, carta della Sicilia ( 1552 )

mercoledì 27 maggio 2015

LE "CIARAMIRE", DAI TETTI ALLA BRACE

Da secoli, le tegole in terracotta fanno parte del panorama edilizio dell'isola.
Nel 1955, lo scrittore catanese Ercole Patti ne ricordò anche l'uso culinario in ambiente rurale


Tetti di edifici civili e chiese di Ragusa Ibla
coperti con le tegole, conosciute in Sicilia
con i termini di "ciaramire" o "coppi".
Questa fotografia e la seguente sono tratte
dall'opera di Antonino Buttitta
"I colori del sole - arti popolari in Sicilia",
edita nel 1985 da Flaccovio Editore Palermo

Sono una presenza costante nel paesaggio rurale e in certi  quartieri di città e paesi dell'isola: le tegole di terracotta - chiamate anche "coppi" o "ciaramire" - fanno parte di un repertorio edilizio vecchio di secoli, assumendo una diversa tonalità secondo le tecniche di lavorazione con le quali sono state prodotte e i decenni di esposizione all'azione del sole e della pioggia.
Da tempo le "ciaramire" vengono costruite secondo metodi industriali che hanno cancellato la lunghissima cottura manuale nei forni; a differenza di quelle prodotte in altre regioni italiane, le tegole siciliane sono leggermente più grandi.
Le "ciaramire" - raffigurate in molte fotografie o disegni di genere di paesaggi dell'isola - sono state in passato utilizzate anche in contesti non edilizi.
Quello più noto si può ancora osservare nelle saline di Trapani: qui, le tegole di terracotta coprono dalla pioggia i cumuli di sale.
In ambiente rurale, poi, i "coppi" arroventati potevano servire per cucinarvi la carne o la salsiccia alla brace.
Una indicazione di questa abitudine - ancor oggi di efficace applicazione - si trova nelle pagine del racconto "Il pometo", ambientato nei boschi etnei e scritto nell'ottobre del 1955 da Ercole Patti ( in "Diario Siciliano", Bompiani, 1971 ):

"Nelle navate ombrose del bosco regnava un alto silenzio fresco rotto appena, a tratti, dal canto limpido e fuggitivo di qualche uccello...
Saro, che recava la borsa delle provviste, era ansioso di arrivare e già preannunciava i preparativi che avrebbe fatto per la colazione. Si informò dal contadino se nella casupola del pometo c'erano tegole di terracotta per arrostirvi sopra le salsicce...
A tratti nel silenzio perfetto che regnava intorno un piccolo tonfo annunziava che un frutto si era staccato ed era caduto giù; ogni albero aveva ai suoi piedi un certo numero di mele cadute, alcune vivide e bellissime che facevano pena per terra accanto a quelle marcite.


Lavorazione delle "ciaramire"
a Santo Stefano di Camastra, opera citata

Saro frattanto, in quell'aria rarefatta di montagna che dava come un senso di ovatta alle orecchie, era andato a scegliere con molta cura due grandi tegole ricurve, le aveva lavate con una secchiata d'acqua leggera e fredda che aveva tirato su dalla cisterna e le aveva sistemate una vicina all'altra su due piccoli sostegni di pietre accatastate in modo da lasciare sotto lo spazio per mettere la legna.
Poi era andato dietro la casupola ed era tornato con un fascio di sarmenti.
In breve una forte fiammata si levò sotto le tegole che divennero asciutte e roventi.
Allora Saro vi cominciò a deporre sopra le salsicce un poco alla volta con delicatezza.
A mano a mano le salsicce rosolavano, Saro con un virgulto appuntito le andava rivoltando pungendole leggermente perché sfiatassero e lasciassero colare il grasso.
Il grasso tenero imbeveva la terracotta mentre le salsicce andavano acquistando un colore bruno e spandevano intorno un odore inebriante.
Il fumo bianco delle fascine saliva su mollemente oltre il tetto della casetta e si disperdeva nell'aria pura"      

martedì 26 maggio 2015

IL PESCATORE TOMBAROLO DI SELINUNTE UCCISO DA UN FULMINE SOTTO UN CARRUBO

Una pagina del sociologo norvegese Eyvind Hytten ricorda la storia di uno dei primi razziatori di tombe delle necropoli in seguito assoldati dall'archeologo Vincenzo Tusa


Un tramonto sull'acropoli di Selinunte,
sito archeologico dell'antica colonia greca in Sicilia.
Le necropoli sono state in passato saccheggiate
da generazioni di tombaroli locali.
Le fotografie del post sono di Leonard Von Matt
e sono tratte dall'opera "La Sicilia Antica",
edita da Stringa Editore Genova nel 1959
con testi di Luigi Pareti e Pietro Griffo  

Raccontano le cronache che tra il 1963 e il 1968 l'equipe archeologica del professor Vincenzo Tusa abbia scoperto nelle necropoli di Selinunte circa 80.000 tombe già depredate dai tombaroli del loro contenuto di anforette, monete, crateri e statuine.
Molti di quei predoni - in prevalenza pescatori e contadini della zona, perfetti conoscitori dei luoghi più adatti allo scavo - furono in seguito assoldati dallo stesso Tusa per evitare che piccoli e grandi tesori di Selinunte finissero nelle mani dei trafficanti di reperti.
Così, alcune ricche case ancor oggi esistenti a Marinella sarebbero state costruite grazie ai frutti di un commercio clandestino che mezzo secolo fa unì quest'angolo africano della Sicilia alla Svizzera.


Un didramma argenteo di Selinunte
con la stilizzazione di una foglia d'apio

Sembra anche che la mafia di Castelvetrano abbia avuto un ruolo non secondario nella gestione degli oggetti ritenuti più preziosi: tra i boss cui i tombaroli avevano l'obbligo di affidare i pezzi migliori vi sarebbe stato il defunto Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, boss oggi in cima alla lista dei latitanti di Cosa Nostra.
Il racconto della storia di uno dei primi tombaroli di Selinunte - un pescatore di Marinella - si deve alla penna di Eyvind Hytten, nome ai nostri giorni dimenticato della storia dell'isola degli anni Sessanta.
Sociologo norvegese, Hytten mise piede in Sicilia seguendo l'esempio di Danilo Dolci e nel 1970 pubblicò con Marco Marchioni per Franco Angeli il saggio "Gela, industrializzazione senza sviluppo".
Lo studioso scandinavo raccolse la testimonianza di quell'uomo, attribuendogli il ruolo di "maestro" per più giovani tombaroli, privi di qualsiasi scrupolo o rispetto per gli oggetti trafugati dal sottosuolo:      

"Andava sempre scalzo, con i pantaloni di tela grigio-azzurra arrotolati fin sopra i ginocchi, la camicia aperta, sorridente, con gli occhi semichiusi per il sole.
Abbronzatissimo e agile come tutti i pescatori - si legge nel racconto "Il raccoglitore di cocci di Selinunte", edito nel volume "Le Coste d'Italia - Sicilia", edito nel 1968 dall'ENI -  dimostrava una decina di anni in meno della cinquantina che avrà avuti.
Il cestino, coperto di alghe secche o foglie di vite, sembrava contenere conchiglie o forse qualche pesce; e le guardie di finanza - tutti amici, si intende - ci stavano al giuoco, purché avvenisse nei modi stabiliti tacitamente.


Rovine dell'acropoli

Qualunque cosa stesse facendo - rammendando una rete, guardando le macchine dei turisti fuori il piccolo albergo sul mare o sorbendo birra con gazzosa sul marciapiede fuori il bar dirimpetto - dopo un rapido sguardo intorno, di rito, veniva fuori il cestino, e ti faceva intravedere, sotto le alghe, il mucchio di sottili e ruvidi cocci antichi, più o meno interi e qualcheduno con deboli segni di ornamenti rossoneri.
Con i turisti più sprovveduti, cominciava invece con qualche lékhytos tutto splendente di colori ( "fatto a mano" ti diceva a parte con una strizzatina d'occhio ) o delle monetine uscite dal bagno d'acido.
L'altra roba, quella vera, poteva anche regalarla quando se la sentiva.
Bastava non insistere troppo per saper la provenienza: al massimo, faceva un gesto vago in direzione dei templi, sul promontorio al di là del vecchio porto greco.
In verità, lui non ci teneva neanche tanto.
Tra quel poco che ancora che gli rendeva la pesca, qualche lavoretto all'albergo nella stagione buona, e l'occasionale colpo fra i turisti in cerca di cultura, bene o male ce la faceva a tirare avanti.
Il suo era un commercio del tutto artigianale, e forse gli piacevano anche i cocci, quelli veri.
Essendo stato tra i primi a riscoprire certe tombe, nella pianura dietro i templi, era poi diventato il capostipite di una ciurma di veri industriali del contrabbando, di cui ammirava la bravura e i guadagni, senza invidia.
Ma lui stesso non si sentiva capace dell'aggressività con cui i giovani smerciavano la roba fasulla, fermando le macchine all'ingresso dei templi, nè tanto meno di organizzare il colpo veramente grosso, con l'anfora tutta intera portata sul mercato internazionale.
Era stato lui, naturalmente, ad insegnargli tutto all'inizio, dal rinvenimento della tomba, allo scavo notturno - attenti a non rompere niente - al come stabilire un modus vivendi con la finanza, per non rovinarsi inutilmente.


Un disegno di Selinunte
del pittore e scenografo palermitano Gino Morici ( 1948?)

E soprattutto, la tecnica di ciò che rimane la base economica del mestiere, la contrattazione delle monete e delle statuine di bronzo.
Una notte, arrostendo sardine sulla brace in mezzo alla strada, fuori il paese, spiegò il processo con tutta la pazienza del tecnico di fronte l'ignorante.
Con una moneta originale, abbastanza ben conservata e riprodotta a regola d'arte, uno campa per anni!
Altro che la pesca! Ma non si decideva a lasciare il mare, e ormai c'erano i giovani industriali.
D'inverno dopo la pioggia, andava anche a raccogliere le lumache nei campi.
E' morto così, fulminato da un lampo mentre si riparava sotto un carrubo in piena campagna".





venerdì 22 maggio 2015

FALCONE, I RICORDI DI UN POMERIGGIO DI MAGGIO

Caltavuturo, 1992.
La fotografia è di Andrea Attardi
ed è tratta dall'opera "Atlante di Sicilia",
edita nel 1994 a Roma da Edizioni Lavoro

"Dov'eri quando hanno ucciso Falcone?"
C'è un'intera generazione di siciliani - quella che nel 1992 aveva già raggiunto l'età della coscienza civile - che sa rispondere con precisione a questa domanda: ricorda perfettamente cosa facesse e dove si trovasse alle 17.58 di sabato 23 maggio di ventitré anni fa.
Per tanti siciliani, quella data e quell'orario della propria esistenza rimangono incancellabilmente legati alle emozioni provocate dalla notizia della strage di Capaci.
Dal 1992, ogni 23 maggio diventa così l'occasione per rievocare quei personali attimi di sgomento di una giornata che ha drammaticamente segnato la storia della Sicilia. 
Poi, a ricordare Capaci, ci sono anche delle immagini simbolo, realizzate in quei giorni di sangue e di lutto  da fotografi, teleoperatori e documentaristi.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia venne scattata da Andrea Attardi a Caltavuturo, uno dei paesi delle Madonie; l'obiettivo ha fissato il passaggio di un uomo con bastone e occhiali da non vedente dinanzi ad un necrologio delle vittime dell'attentato.
L'immagine è tratta dal libro "Atlante di Sicilia" ( Edizioni Lavoro, Roma, 1994 ); nella dolente celebrazione delle vittime dell'attentato e nella rivendicazione di quella  "verità e giustizia" ancor oggi solo parzialmente raggiunte,  rende  bruciante una considerazione  espressa da Giovanni Falcone nel settembre del 1991:

"Non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno di un Paese civile"


Fotografia tratta da
"Giovanni Falcone, interventi e proposte 1982-1992"
a cura della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone,
edito da Sansoni Editore nel 1994