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martedì 25 aprile 2023

UNA SILENZIOSA RECRIMINAZIONE DOPO UNA VISITA AL MUSEO DELLE MARIONETTE DI PALERMO

Pupi all'interno del
Museo Internazionale delle Marionette
"Antonio Pasqualino" a Palermo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


"... Gran finale. Arrivano i pupi. Pupi palermitani, catanesi, napoletani, pupi di Bruxelles, pupi di Liegi. C'è una stanza stracolma, sono appesi a delle aste metalliche, un esercito pronto a spettacolari battaglia. Qui resto una buona mezzora e per la prima volta provo il sentimento dell'invidia, sì, un veterotestamentario desiderio di roba d'altri. Infine c'è la sala del teatrino, un'altra meraviglia. A questo punto la mia regressione infantile è arrivata a vette inusitate. Vorrei piantare una grana, costringere il personale del museo ad allestire seduta stante uno spettacolo di pupi tutto per me. Poi mi dico che non è il caso di farsi riconoscere, ma esco dal museo quasi offeso"

Eugenio Murrali - laurea in filologia classica e antropologia dell'antichità, giornalista che si occupa di letteratura e teatro - terminò con silenziosa recriminazione la sua prima visita al Museo Internazionale delle Marionette "Antonino Pasqualino" di Palermo. Rivelò quello stato d'animo nel saggio "Lontananze perdute. La Sicilia di Dacia Maraini" ( Giulio Perrone Editore, 2016, Roma ): un prezioso saggio frutto di un attento viaggio "alla ricerca della Sicilia perduta" narrata nelle opere della scrittrice vincitrice nel 1990 e nel 1999 dei premi Campiello e Strega.





 

Il Museo oggetto delle attenzioni di Murrali venne fondato nel 1975 dall'Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari di Palermo, presieduta dall'eminente clinico ed antropologo Antonio Pasqualino: un progetto da lui portato avanti nella convinzione che "l'interesse verso la cultura popolare tradizionale non deve essere un vagheggiamento nostalgico del passato, quanto piuttosto il mezzo per approfondire la coscienza storica del passato" . Pochi mesi prima, Antonio Pasqualino aveva così lamentato la dispersione del patrimonio di "pupi" storici e la scomparsa dell'arte dei "pupari", ridotta a fenomeno folclorico ad uso di nostalgici del passato o di turisti in cerca dell'oggetto-souvenir destinato a raccontare l'esotico siciliano: 

"Anche quest'arte si fa più rara, si perde - si legge in "L'Illustrazione Italiana. Sicilia: popoli e culture", Bramante Editrice-Milano, 1974 - e le rare collezioni, come quella del Museo Etnografico Siciliano Pitré, due negli Stati Uniti, una in Germania, la mia, saranno forse presto l'unico ricordo di tante battaglie e di tutto il furore, l'angoscia, la disperazione con i quali gli spettatori di un tempo rivivevano la propria vita nella vita dei paladini in legno... La decadenza del teatro delle marionette siciliane e il confuso interesse per l'esotico, tipico del gusto contemporaneo, hanno fatto la fortuna del pupo come oggetto decorativo da salotto. Il teatro ha perso contatto con il suo pubblico originario di poveri, per i quali costituiva un efficace strumento di mediazione sul mondo oltre che ( spesso ) l'unico svago possibile. Si banalizza ingegnandosi di piacere ai ricchi di casa e ai forestieri. Le marionette si vendono. Gli acquirenti sono in gran parte emigranti che vogliono riportare nella nuova casa lontana dall'esilio, nel non senso della macchina che li usa e consuma, un segno, un relitto dell'antico senso della vita. Comprano marionette anche i turisti. Ma per loro sono solo immagini esotiche; il gusto artistico contemporaneo si compiace di ingenuità e rozzezze, spesso giungendo a preferire il pezzo che il puparo esperto definirebbe "di mano di spratico" a quello di "mano maestra".






Nell'impossibilità di una filologia che nessuno vorrebbe ascoltare, l'equivoco, che è del resto sempre uno dei principali protagonisti della storia delle arti, trionfa sovrano. Se oggi, comunque, non è difficile acquistare graziose marionette confezionate in modo sbrigativo, le marionette da teatro veramente adatte a camminare e a combattere, con le armature lavorate a regola d'arte in metallo pesante e le balle teste che si scolpivano un tempo, sono ormai rare e preziose..."  

lunedì 24 aprile 2023

IL BUON ESEMPIO ISOLANO DEL CAPPERO DI PANTELLERIA

Pianta di cappero a Pantelleria.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


In un suo recente reportage dedicato all'isola, il quotidiano inglese "Guardian" ha elogiato le qualità del cappero IGP prodotto a Pantelleria. Insieme alla produzione dello zibibbo, la coltivazione di questa pianta - di cui ricorda Giosuè Calaciura ( "Pantelleria. L'ultima isola", Editori Laterza, 2016 ) rimane traccia documentaria a partire almeno dal 1570 - rappresenta la tenacia dei panteschi nel proseguire negli ultimi decenni le attività agricole locali: una perseveranza che pure ha goduto degli investimenti di imprenditori italiani e stranieri inizialmente sbarcati a Pantelleria per creare il loro "buen retiro" nel cuore del Mediterraneo

Succede così, come ha notato Gin Racheli in "Le isole minori della Sicilia. Prospettive di recupero e di sviluppo" ( Giuseppe Maimone Editore, 1989, Catania ), che "non si avverte mai, girando in Pantelleria, quel senso di devastazione casuale e gratuita del manto verde che rende penoso il soggiorno in altre isole. Pantelleria può dirsi ancora un emblematico esempio di civiltà agricola isolana, dove le specie vegetali coesistono con un genere umano intelligente e colto..."   


martedì 18 aprile 2023

PAESAGGIO A CAMPOREALE

Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia

 

lunedì 17 aprile 2023

IL VAGABONDAGGIO DI CONSOLO NEL TEMPO REMOTO DI SELINUNTE

Gita a Selinunte nel 1935.
Foto archivio ReportageSicilia


Un tour fra le città archeologiche dell'Isola fissò nella memoria di Vincenzo Consolo ricordi identificativi di quei luoghi di rovina: le statue acefale simili a fantasmi a Tindari, il tuffo nell'acqua spessa di sale del Cothon a Mozia, l'immane peso della storia percepito a Selinunte.

"Dal mattino al tramonto - scrisse Consolo in "Alias", supplemento de "il Manifesto" del 7 agosto 1999, articolo in seguito riproposto in "La mia isola è Las Vegas" ( Mondadori, 2012 ) - vagai per la collina dei templi, in mezzo a un mare di rovine, capitelli, frontoni, rocchi di colonne distesi, come quelli giganteschi del tempio di Zeus che nascondevano sotto l'ammasso antri, cunicoli; e fra le boscaglie d'agave, mirto intorno ai templi di Hera, d'Atena... Raggiunsi poi, sotto il sole di mezzogiorno, l'Acropoli sull'altra collina oltre il Gorgo di Cottone, esplorai altri templi, are, case e botteghe, percorsi strade, piazze, tutta la cinta muraria, quelle mura per cui erano penetrati i soldati d'Annibale e avevano distrutto la superba città. Sostai al fresco di una postierla per mangiare il panino, bere la gassosa, ormai calda e schiumante. Formiconi trascinavano sopra il grasso terriccio le molliche di pane. Dopo la sosta di fresco e ristoro, scivolai per il pendio che porta, oltre il fiume Selino, alla Gaggèra, dov'erano i templi più antichi, della Malophoros, di Ecate, di Zeus Meilichios. E poi, lungo il viottolo che costeggia il Selino, arrivai alla spiaggia di sabbia dorata, al porto sepolto.



E mi sembrò d'arrivare, dopo tanta calura, fatica, estraneamento per il viaggio nel tempo remoto di Selinunte, alla remissione, alla landa priva dei segni del tempo, ma che conteneva ogni tempo, compreso quello della mia memoria, di fronte all'infinito del mare, ch'era solcato di barche, e, lontano, da una nave bianca, che forse andava, per quel Canale di Sicilia, verso Tunisi, Malta o Algeri..." 

sabato 15 aprile 2023

LE "MINNI DI VERGINE", I DOLCI CHE CELEBRANO LA FERTILITA' E L'ABBONDANZA

Sambuca di Sicilia,
"minni di vergine".
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


A Sambuca di Sicilia, nell'agrigentino, da qualche anno un pasticciere ha riportato a notorietà le "minni di vergine": pasticci di frolla riempiti di crema di latte, zuccata, cannella e scagliette di cioccolato; la forma è quella della mammella di una giovanissima donna sormontata da un "tuppo" che riproduce il capezzolo femminile. La preparazione di questo dolce ha origini millenarie e, nella sua forma, tramanda un chiaro riferimento al culto della fertilità e dell'abbondanza alimentare. 



Ha scritto Maria Oliveri in "I segreti del chiostro. Storie e ricette dei monasteri di Palermo" ( Il Genio Editore, Palermo, 2017 ) che questo dolce è preparato in Sicilia con modalità diverse:

"Ad Alcamo; a Catania, dove viene chiamato "Minna di Sant'Ajta" ( di Sant'Agata ); a Sambuca di Sicilia, dove si ritiene invenzione, nel 1725, di Suor Virginia Casale di Rocca Menna, del Collegio di Maria. La suora lo creò in occasione del matrimonio del marchese don Pietro Beccadelli con donna Marianna Gravina..." 


 

venerdì 14 aprile 2023

GERACI SICULO, L'ABBEVERATOIO DOVE LE MANDRIE SI DISSETAVANO AL COSPETTO DEI SIMBOLI ARALDICI

Una delle due vasche laterali
dell'abbeveratoio della SS.Trinità,
a Geraci Siculo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


La statale 286 che collega in 22 chilometri Castelbuono a Geraci Siculo è una della più godibili strade delle Madonie; attraversa, sinuosa e con ampie viste che in alcuni tratti inquadrano il Tirreno, un paesaggio dominato da una ricca vegetazione, in cui predominano ulivi spesso secolari, frassini e mandorli. Appena superato il versante Sud dell'abitato di Geraci Siculo, si ammira un monumentale bevaio, denominato della SS.Trinità in ricordo di una piccola chiesa che esisteva nelle vicinanze almeno a partire dal secolo XI. Luogo di incontro per proprietari di mandrie e di altri animali essenziali per la conduzione delle attività agricole, questo abbeveratoio - realizzato in pietra da taglio dal napoletano Pietro Tozzo - risale agli ultimi anni del secolo XVI.

Uno dei mascheroni 
dell'abbeveratoio della SS.Trinità
a Geraci Siculo.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


La costruzione vanta una lineare razionalità architettonica, sottolineata da due torrette cuspidate e dai merli a coda di rondine. Spiccano i quattro mascheroni attraverso i quali l'acqua si riversa sulle due vasche laterali dell'abbeveratoio ed i simboli araldici del Città di Geraci Siculo e della famiglia Ventimiglia. Lo storico impianto idraulico è tuttora attivo ed in buone condizioni strutturali, a testimonianza della ricchezza di risorse idriche del territorio geracese che nei pressi di alcuni torrenti conserva le tracce di vecchi mulini.

Una visione d'insieme
dell'abbeveratoio.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


martedì 11 aprile 2023