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lunedì 16 novembre 2015

TESORI TROVATI E TESORI RUBATI A GELA

Breve storia delle scoperte, dei furti e delle rapine dei tetradrammi gelesi, pregiati reperti della numismatica d'epoca greca in Sicilia


Una veduta aerea di Gela.
La fotografia è tratta dal reportage "Gela, statue e petrolio",
pubblicato da Giuseppe Tarozzi nel maggio del 1962
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"

Ancor oggi capita di trovare nelle campagne di Gela qualche antica moneta coniata da generazioni di anonimi e abilissimi incisori che qui sbarcarono nel 688 avanti Cristo, dopo essere salpati dalle isole di Rodi e di Creta.
Le più importanti scoperte numismatiche in quest'area della costa nissena risalgono alla fine dell'Ottocento, in coincidenza con gli scavi per la costruzione della linea ferrata fra Gela - che all'epoca era chiamata ancora Terranova di Sicilia - e Licata, a Nord della città.
In quel periodo, pale e picconi riportarono con frequenza alla luce vecchie cisterne o sacelli utilizzati come deposito di tesoretti.
Nelle sue secolari vicende, Gela visse grandi periodi di ricchezza commerciale - la città vantò uno dei più ricchi tesori ad Olimpia - e di feroce assedio e depredazione, specie per mano cartaginese ( e ciò spiega l'abitudine dei gelesi di nascondere con accuratezza i propri risparmi ). 


In questa e nelle altre tre fotografie che seguono
alcuni esemplari di tetradramma in argento di Gela,
caratterizzati dalle varianti di un toro con testa umana.
Le immagini sono di Leonard Von Matt
e furono pubblicate nel 1959
dall'opera di Luigi Pareti e Pietro Griffo
"La Sicilia antica", edita da Stringa Editore Genova

Gran parte delle monete recuperate nell'Ottocento dalla Commissione per la conservazione dei monumenti patrii erano in argento e provenivano dalle zecche di Gela e di Siracusa; i tetradrammi gelesi - dal valore di quattro dracme - si riconoscevano per la raffigurazione del toro con sembianze umane.
Già all'epoca non mancarono razziatori e trafugatori di questi tesori; di fatto, tetradrammi di Gela e altre monete provenienti da scavi archeologici in Sicilia cominciarono a essere commercializzate in tutta Europa - Inghilterra compresa - già agli inizi del secolo XX
Notevoli e più o meno casuali ritrovamenti di tesori numismatici gelesi continuarono anche dopo il 1950, quando la cittadina venne stravolta dalla costruzione di nuove opere pubbliche e dalle strutture del petrolchimico.
L'entrata in azione di bulldozer, ruspe, escavatrici e livellatrici smosse per la prima volta in solo anno 500 ettari di terra. 
A stento, gli archeologi riuscirono ad arginare la distruzione di resti architettonici dell'antica città; è logico quindi supporre che molti nascondigli di monete siano stati cancellati per sempre o semplicemente depredati 2000 anni dopo i Cartaginesi senza colpo ferire.



Così, nell'estate del 1956, gli operai impegnati in un cantiere edile nei pressi della stazione ferroviaria trovarono all'interno di un vaso circa 1200 monete d'argento coniate a Gela, Agrigento ed Atene.
Gran parte degli esemplari fu dispersa e poi recuperata grazie ad una passaparola di indicazioni su quegli operai che avevano tentato di vendere ad intermediari la propria parte di tesoretto.
La notte del 17 gennaio del 1973 a Gela dai furti occasionali si passò addirittura alla rapina a mano armata, con modalità che ricordano la trama di un film: quattro persone armate di pistola e con i volti coperti da calzamaglia si calarono con una fune attraverso un lucernaio all'interno del Museo Archeologico Nazionale.
Giuseppe Di Dio e Francesco Monachella - i due custodi - furono intimiditi con un colpo di pistola sparato su un tavolo e costretti ad aprire la camera blindata che conteneva una preziosa collezione numismatica.



I rapinatori - che si esprimevano con un italiano volutamente stentato allo scopo di spacciarsi per stranieri - si impossessarono di 600 monete in argento ed oro, dal valore stimato in un miliardo di lire; prima di fuggire, chiusero a chiave i custodi all'interno del deposito, avendo cura di consegnare loro una bottiglia d'acqua ed un paio di cuscini.



Alcune di quelle monete razziate a Gela furono 6 mesi dopo recuperate a Firenze, dove erano arrivate insieme all'artista Cristoforo Legname: insieme a lui, venne arrestato dalla polizia un altro gelese, Franco Paride.
Entrambi dichiararono di averle acquistate in buona fede a Gela e vennero in seguito scagionati.
A distanza di oltre quarant'anni, gran parte di quelle preziose monete rapinate a Gela si conservano ancora in qualche collezione privata o in altri musei sparsi nel mondo: un destino condiviso da molti altri reperti archeologici trafugati in Sicilia negli ultimi 150 anni.    

  



giovedì 13 gennaio 2011

QUANDO GELA SCOPRI' IL PETROLIO


"A Gela si vende e si compra di più, c'è maggiore circolazione di denaro, la macchina del progresso ha incominciato a mettersi in moto; per le strade si vedono numerosi moto-scooters con nastri e fiocchi e specchietti e selle in falso leopardo o in falsa zebra.
E nei bar ci sono i juke-box, e nei chioschi si vendono più giornali e più settimanali, ed i tabacchini hanno visto aumentare le richieste di sigarette che non fossero le solite alfa o nazionali semplici. E se i cinema sono sempre due, fanno però spettacoli tutte le sere, e non a sere alternate come accadeva qualche anno fa. Quando ciò accade in un'area depressa, un altro fenomeno viene a galla in modo netto: le contraddizioni non vengono più oscurate e celate, ma stridono.
Così, di Gela 1962 si possono dare due immagini: una ottimistica e una pessimistica. Pessimistica, se ci si limita a constatare lo stato di estrema indigenza nella quale vive tuttora la maggior parte della popolazione, e la mancanza di fognature, di servizi igienici, di lavoro, la povertà della campagna, la carenza di aule scolastiche e di insegnanti, e la gran quantità di cose che resta ancora da fare.
Ottimistica, se si nota l'aumento dei consumi, se si guarda al futuro, agli sviluppi che l'impresa dell'ENI ha provocato e provocherà, alla costruzione del nuovo ospedale, alle case ed ai quartieri che sorgono alla periferia del vecchio centro urbano.
Gela è un paese aperto a tutte le possibilità, dove progresso e arretratezza si confondono ancora, e dove è certamente esploso il primo stadio - quello febbrile, per intenderci - della rivoluzione industriale e dove questa rivoluzione ha causato alcuni dei suoi effetti, ma sviluppandoli e accrescendoli in mezzo al caos ed al disordine e nella mancanza di una legislazione adeguata"  

Una veduta aerea di Gela, negli anni in cui l'attività di estrazione del petrolio cambiò il volto sociale ed economico della cittadina nissena. REPORTAGE SICILIA ripropone in questo post un reportage pubblicato nel maggio del 1962 dal mensile del Touring Club d'Italia 'Le Vie d'Italia', a firma di Giuseppe Tarozzi



Uno scatto del petrolchimico gelese senza indicazione di data del fotografo ragusano Giuseppe Leone,
tratto dal catalogo della mostra 'Scritture di Paesaggio', Alloro Editore, Palermo, 1998 

Il reportage riproposto da REPORTAGE SICILIA è ancora una volta tratto dal mensile del Touring Club d'Italia 'Le Vie d'Italia'; porta la data del maggio 1962, vale a dire nel periodo di massimo sviluppo delle attività di esplorazione petrolifera e lavorazione del greggio nello stabilimento dell'ENI, oggi più noto come petrolchimico.
Nel 1956, le sonde dell'Agip Mineraria avevano scoperto a 3230 metri di profondità, nella Piana del Signore, un giacimento petrolifero: i pozzi crebbero rapidamente, soprattutto fra il vallone Miroglio, il fiume Gela ed il mare, sino a superare i trenta nelle settimane in cui 'Le Vie d'Italia' realizzava il reportage. In quel periodo, gli occupati nel comparto petrolifero erano circa 4.000; l'aspetto stesso di Gela era stato modificato: la realizzazione del petrolchimico aveva richiesto un investimento da 130 miliardi di lire e la necessità di spianare 500 ettari di terra sabbiosa,dove far scorrere strade, canali di cemento ed impianti di produzione.
Nell'area industriale - poco distante dai 'terragni', le case umide e senza servizi igienici, abitate dai più poveri - quattro settori trasformavano il greggio in benzina, gasolio e bitume; qui venivano prodotti anche prodotti azotati ed etilenici, solfato ammonico, urea e coke.
Le previsioni indicarono la possibilità di ricavare petrolio da circa 200 pozzi, ma le potenzialità del giacimento nisseno si rivelarono presto ben inferiori, a causa anche dell'eccessiva densità e viscosità del greggio gelese.
 Firmato da Giuseppe Tarozzi - due anni prima la produzione di uno straordinario documentario scritto da Leonardo Sciascia 'Gela antica e moderna', realizzato da Giuseppe Ferrara -  il resoconto della situazione socio-economica della cittadina nissena di allora, fotografa perfettamente le contraddizioni ancor oggi visibili a Gela: quella della sua situazione occupazionale - oggi deficitaria e non più garantita dai livelli occupazionali degli anni del 'boom petrolifero' - e quella di una situazione ambientale piena di incognite, come dimostrato dall'alto numero di malformazioni infantili registrate negli ultimi decenni e recenti accertamenti della locale Guardia Costiera http://www.hercole.it/index.phpoption=com_content&task=view&id=23991&Itemid=111


Ragazzi e bambini gelesi in strada con gli operai del petrolchimico; negli anni di maggiore attività degli impianti, il numero di addetti raggiunse le 4.000 unità






In queste due foto a colori di Italo Zannier - pubblicate nel 1968 nel libro 'Le Coste d'Italia - la Sicilia', edito da Eni Milano - è evidente l'invasività dello stabilimento petrolchimico nell'ambiente e nell'assetto economico di Gela.
 "La città, con la sua disordinata espansione, conseguenza dello sviluppo economico e demografico provocato dalla presenza della grande industria - si legge nel testo che accompagna le foto ( i testi del libro sono coordinati da Errico Ascione ed Italo Insolera ) -  è stretta da ogni lato da strutture efficienti e funzionali che la costringono quotidianamente ad un mortificante confronto, aggravato ancor più dal fatto di non potere partecipare, socialmente ed economicamente, ai processi di rinnovamento messi in moto dall'industria.
Gela è paradossalmente diventata la periferia dei suoi dintorni" 


Posta su una altura che guarda il canale di Sicilia, lungo una lunga spiaggia sabbiosa, Gela fu una delle più importanti colonie doriche greche dell'isola, fondata il 689 a.C. dai Rodii di Antifemo e dai Cretesi di Eutimo: una storia testimoniata da numerose zone archeologiche, sia terrestri che marine, nascoste queste ultime ancor oggi nei fondali al largo della cittadina.


 




Volti e luoghi di Gela che rimandano al periodo precedente l'intensa attività di esplorazione petrolifera, avviata da Agip Mineraria nel 1956; sopra, contadini sulla scalinata di una chiesa e lo straordinario paesaggio costiero di Capo Soprano, ambiente naturale oggi definitivamente scomparso. Le colture agrarie comprendevano quella del cotone - il cui commercio raggiungeva la vicina Malta - e dei cereali.
 Sotto, un tratto delle antiche fortificazione della colonia greca di origine dorica ed uno scorcio del Museo Archeologico, inaugurato proprio durante i mesi di più intensa corsa alla ricerca del petrolio.  



   

Il Museo Archeologico nacque nel 1958, nel pieno della stagione di sviluppo delle attività petrolifere; una celebrazione dei fasti più antichi della città greca, proprio quando tutto stava cambiando: il volto del territorio, il suo equilibrio ambientale e la prospettiva di uno sviluppo di un'economia prevalentemente turistica, legata all'offerta del binomio natura e cultura.
Oggi Gela vanta una piazza dedicata ad Enrico Mattei, ma c'è da chiedersi quale sia oggi il futuro del petrolchimico, dopo gli ultimi vent'anni di politiche di dismissione e le nuove ipotesi di un disimpegno dell'ENI:http://www.ragusanews.com/articolo/17282/Raffineria-diGela-cento-assunzioni-per-400-licenziamenti.

Le fotografie pubblicate nel post sono tratte dall'articolo 'Gela, statue e petrolio', di Giuseppe Tarozzi/Scalfati/Fotocielo edito in 'Le Vie d'Italia' del TCI del maggio 1962; 'Sicilia', di Aldo Pecora, collana 'le regioni d'Italia', UTET, 1974; 'Sicilia', volume II della collana 'tuttitalia-enciclopedia dell'Italia antica e moderna', G.C.Sansoni, 1962; 'Sicilia', collana 'attraverso l'Italia', edita dal TCI, 1961

sabato 23 maggio 2026

IL RAPPORTO CON IL MARE RACCONTATO A GELA DALLA STORIA MA NEGATO DAL PRESENTE

Una veduta di Gela,
con il primo piano le mura di Capo Soprano.
Fotografia di Leonard von Matt,
tratta dal saggio
"Gela, destino di una città greca di Sicilia"
,
opera citata nel post


La notte di sabato 10 luglio del 1943, la costa di Gela fu teatro dell'imponente sbarco alleato che dalla Sicilia avrebbe cambiato il corso del secondo conflitto mondiale e i destini futuri dell'Europa.

In epoca moderna, questo evento bellico ha ridato per qualche giorno a Gela quella identità di "città di mare" che oltre due millenni fa, dopo sporadici sbarchi di migranti pre-ellenici, aveva determinato la sua colonizzazione da parte di gruppi di popolazione greca rodio-cretese.

Lo sviluppo dell'industria petrolchimica registrato nel secondo dopo guerra ha generato un rapporto di semplice "consumo" dell'ambiente marino gelese, rimasto per il resto avulso dall'identità territoriale e ambientale locale e limitato, oggi, ad un uso ricreativo-balneare.

Nel saggio "Industrializzazione senza sviluppo. Gela: una storia meridionale", pubblicato da Franco Angeli a Milano nel 1968 ( meritoriamente ristampato nel 2023 a Gela su un'iniziativa promossa da Nuccio Mulè ), Eyvind Hytten e Marco Marchioni avevano già individuato il voltafaccia della città al suo mare:

"Il mare, che in genere condiziona la vita di una comunità che vi sia costruita sulla costa, non sembra rappresentare un elemento importante nella vita della città. La stessa attività peschiera, una volta abbastanza fiorente, è oggi completamente distrutta..."



Cinque anni prima della pubblicazione del saggio di Hytten e Marchioni, la stessa valutazione era stata espressa dallo studioso di antichità e storico Pietro Griffo nell'opera "Gela, destino di una città greca di Sicilia" ( Stringa Editore, Genova, 1963 )

"Gela non fu mai, e sostanzialmente non è nemmeno adesso, una città marinara. I suoi interessi, le sue conquiste, la sua espansione, furono sempre legati alla terra e mai ebbero motivo di distaccarsene..."

Ai nostri giorni, Gela continua a rifiutare la sua natura di città bagnata dal mare. La marineria locale e una possibile parte di sviluppo delle attività turistiche - queste ultime penalizzate anche dallo sfregio arrecatole dalla presenza delle infrastrutture industriali, in buona parte in stato di rugginoso abbandono - pagano il prezzo dell'interramento del porto, da affrontare, in primo luogo, con una complessa opera di dragaggio.

Difficoltà tecniche e lungaggini burocratiche rendono tuttavia difficile una previsione sull'esecuzione di questo progetto che potrebbe forse un giorno riassegnare a Gela l'identità di "città di mare".



lunedì 10 gennaio 2022

GLI STORMI DI BAMBINI NELLA GELA STRAVOLTA DAL PETROLCHIMICO

Bambini a Gela.
Fotografia di Silvano Cappelletti
pubblicata da "Il Mondo"
il 21 dicembre del 1965


Nel corso degli anni Sessanta, il giornalista de "La Stampa" Francesco Rosso realizzò diversi reportage sulle condizioni di disagio economico e sociale a Gela, città stravolta dall'innesto delle strutture del petrolchimico dell'ANIC: una presenza industriale che pur garantendo in quel periodo un reddito a qualche centinaio di famiglie locali, rimase estranea alle reali dinamiche di sviluppo di Gela, senza mutarne i modelli arcaici di vita quotidiana. Il segno più evidente di questa  contraddizione fu la creazione della cittadella riservata ad una parte di dirigenti e tecnici dell'ANIC impiegati nel petrolchimico: un villaggio lindo e ben attrezzato, simile ad un quartiere residenziale lombardo o piemontese, transennato e munito di cartelli di divieto di accesso nei confronti dell'"altra Gela", rimasta ancorata ad una secolare situazione di povertà quotidiana. Grazie agli articoli di Francesco Rosso ricaviamo alcuni dati sulla vita a Gela nel 1962, ovvero durante i mesi in cui l'attività del petrolchimico stava alimentando le fallaci aspettative di sviluppo e benessere: il 45,5 per cento della popolazione era allora analfabeta, il 3,8 per cento affetta da tubercolosi, mentre il livello di mortalità infantile superava il 4 per cento.



"Il petrolio di Gela - sottolineò Rosso nell'ottobre del 1961 - ha indubbiamente provocato un trauma psichico nella vita della città, sono sorti alberghi per i petrolieri e i turisti che vengono a visitare le ciclopiche rovine delle mura greche e il prezioso museo, sono stati costruiti un palazzo municipale che servirebbe le necessità di Torino, ed un ospedale che non sarà mai ultimato tanto è vasto, si moltiplicano i negozi di elettrodomestici, i bar, le gioiellerie, ma sono servizi che si rivolgono ad una clientela limitata, pressoché estranea alla vita intima di Gela, che continua ad essere contadina nonostante l'industrializzazione...



Gela cresce di mille abitanti l'anno per il solo incremento demografico e vanta il tasso di natalità più alto d'Italia, il 26 per mille. Gli stormi di bambini che si vedono per le strade sono il frutto di una mentalità ferma ai secoli scorsi, quando l'altissima mortalità infantile rendeva precaria la sopravvivenza familiare... 



La mania dei coniugi di mettere al mondo un numero spropositato di bambini non è scomparsa, le famiglie con dodici, quattordici figli sono quasi la norma. I bambini, è ovvio, vivono coi genitori nel terrano, col mulo, la capra, le galline, e l'abitudine alla convivenza promiscua di uomini ed animali nella stessa camera minaccia di protrarsi per chissà quanto tempo ancora..."

giovedì 12 maggio 2016

QUANDO I RE ANDAVANO A GELA

La visita dei reali di Svezia, nel 1956,  alle testimonianze archeologiche di una città che ha perso da tempo le sue attrattive culturali ed ambientali

La visita dei reali di Svezia alle mura di capo Soprano.
Oggi Gela è una cittadina che vede quasi del tutto cancellata
la sua identità archeologica ed ambientale.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
vennero pubblicate dalla rivista "Sicilia",
edita nel marzo del 1956 dall'assessorato regionale al Turismo

Con il suo millenario passato di civiltà  e con il suo ruolo da protagonista nelle vicende isolane dello scorso secolo - basti pensare allo sbarco alleato del 1943 e all'illusione dello sviluppo industriale locale, a partire dal 1960 - Gela ben rappresenta le contraddizioni della Sicilia.
Di fatto, la visione odierna della cittadina nissena - che godeva un tempo di una piana agricola ricca di produzioni e di spiagge tra le più belle dell'isola -  nulla o quasi conserva di quell'antica identità cancellata dall'insediamento del petrolchimico.
Il ruolo soverchiante dell'industria ha fatto sì che oggi Gela - ad eccezione del Museo Archeologico Regionale -  non goda più di attrattive degne di una significativa frequentazione turistica.


Le testimonianze archeologiche dell'antica colonia greca sono quasi annientate dalla mole spaventosa degli impianti; la costa ed il suo mare convivono con un impatto ambientale che non può attrarre turisti e visitatori. 
Chi si avvicina a Gela, avverte già da molti chilometri prima il puzzo degli impianti: come sorprendersi allora se nessuna persona di buon senso decida di mettervi piede? 
Sorprendono così i ricordi dei gelesi più anziani sulle visite di viaggiatori capaci un tempo di spingersi da tutta Europa verso gli estremi confini siciliani, a Sud del Continente.
Due di loro - come mostrato dalle fotografie riproposte da ReportageSicilia - furono addirittura i reali di Svezia.
Le immagini ritraggono il re Gustavo VI e la regina, Lady Luisa Mountbatten; gli scatti furono pubblicati dalla rivista dell'assessorato regionale al Turismo "Sicilia" nel marzo del 1956.
Quella visita a Gela dei due sovrani scandinavi si spiega con la passione di Gustavo VI per la ricerca archeologica.
Nel 1955, il re di Svezia aveva preso parte in incognito in Sicilia agli scavi di Morgantina, diretti dal professore Erik Sjoqvist, suo consigliere: erano anni di intense campagne di scavi e l'isola era meta di ricercatori che guardavano alla Sicilia come un luogo ancora ricco di siti da scoprire e studiare. 


E' probabile che l'arrivo di Gustavo VI e della moglie a Gela sia stato allora giustificato dal desiderio di ammirare il recente restauro delle mura di capo Soprano, testimonianza eccezionale dell'architettura militare della Magna Grecia.
Di quella presenza regale in un luogo oggi stravolto dagli impianti del petrolchimico e da un disordinato e caotico sviluppo si è ricordato qualche anno fa il giornalista Enrico Deaglio:             

"Chi ha più di quarant'anni ricorda poi un'altra Gela, quella che è stata uccisa.
Negli anni Cinquanta, - ricordava Deaglio in "Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze" ( Il Saggiatore, 2010 )- il re Gustavo di Svezia scendeva fin lì per fare il bagno e i turisti colti facevano tappa al museo.
La spiaggia era lunga, venti chilometri di sabbia finissima, e dietro sorgeva un piccolo paese, di pesca, ortaggi, sole, vento di scirocco e paesaggi in lontananza, nel riverbero del caldo, di donne dai fianchi fasciati di gonne nere"

 

venerdì 27 dicembre 2019

LE MURA DI GELA DISSEPOLTE DALLE DUNE DI SABBIA

Un tratto delle mura di Gela
riemerse dalle dune di sabbia fino al 1952.
Le fotografie sono tratte da "Guida di Gela",
opera citata

Costruite con blocchi di calcare perfettamente squadrati nella parte  inferiori e mattoni quadrati di argilla cruda seccata al sole nella parte superiore, le mura greche di Gela costituiscono una delle più importanti testimonianze di architettura militare antica del Mediterraneo.
La storia della loro scoperta è stata riassunta nel 1958 in "Guida di Gela" ( Pleion, Milano ) dai due archeologi che qui vi hanno  condotto fondamentali campagne di scavo: il parmense Piero Orlandini e il romeno Dinu Adamesteanu, che nello stesso anno di pubblicazione della guida inaugurarono a Gela il nuovo Museo Archeologico.

"Fino al 1948 - si legge nella loro "Guida di Gela" - la zona di Capo Soprano era ricoperta, nella sua estremità occidentale, da una serie di dune mobili, alcune delle quali alte 12 metri.
Sotto queste dune giaceva sepolto uno dei monumenti più importanti che l'antichità ci abbia lasciato, vale a dire un lungo tratto delle mura greche di Gela, riemerse dopo 2300 anni in splendido stato di conservazione.



E' interessante notare che nel 1941, prima dello sbarco alleato in Sicilia, sulle dune che ricoprivano le antiche mura venne costruita una serie di fortini in cemento armato: la linea di questi fortini ripeteva esattamente la linea della fortificazione greca. Quest'ultima venne scoperta casualmente cinque anni dopo, nel 1948.
Dopo una serie di saggi condotti fino al 1952, le mura furono completamente scavate fra il 1953 ed il 1954 con fondi straordinari concessi dalla Cassa per il Mezzogiorno.
A tale scopo fu necessario un colossale lavoro di sbancamento calcolato in 200.000 metri cubi di sabbia..."



giovedì 3 aprile 2014

BARCHE A GELA, IL MARE PRIMA DEL PETROLIO

Pubblicate nel 1930 dall'opera del francese Gabriel Faure intitolata "En Sicile", tre fotografie ricordano l'attività marittima nella cittadina oggi stravolta dal petrolchimico


Ci sono vecchie fotografie dell'isola che restituiscono l'immagine perduta di un territorio e delle attività umane che un tempo vi si svolgevano. 
Il dato riguarda soprattutto quelle zone della Sicilia che hanno subìto radicali trasformazioni ambientali, legate alla creazione di aree industriali; luoghi come Augusta, Priolo, Termini Imerese o Gela, nei tempi remoti scelti dai colonizzatori greci per la loro naturale feracità e lo scorso secoli devastati dalle aziende del petrolio e della chimica.
Le tre fotografie riproposte da ReportageSicilia offrono così un sorprendente volto di Gela, oggi neanche immaginabile a causa del permanente ( e nauseabondo ) impatto del petrolchimico, sorto dal 1960 al 1965.
Le immagini rivelano il mondo perduto delle attività ittiche e navali gelesi, che ancora nei primi decenni del secolo XX sostentavano l'economia locale.
La flotta di Gela comprendeva allora sia barche da pesca - soprattutto "paranze" e vascelli per la raccolta delle spugne - che velieri mercantili diretti con grano, cotone, vino e scope nei porti di Malta, della Tunisia e della Libia http://www.gelacittadimare.it/pesca.html.


Di quell'attività commerciale rimane una traccia statistica nel II volume dell'opera di A.Brunialdi e S.Grande "Il Mediterraneo" ( UTET, 1922 ), secondo cui a Gela "nel 1914, 438 navi stazzanti 81.075 tonnellate ne importarono 4.927 e ne esportarono 9.004 di merci diverse". 
Gli scatti delle imbarcazioni tirate in secca sulla spiaggia di Gela portano la firma "Pasta Milano" e vennero pubblicati nell'opera dello scrittore francese Gabriel Faure ( 1877-1962 ) "En Sicile", edita da B.Arthaud-Grenoble nel 1930.
Nel volume - che faceva parte di una collana intitolata "Les beaux pays", dedicata a Paesi e regioni del Mediterraneo - gli unici riferimenti alle vicende locali sono quelli di natura storica ( "Terranova, qui vient de reprendre son antique nom de Gela, était, jadis, après Syracuse et Agrigente, la plus florissante des villes grecques..." ). 
Durante il suo reportage, Faure non poteva immaginare che quel territorio siciliano assai simile ad un pezzo di costa africana sarebbe diventato un luogo la lavorazione del petrolio e gli incancellabili guasti ambientali avrebbero garantito poche decine d'anni di sviluppo.


Le tre fotografie riproposte da ReportageSicilia aggiungono così qualche altro dubbio circa le conseguenze a lungo termine del cieco sviluppo delle attività petrolchimiche in Sicilia.
"Si assiste oggi al risultato evidente di due diverse politiche rivolte alla soluzione dei problemi, ognuna con i mezzi a sua disposizione.
Da una parte - scriveranno nel 1968 Errico Ascione e Italo Insolera -  le soluzioni chiare ed organiche dettate dalla necessità della efficienza industriale, affrontate con la esperienza e i mezzi disponibili ed acquisibili, dall'altra il disperato tentativo condotto dagli individui e dalla collettività locale senza mezzi e senza esperienze, e, soprattutto, con la incapacità di trovare interessi comuni.
La città con la sua disordinata espansione, conseguenza dello sviluppo economico e demografico provocato dalla presenza della grande industria, è stretta da ogni lato da strutture efficienti e funzionali che la costringono quotidianamente ad un mortificante confronto, aggravato ancora più dal fatto di non potere partecipare, socialmente ed economicamente, ai processi di rinnovamento messi in moto dall'industria.
Gela è paradossalmente diventata la periferia dei suoi dintorni".

        

giovedì 6 novembre 2014

SUGGESTIONI E SPERANZE PER LA COLTURA DEL COTONE A GELA

Il fallimento di un progetto del gruppo catanese Rendo mise fine nel 1985 al sogno di un ritorno delle storiche piantagioni nelle campagne del nisseno.
Adesso un nuovo piano regionale rilancia le speranze per il cotone gelese

Coltivazione di cotone nelle campagne di Gela.
La fotografia risale alla fine degli anni Cinquanta ed è tratta
dall'opera enciclopedica "Atlante Gente-Natura-Civiltà"
edita da De Agostini nel 1962.
La produzione del cotone gelese ebbe termine nel 1974.
Nel 1985 un progetto catanese di rilancio della coltura
non ebbe alcun seguito

In passato ReportageSicilia ha dedicato uno dei suoi post agli anni cui Gela affidava una buona parte delle sue risorse lavorative ed economiche alla produzione del cotone http://reportagesicilia.blogspot.it/2008/05/la-breve-epopea-del-cotone.html.
L'occasione di tornare sull'argomento è ora offerta dalla riproposizione di una fotografia pubblicata nel 1962 nelle pagine della "Enciclopedia Atlante Gente-Natura-Civiltà" edita da De Agostini. 
 

L'immagine dovrebbe risalire alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo e ritrae un gruppo di raccoglitori dei fiocchi di cotone prima dell'avvento degli strumenti per la raccolta meccanica.
A Gela, la sgranatrice che serviva a separare la fibra del cotone dai semi smise di funzionare nel 1974
Ancora dieci anni dopo, nelle campagne della cittadina nissena resistevano circa quaranta ettari di terreno di una coltura che prima del secondo conflitto mondiale ne occupava circa 60.000.



Alla metà degli anni Ottanta, l'illusione del rilancio di una attività agricola legata alla storia stessa di questa zona dell'isola venne alimentata da un progetto che si aggiunge alla lista delle molte "incompiute siciliane".
La Comes - un'azienda di consulenza catanese legata al gruppo Italimprese della famiglia Rendo - mise in piedi un piano che avrebbe dovuto rilanciare la coltura del cotone, garantendo un reddito per ettaro quattro volte superiore a quello offerto dal grano duro.
Il progetto avrebbe avuto Gela come sito di riferimento e prometteva di coinvolgere anche altre migliaia di agricoltori fra SciaccaPaceco, Paternò, Ramacca e Caltagirone.
La Comes assicurava lo studio e l'introduzione di semi sperimentali e l'acquisto di attrezzature all'avanguardia di produzione americana.
Nulla di tutto ciò è naturalmente accaduto.
Gela ha continuato ad affidare le sue sorti lavorative ed economiche agli impianti del petrolchimico, mentre il gruppo Italimprese dei Rendo - dopo varie disavventure giudiziarie - è stato nel dichiarato fallito nel 1997.
La storia del cotone gelese è quindi affidata ai ricordi degli anziani ed alle vecchie fotografie: memorie cariche di suggestione e di rimpianto per la scomparsa di una coltura che un tempo imbiancava i terreni di quest'area della Sicilia agricola.
La speranza di un ritorno a questa coltivazione è da qualche tempo affidata ad un progetto della Regione; i primi passi, sembrano incoraggianti http://gds.it/2014/02/08/gela-dopo-mezzo-secolo-tornano-i-campi-di-cotone-investimento-da-5-milioni-319719_153147/
   




sabato 8 dicembre 2018

I RIGOGLIOSI TEMPI DEL COTONE A GELA

Ragazzini ed adulti impegnati nella raccolta del cotone a Gela.
La fotografia venne pubblicata da "Italia nostra",
volume IV, edito nel 1965 da Federico Motta Editore
"Rigogliosi campi di cotone, specie nel gelese, hanno dato la possibilità al Cotonificio palermitano di poter lavorare finalmente l'autentico cotone siciliano, al quale è ricorsa tutta l'Europa durante le calamità di tutti i tempi"

Così scriveva nel luglio del 1956 la rivista "Siciliamondo", attestando la ricchezza di una coltura che per decenni ha costituito una delle principali fonti di ricchezza di Gela; ed in quello stesso anno, Daniel Simond poteva riferire in "Sicilia" ( Edizioni Salvatore Sciascia ):

"Le piantagioni di cotone coprono la pianura di Gela"



Soprattutto nei primi decenni dello scorso secolo, la cittadina nissena è stata il centro di produzione, sgranatura, pressatura ed imballaggio di una buona parte del cotone commercializzato in Italia.
Nel 1929, la piana di Gela era coltivata per un totale di 4.500 ettari, diventati 12.000 dieci anni anni dopo.
Nel 1951, si ottennero 50.000 quintali di fibra, ossia la grandissima parte della produzione nazionale. 
Nel periodo in cui "Siciliamondo" celebrava i "rigogliosi campi", Gela stava tuttavia per abbandonare la produzione di cotone per accogliere nel suo territorio agricolo gli impianti industriali per l'estrazione e la lavorazione dei prodotti petroliferi.
Centinaia di braccianti impiegati soprattutto nei mesi di settembre ed ottobre - uomini, donne ma anche bambini - smisero allora di piegarsi sui campi per raccogliere i bioccoli di cotone.



Molti lavoratori adulti finirono con il trovare lavoro nelle fabbriche dell'ANIC e nell'unica azienda locale che per una breve stagione ebbe radicamento grazie a tecnici e maestranze locali: la Gelaplastic, specializzata nella produzione di teloni per serre.
Da qualche anno, preso atto del sostanziale fallimento anche ambientale delle attività industriali, Gela ha tentato di rilanciare la produzione del cotone.
L'impresa non ha però avuto sinora confortanti risultati da un punto di vista commerciale, e dei "rigogliosi campi" celebrati da "Siciliamondo" rimane traccia solo nei ricordi dei gelesi più anziani.




    

   

venerdì 7 marzo 2014

"DON BASTIANO", L'ARCHEOLOGO ROMENO DI GELA

Il ritratto di Dinu Adamesteanu nel reportage "Viaggio in Italia" di Guido Piovene: storia e aneddoti di un singolare pioniere dell'archeologia nella Gela di sessant'anni fa


L'archeologo di origine romene
Dinu Adamesteanu.
La sua opera di studioso
dell'arte greca nell'isola
si è svolta in Sicilia
fra il 1949 ed il 1958.
ReportageSicilia ripropone
un brano delle pagine
dedicategli dallo scrittore Guido Piovene
nell'opera "Viaggio in Italia",
edita da Arnoldo Mondadori nel 1957.
L'immagine è tratta da
http://salentopoesia.blogspot.it/ 


Ci sono personaggi che hanno scritto pagine della storia siciliana, vivendo oggi nel ricordo di un ristretto numero di persone che sono stati al loro fianco o nelle pagine di qualche libro a loro dedicato.
Uno di questi uomini è stato l'archeologo romeno Dinu Adamesteanu, che fra il 1949 ed il 1958 lavorò agli scavi di Siracusa, Gela, Lentini e Butera.
Adamesteanu era arrivato in Italia da apolide e grazie ai suoi rapporti con Luigi Bernabò Brea e Pietro Griffo avrebbe lasciato una traccia fondamentale nella storia dell'archeologia siciliana, introducendo la topografia fotografica aerea; per i meriti scientifici dei suoi studi nell'isola, nel 1955 ottenne la cittadinanza italiana.


Una sala del museo archeologico di Gela
con l'esposizione di vasi, statuette, corredi funerari,
capitelli e sarcofagi.
la fotografia è tratta dal reportage
"Gela, statue e petrolio", pubblicato nel maggio del 1962
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia".
L'immagine è attribuita a "Foto Scalfati" 

Dell'impegno di Adamesteanu in Sicilia - e della sua singolare figura di archeologo - rimangono tracce nelle pagine del libro di Guido Piovene "Viaggio in Italia", edito nel 1957 da Arnaldo Mondadori.
Lo scrittore e giornalista vicentino dedicò all'archeologo un ritratto ricco di aneddoti singolarissimi, che restituiscono la figura di uno studioso interamente prestato alla ricerca. 
Il reportage di Piovene focalizzò le sue attenzioni sul periodo in cui Adamesteanu si dedicò agli scavi nel territorio di Gela, la cittadina nissena all'epoca teatro anche delle esplorazioni petrolifere.
Piovene ricorda anzitutto che lo studioso romeno - probabilmente per assonanza fonetica - era conosciuto dai gelesi come "don Bastiano".


La dunosa costa sotto la collina di capo Soprano.
In questa zona sabbiosa Dinu Adamesteanu
diede il suo apporto alla scoperta
delle antiche fortificazioni di Gela.
Questa fotografia, al pari di quelle che seguono,
è attribuita a Leonard Von Matt
ed è tratta dall'opera "La Sicilia antica",
edita da Stringa Editore Genova nel 1964

Nel reportage si descrive quindi la scoperta casuale delle antiche mura militari della colonia greca: un piccolo proprietario terriero notò alcune pietre rettangolari affioranti dalla sabbia e cominciò a prelevarle per costruirsi una casa.
Qualcuno però raccontò l'accaduto, e quando la vicenda giunse a conoscenza del sovraintendente alle antichità Griffo gli archeologi corsero subito a verificare quanto stava accadendo; con loro sorpresa, scoprirono una muraglia alta nove metri che Piovene definirà "un enorme paravento perduto tra le dune, nello spazio deserto, solenne e oggi astratto da ogni realtà, una costruzione chimerica".


Un tratto delle antiche mura,
composte da pesanti massi di pietra calcarea

Per compensarlo del mancato utilizzo di quelle pietre, il costruttore della casa sarebbe stato ricompensato con la nomina a custode degli scavi e di un antiquarium. 
"Ritto davanti al muro - scrive ancora Piovene -  racconta le battaglie, rifacendo nella sua mimica i gesti dei guerrieri, e, da buon popolano della Sicilia, li divide non già in cartaginesi e greci, ma in saraceni e paladini, come nelle pitture dei carri o al teatro dei pupi". 

Le opere di conservazione
della muraglia, realizzate tramite l'utilizzo
di grosse lastre di cristallo e tettoie

Insieme agli altri archeologi, Dinu Adamesteanu avrebbe riportato alla luce quella straordinaria opera di architettura militare, lottando contro la sabbia scagliata loro dalle raffiche dello scirocco:
        
"Gela possiede dunque il più bel muro trasmessoci dall'antichità.
Nella parte della città già nota per gli scavi dell'anteguerra, è sorto anche un moderno museo, non ancora aperto al pubblico, dove si raduna il ricco materiale raccolto.
Qui possiamo conoscere meglio Adamesteanu, l'archeologo romeno divenuto italiano, popolarissima figura in tutta la zona, ribattezzato Don Bastiano per semplificarne il nome.


Stamnoi arcaici del VII secolo a.C.
"Cominciando da maggio - scriveva Piovene - Adamasteanu
vive sui luoghi degli scavi, spesso lontani e disagevoli,
al sole e alla pioggia, dormendo per terra a cielo scoperto..."

Don Bastiano è tra i pochi archeologi avventurosi che rimangono in campo. Un misto d'istinto e di calcolo fa sì che, uscendo all'aria aperta in un terreno tutto eguale, egli individua il metro esatto in cui bisogna affondare il piccone.
Cominciando dal maggio, vive sui luoghi degli scavi, spesso lontani e disagevoli, al sole e alla pioggia, dormendo per terra e cielo scoperto, portando in tasca un pane, una cipolla, un pezzo di cioccolata, tutt'al più una scatoletta di carne.


Una protome equina in terracotta.
All'epoca dei primi scavi archeologici,
i ricercatori si trovarono ad affrontare anche
il problema dei furti dei reperti appena recuperati

Scavare è l'unica sua cura. Solo recentemente, dopo anni di bivacco sulla proda dei fossi, gli hanno regalato una tenda.
Prima del dono un contadino, impietosito di vederlo all'aperto, gli cedette il casotto del maiale, sommariamente ripulito ed imbiancato, per ripararvisi la notte.
Ma il maiale, furente di essere stato espulso, riuscì un giorno a rientrarvi mentre don Bastiano era assente, e per vendetta fece a brani vestiti e biancheria, oltre ad ingurgitare sapone, pasta dentifricia, spazzolino da denti.


Statuette fittili di donne
che recano offerte a Demetra.
Piovene racconta dell'abitudine
dell'archeologo romeno,
da tutti conosciuto come "don Bastiano",
di dormire in una brandina all'interno del museo

A Piazza Armerina, dove don Bastiano arrivò una mattina con gli abiti a brandelli, si fece incetta d'indumenti a prestito per rivestirlo.
A Gela, don Bastiano dorme su un letto di fortuna in una sala del museo, adesso un vasto cantieri di oggetti in restauro, che gli specialisti riescono a ricomporre in modo per noi prodigioso da centinaia di frammenti sparsi e confusi nella terra.


Il vivo naturalismo e la vigorosa plasticità
di un sileno, una divinità dei boschi.
"Per contatto con l'elemento indigeno, siciliota -
spiegava "don Bastiano" a Piovene -
o anche perchè le razze greche non erano affatto uniformi,
qui si ha un'arte diversa
da quella della Grecia al di là dello Ionio.
I veri greci non avrebbero mai fatto
questi stupendi, capricciosi sileni..."

Vi è il profluvio di tutti i musei dell'Italia meridionale di statuette dedicate a divinità diverse, con predominio di Demetra, e di oggetti votivi tirati in serie come oggi; e in mezzo alcuni pezzi di straordinaria bellezza.
'Via via che progrediscono gli scavi e gli studi' mi dice don Bastiano ' viene sempre più in luce la varietà del mondo greco. E si precisa sempre più quello che fu chiamato l'anti classicismo dell'arte antica siciliana. Per contatto con l'elemento indigeno, siciliota, o anche perché le razze greche non erano affatto uniformi, qui si ha un'arte diversa da quella Grecia al di là dello Ionio.
I veri greci non avrebbero mai fatto questi stupendi, capricciosi Sileni'.
Mi indica, così dicendo, una fila di teste sileniche in materia fittile, realistiche, caricaturali.
'Tra parentesi, quando furono ritrovati, bastò che gli operai si voltassero la testa un attimo, perché sparisse il più perfetto. Per fortuna qui si sa tutto. Obbligammo l'incettatore, che già l'aveva comprato dal ladruncolo per poche migliaia di lire, a restituirlo al museo.


Una testa di gorgone.
"Non si sarebbero mai fatti in Grecia
templi colossali come a Selinunte e ad Agrigento.
Nè si sarebbero ammassati come è avvenuto ad Agrigento
 - osservava Adamesteanu -
tanti templi grandiosi in una valle sola.
Nè si trovano in Grecia, come qui,
cinquanta vasi tutti in una sola tomba.
Vi era già allora una tendenza sontuosa,
e quasi megalomane, nella Sicilia;
quella che, dopo il dominio spagnolo,
si chiamò spagnolesca"

Né i veri greci avrebbero mai fatto questi vasi, sui quali le divinità appaiono caricaturate, rittratte come gente spicciola con il suo lato comico. I veri greci si tenevano ai canoni. Ma qui tutti sfuggono ai canoni, domina la fantasia, l'empirismo, il realismo, l'estro individuale'.
La Sicilia, per don Bastiano, è la tipica terra del barocco perenne, un barocco che già fiorisce sotto forme greche, con figure che si tramandano dall'antichità sino alle pitture dei carri.
Era anche, la Sicilia, rispetto alla Grecia, quello che oggi è l'America rispetto a noi, la terra del ricco e colossale.
'Non si sarebbero mai fatti nella Grecia contemporanea templi colossali come a Selinunte ed Agrigento; né si sarebbero ammassati, come è avvenuto ad Agrigento, tanti templi tutti grandiosi in una valle sola. Né si trovano in Grecia, come qui, cinquanta vasi tutti in una sola tomba. Vi era già allora una tendenza sontuosa, e quasi megalomane, nella Sicilia; quella che, dopo il dominio spagnolo, si chiamò spagnolesca'.


Una statuetta in terracotta
affiora dal terreno a Butera,
altra località oggetto
delle ricerche in Sicilia
di "don Bastiano"


La varietà del mondo greco, la forza dei caratteri e degli apporti indigeni, le apparizioni del barocco nel classico, si definiscono con precisione crescente.
Gela non aveva pietra, e tutto, anche le statue, era fatto di materia fittile, plasmata con eccezionale fantasia e abilità.
Si riteneva fino a ieri che le ceramiche venissero dalla Grecia.
Oggi, a Gela e altrove, sono state scoperte alcune fornaci e gli stampi. 
L'originalità dell'arte siciliana si va così documentando...".