RAFFAELLO PIRAINO, "Fichidindia", 1975
ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
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mercoledì 8 giugno 2016
martedì 7 giugno 2016
IL RIVOLUZIONARIO PROCLAMA DELLA "SANTUZZA" A PALERMO
Le origini del grido "Viva Palermo e viva Santa Rosalia!", momento clou delle celebrazioni del Festino e che rimanda alle vicende dei moti del 1820
Il tradizionale appuntamento palermitano di luglio del Festino di Santa Rosalia è ormai vicino.
Quello del 2016 sarà il 392° della sua storia, ricca di legami con le vicende della città e di aneddoti più o meno documentati che ne raccontano le secolari cronache.
Uno dei momenti topici del Festino è quello della salita sul carro della "Santuzza" nella calca dei Quattro Canti, e del rituale grido "Viva Palermo e viva Santa Rosalia!": un compito affidato al sindaco ed incertamente insidioso perché capace di riservargli pubbliche ovazioni o plateali contestazioni da parte dei suoi concittadini.
L'esito del proclama ha quindi ripercussioni di natura elettorale e per questo motivo, qualche anno fa, un sindaco preferì evitare i temuti fischi abbandonando il corteo del carro poco prima della sosta ai Quattro Canti.
| Il carro del Festino dinanzi Porta Felice in una stampa settecentesca. L'immagine è tratta dal quadrimestrale "Giglio di Roccia", edito a Palermo nell'estate del 1961 |
Pochi ricordano che l'origine del grido "Viva Palermo e viva Santa Rosalia" è legata alla data del 1820, ed ad un accadimento - la rivolta contro le truppe di Ferdinando I - che poco o nulla ebbe a che fare con la devozione alla "Santuzza".
L'episodio venne così raccontato da Amleto Bologna nell'articolo "Viva Palermu e Santa Rusulia! Festini, carri, corse di cavalli e altre cose", pubblicato dalla rivista quadrimestrale "Giglio di Roccia", edita a Palermo nell'estate del 1961:
"'Viva Palermu e Santa Rusulia!'
Eterno, vibrante grido di amore e di fede del popolo di Palermo questo, e però assurto anche a grido di guerra proprio alla fine del 'festino' del 1820 iniziandosi la violenta rivolta scoppiata nella nostra città, sulla scia di quella di Napoli dopo il 'pronunciamento militare' di Nola, per il ripristino della Costituzione siciliana del 1812.
| La statua di Santa Rosalia lungo il perimetro esterno della Cattedrale di Palermo. La fotografia è di ReportageSicilia |
'Baddi e mitragghia cchiù nun tinevanu,
cannili di paràmita pigghiavanu,
pi fina 'nta la vucca lu pezzu inchèvanu
un cileccu pi tappu ci 'ncarcavanu:
poi alla cantunera si mittevanu,
sparannu sparannu s'avanzavanu
e ad ogni botta lu populu dicia:
Viva Palermu e santa Rusulia!'
si legge in un canto popolare del tempo che esaltava questo avvenimento.
Per spiegarsi il senso di questa ottava deve tenersi presente che l'illuminazione del "Cassaro", fino a quando non fu sostituita nel 1861 con archi a gas, veniva eseguita con piramidi ( "paramiti", in dialetto ) di legno dipinto ( 400 fra grandi e piccole ) su ognuna delle quali erano appese decine di lucerne di terracotta ( "cannili", in dialetto ) ad olio.
Piramidi con lucerne erano pure a Porta Nuova, a Porta Felice e ai Quattro Canti dinanzi alle fontane.
La loro accensione, grazie al grande numero di addetti, avveniva quasi simultaneamente.
Intensi, quindi, che durante la rivolta, appena esaurite le palle e la mitraglia per i cannoni, che allora erano ad avancarica, i rivoltosi tolsero le lucerne dalle piramidi e con le stesse riempirono i pezzi tappandone la bocca con giacche e panciotti ( "cilecchi", in dialetto ).
Era stato un frate del convento di Sant'Anna, padre Gioacchino Vaglica, a lanciare per primo il grido "Viva Palermu e Santa Rusalia!" e il popolo con tumultuoso ardore lo aveva seguito sino a mettere in fuga i generali e le soldatesche del famigerato Re Nasone, Ferdinando I delle Due Sicilie, già terzo di Sicilia e quarto di Napoli.
| Un'altra statua della "Santuzza", quella sul monte Pellegrino. L'immagine è tratta dala rivista "Natale e Capodanno dell'Illustrazione Italiana", opera citata |
Vero è che di questa rivolta qualche mese dopo, per la repressione operata dal generale Pietro Colletta, non erano rimaste che lacrime, lutti e devastazioni, ma il grido di padre Gioacchino, ripreso a coro dal popolo che ne fece, come del resto avvenne in altre rivolte, non esclusa quella del 1848, la sua insegna, sta a dimostrare quanta era, e naturalmente è, la fede in Santa Rosalia nei più disperati e tragici frangenti, quanta era ed è la sicurezza nella sua intercessione, nel suo intervento, meglio, nella mentalità popolare, che altri santi pure ritenuti miracolosissimi..."
domenica 5 giugno 2016
IL CUSTODE DEI TONNI DI FAVIGNANA
Memoria dello stabilimento per la lavorazione dei tonni delle Egadi nei ricordi di Giuseppe "Peppe" Giangrasso, da mezzo secolo testimone della storia degli impianti legati ai nomi dei Florio e dei Parodi
All'età di 77 anni appena compiuti, Giuseppe "Peppe" Giangrasso è oggi la memoria storica dello stabilimento per la lavorazione e l'inscatolamento di tonno di Favignana, dapprima di proprietà dei Florio e in seguito dei Parodi.
Giangrasso, favignanese con il volto segnato dal sole e dal vento dell'isola, cominciò a lavorare nel 1962 all'interno dell'edificio progettato 88 anni prima da Giuseppe Damiani Almeyda.
Dal ruolo di imbianchino, quest'uomo oggi attorniato da 8 figli e 27 nipoti ha assunto vari incarichi, sino a diventare - nel 1990 - il custode dello stabilimento.
"Peppe" conosce ogni angolo dei 32.000 mq di questo magnifico esempio di archeologia mediterraneo-industriale, costruito con il tufo locale; vi abita ancora e qui continua a svolgere il ruolo di guardiano, spesso accompagnato da quello di guida per i visitatori dello storico impianto.
A quelli più affabili, Giangrasso intona anche i canti goliardici che accompagnavano il lavoro dei tonnaroti ( ad esempio, "Lina! Lina! Chi beddi minne teni a signurina!", "Lina! Lina! Che bei seni ha la signorina!" ).
A quelli più affabili, Giangrasso intona anche i canti goliardici che accompagnavano il lavoro dei tonnaroti ( ad esempio, "Lina! Lina! Chi beddi minne teni a signurina!", "Lina! Lina! Che bei seni ha la signorina!" ).
I ricordi di "Peppe" accompagnano le notizie documentarie sullo stabilimento: le origini risalgono al periodo in cui Ignazio Florio - nel 1874 - acquistò con 5 rate annuali le isole Egadi dai Pallavicini-Rusconi, per un totale di 2 milioni e 750.000 lire.
Sino al 1637, l'arcipelago trapanese era stato in mano al Demanio del Regno di Sicilia, che lo aveva venduto nel 1637 al genovese Camillo Pallavicini; tre secoli prima, gli aragonesi vi avevano fatto impiantare due tonnare, determinando così la nascita di un'economia locale basata sull'attività dei rais e delle loro ciurme.
"Peppe" Giangrasso ricorda con rimpianto quando lo stabilimento dava lavoro a quasi mille persone.
In pratica, quasi tutti gli abitanti delle Egadi, da aprile a luglio, hanno beneficiato per decenni delle attività di pesca e lavorazione del tonno; gran parte degli uomini erano impegnati nelle tonnare, mentre donne e ragazzi lavoravano all'interno dello stabilimento.
Un tempo, si catturavano da un minimo di 10.000 ad un massimo di 16.000 esemplari annui, con un prodotto fresco variabile fra i 15.000 ed i 25.000 quintali.
Il ciclo di lavorazione era rapidissimo: entro le 48 ore, i tonni venivano catturati, lavorati e inscatolati per l'esportazione.
"Il giorno successivo a quello della mattanza - ha scritto a questo proposito Valeria Patrizia Li Vigni in "Le vie del mare" ( edito dalla Regione Siciliana nel 2008 ) - i tonni venivano distesi sul pavimento per la 'ronchiatura', ossia la separazione dei diversi tagli, denominati 'ventresca', 'tarantello', bodano', 'tonno'.
Tutti i tagli seguivano lo stesso ciclo di lavorazione, anche se diversi erano i gradi di salamoia ed i tempi di cottura in relazione al taglio e allo spessore dei tranci...
Tutti i cascami ( ossa, pinne, lische ), dopo la spremitura nelle presse, venivano distesi ad asciugare ed essiccare al sole nello spiazzale del reparto.
Tali parti erano successivamente macinate presso il mulino per ottenere olio e farina di pesce, quest'ultima ritenuta un ottimo fertilizzante per i vigneti..."
Nelle "buatte" che confezionavano il prodotto erano così elencati i riconoscimenti ottenuti in occasione di fiere o mostre:
"Lavorazione e prodotti premiati con diploma d'onore all'Esposizione di Londra 1888", "Due diplomi d'onore all'Esposizione di Palermo 1891-2", "Gran diploma d'onore all'Esposizione Italo-Americana di Genova 1892", "Gran premio all'Esposizione Internazionale di Milano 1906".
La crisi industriale arrivò negli anni successivi al secondo dopoguerra, quando già dal 1937 la proprietà dello stabilimento era passata ai Parodi.
Il prodotto pescato nelle Egadi e lavorato all'interno degli impianti diminuì a favore del tonno congelato proveniente da altri mari.
Nel 1966 e nel 1967, gli esemplari catturati a Favignana furono 2500 e 6580; fra i ricordi di "Peppe" Giangrasso vi è quello delle numerose famiglie favignanesi che con il passare degli anni persero lavoro e guadagni.
Il 1982 fece segnare la fine delle attività produttive all'interno dello stabilimento.
Dopo anni di abbandono, la Regione Siciliana acquistò l'intera struttura da Luigi Parodi, per un importo di 5 miliardi di lire.
I lavori di ristrutturazione non sono ancora del tutto terminati, ma la visita in compagnia di "Peppe" costituisce un motivo di grande interesse per la bellezza dei luoghi e per i racconti del suo storico custode, capaci di rievocare una Sicilia operosa e generosa di risorse per i suoi abitanti.
"Peppe" Giangrasso ricorda con rimpianto quando lo stabilimento dava lavoro a quasi mille persone.
In pratica, quasi tutti gli abitanti delle Egadi, da aprile a luglio, hanno beneficiato per decenni delle attività di pesca e lavorazione del tonno; gran parte degli uomini erano impegnati nelle tonnare, mentre donne e ragazzi lavoravano all'interno dello stabilimento.
Un tempo, si catturavano da un minimo di 10.000 ad un massimo di 16.000 esemplari annui, con un prodotto fresco variabile fra i 15.000 ed i 25.000 quintali.
Il ciclo di lavorazione era rapidissimo: entro le 48 ore, i tonni venivano catturati, lavorati e inscatolati per l'esportazione.
"Il giorno successivo a quello della mattanza - ha scritto a questo proposito Valeria Patrizia Li Vigni in "Le vie del mare" ( edito dalla Regione Siciliana nel 2008 ) - i tonni venivano distesi sul pavimento per la 'ronchiatura', ossia la separazione dei diversi tagli, denominati 'ventresca', 'tarantello', bodano', 'tonno'.
Tutti i tagli seguivano lo stesso ciclo di lavorazione, anche se diversi erano i gradi di salamoia ed i tempi di cottura in relazione al taglio e allo spessore dei tranci...
Tutti i cascami ( ossa, pinne, lische ), dopo la spremitura nelle presse, venivano distesi ad asciugare ed essiccare al sole nello spiazzale del reparto.
Tali parti erano successivamente macinate presso il mulino per ottenere olio e farina di pesce, quest'ultima ritenuta un ottimo fertilizzante per i vigneti..."
Nelle "buatte" che confezionavano il prodotto erano così elencati i riconoscimenti ottenuti in occasione di fiere o mostre:
"Lavorazione e prodotti premiati con diploma d'onore all'Esposizione di Londra 1888", "Due diplomi d'onore all'Esposizione di Palermo 1891-2", "Gran diploma d'onore all'Esposizione Italo-Americana di Genova 1892", "Gran premio all'Esposizione Internazionale di Milano 1906".
La crisi industriale arrivò negli anni successivi al secondo dopoguerra, quando già dal 1937 la proprietà dello stabilimento era passata ai Parodi.
Il prodotto pescato nelle Egadi e lavorato all'interno degli impianti diminuì a favore del tonno congelato proveniente da altri mari.
Nel 1966 e nel 1967, gli esemplari catturati a Favignana furono 2500 e 6580; fra i ricordi di "Peppe" Giangrasso vi è quello delle numerose famiglie favignanesi che con il passare degli anni persero lavoro e guadagni.
Il 1982 fece segnare la fine delle attività produttive all'interno dello stabilimento.
Dopo anni di abbandono, la Regione Siciliana acquistò l'intera struttura da Luigi Parodi, per un importo di 5 miliardi di lire.
I lavori di ristrutturazione non sono ancora del tutto terminati, ma la visita in compagnia di "Peppe" costituisce un motivo di grande interesse per la bellezza dei luoghi e per i racconti del suo storico custode, capaci di rievocare una Sicilia operosa e generosa di risorse per i suoi abitanti.
martedì 31 maggio 2016
SICILIANDO
"La Sicilia è stata per secoli e secoli l'osteria del Mediterraneo: dai fenici ai greci, ai saraceni agli spagnoli, sino all'unità d'Italia, tutti si sono serviti.
Poi le cose non sono affatto cambiate, con il caparbio tentativo dell'agganciamento del Nord Italia alla Valle del Reno e la politica di tipo di neo-coloniale adottata nei confronti del mezzogiorno.
Dopo l'ultima guerra vi è stato un grande risveglio di lotte che però non hanno però prodotto i risultati in cui questa gente sperava.
Di qui nuovi contraccolpi, nuova sfiducia, altra rassegnazione"
Tullio Vinai
LUCI ED OMBRE DELL'"ISOLA DI CERERE"
Un reportage sullo stato dell'agricoltura siciliana nel 1956 sottolineava la ricchezza e la povertà del settore, in un periodo segnato dall'illusione per l'avvento dell'industria petrolifera
"Accanto all'immagine di una Sicilia terra di profumo e di incanto, alligna un'altra immagine, resa più aspra dal neorealismo del cinema e da una propaganda non sempre ispirata a buona fede; è l'immagine di un'isola arida, punteggiata qua e là da siepi di ficodindia, deserta di case dalle lande arse dal sole, dove di tanto in tanto avanza il contadino a cavallo, mentre il fucile caricato a lupara attende insidiosamente al varco.
"Accanto all'immagine di una Sicilia terra di profumo e di incanto, alligna un'altra immagine, resa più aspra dal neorealismo del cinema e da una propaganda non sempre ispirata a buona fede; è l'immagine di un'isola arida, punteggiata qua e là da siepi di ficodindia, deserta di case dalle lande arse dal sole, dove di tanto in tanto avanza il contadino a cavallo, mentre il fucile caricato a lupara attende insidiosamente al varco.
L'una e l'altra immagine sono come due facce, entrambe ingannevoli, di una realtà ben più diversa da quella consacrata nell'oleografia o nella stampa a colori, di una realtà attiva e operosa, quella di una Sicilia che lavora e produce, nella lotta quotidiana contro una natura geografica e meteorologica ostile e negata a rispondere ad una moderata fatica umana"
Con questa premessa, il giornalista economico Antonio Pecoraro Maiorca firmò 57 anni fa un reportage sullo stato dell'economia agricola siciliana, con dati produttivi relativi al 1956.
L'articolo venne pubblicato dalla rivista "Sicilia", edita nel marzo del 1959 dall'Assessorato Regionale al Turismo; le fotografie riproposte da ReportageSicilia ( attribuite a 'Foto Greco' ) illustrarono quel resoconto, suggestivamente intitolato "L'isola di Cerere".
Si apprende così che
"l'intera superficie produttiva della Sicilia ammonta a 2.400.000 ettari, e di questa superficie, 1.500.000 sono destinati ai seminativi semplici e alberati; 300.000 ettari ai pascoli permanenti, 500.000 alle colture legnose specializzate e alle altre coltivazioni industriali.
Il valore dei prodotti del seminativo, nel 1956, ammontò a circa 51 miliardi, ai quali va aggiunta la produzione dei foraggi per un altro miliardo; di contro al valore di tale produzione, stanno i 100 miliardi di produzione della superficie siciliana destinata alle colture arboree: il 75 per cento dell'agricoltura siciliana dà, quindi, un reddito di 51 miliardi, mentre il restante 25 per cento dà un reddito di 100 miliardi.
Perché il quadro sia completo si deve ancora tenere presente che la superficie seminativa della Sicilia rappresenta il 13 per cento dell'intera superficie nazionale, mentre il valore della produzione agricola espresso in cifre del 1956, corrisponde al 6 per cento della produzione nazionale..."
Quindi Pecoraro Maiorca così descrive il quadro delle produzioni agricole del tempo, a cominciare da quelle di arance, mandarini e limoni:
"cinquantaquattro miliardi di agrumi prodotti nel 1956 in larghissima parte destinati all'esportazione, dicono chiaramente il contributo dell'Isola all'economia del Paese e alla bilancia dei pagamenti internazionali.
Il valore della produzione dei vigneti ammontò a circa quindici miliardi, pari a circa il 18 per cento dell'intera produzione nazionale.
se relativamente trascurabile e destinata al consumo locale, è la produzione di frutta fresca - ad eccezione dell'uva e delle primizie - ha un notevolissimo peso, invece, la frutta secca, il cui valore, sempre nel 1956, ammontò a circa diciassette miliardi, pari al 33 per cento della produzione nazionale.
Il valore complessivo dei prodotti dell'ulivo ammontò a circa tre miliardi, pari al 20 per cento della produzione nazionale.
Tra i ventisei miliardi di ortaggi prodotti, tengono il primo posto i pomodori; nell'economia nazionale, gli ortaggi della sicilia si inseriscono soltanto con l'otto per cento della produzione, mentre il cotone, per un importo di circa tre miliardi, tra fibra e seme, rappresenta più che l'ottanta per cento dell'intera produzione italiana"
Si apprende così che
"l'intera superficie produttiva della Sicilia ammonta a 2.400.000 ettari, e di questa superficie, 1.500.000 sono destinati ai seminativi semplici e alberati; 300.000 ettari ai pascoli permanenti, 500.000 alle colture legnose specializzate e alle altre coltivazioni industriali.
Il valore dei prodotti del seminativo, nel 1956, ammontò a circa 51 miliardi, ai quali va aggiunta la produzione dei foraggi per un altro miliardo; di contro al valore di tale produzione, stanno i 100 miliardi di produzione della superficie siciliana destinata alle colture arboree: il 75 per cento dell'agricoltura siciliana dà, quindi, un reddito di 51 miliardi, mentre il restante 25 per cento dà un reddito di 100 miliardi.
Perché il quadro sia completo si deve ancora tenere presente che la superficie seminativa della Sicilia rappresenta il 13 per cento dell'intera superficie nazionale, mentre il valore della produzione agricola espresso in cifre del 1956, corrisponde al 6 per cento della produzione nazionale..."
Quindi Pecoraro Maiorca così descrive il quadro delle produzioni agricole del tempo, a cominciare da quelle di arance, mandarini e limoni:
"cinquantaquattro miliardi di agrumi prodotti nel 1956 in larghissima parte destinati all'esportazione, dicono chiaramente il contributo dell'Isola all'economia del Paese e alla bilancia dei pagamenti internazionali.
Il valore della produzione dei vigneti ammontò a circa quindici miliardi, pari a circa il 18 per cento dell'intera produzione nazionale.
se relativamente trascurabile e destinata al consumo locale, è la produzione di frutta fresca - ad eccezione dell'uva e delle primizie - ha un notevolissimo peso, invece, la frutta secca, il cui valore, sempre nel 1956, ammontò a circa diciassette miliardi, pari al 33 per cento della produzione nazionale.
Il valore complessivo dei prodotti dell'ulivo ammontò a circa tre miliardi, pari al 20 per cento della produzione nazionale.
Tra i ventisei miliardi di ortaggi prodotti, tengono il primo posto i pomodori; nell'economia nazionale, gli ortaggi della sicilia si inseriscono soltanto con l'otto per cento della produzione, mentre il cotone, per un importo di circa tre miliardi, tra fibra e seme, rappresenta più che l'ottanta per cento dell'intera produzione italiana"
L'interesse delle pagine di Pecoraro Maiorca sta - oltre che nelle indicazioni statistiche sullo stato dell'agricoltura nell'isola di sessant'anni fa - anche in alcune considerazioni sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia del tempo.
Riferendo la situazione del comparto della frutta secca, ad esempio, l'articolo informa che il suo valore commerciale ammontò a "circa diciassette miliardi, pari al 33 per cento della produzione nazionale".
Poi Pecoraro Maiorca sottolinea:
"in tale produzione è incorporato un forte coefficiente di lavoro umano, da quello delle braccia necessarie alla coltivazione, a quello umile e quasi sempre ignorato, delle donne chiuse per mesi e mesi ad aprire i gusci delle mandorle e delle nocciuole, e colpite spesso da malattie di lavoro causate dalla polvere respirata, e non ancora riconosciute come tali, dalla legislazione sociale"
Il resoconto della rivista "Sicilia" non nasconde poi le difficoltà strutturali del settore agricolo dell'isola, penalizzato allora più di oggi dalla logistica, dall'impronta latifondistica delle proprietà e dalla scarsa presenza di consorzi produttivi:
"il contadino siciliano deve lavorare il doppio per ricavare la metà, rispetto al contadino di altre zone d'Italia più favorito dalla natura ed inserito più razionalmente nel sistema e conomico-produttivo.
Questo è l'aspetto più vistoso della sproporzione, ma altri aspetti, potrebbero essere colti leggendo nelle relazioni economiche, ed analizzando le sensibili differenze di compenso effettivo del prodotto siciliano nelle incidenze del costo reale sui prodotti lordi vendibili..."
Infine - altro significativo dato riferito in quell'articolo del 1959 - l'autore segnalava con speranza l'avvento di un'attività economica che all'epoca veniva considerata come una nuova e determinante risorsa per lo sviluppo della regione: il petrolio.
Riferendo la situazione del comparto della frutta secca, ad esempio, l'articolo informa che il suo valore commerciale ammontò a "circa diciassette miliardi, pari al 33 per cento della produzione nazionale".
Poi Pecoraro Maiorca sottolinea:
"in tale produzione è incorporato un forte coefficiente di lavoro umano, da quello delle braccia necessarie alla coltivazione, a quello umile e quasi sempre ignorato, delle donne chiuse per mesi e mesi ad aprire i gusci delle mandorle e delle nocciuole, e colpite spesso da malattie di lavoro causate dalla polvere respirata, e non ancora riconosciute come tali, dalla legislazione sociale"
Il resoconto della rivista "Sicilia" non nasconde poi le difficoltà strutturali del settore agricolo dell'isola, penalizzato allora più di oggi dalla logistica, dall'impronta latifondistica delle proprietà e dalla scarsa presenza di consorzi produttivi:
"il contadino siciliano deve lavorare il doppio per ricavare la metà, rispetto al contadino di altre zone d'Italia più favorito dalla natura ed inserito più razionalmente nel sistema e conomico-produttivo.
Questo è l'aspetto più vistoso della sproporzione, ma altri aspetti, potrebbero essere colti leggendo nelle relazioni economiche, ed analizzando le sensibili differenze di compenso effettivo del prodotto siciliano nelle incidenze del costo reale sui prodotti lordi vendibili..."
Infine - altro significativo dato riferito in quell'articolo del 1959 - l'autore segnalava con speranza l'avvento di un'attività economica che all'epoca veniva considerata come una nuova e determinante risorsa per lo sviluppo della regione: il petrolio.
"Le trivelle - il riferimento di Pecoraro Maiorca andava al recente sfruttamento dei giacimenti ragusani ed al nascente petrolchimico di Gela - con le loro sagome agili e slanciate hanno trasformato in molte zone il panorama della Sicilia; ancora una decina di anni fa sarebbero parse visioni utopistiche, mentre oggi sono una parte essenziale dell'economia della nostra isola"
lunedì 23 maggio 2016
CAPACI, IL FICUS 24 ANNI DOPO
| Il ficus sempreverde - l'"albero Falcone" di via Notarbartolo, a Palermo - al termine delle celebrazioni per l'anniversario dell'eccidio dell'autostrada ( fotografia ReportageSicilia ) |
"Ricevetti sul mio cellulare la telefonata che segnalava l'arrivo della macchina del giudice sull'autostrada per Punta Raisi.
L'autovettura, come da accordi, venne seguita fino al punto in cui si aveva la certezza matematica che imboccava l'autostrada che portava all'aeroporto.
Non so dire chi materialmente effettuò la telefonata, perchè la conversazione durò poco e non riuscii a riconoscere la voce...
Quando avvistai l'autovettura, io che già ero in auto, misi immediatamente in moto e seguii il corteo, sulla strada parallela che costeggia l'autostrada.
Immediatamente telefonai al cellulare che sapevo in mano a chi stava sulla montagna; mi rispose Gioè.
La conversazione durò molto, per tutta la strada che costeggia e che arriva fino al Johnny Walker.
Si parlava del più e del meno, senza minimamente accennare a quello che stavamo facendo, per paura che la telefonata venisse intercettata.
Io marciavo a una velocità analoga a quella delle auto in corteo, e cioè ottanta chilometri orari circa, di gran lunga inferiore a quella calcolata facendo le prove su strada.
Questo particolare è stato sicuramente captato dal Gioè, perchè conoscendo la mia posizione e sapendo che dovevo terminare l'avvistamento all'altezza del bar Johnny Walker, la durata della telefonata è stata tale che egli ha sicuramente consentito di calcolare in quanto tempo l'autovettura sarebbe arrivata all'altezza dell'esplosione.
Arrivato all'altezza del bar sopramenzionato, ho smesso la comunicazione con Gioè, ho imboccato l'autostrada in direzione Partinico e mi sono allontanato.
Non ho avuto modo di sentire anche da lontano il 'botto'" ( ... )"
Verbale di interrogatorio di Gioacchino La Barbera, dicembre 1993
da
G.Bianconi e G.Savatteri, "L'attentatuni", Baldini e Castoldi, 1998
mercoledì 18 maggio 2016
IL VECCHIO VOLTO ARTIGIANO DI VIA DEI CALDERAI
Immagini della strada palermitana in cui sopravvivono le residue tracce dell'abilità di stagnari e battirame
| Una veduta di via dei Calderai. Le immagini del post sono di ReportageSicilia |
Via dei Calderai è una delle ultime strade palermitane dove è possibile trovare traccia del lavoro artigianale: una tradizione che va avanti da qualche secolo, quando in questa stretta via del quartiere ebraico l'attività degli stagnari e battirame era un punto di riferimento per migliaia di famiglie cittadine.
Piccoli negozi e buie officine ancor oggi espongono in strada pentole, padelle, mestoli, colapasta, tegami, imbuti, bacinelle, canne fumarie, barbecue ed ogni altro genere di oggetto di uso domestico o artigiano.
Una parte di questi prodotti viene prodotta in loco, magari su precise indicazioni di chi ha bisogno di una lavorazione specifica; altri provengono da fornitori esterni tagliati fuori dai circuiti commerciali della grande distribuzione.
Dell'arte dei vecchi "calderai" scrissero così Roberto Calia e Antonio Fundarò nel libro "Artigianato ieri-oggi" ( Tipografia SAROGRAF-Alcamo, 1996 ):
"Gli attrezzi necessari per la lavorazione erano pochi: un martello di ferro e uno di legno, la 'viscarina' cioè un asse di acciaio che serviva per la battitura, i ferri quadralini e le 'chiuveri'.
Per prima cosa si tagliava, da una larga fascia di rame, una striscia e se ne saldavano le estremità alla 'forgia', a forma di cilindro.
Dopo di ciò, il battirame con il martello di legno cominciava a dare la sagoma dell'utensile che voleva ricavare, con lenti colpi cadenzati, sino ad ottenere la forma stabilita.
Poi venivano sistemati i manici, fissandoli con due chiodi di rame o di zinco ed infine vi si passava lo 'stagno vergine' liquido, che, pulito con limone e sabbia, dava all'utensile una splendida lucentezza.
Si confezionavano 'quarari pi lu fruttu', cioè per la bollitura del latte, 'quararuna' per cucinare la pasta, colapasta, tegami, salsiere, mestoli, 'vacileddi', bracieri, scaldini, 'quartari' di rame, bacinelle di rame o 'cunculini', 'manichi' o imbuti, 'cannati' o boccali, padelle, 'brigghioli' o contenitori per travasare il vino, 'quartari' di zinco, bacinelle di zinco, insolfatoi"
Negli ultimi anni, il numero di artigiani di via dei Calderai si sta riducendo.
I più anziani sono morti o hanno smesso di lavorare.
Alcuni hanno chiuso le botteghe per un calo delle vendite o perché hanno subito lo sfratto; altri ancora, non hanno trovato nei figli la volontà o la possibilità di proseguire l'attività paterna.
Chi ancora continua, lamenta l'eccessivo peso delle tasse, una politica cittadina della viabilità che allontanerebbe i clienti e la concorrenza dei grandi centri commerciali: qui gli oggetti costano generalmente di meno, ma non posseggono quella artigianalità che si attaglia alla singola richiesta del cliente che frequenta ancora via dei Calderai.
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