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domenica 5 ottobre 2014

SICILIANDO














"'Le lasagne si scodellavano nelle madie larghe come tinozze', annota Giovanni Verga nella novella 'La roba', esaltando l'abbondanza delle porzioni, oltre alla bontà del sapore.
Perchè in Sicilia il buono e il tanto vanno a braccetto, a dispetto di diete e bilance.
Più che un problema di fame atavica, una connotazione caratteriale.
Se il cibo è condivisione, la generosità nel dispensare cibo che attraversa la California d'Italia da Mazara del Vallo a Messina appare come uno stile di vita, una predisposizione naturale, un marchio genetico casualmente applicato alla cucina"
Licia Granello




LUOGHI TRAPANESI PRIMA DEI CAMPER

Castellammare del Golfo, Guidaloca, Scopello e San Vito Lo Capo: un tour di immagini che rimanda al volto intoccato di un lontano passato

L'originaria edilizia di Castellammare del Golfo,
in perfetta simbiosi con le millenarie attività commerciali e di pesca.
Le immagini del post risalgono ad almeno una cinquantina di anni fa 

e sono tratte dal volume "Sicilia",
edito nel 1982 da Edicultura per la collana "Regioni d'Italia"

Castellammare del Golfo, Guidaloca, Scopello, lo Zingaro e San Vito Lo Capo sono mete molto frequentate del turismo siciliano.
Questo litorale per lo più roccioso ad Est di Trapani è ancora ai nostri giorni fra i più belli dell'isola, specie se si abbia l'accortezza di non visitarlo nelle settimane più affollate dell'estate.
La scoperta delle attrattive di questa costa - terra di secolari tonnare - risale ad una quarantina di anni fa e vi ha certo contribuito la costruzione dell'autostrada Palermo-Mazara del Vallo.
La "colonizzazione turistica" ebbe una matrice prevalentemente palermitana e fu sostenuta da una massiccia attività immobiliare: residence, seconde case da vacanza, alberghi ed attività di ristorazione destinate a incrementare le attività economiche locali, non senza beneficio per qualche prestanome ed imprenditore in odor di mafia. 
Negli anni precedenti, luoghi come il baglio e i faraglioni di Scopello, la lunghissima spiaggia di San Vito Lo Capo e le solitarie spiaggette dello Zingaro - queste ultime rimaste integre grazie alla mancata realizzazione di una "strada panoramica" - riservavano la visione di una Sicilia lontana da ogni superflua forma di "industria del turismo".
Gli abitanti di quelle remote località vi lavoravano come pescatori, pastori o contadini; la loro vita spesso si concludeva senza avere mai messo piede a Trapani o Palermo
I pochissimi viaggiatori che sino agli inizi degli anni Settanta si spingevano sino a questi luoghi avevano l'opportunità di conoscere un volto della Sicilia sfrondato da qualsiasi tipo di godimento che non riguardasse semplicemente la bellezza della natura terrestre e marina.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia furono pubblicate nel volume "Sicilia" edito nel 1982 da Edicultura per la collana "Regioni d'Italia"; sono immagini di qualche decennio più vecchie e testimoniano l'aspetto di quelle località negli anni della loro esclusione dalle frequentazioni dei viaggiatori in Sicilia.     

La spiaggia sabbiosa del porto di Castellammare,
con la massiccia struttura del vecchio castello

Nel 1953, lo scrittore e saggista Giovanni Comisso - viaggiatore che amava esplorare paesaggi fuori dai consueti tour - si spinse sino al villaggio di Scopello.
La sua descrizione offre un quadro perfetto della realtà sociale ed ambientale di quest'angolo di costa trapanese:

"Scopello, un piccolo paese ignorato - si legge in "Sicilia" ( Pierre Cailler, Ginevra ) - si rivela oltre gli olivi, con le sue poche case attorno ad una fontana.
Non ha chiesa, non ha municipio, è l'ultimo centro abitato prima della solitudine del Capo San Vito che si protende nel mare.
Ha i suoi quattro vicoli tutti segnati con un nome memorabile come le grandi città e ha anche il suo ciabattino indispensabile, solo artigiano della piccola comunità umana.
Poi giù ha un mare azzurro come la genziana e una torre antica e faraglioni dorati, irti e bizzarri che formano la sua rada.
Siamo in una parte della Sicilia ancora intoccata, dal tempo in cui Enea doppiava quel Capo per veleggiare verso le foci del Tevere.
Dalla porta di una casa padronale avanza una vecchia signora sorretta da una donna per scrutare contro la luce del sole il forestiero arrivato, sembra che prima di morire voglia imprimersi nello sguardo questa novità eccezionale"

Basta leggere le note dedicate a Scopello della Guida Rossa della Sicilia edita dal TCI nel 1968 per rendersi conto di quanto lo straordinario paesaggio del borgo fosse allora ancora tratteggiato con toni quasi visionari.
La scarna descrizione del luogo - a poca distanza dal "seno di Guidaloca, con poche case" - sottolinea la sua appartata lontananza dalle folle di turisti che oggi fotografano il baglio e la baia: il primo affollato di negozi e locali, la seconda da uno sciame di bagnanti: 

"Pittoresco villaggio di pescatori, in un paesaggio fantastico , dominato da antiche torri e con la vista in basso dei magnifici faraglioni, che sorgono dalle acque trasparentissime dalle insenature ghiaiose"   

Il paesaggio della spiaggia di Guidaloca,
lungo la strada che conduce a Scopello.

A stento, si contano strutture turistiche
o seconde case 

Sopra e sotto,
l'inconfondibile scenario della tonnara di Scopello,

che lo scrittore e saggista Giovanni Comisso
descrisse nel 1953


Lo stesso isolamento di Scopello ha riguardato in passato San Vito Lo Capo, oggi meta di camper con targhe di tutte le città italiane.
"Scoperta" all'inizio da gruppi di palermitani, da qualche anno è diventata la spiaggia isolana più conosciuta e frequentata dai non siciliani.
Ancora la Guida Rossa del 1968 descriveva così un paese privo di qualsiasi "struttura turistica" e dove una natura assolata e dai colori accesi scandiva con l'alternarsi delle stagioni l'attività dei suoi abitanti:

"Abitato da pescatori e contadini, in una piccola baia sabbiosa tra il capo S.Vito e la Punta di Solanto, dominato da SE dal caratteristico picco roccioso del monte Monaco e frequentato per bagni.
Verso il mare è un Santuario, massiccia costruzione quadrata con aspetto di fortezza. Al di là del paese si protende, per chilometri 1.5 circa, il capo S.Vito, su cui sorge il faro, con luce a metri 44 e portata di 18 miglia" 

Sopra e sotto,
l'appartata bellezza di San Vito Lo Capo.
La Guida Rossa della Sicilia del 1968
vi dedicava poche righe,
indicandolo come luogo
"abitato da pescatori e contadini e frequentato per bagni"  


Castellammare del Golfo è stato già l'argomento di un precedente post di ReportageSicilia, nel quale si sottolineavano le contraddizioni che hanno segnato il suo sviluppo urbano e turistico.
Le fotografie di questo post ripropongono il volto perduto di una cittadina un tempo fortemente caratterizzata dal rapporto di simbiosi con il porto e dalla presenza architettonica del vecchio castello e della Chiesa Madre.
Il progresso, naturalmente, è il motore inarrestabile dell'azione dell'uomo e nessuno si sognerebbe di cristallizzare l'evoluzione strutturale ed economica di un centro abitato per salvarne il vecchio aspetto.
Eppure, nel caso di Castellammare del Golfo, l'impressione è che l'azione dell'uomo abbia finito con lo stravolgere l'impronta originaria di un luogo con una millenaria storia di emporio commerciale:   

"Pittoresca cittadina in fondo al golfo omonimo - si legge ancora nella Guida Rossa del 1968 - adagiata a reticolato in pendio verso il mare e dominata a S dallo scosceso Pizzo dello Stagnone. 
E' dotata di un porto che ha un discreto traffico d'esportazione di prodotti agricoli, specialmente vino, e vi fiorisce l'industria del marmo; più modeste quelle del crine vegetale e del pesce salato" 









giovedì 2 ottobre 2014

PUPI E PUPARI, GLI SCATTI DI MAURIZIO BUSCARINO

Bergamasco di nascita, siciliano di origini e fotografo del teatro contemporaneo, nel 2003 pubblicò per BNL Mondadori-Electa un saggio sugli ultimi cantori dell'Opra nell'isola  

Un paladino della collezione di don Ignazio Puglisi ( 1904-1986 )
puparo di Sortino, nel siracusano.
La famiglia Puglisi si tramanda da più generazioni il teatro dei pupi.
Le immagini del post riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dal libro fotografico di Maurizio Buscarino
"Dei pupi", edito da BNL Mondadori-Electa nel 2003

"Un secolo fa il mio cognome era siciliano, ed è anche il nome di un'antica oliva da olio, ma anche quello, in tempi molto trascorsi, di un pirata dalle insegne rosse che, al soldo, con sedici galere pisane fronteggiò ventotto galere genovesi"

Con questo post scriptum a tributo delle origini isolane, nel 2003 il fotografo di teatro Maurizio Buscarino - bergamasco, classe 1944, viaggi in tutti i continenti per documentarne palcoscenici ed attori - dedicò un libro-reportage all'Opera dei pupi.
Buscarino si mosse allora tra Palermo e Catania, nei laboratori, nelle botteghe e nei luoghi di attività delle più importanti famiglie di pupari allora attive in Sicilia.


Un paladino della Marionettistica Fratelli Napoli,
fondata a Catania da Gaetano Napoli nel 1921

Antonino D'Agostino, maestro costruttore e puparo a Palermo

Un pupo della Compagnia Carlo Magno
creata a Palermo da Enzo Mancuso,
figlio di Nino e nipote di Antonino, anche loro pupari


Le fotografie in bianco e nero degli incontri con gli ultimi animatori dei paladini vennero pubblicate nel volume "Dei pupi", edito da Banca Nazionale del Lavoro con testi dello stesso Buscarino, di Valentina Venturini e di Ferdinando Taviani.
Il libro - molto curato nella veste grafica e con un prezioso supporto storico-documentario  - venne stampato in un'edizione fuori commercio da BNL Mondadori-Electa.
Trovarne una copia - tramite internet o, come accaduto a ReportageSicilia, sulla bancarella di un libraio - significa riscoprire il valore di una tradizione teatrale e storica oggi superficialmente intesa come un semplice richiamo per turisti.


Mimmo Cuticchio, dell'Associazione Figli d'Arte Cuticchio a Palermo

La Compagnia I Paladini di Acireale


"Lo sguardo di Buscarino come sempre acuto e disincantato - si legge nella presentazione - coglie di questo mondo l'essenza più profonda: la volontà alla sopravvivenza e la piega nascosta della 'manovra' dei pupi in questa contemporaneità.
Il suo obiettivo estrae pupi e pupari dalla teca del folclore turistico per restituirli nella loro tradizione più vera.
Nelle fotografie essi sono presenti come portatori di un'eredità centenaria che affonda le radici nella storia di un popolo, da cui emergono la 'lotta' dei valori e le pulsioni dell'uomo di ogni tempo e di ogni luogo.


Salvo Bumbello, costruttore di pupi a Palermo

Girolamo Cuticchio, della Premiata Compagnia
Teatroarte Cuticchio a Palermo


Pagina dopo pagina, come sull'eco di un 'cunto', si dipana il racconto dei pupi e a noi, lettori/spettatori di oggi, pare di entrare nel teatrino in punta di piedi, fissare gli occhi sul palco e, nel percorso di un rito, attendere il perpetuarsi della battaglia, per scioglierci nell'applauso liberatorio che darà, di nuovo, inizio alla storia senza fine..."

Lo stesso Buscarino poi, ammette le difficoltà della ricerca documentaria su un mondo teatrale - quello dei pupi e dei pupari - in cui lo stesso autore ravvisava allora "la volontà di non ridurre o confondere i pupi del proprio passato con la banale e potente committenza del folclore turistico, una volontà in cui agiscono alleanze e parentele di intenti, ma anche conflitti, recriminazioni, sospetti, subordinazioni, distanze, e soprattutto le diverse concezioni di ciò che è legittimo e ciò che non lo è nell'operare con il patrimonio ereditato".


Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino, a Palermo


Al termine del suo viaggio nell'isola delle origini - fissati sulla pellicola gli sguardi degli ultimi pupari e i loro eroici paladini di legno e metallo - Maurizio Buscarino potrà così scrivere del declino di quest'arte teatrale:

"L'Opra, che era favola, gioco e lotta profonda dei valori e insieme canale cifrato di comunicazione - leggibile dal pubblico a cui era diretto ma oscuro ai controllori del potere - come le altre forme del teatro popolare si avviò al declino negli anni precedenti la seconda guerra, soprattutto a causa del cinema, il nuovo e irresistibile artificio della favola e della notizia.
Ma sono gli anni cinquanta, gli inizi della ricostruzione materiale e anche sociale, 'della speranza del progresso' e della demo-crazia, a determinare la vera fine dei pupi in Sicilia, così come le altre forme del teatro popolare nel resto d'Italia, più rapidamente nelle città e un po' più lentamente nelle campagne...


Nino Cuticchio, Associazione Culturale e Teatro Bradamante, a Palermo

Tutto stava mutando anche per il Gioppino e i pupi dell'Opra: questi da allora avrebbero dovuto fare i conti con nuovi dei, pupi sconosciuti e alieni molto più agguerriti, terribili e affascinanti di qualsiasi mago Malagigi, più seduttivi di qualunque Angelica, più feroci di Agricane re di Tartaria o del re di Circassia o di Ferraù di Spagna, più astuti di Berlèch il diavolo, più imperiali e avidi di Re Carlo e anche più potenti dello scudo di Orlando, tanto potenti e presenti da spazzare via l'Opra, con tutti gli annessi e connessi, in pochi anni.
Sono comparsi un giorno, improvvisamente, ancora dentro una baracca che però si illuminava e si animava con il semplice schioccho di un interruttore.
Da allora io e gli altri non siamo più andati allo spiazzo della ferrovia.
Il primo di questi alieni, che arrivava da un avamposto in terra indiana, fu Rin Tin Tin, il primo di un'orda di pupi elettronici..." 


 
 
 

https://it-it.facebook.com/pages/Antica-Compagnia-Opera-dei-Pupi-Famiglia-Puglisi/74004184965

http://www.fratellinapoli.it/

http://www.figlidartecuticchio.com/

http://www.centrostudiacitrezza.it/archivio-notizie/4-anche-acitrezza-ha-fatto-qloperaq

https://it-it.facebook.com/salvatore.bumbello

http://www.teatrodellacquario.com/news.php?nid=262

http://www.museomarionettepalermo.it/

http://associazionebradamante.blogspot.it/2013_08_01_archive.html

http://www.mancusopupi.it/la-compagnia-carlo-magno/

    

domenica 28 settembre 2014

DISEGNI DI SICILIA


SCUOLA DEL MAESTRO DEL POLITTICO DI TRAPANI,
donna con fiore in mano sul soffitto ligneo di palazzo Chiaromonte,
Palermo, 1377-1380

MESSINA ED I MESSINESI DI GIUSEPPE LONGO

Dai ricordi autobiografici del saggista di "La Sicilia è un'isola" un ritratto della società cittadina dopo il terremoto del 1908

La processione della "gigantessa" a Messina,
che secondo la tradizione popolare sarebbe da identificare
nella moglie di un principe saraceno nata a Camaro,
borgata sui monti della città dello Stretto.
La fotografia porta la firma di Alfredo Camisa
e venne pubblicata nell'opera "Lo Stretto di Messina e le Eolie",
edita nel 1960 dall'Automobile Club d'Italia 

"Io nacqui nel deposito tramviario, dentro una vettura del tram a vapore Messina-Barcellona Pozzo di Gotto, rimasta inutilizzata per la scomparsa dei binari. Vi si installò tutta la mia famiglia. Tutto intorno sorgevano baracche e si po' dire che i miei primi vagiti li emisi in una baracca.
Me ne è rimasta una forma quasi allergica di ripugnanza per l'odore del legno fresco e della colla e l'amore per i saltimbanchi e per il provvisorio".

Questi ricordi autobiografici riguardano il giornalista e scrittore messinese Giuseppe Longo, cui ReportageSicilia ha dedicato di recente un primo post.
Figlio d'arte, il direttore del "Resto del Carlino" e del "Gazzettino di Venezia" nacque 17 mesi dopo il devastante terremoto che rase al suolo Messina nel 1908.


In questa e nella foto che segue,
volti ed espressioni di messinesi durante la processione
della Vara dell'Assunta, evento che si svolge il 15 agosto.
Le immagini sono di Alfredo Camisa, opera citata

Alle 5 e 20 del 28 dicembre, ventotto secondi di scosse distrussero oltre il 90 per cento della città; le vittime stimate furono oltre 60.000, ed i sopravvissuti in buona parte emigrarono fra Milano, Torino e Roma
Nell'opera "La Sicilia è un'isola" ( Aldo Martello Editore, 1961 ), Giuseppe Longo avrebbe rievocato il difficile periodo della sua infanzia nei primissimi anni della ricostruzione.



Più e meglio di un qualsiasi saggio di geografia umana, le pagine di quel libro offrono una illuminante chiave di lettura sui criteri di ricostruzione di Messina e sulle dinamiche demografiche che consentirono il ripopolamento della città.
All'emigrazione dei nativi - famiglie che, persi gli averi ed il lavoro, furono costrette a cercare nuova fortuna lontano dalla Sicilia - corrispose un'immigrazione di provenienza rurale, o di operai e piccoli imprenditori "continentali", pronti a sfruttare le opportunità offerte dalla ricostruzione della città.




Due immagini di Messina scattate nel 1911,
quando la città vide la nascita dei nuovi quartieri
dopo il terremoto del dicembre del 1908.
Le fotografie sono tratte dal I volume della guida
"Sicilia", edita dalle Ferrovie dello Stato e dal TCI nel 1921


Il terremoto del 1908, insomma, a distanza di pochi decenni ha contribuito a rendere Messina la meno siciliana fra le città dell'isola, nell'aspetto della sua architettura e nel carattere dei suoi abitanti. 
Ancor oggi, le attività commerciali e gli interessi dei messinesi sono rivolti più verso Reggio Calabria che verso Palermo o Catania.

"La sorte volle  che io nascessi, dopo il terremoto di Messina, in una città nuova, tutta odorosa di legno di picpine.
Nei primi mesi del 1909, quando era presidente degli Stati Uniti Teodoro Roosevelt, ci arrivarono i primi aiuti americani sotto specie di immense quantità di assi piallate di picpine, uno dei legni più duri che si conoscano, destinate a fabbricare baracche per i sopravvissuti del terremoto del 28 dicembre 1908.


Una veduta di Messina dal ferry-boat.
L'immagine è di Patrice Molinard ed è tratta
dal volume "La Sicile", edito a Parigi da Del Duca nel 1957 

Tutte le navi che giungevano nel porto sconvolto erano cariche di legname proveniente da tutte le parti del mondo.
Si trattava, nientemeno, di costruire abitazioni per cinquantamila persone...
Di quel tempo non ho nessuna memoria.
Ho, invece, sempre davanti agli occhi le sterminate distese di baracche del quartiere americano, le strade dritte e intersecantisi che lo percorrevano, chiamate quali col nome di personaggi americani, della politica e dell'esercito, talvolta oscuri sottufficiali, e quali con numeri romani: via Bicknel o Traversa XIV che i messinesi pronunciavano quattordici.

Scena di vita quotidiana a Messina
dinanzi le absidi della chiesa di San Francesco d'Assisi.
La fotografia è di Josip Ciganovic ed è tratta
dal I volume dell'opera "Sicilia edita nel 1962 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini

La ricostruzione della città, che avvenne dopo, e forse oggimai finita , fu fatta seguendo i tracciati di queste strade e sostituendo alle baracche piccole casematte di cemento, armato formidabilmente di ferro, ad un solo piano, tal che le bombe dell'ultima guerra le sfondarono, le sbrindellarono, ma non riuscirono a farle saltare o demolire.
In una città siffatta l'essenza della sicilianità non poteva non risultare sbiadita, onde sarebbe vano farvi ricerche per ricavarne elementi validi in assoluto a circostanziare i caratteri psicologici dell'isola.

Pescatori sulla banchina del porto.
Anche questa immagine è di Josip Ciganovic, opera citata

A parte il fatto che dei cento e più mila abitanti che s'addormentarono la sera del 27 dicembre 1908 non più di trentamila si svegliarono vivi la mattina dopo, bisogna considerare che ben presto vi si aggiunsero decine di migliaia di forestieri calati dal settentrione, chi per recare soccorso, chi per predare, chi per speculare sulla ricostruzione.
E codesto afflusso produsse, nel giro di pochi anni, una grande confusione di lingue che ancora dura.
Si formarono nuove famiglie miste e le giovani generazioni, arrivate a vent'anni, si trovarono a vivere in una città semicoloniale che aveva perduto i caratteri peculiari della sicilianità..."














venerdì 26 settembre 2014

I BAMBINI DI ASPRA SCOMPARSI E MAI RITROVATI NELLE GROTTE DEI SARACENI

Dispersi nei secolari cunicoli di una cava di tufo nel maggio del 1968.
A distanza di 46 anni, il sottosuolo di Aspra non ha mai restituito alcuna traccia dei tre amici di nove, dieci ed undici anni 

Le vane ricerche di Giuseppe La Licata, Vincenzo Astorino e
Domenico D'Alcamo nelle grotte delle vecchie cave di tufo
di S.Isidoro, nel territorio palermitano di Aspra.
I tre bambini avevano deciso di esplorare i cunicoli
con un lumino: a 46 anni dalla tragedia,
le grotte non hanno ancora restituito i loro resti.
Le fotografie del post - ad eccezione della veduta di Aspra - vennero pubblicate
dalla "Domenica del Corriere" del 28 maggio del 1968

Il mistero della loro scomparsa risale alla sera di giovedì 9 maggio del 1968 e dopo 46 anni non ha trovato ancora soluzione.
Oggi Giuseppe La Licata, Vincenzo Astorino e Domenico D'Alcamo avrebbero rispettivamente 55, 56 e 57 anni.
I tre - all'epoca di nove, dieci ed undici anni - fanno parte di quel gruppo di sei bambini spariti nel nulla nei decenni passati in quella zona della provincia di Palermo compresa fra Aspra, Porticello Casteldaccia.
Giuseppe, Vincenzo e Domenico furono i primi di questa tragica lista, nella borgata marinara frazione di Bagheria; nel novembre del 1970, nella frazione di Santa Flavia, fu la volta di Giovanni Bellìa di nove anni; il 31 marzo del 1992 si persero invece a Casteldaccia le tracce di Salvatore Colletta, 15 anni, e Mariano Farina di 12.





I tre bambini di Aspra, borgata di pescatori e braccianti agricoli, frequentavano la locale scuola elementare.
Usciti dal doposcuola alle quattro del pomeriggio, erano tornati a casa per posare libri e quaderni ed erano riusciti in strada dicendo ai genitori che sarebbero andati a giocare insieme.

"I tre - scrisse Vittorio Paliotti sulla "Domenica del Corriere" del 28 maggio del 1968, in un reportage dal titolo "Preghiera per tre bambini"erano inseparabili. 
Li chiamavano, mi è stato detto, 'i tre pesci' perché erano abilissimi nel nuoto, e, anzi, avevano anche un quarto amico inseparabile, Ignazio Prezioso, di dieci anni, ma quel pomeriggio, contrariamente al solito, Ignazio non si era unito a loro.
Alle dieci di sera, dunque, visto che i tre ragazzi non erano ancora rientrati nelle abitazioni, i genitori cominciarono a stare in ansia.


Una veduta di Aspra,
 in una fotografia di ReportageSicilia
Giovanni La Licata, pescatore, padre di Giuseppe, Vincenzo Astorino, muratore, padre di Vincenzo e Clemente D'Alcamo, padre di Domenico, dopo essere andati in giro qua e là per raccogliere notizie, pensarono di rivolgersi al quarto bambino, a Ignazio Prezioso, e domandare a lui se sapesse qualcosa".

Ignazio fornì un'indicazione che avrebbe d'ora in poi aggiunto un tassello fondamentale nella drammatica vicenda della scomparsa di Giuseppe, Vincenzo e Domenico.

"'Sì, io lo so dove stanno quei tre. Sono andati a esplorare le Grotte dei Saraceni. Volevano portare anche me, ma io ho rifiutato', disse Ignazio. 'Sei sicuro?' 'Sicurissimo. Sono andati perfino a comprare una candela, nella bottega della zia Maria, per farsi luce nelle grotte'.
E zia Maria, che ha proprio un emporio in piazza, confermò: nel primo pomeriggio, Giuseppe La Licata aveva acquistato, pagandolo dieci lire, un lumino".

Le grotte dei Saraceni - così chiamate perchè assicurarono rifugio alla popolazione locale nei secoli delle incursioni barbaresche in Sicilia - si trovano nel territorio fra Aspra e Bagheria; sono conosciute anche con il nome di grotte di S. Isidoro.
Si tratta di un complesso di centinaia di cavità artificiali e naturali sfruttate a partire dal periodo arabo per l'estrazione di pietre di tufo: un intrico di cunicoli collega molte di queste grotte, in condizioni di luce e di aria precarie, tali da renderne difficile la completa esplorazione.



Ad Aspra, correva voce che quarant'anni prima un uomo era impazzito dopo avere tentato di cercarvi quello che un'immancabile voce popolare indicava come un tesoro.
Gli anziani della borgata raccontavano allora che le grotte conducessero sino al mare, o addirittura sino a Palermo, distante da Aspra una quindicina di chilometri.
Qualche altro sosteneva invece che tutti i cunicoli convergessero verso un pozzo profondissimo.
Da un punto di vista tecnico, le grotte dei Saraceni altro non sono quelle che il geologo palermitano Pietro Todaro ha descritto come "muchate": lunghe gallerie di camminamento delle antiche cave di pietra edilizia.

"Ancora oggi - si legge nell'opera "Il sottosuolo di Palermo" ( Dario Flaccovio, 1988 ) - le cave di pietra in Tunisia vengono dette 'mughara' e presentano molte analogie con le 'muchate' palermitane...
Generalmente le coltivazioni venivano ubicate alla periferia della città ed iniziavano con lo scavo di una grande fossa di servizio.
Dal fondo di essa si penetrava nel sottosuolo attraverso galleria orizzontali seguendo l'andamento degli strati calcarenitici idonei ed assumendo perciò forme in pianta varie ed irregolari, spesso estese come grandi sale...
In superficie, pochi pozzi lasciati per la ventilazione, ma forse anche per l'emergenza, segnalano la presenza di queste tetre e buie cave in cui la fatica umana non aveva limiti e la notte e il giorno avevano lo stesso colore della fioca luce delle lampade ad olio posate negli incavi delle pareti...




Un labirinto intricato di lunghe gallerie squadrate, che il buio rendeva ancora più vaste della realtà, si sviluppa parallelamente al suolo, su uno o due ordini.
Le gallerie erano collegate da rampe inclinate e profonde fino a lambire le acque di falda, che rappresentano il limite massimo dello sfruttamento in profondità..."

Forniti del lumino acquistato da zia Maria, Giuseppe La Licata, Vincenzo Astorino e Domenico D'Alcamo si avventurarono all'interno del budello buio ed insidioso della "muchata".
Forse avevano pensato da tempo a quell'esplorazione, affascinati dalle voci della presenza del tesoro, forse spinti semplicemente da quella curiosità adolescenziale che spesso mischia il coraggio all'incoscienza.
Forse uno di loro si spinse troppo in avanti, e gli altri due tentarono di raggiungerlo, perdendo l'orientamento; e forse il lumino si spense, ed il loro cieco tentativo di ritrovare una via d'uscita ebbe fine dopo la caduta in fondo ad un profondo cunicolo.  



"I pescatori di Aspra, quella sera stessa, penetrarono nelle Grotte dei Saraceni.
'Per non rischiare di smarrirmi, dato che quelle grotte sono un autentico labirinto - scrisse ancora Vittorio Paliottimi feci legare con una fune lunghissima e, strisciando per terra, percorsi oltre quattrocento metri.
Purtroppo, non trovai traccia dei tre bambini', mi racconta Clemente D'Alcamo, papà di Domenico.
Mentre Clemente D'Alcamo esplorava una grotta, altri pescatori, sempre legati a una fune, che fungeva da filo d'Arianna, ne esploravano altre. Ma dei ragazzi nessuna traccia.
L'indomani mattina, venerdì 10 maggio, furono avvertiti i carabinieri, i vigili del fuoco e gli agenti di pubblica sicurezza.
Ne arrivarono a centinaia, da Bagheria e da Palermo, con i gruppi elettrogeni, con le radio portatili e con i cani poliziotto.
I cani, annusati alcuni indumenti dei tre ragazzi, si diressero verso le grotte, ma non vollero entrare.
Vi entrarono invece, con i carabinieri e gli agenti, i vigili del fuoco.
Siccome molte grotte hanno ingressi piccolissimi, furono scelti i vigili più magri.
'Facemmo autentiche cordate, io e i miei colleghi, tenendoci legati ciascuno a cinque metri di distanza dall'altro e per ore ed ore percorremmo strisciando ventre a terra, le grotte.



Poi dovemmo ritirarci, perché ogni tanto il terreno franava: precipitava su di noi terriccio da tutte le parti e più volte rischiammo di rimanere noi stessi seppelliti', mi racconta il brigadiere dei vigili del fuoco Giovanni De Fazio"

Le ricerche di Giuseppe, Vincenzo e Domenico durarono tre giorni e due notti: non diedero alcun risultato, anche se è probabile che non tutte le grotte - alcune delle quali poco conosciute - vennero allora esplorate con attenzione.
Le operazioni di soccorso confermarono le insidie dei cunicoli: tre pescatori di Aspra che si erano uniti ai volontari furono tratti in salvo dai vigili del fuoco dopo essere stati bloccati da una frana.
Soccorritori e forze dell'ordine presero in considerazione anche la possibilità che i tre ragazzini fossero stati portati via da un gruppo di zingari o avessero rubato un'imbarcazione e fossero annegati in mare: anche queste ipotesi non trovarono alcuna conferma.
Senza esito furono anche le verifiche di una segnalazione che indicava la presenza dei tre compagni di scuola a Torino
Non mancarono neppure i mitomani: un uomo con problemi psichici condusse per cinque ore le ricerche dei carabinieri nelle campagne di Bagheria.


Anche le voci secondo cui i tre amici avessero scoperto qualcosa che non avrebbero dovuto vedere ( Bagheria è cittadina tristemente nota per vicende di mafia ) non trovarono riscontri; né del resto una tale verità dei fatti sarebbe potuta essere confermata facilmente da qualcuno.
Nei giorni successivi alla scomparsa, Aspra visse una condizione di lutto collettivo.
Il 14 maggio, venne decisa la cancellazione di una processione in onore della Madonna di Fatima. 
Oltre duemila persone si raccolsero in preghiera dinanzi l'ingresso delle grotte, manifestando il dolore di un'intera comunità.
Nei genitori e nei parenti di Giuseppe, Vincenzo e Domenico, l'angoscia lasciava in qualche caso spazio alla speranza; una speranza che l'amore trasformava in illusoria certezza: 

"La signora Grazia Brunetto, madre di Vincenzo Astorino, è stata colta da malore. Giace riversa in un letto e ogni tanto domanda: 'sono tornati?'
Le donne che le sono accanto non rispondono, perché non hanno il coraggio di dire che non sono tornati. 
Allora lei scatta dal letto:
'che cosa fate a fare queste facce di malaugurio? 
Io dico che torneranno. Secondo me non sono andati nelle grotte. Hanno fatto l'autostop e sono andati versi il continente. 
A dire che sono andati nelle grotte c'è soltanto Ignazio Prezioso. 
E Ignazio può avere sbagliato'".
  

martedì 23 settembre 2014

FRESCA E FRAGRANTE BUCCHERI

Il paese degli alti Iblei è uno dei luoghi di quella provincia siracusana che Gesualdo Bufalino definì meta di viaggio "insolita e intelligente"


Bambini in corsa sulla scenografica scalinata
della chiesa di Sant'Antonio, a Buccheri.
La fotografia di Ezio Quiresi venne pubblicata
nel 1962 nel II volume dell'opera "Sicilia",
edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini 



Monterosso Almo, Chiaramonte Gulfi, Floridia, Vizzini, Canicattini Bagni, Giarratana, Scicli, Buccheri...
Molti paesi delle province sud orientali della Sicilia hanno nomi gentili e letterari, così come venata da una patina di rustica eleganza è la loro architettura storica, sia residenziale che religiosa.
Prima che la letteratura di Camilleri facesse conoscere i paesaggi del ragusano e del siracusano, Gesualdo Bufalino aveva invitato i viaggiatori a conoscere questi luoghi lontani dalle località più blasonate del turismo isolano.

Uno scorcio di Buccheri in una fotografia
di Josip Ciganovic pubblicata nell'opera "Sicilia", già citata

"Viaggiare - si legge in "Il fiele ibleo" ( Avagliano, 1995 ) -  significa scegliere. Non solamente un luogo a preferenza di altri, ma all'interno di quel luogo un itinerario, e all'interno di quell'itinerario, le fermate più insolite e intelligenti, dove si sposino meglio le lusinghe dell'oggi con le reliquie del passato, e lo spirito d'una gente si riconosca più da vicino.

Una prospettiva di Buccheri
nello scatto firmato PGS e pubblicato
nell'opera di Aldo Pecora "Sicilia",
edita da UTET nel 1974

Così, venendo in Sicilia, non limitatevi, dopo Catania e l'Etna, a una pigra ricognizione delle venerande glorie di Siracusa, quasi che questa rappresenti l'approdo finale del vostro viaggio e vi sia, dopo, il deserto; ma convincetevi di trovarvi all'ingresso d'una contrada dalle sorprendenti attrattive, la quale, per essere stata finora sottratta ai clamori del turismo di massa, tanto più si offre illibata e fragrante al visitatore..."

La fatica di un bambino
su una strada del paese ibleo.
L'immagine di Josip Ciganovic venne
pubblicata nell'opera di Aldo Pecora, già citata


La fastosa e plastica facciata della chiesa di S.Maria Maddalena,
espressione del barocco locale.
L'immagine è di Ezio Quiresi,
in "Sicilia", opera citata


Le fotografie riproposte da ReportageSicilia sono state scattate tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi del decennio successivo dello scorso secolo a Buccheri, il paese del siracusano che la Guida rossa del TCI del 1968 ricordava come luogo "frequentato d'estate per la purezza dell'aria e la freschezza delle acque".
Il centro abitato ha origini arabe, e fu contea normanna e poi principato a partire dal 1627: la storia insomma assegna alla cittadina degli alti Iblei un ruolo più che millenario nelle vicende dell'isola. 

Classica fotografia di anziani buccheresi in piazza.
Lo scatto è attribuito a Publifoto
ed è tratto da Aldo Pecora, opera citata

Buccheri è una delle molte località siciliane dove è possibile scoprire un sorprendente mondo di attrattive architettoniche in prevalenza barocche, oltre ad una natura ancora non stravolta dalla mano dell'uomo ( i boschi Santa Maria e Pisano, la gola della Stritta ): una meta insomma "insolita ed intelligente" che certo Bufalino continuerebbe a suggerire ancor oggi ai viaggiatori di Sicilia.