ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
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domenica 19 febbraio 2023
venerdì 17 febbraio 2023
I "DAMMUSI", STORIA PASSATA E RECENTE DELL' IDENTITA' PANTESCA
| "Dammusi" a Pantelleria. Fotografie di Nino Teresi, opera citata nel post |
Racconta Giosuè Calaciura in "Pantelleria. L'ultima isola" ( Editori Laterza, 2016, Bari ) di un pantesco che, emigrato nella nebbiosa Brianza e nostalgico della sua terra, decise di farsi spedire da Pantelleria un carico di pietre destinate alla costruzione del primo "dammuso" lombardo. Vera o falsa che sia, la storia attesta l'imprescindibile ruolo di questi edifici - circa 8.000, la metà dei quali ristrutturati, secondo Calaciura - nella vita dell'isola e dei suoi abitanti. Da molti decenni ormai i "dammusi" sono diventati oggetto di un mercato immobiliare sempre più esclusivo, alimentato da acquirenti che trasformano questi umili e sapienti esempi di architettura mediterranea in luoghi in cui fare esercitare il libero estro di architetti ed arredatori. Nel 1964, quando Pantelleria era conosciuta dai nativi e dai loro amici strettissimi, il critico d'arte Renato Giani visitò l'isola, che allora gli si presentò come "un mondo arcaico e solenne, una specie di miraggio come se ne possono avere in pieno Sahara". Nel giugno dello stesso anno, l'esperienza di quel viaggio venne raccontata da Giani in un reportage pubblicato dalla rivista "Sicilia", edita dall'assessorato regionale al Turismo della Regione Siciliana. Nell'articolo, corredato da alcune fotografie di Nino Teresi, l'autore così descrisse i "dammusi":
"Domani l'isola sarà forse per errore scoperta dal cinema, verranno i fotografi a mettere a nudo le sue nobili scogliere da leggenda, i "dammusi" segreti, fatti di pietre levate una a una dal terreno, che hanno lo stesso colore del campo circostante, non un'apertura esterna, e paiono genuini blocchi massicci. Sono le abitazioni di campagna, fresche, voluminose, di un tipo probabilmente unico in tutto il mondo mediterraneo.
La parola "dammuso" nella quale non è difficile riconoscere il termine di domus latino, è di derivazione araba o berbera. Si compone d'una vasta camera e di un'alcova e un altro stanzino: il resto è fuori, compreso il forno, la cucina, le stalle, il rotondo "giardino spagnolo", che è un ampio anzi vastissimo pozzo profondo, circolare, al fondo del quale crescono aranci, mandarini, verdura, alcuni fiori gentili e alberelli dritti, sdutti, geometrici, di gradevole grazia estetica ma senz'ombra, quali si incontrano solo nei dipinti del Quattrocento, in Benozzo Gozzoli.
"Dammusi" e giardini raccontano la lotta dei panteschi contro le invasioni barbariche, i pericoli notturni di ancora cento e qualche anno fa, gli sbarchi improvvisi, le difese, la necessità di non far scorgere mai lumi da chi vien dal mare. E anche la necessità di difendersi dai venti dominanti, i quali Eolo alcune volte o di estate o di inverno rovescia sull'isola improvvisamente per alcune ore...
Già inattaccabile ricetto di predoni arabi, alcune località come Kadir, Khamma, Punta Fram, Balata dei Turchi eccetera ne conservano un ricordo duraturo, così del resto anche parecchi aspetti dell'architettura: la cupoletta di terra battuta che copre le abitazioni rustiche, migliori d'aspetto delle volgari costruzioni moderne..."
LE MOLTE VITE NECESSARIE PER CONOSCERE LA SICILIA
| L'immagine di Gangi con lo sfondo dell'Etna. Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia |
""Davvero ci vorrebbe tutta una vita umana, anzi la vita di parecchi uomini, che man mano ci trasmettessero le conoscenze" scrive Goethe alla conclusione del suo viaggio in Sicilia.
La vita di parecchi uomini ci vorrebbe, per conoscere la Sicilia, come ogni luogo così stratificato, e anche le pagine degli infiniti volumi, tanti quanti nella borgesiana biblioteca di Babele, che sulla Sicilia sono stati scritti.
E tralasciando quelli degli antichi, dei Greci e dei Latini - ha scritto Vincenzo Consolo nel saggio "Sicilia teatro del mondo", edito da Nuova ERI Edizioni Rai nel 1990 - ci vorrebbero almeno i volumi, le "decades duae" o venti libri del "De rebus siculis" del monaco Fazello, che, dopo il lungo medioevo di sonno e di oblio in cui l'Isola era caduta, nel tempo del Rinascimento, primo la riscopriva, partendo dalla sua Sciacca, percorrendola palmo a palmo, descrivendola..."
domenica 12 febbraio 2023
IL PROFESSORE DI ALCAMO E LA LEZIONE INCOMPRESA DI DANILO DOLCI
| Danilo Dolci al centro di un gruppo di manifestanti a Roccamena, nel palermitano. Foto di Federico Patellani tratta da "Storia Illustrata", Arnoldo Mondadori Editore, aprile 1972 |
E' di poche settimane fa la notizia secondo cui un Comitato italo-svizzero ha intenzione di promuovere una raccolta di fondi per rilanciare a Trappeto le attività di studio del Borgo di Dio creato nel 1968 da Danilo Dolci, che qui giunse nel 1952. Della straordinaria opera di impegno sociale di Dolci contro la povertà e la cultura mafiosa condotta in Sicilia - attività per lo più incompresa ed avversata allora da politici e autorità dell'Isola - così scrisse il saggista e viaggiatore elvetico Jakob Job, autore a partire dal 1944 di alcuni libri dedicati all'Italia:
"Anni fa - raccontò Jakob Job in "Sicilia", edito in Italia nel 1971 da Edizioni Silva, Zurigo - attraversando la città di Alcamo, causa il gran movimento del mercato, non riuscivo ad andare avanti. A un angolo di strada, uno del posto mi fermò domandandomi se andassi a Partinico. Quando gli dissi di sì, mi pregò di prenderlo in macchina per un tratto. Era professore in una scuola media di Alcamo, ma abitava in un paesello fuori della città dove sua moglie era maestra. Volli sapere se conosceva Danilo Dolci. Sì, l'aveva già visto. Era considerato un comunista. Faceva, è vero, molto bene, ma le autorità non erano sempre d'accorso. Aiutare è giusto, ma Dolci rendeva la gente troppo esigente. E' sempre stato così: i lavoratori della terra per un terzo dell'anno non avevano lavoro e le famiglie povere dovevano vivere in un'unica stanza. Non ci si poteva far niente; la gente era felice così. Quando gli dissi che, secondo i rilevamenti del 1952, nella provincia di Palermo circa 12.000 persone vivevano in grotte e baracche, non seppe obiettare molto. Era normale!
Un libro come "Inchiesta a Palermo" di Dolci, la riproduzione protocollare di un'indagine fra dozzine di incolti, totalmente o parzialmente disoccupati, tra analfabeti ed altri che a malapena avevano frequentato una scuola, avrebbe potuto produrre un urto nell'opinione pubblica. Come reagirono essa e le autorità? Non presero conoscenza del libro, accusarono Dolci d'essere un sognatore fuori della realtà, un pazzo, un "forestiero" che non conosceva le "costanti" della vita siciliana; ancora peggio: un comunista, come me lo aveva rappresentato il professore di Alcamo. Non aveva forse accettato, il Dolci, il premio Lenin? Che cosa avesse fatto con quel denaro, non interessava a nessuno. Non si prendeva sul serio l'opera di questo "apostolo dei poveri", la si riteneva il capriccio di un filantropo staccato dalla realtà, che non aveva la pazienza di aspettare un miglioramento attraverso le misure delle autorità.
Dolci ha però trovato aiuti, gente che lo sostiene da tutto il mondo. Ha fondato a Partinico asili infantili, scuole per bambini piccoli, in modo da alleviare la fatica delle madri, corsi per ragazzi e giovanotti, per introdurli nell'economia domestica, nel laboratorio familiare. Certo, tutto ciò non è sbalorditivo; però sbalorditivo è quest'impegno di un singolo nella lotta contro la disoccupazione, la povertà e l'immiserimento. Danilo Dolci è una di quelle figure che hanno sentito la vocazione alla guerra contro la miseria, come l'Abbé Pierre la cui opera ha ottenuto il riconoscimento generale. Il fatto ch'egli svolga il suo lavoro in un paese di antichissima cultura, in cui ci sono le autorità legali d'un popolo civile, ne fa agli occhi di queste un agitatore utopistico. Non si riconosce volentieri che in Sicilia grandi parti di popolazione vivono tutt'oggi nel sottosviluppo".
giovedì 9 febbraio 2023
IMMAGINI DEL TERREMOTO DEL BELICE DA "FOTO CRONACA 1968"
Nei giorni in cui in Turchia e Siria si contano le decine di migliaia di morti del terremoto del 6 febbraio, il dramma umano e sociale di un tale disastro rimanda col pensiero a ciò che accadde nella valle del Belìce nel gennaio del 1968. Le immagini di quel terremoto riproposte da ReportageSicilia furono pubblicate nel dicembre del 1968 da "Foto cronaca 1968", un annuario degli eventi più rilevanti di quell'anno edito dalla Cassa di Risparmio di Roma.
Ad eccezione della veduta dall'alto delle macerie di Montevago, i luoghi e le persone rappresentate dalle immagini non furono allora indicati. Nella succinta didascalia di introduzione alle fotografie, si legge:
"Spaventosa sciagura sull'"isola del sole"; centinaia di morti e migliaia di feriti nella Sicilia colpita dal terremoto. Il sisma ha raso al suolo Montevago in provincia di Agrigento e Gibellina in provincia di Trapani"
CASTELBUONO: DOVE LA MAFIA - FORSE - NON ESISTE
| Castelbuono. Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia |
Da molti anni - e senza apparenti dispute da campanile con altri comuni del comprensorio - la cittadina di Castelbuono si vede attribuita la qualifica di capitale economica delle Madonie. Ai nostri giorni, l'investitura trova fondamento soprattutto grazie alla notorietà di una azienda dolciaria che da Castelbuono ha aperto la strada alla realizzazione ed alla commercializzazione dei panettoni prodotti nel Sud d'Italia. Nel saggio "L'arte di annacarsi" ( Edizioni Laterza, 2010 ), lo scrittore Roberto Alajmo ha affrontato il tema dell'attivismo economico dei castelbuonesi, in passato capaci di sviluppare una cartiera, una ferriera ed una vetreria; imprese arricchite da una fabbrica di abbigliamento e da una quantità di negozi ed imprese artigianali per numero oggi difficilmente rintracciabili in altri comuni montani della Sicilia. Alajmo sottolinea poi un altro singolarità offerta da Castelbuono:
"Poca agricoltura, molto commercio. Forse è questa la formula della diversità. Una diversità che si concretizza in un fenomeno raro, se non unico: qui non esiste la mafia. Pare azzardato dirlo, e persino scaramanticamente rischioso. Ma a quanto pare è vero. Se qualche tentativo d'infiltrazione c'è stato, si è trattato di fenomeni marginali, subito espulsi dal corpo sano della società. La questione merita di essere studiata perché, tranne forse Isnello, i paesi del circondario non sono refrattari al fenomeno. La spiegazione potrebbe essere semplice: la mafia alle sue origini si innesta sull'agricoltura. E Castelbuono sull'agricoltura ha sempre contato poco, con attività molto specialistiche. Insomma, forse è andata così: una borghesia di artigiani e commercianti urbani ha avuto il tempo di consolidarsi prima che le infiltrazioni mafiose riuscissero ad inquinare la falda della convivenza civile. E quando ci hanno provato, era troppo tardi: il tessuto imprenditoriale e commerciale era ormai diffuso e radicato, capace di rigettare qualsiasi intrusione..."
giovedì 2 febbraio 2023
LA BOCCATA D'ARIA DEI PALADINI DI EMANUELE MACRI' PRIMA DELL' ARRIVO DEI TURISTI
| Fotografia di Federico Patellani, opera citata |
Negli anni Cinquanta dello scorso secolo, gli spettacoli dei pupi cominciarono a perdere in Sicilia il loro abituale pubblico di ragazzi ed adulti, sempre più interessati ad altre più moderne forme di intrattenimento.
"Oggi il cinema offre a tutti l'andante successo della sua azione; lo stadio, la corsa appassionante degli undici dietro al pallone; il giornale a fumetti - si poteva leggere già nel 1949 in "Mediterranea-Almanacco di Sicilia", ( IRES, Palermo ) - traduce e moltiplica il successo ( ieri quasi aulico e ancillare ) di Carolina Invernizio. Altri incanti, altri motivi s'affollano nell'animo dell'ascoltatore della strada... al posto di Orlando trovi Bartali e l'intera epopea dei paladini non vale certo più d'una partita Palermo-Torino. C'è ormai nel pupo e nel puparo la malinconia delle cose andate..."
Fu così che gli spettacoli dei pupi iniziarono allora a diventare quasi esclusivo motivo di folclore turistico; soprattutto nella Sicilia orientale, dove i tour organizzati insieme alle visite ai monumenti dell'età classica cominciarono ad offrire anche quelle ai teatrini animati dalle battaglie dei paladini. A questa tendenza si adeguò un puparo affermato come Emanuele Macrì, nato a Messina ma trasferitosi sin da bambino ad Acireale dopo il rovinoso terremoto del 1908 grazie al "maestro" Mariano "Nasca" Pennisi. La testimonianza del successo coltivato dagli spettacoli per i turisti di Macrì è attestato dalla didascalia che accompagnò sul settimanale "Tempo" del 20 ottobre 1955 una fotografia di Federico Patellani:
"Il puparo Macrì, di Acireale, tiene ancora alta la tradizione del teatro dei pupi. Agenzie turistiche straniere organizzano gite collettive ad Acireale, in partenza da Taormina, da Catania, e persino da Siracusa. Così nel teatrino di Macrì, ogni venerdì sera, nella stagione turistica, c'è una rappresentazione dedicata ad un pubblico assai più in età di quello che affolla la sala negli altri giorni della settimana. Macrì sa se lo spettacolo sarà per francesi, inglesi, o tedeschi. Solimano ed i Paladini non rinunciano al loro linguaggio in italo-siciliano, ma un bel cartellone nella lingua della comitiva ospite, avverte gli spettatori a quale brano della storia della cavalleria essi assisteranno. Nella fotografia vediamo due pupi in braccio ad una giovane e severa bellezza catanese. Pigliano una boccata d'aria all'aperto, poi stasera riprenderanno la secolare vertenza cavalleresca..."