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domenica 2 novembre 2014

SICILIANDO















"La guerra 1914-1918 fu anche in Sicilia una brillante occasione per affari illeciti, ma fruttuosi.
Queste nuove occasioni di arricchimento, congiunte all'ulteriore indebolimento dei pubblici poteri, che la guerra stessa provocava, aumentarono il potere e l'arroganza della 'onorata società', i cui membri estendevano le loro angherie e la loro sopraffazione anche ai padroni, con l'obiettivo ultimo di spossessarli.
In tale atteggiamento i mafiosi erano favoriti dall'inettitudine della nobiltà terriera, da più generazioni assente dalla campagna, succube della mafia e assolutamente incapace di fronteggiarla"  
Michele Pantaleone

LA PERSISTENTE MEMORIA DEL DEGRADO DEL CENTRO STORICO DI PALERMO

Pubblicate nel 1975 su un saggio curato da Giuseppe Cipolla, le immagini dell'abbandono del cuore urbano descrivono ancor oggi una realtà attuale
  
Giochi di strada fra le macerie del quartiere Capo,
nella Palermo degli inizi degli anni Settanta.
Le immagini del post sono tratte dal saggio di Giuseppe Cipolla
"Per il risanamento di Palermo",
edito da Vittorietti Editore nel 1975

Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia ricordano uno degli atti più gravi commessi ai danni del patrimonio di Palermo nel secolo scorso: l'abbandono del centro storico dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale.
Palazzi, edifici monumentali e piazze cittadine, dopo le bombe alleate, hanno offerto nei decenni successivi lo spettacolo perdurante di mura ridotte a brandelli, intonaci sbrecciati, chiese e palazzi scoperchiati: un'eredità ancor oggi visibile dell'incuria e del disinteresse della classe politica locale, cui negli ultimi anni si è posto solo parzialmente rimedio.


Altri giochi di strada nella devastazione urbana
del quartiere della Magione

Edilizia distrutta dalle bombe
del secondo conflitto mondiale
nell'area della foce del fiume Oreto


Le omissioni e le scelte colpevoli iniziarono già con l'applicazione del Piano di Ricostruzione del 1947 e si aggravarono con quella del Piano Regolatore del 1963.  
Ancora nel 2014, una passeggiata nel centro storico di Palermo - in corso Vittorio Emanuele, all'Albergheria, a Borgo Vecchio - offre lo spettacolo dell'edilizia sventrata dai bombardamenti del lontanissimo 1943 e dai successivi cedimenti strutturali.


Via Scalini, nel quartiere del Capo.
Sullo sfondo, la cupola della Cattedrale

Lo spettacolo offerto a Palermo
nei pressi del palazzo normanno della Zisa.
L'edificio è ingabbiato dopo il crollo 

dell'ala destra avvenuto nel 1971.
Il restauro del monumento verrà completato
solo dopo decenni di ritardi e di polemiche metodologiche

L'inconfondibile ambientazione di piazza Caracciolo,
nel cuore della Vucciria.
Oggi le condizioni di degrado del quartiere
non sono cambiate di molto
rispetto all'epoca di questa fotografia


Nei decenni passati, lo scenario palermitano post-conflitto è stato oggetto di denunce, esposti, dibattiti fra urbanisti ed architetti, reportage giornalistici italiani e stranieri.
Il lavoro di denuncia forse più convincente e doloroso fu quello compiuto da Danilo Dolci a metà degli anni Cinquanta, nel saggio "Inchiesta a Palermo" che raccolse una serie di autobiografie di residenti nei quartieri disastrati della città storica come il Capo, il cortile Cascino o la Kalsa.
L'abbandono del centro storico palermitano è così stato un fenomeno tanto analizzato in corso d'opera da rendere incomprensibile il motivo stesso della conseguente assenza di interventi immediati.


Nel centro storico di Palermo
molte chiese monumentali sopravvivono a stento
sulle strade dei mercati popolari.
L'immagine pubblicata nel 1975 ritrae
la chiesa di San Gregorio al Capo

Una spiegazione dell'immobilismo si lega certo alle note scelte amministrative ed affaristiche che hanno indotto a promuovere le attività edilizie del secondo dopoguerra nelle periferie rurali della vecchia città, con nuove colate di cemento: il famoso "sacco di Palermo", all'ombra di compromessi politici con i costruttori legati alla mafia e di complicità con i burocrati delle amministrazioni locali.
Eppure, anche la "variabile mafia" da sola non riesce a spiegare il perchè di tanto disinteresse mostrato in quegli anni per i destini del centro storico, depositario di monumenti e strade che raccontano la millenaria storia di Palermo.


Piazza Bologni, con la statua di Carlo V
e palazzo Belmonte-Riso ancora danneggiato
dai bombardamenti del 1943.
Il restauro dell'edificio sarà completato solo nel 2008 

Altro edificio monumentale
abbandonato per decenni dopo la guerra: è la chiesa
di San Sebastiano, recuperata al culto solo nel 2008
dopo decenni di spoliazioni del suo patrimonio artistico



La corsa verso la nuova edilizia, il vorticoso fiume di denaro da essa alimentato - a beneficio anche di subappaltatori, fornitori, commercianti e famiglie immigrate dall'interno della Sicilia verso il capoluogo dell'isola, divenuto il centro dello sviluppo amministrativo, occupazionale e demografico della Regione - spazzarono via le poche voci della cultura e degli illuminati palermitani del tempo.
Le proteste degli "intellettuali" e dei sovraintendenti sul degrado del centro storico si levarono solo in occasioni di eventi "colti", come il furto della Natività del Caravaggio dall'Oratorio di San Lorenzo o il crollo del palazzo della Zisa.
C'è insomma da chiedersi cosa sarebbe oggi Palermo se i suoi amministratori ed i palermitani avessero seriamente curato il recupero del patrimonio edilizio dei quattro mandamenti: certo, una città straordinariamente "storica" ed economicamente meno povera.   Cosi, ancora il 28 agosto del 1985 il "Corriere della Sera" pubblicava un reportage di Cesare De Seta intitolato "Solo fantasmi nel centro storico di Palermo".
L'articolo descriveva così l'abbandono: 

"Il centro storico di Palermo è uno spettacolo doppiamente penoso e amaro: penoso perchè è difficile trovare una simile condizione di degrado congiunta ad una così alta qualità del bene che va scomparendo, sicchè il pessimismo della ragione induce a ritenere - mestamente e quanto mestamente - d'essere giunti ad un punto di non ritorno; amaro, perchè non so da quanti decenni i pubblici responsabili hanno giurato e spergiurato che si sarebbe fatto l'impossibile per porre rimedio a questo stato di cose.
Non si è fatto neppure il possibile e l'indispensabile.
Attorno al capezzale del malato sono stati chiamati cerusici, speziali e medici, essi si sono industriati con le loro arti e con le loro terapie, si sono consultati, hanno redatto studi.


Via Savona, nel quartiere della Kalsa-
Il vecchio quartiere dei pescatori mostra ancora oggi
i segni dell'abbandono dopo i pesanti danneggiamenti del 1943

Pile di carte e cartacce si sono accumulate negli anni tanto da intasare un'intera biblioteca; ma, ad onore del vero, nulla si è mosso.
Il centro storico di Palermo vive una condizione limite perchè è venuta meno la condizione essenziale per la sopravvivenza di un ambiente: non c'è più gente che lo abita.
Per quanto assai poco degna sia la condizione in cui versa il centro storico di Napoli o il borgo medievale di Bari, pure essi hanno il vantaggio d'essere popolati.
C'è chi sostituisce un vetro infranto alle finestre, c'è chi ripara alla meglio un tetto che fa acqua, una pluviale che perde, un infisso che non chiude, un solaio che non regge.
A Palermo, questo cuore della città è in balia dell'acqua, del vento, del sole, del vandalo che scassa per il gusto di scassare..."

Dieci anni prima del reportage di Cesare De Seta, un saggio dal titolo "Per il risanamento di Palermo", curato da Giuseppe Cipolla ( Vittorietti Editore ) propose una lettura della rovina del centro storico cittadino attraverso la ricerca di un gruppo di alunni di una scuola media.


Ancora un'immagine di piazza Bologni,
con la scenografica facciata
di palazzo Alliata di Villafranca.
Attualmente, questa piazza attende
il pieno recupero strutturale dei suoi edifici storici

Le fotografie del post sono tratte da quel libro, il cui valore metodologico ci sembra attualissimo e degno - quarant'anni dopo - di una riproposizione: sarebbe un modo per verificare quanto è stato fatto e quanto ancora c'è da fare per recuperare il patrimonio edilizio e umano dello straordinario cuore urbano di Palermo.
   

martedì 28 ottobre 2014

GLI "ARANCINI" DI FELICE CUNSOLO

La popolarità di una delle specialità della cucina di strada siciliana secondo il giornalista enogastronomico catanese

Venditore palermitano di "arancine" negli anni Sessanta.
La fotografia corredò un articolo intitolato
"Introduzione alla cucina siciliana"
scritto da Cunsolo nel luglio del 1964
per la rivista del TCI "Le Vie d'Italia".
Nel suo reportage, il giornalista catanese
definiva queste specialità isolana
del cibo di strada con il termine "arancini",
così come si usa ancor oggi nella Sicilia orientale 

"Il suo primo incontro con la gastronomia siciliana il turista lo fa subito dopo avere messo piede nell'isola e - si badi bene - non al ristorante, ma nei bar degli scali marittimi e aerei o addirittura, se vi giunge in treno, sui marciapiede delle stazioni.
Qui infatti sente gli addetti ai carrelli delle cibarie gridare una strana merce, gli arancini caldi.
Così scopre queste grosse polpette di riso, a forma d'arancia o di cono, ripiene di carne, formaggio, piselli.
Gli arancini li ritroverà poi un pò dappertutto, nei bar, nelle trattorie, nelle tavole calde.
Se pensa di essere capitato in mezzo a grossi mangiatori di riso, prende un granchio.
Tra gli italiani, i siciliani sono forse gli unici a non credere al potere energetico di tale alimento.
Come si spiega allora una presenza, specie nei grandi centri, così massiccia di arancini?
I provinciali che si recano in città per il disbrigo di affari spesso cercano a mezzogiorno di risparmiare i soldi di un pasto in trattoria, e ingannano la fame con qualche arancino.
Tanto - dicono - lo stomaco non si riempie e si riservano l'appetito per fare onore al grosso piatto di pasta che li aspetta al rientro a casa..."

Così nel luglio del 1964 il giornalista Felice Cunsolo ( 1917-1979 ) iniziò un reportage pubblicato sulla rivista mensile del TCI "Le Vie d'Italia" ed intitolato "Introduzione alla cucina siciliana".
Nel 1959, Cunsolo aveva scritto un saggio intitolato "Gli italiani a tavola", frutto della sua passione per la cultura enogastronomica locale. 
In quegli anni lontani, pochi giornalisti potevano vantare una specializzazione in questa materia che, grazie alla diffusione di riviste specializzate e programmi televisivi, avrebbe iniziato a svilupparsi solo un paio di decenni dopo.
Catanese di origini - nativo di Biancavilla, in pieno territorio etneo - Felice Cunsolo non poteva che definire "le polpette di riso" siciliane al maschile, cioè "arancini".


Nella parte orientale dell'isola, infatti, questi capolavori del gusto che in qualche friggitoria si cucinano ancora in vecchi pentolini colmi di olio bollente hanno una forma conica: un chiaro richiamo al sesso maschile. 
Nel resto della Sicilia - e soprattutto a Palermo - la forma sferica assegna loro una fisionomia femminile, così da mutare in "arancine" la loro denominazione.
Quello che è cambiato dai tempi di Cunsolo è il ripieno di queste specialità, sia nella forma a punta che in quella a palla.
Se allora "arancini" e "arancine" conservavano un cuore a due gusti - burro o formaggio con dadini di prosciutto cotto, o piselli con ragù di carne - oggi il mutare dei gusti ha ampliato la serie dei ripieni ( a volte con risultati discutibili ): ragù di cinghiale, funghi, crema di pistacchio, gamberetti, salmone...
La tradizione, in questo caso, vale più di certe novità che cancellano la semplice e povera bontà della cucina di strada.
In alcuni ricettari di gastronomia siciliana si indicano infine questi diversi condimenti: ricotta e tuma, patate, ragù e piselli, burro, primo sale ( Alba Allotta, "La cucina siciliana", Newton Compton, 2003 ); ragù e piselli ( "Sicilia in cucina", Sime Books ); ragù di carne o di pollo ( Fiammetta di Napoli Oliver, "La grande cucina siciliana, Flaccovio, 2005 ). 

   


lunedì 27 ottobre 2014

DISEGNI DI SICILIA


Disegno firmato MVM, Sciacca 1952

domenica 26 ottobre 2014

FRANCO VIVIANO, DA MANCATO OMICIDA A CRONISTA DI RAZZA A PALERMO

La lezione di vita e professionale di un giornalista "di strada" nella città della violenza e degli intrecci mafiosi


Un'autobiografia personale e professionale, che mette insieme umanità e crudezza, sentimenti familiari e ricordi di violenza mafiosa, lezioni di giornalismo, ironia e sorpresa. 
E' la vita raccontata da Francesco "Franco" Viviano, cronista  palermitano de "La Repubblica" che da qualche anno lavora a Roma: "Io, killer mancato" ( Chiarelettere ) è anche una storia degli ultimi cinquant'anni di una città - Palermo - in cui la mafia ha lasciato uno sfregio incancellabile su molti dei suoi eventi.
Il titolo del libro è la confessione di un'adolescenza vissuta da Viviano nel quartiere Albergheria e al Villaggio Ruffini, fianco a fianco con figli e nipoti dei boss e segnata dall'omicidio del padre, vittima della reazione di un commerciante ad un tentativo di furto.


Un'immagine della strage di viale Lazio,
compiuta dai "corleonesi" a Palermo nel dicembre del 1969
e durante la quale morirono sei persone.
L'episodio rimane una delle vicende simbolo
della violenza mafiosa in città,
oggetto di cronache e inchieste giornalistiche.
Franco Viviano è oggi uno dei cronisti palermitani
con la memoria più lunga su decenni di potere
di Cosa nostra a Palermo.
La fotografia è tratta dall'opera di Giuseppe Fava "I siciliani",
edita da Cappelli Editore nel 1980

Franco Viviano, rimasto orfano di padre ad un anno, racconta di avere un giorno impugnato giovanissimo una pistola e di avere inquadrato nel mirino l'assassino del genitore.
I suoi coetanei con i cognomi dei capimafia - i "compagni di merende", come li definisce oggi il cronista - lo avevano spinto alla vendetta, ma all'ultimo momento il dito era rimasto immobile sul grilletto.  


Ancora un delitto di mafia a Palermo.
I giornalisti di cronaca nera nella città nei decenni
Settanta, Ottanta e Novanta hanno
scritto di centinaia fra omicidi e stragi di mafiosi,
uomini dello Stato, politici e cronisti.
La fotografia è tratta da Giuseppe Fava,
opera citata in precedenza 


Arrivato alle spalle di chi gli uccise il padre, Franco Viviano fece rapido dietro front verso casa; qui riabbracciò Enza - la madre - che, rimasta vedova a 19 anni, aveva fatto i lavori più umili e faticosi per salvarlo dalla povertà e dal richiamo di Cosa nostra.
La rinuncia alla vendetta avrebbe rappresentato per il futuro giornalista l'abbandono dello status di "picciotto promettente" affibbiatogli dai tanti personaggi mafiosi con i quali i Viviano "vivevano fianco a fianco: Madonia, Riccobono, Scaglione, Troia, Liga, Nicoletti, Di Trapani, Davì, Pedone, Gambino, Bonanno, Micalizzi e Mutolo, la crema di Cosa nostra".


Giovanni Falcone sul luogo della strage di Bagheria.
Nel settembre del 1989, i sicari di Cosa nostra
uccisero per vendetta la madre, la sorella ed una zia
del "pentito" Francesco Marina Mannoia.
Anche questo episodio ebbe un risvolto di rilievo
nelle cronache giornalistiche di quegli anni.
La fotografia è tratta dal volume di John Dickie "Cosa nostra",
edito nel 2004 da Editori Laterza


"Questa autobiografia - ha spiegato Viviano - è anche il tentativo di spiegare come sia possibile, con la fortuna, con la volontà  e con l'onestà, riuscire a raggiungere i propri obiettivi.
Di solito il figlio di un avvocato farà l'avvocato e quello di un medico il medico. 
Nella Palermo degli anni Settanta, il mio destino sarebbe stato quello di seguire le orme di mio padre, che era un ladro, e poi magari di entrare a far parte di Cosa nostra.
Conoscevo personalmente i Gambino, Gaspare Mutolo e molti altri mafiosi palermitani di quegli anni. Molti sono stati ammazzati, altri sono finiti in carcere; io invece sono riuscito a fare il giornalista, non perdendo l'abitudine a battere la strada, a parlare con chiunque possa fornirmi una notizia utile ad un'inchiesta".

Dopo decine di lavori umilissimi - muratore, barista, apprendista elettrauto, cameriere - Viviano sarebbe riuscito a varcare la porta della redazione dell'ANSA di Palermo.
Nel palazzone di via Emerico Amari che inquadra l'ingresso del porto, il mancato killer avrebbe faticato come fattorino, comprando le sigarette o la colazione ai cronisti. 
Poi - dopo un'apprendistato alle telescriventi - grazie alla conoscenza dei meandri violenti della città  e dei suoi personaggi, sarebbe riuscito a fornire le prime "dritte" giornalistiche, sino a diventare egli stesso un prezioso cronista di nera e giudiziaria.
La considerazione per il suo lavoro avrebbe portato un personaggio schivo come Paolo Borsellino a condividere con lui la comune passione per la bicicletta.


Una tetra immagine di Palermo
agli inizi degli anni Settanta,
quando la speculazione edilizia politico-mafiosa
aveva già trasformato il volto della città.
La fotografia è tratta dall'opera "Sicilia",
edita nel 1982 da Edicultura Milano
per la collana "Regioni d'Italia"

Per l'ANSA e poi per "la Repubblica", Franco Viviano ha messo a segno decine di scoop che hanno alimentato la considerazione di colleghi e investigatori.
Alcuni dei suoi numerosi colpi giornalistici - come la rivelazione della scomparsa di Emanuele Piazza, l'agente palermitano "in prova" del Sisde, o l'intervista al boss Vito Roberto Palazzolo in Sudafrica - hanno riguardato alcuni fra gli episodi più oscuri della recente storia italiana.  
In qualche caso, il fiuto per la notizia e la "rete" delle fonti gli hanno anche grattacapi giudiziari e l'avversione di magistrati come Piero Grasso e Gian Carlo Caselli.
Da giornalista, Viviano ha sempre conservato un rapporto istintivo con la strada - frutto degli anni difficili dell'adolescenza - ed un confronto da pari a pari ora con il venditore ambulante ora con il mafioso e con il poliziotto, ora con il faccendiere ora con il magistrato.
Ad una delle ultime presentazioni romane di "Io, killer mancato", non a caso, erano presenti molti investigatori e colleghi di Franco Viviano, questi ultimi pronti a suffragare l'affermazione del ragazzo che da potenziale killer si è trasformato in giornalista di razza: "se hai la notizia, vinci sempre".



          

mercoledì 22 ottobre 2014

QUANDO LA SICILIA FU L'AMERICA DEI GRECI


Le origini dell'eccitato gusto isolano per il kolossal e per l'eccesso secondo il poeta messinese Bartolo Cattafi 
 
Una delle gigantesche figure che reggevano
insieme alle colonne la pesante trabeazione
del tempio agrigentino di Giove Olimpo,
inferiore per dimensioni solo al colossale
tempio di Diana ad Efeso.
La fotografia porta la firma di Ezio Quiresi
e venne pubblicata nell'opera "Sicilia"  edita nel 1960 dal TCI

Che la Sicilia sia la terra dell'eccesso è un dato ormai spiegato ed esaminato in parecchi aspetti delle vicende e del costume dell'isola.
Per spiegare le origini dell'iperbole siciliana, basti pensare alla notorietà e all'attrazione di cui gode in gran parte del mondo una regione mediterranea abitata da appena cinque milioni di abitanti: storia, clima, bellezze naturali, beni monumentali, gastronomia, letteratura, gestione del potere politico e mafia offrono infinita materia di discussione sul meraviglioso e sull'orrido delle risorse siciliane. 
Nel 1961, andando parecchio a ritroso nei secoli, il poeta messinese Bartolo Cattafi individuava nel periodo della Sicilia greca i germi dell'iperbole siciliana: una tara che nel corso dei millenni ha segnato molte espressioni della vita dell'isola.

"Le avventurose navigazioni micenee verso le coste della Trinacria, la 'terra dei tre capi', e oltre lo Stretto di Messina, insieme con i relativi resoconti, dovettero accendere la fantasia dei Greci e rimanere a lungo impresse nella loro memoria.
Ne è riprova il posto che la Sicilia occupa nei versi dell'Odissea; Scilla e Cariddi paurosamente incarnano i pericoli dello Stretto, l'Eolia è la patria dei venti. 
Ci giunge attraverso Omero un'immagine favolosa della Sicilia.
Agli occhi dei primi navigatori greci essa appare vasta e arcana come un nuovo continente, ricca di fascino e di risorse vergini: quasi una America avanti lettera.
E forse questo parallelo con l'America, ovviamente condizionato da molte restrizioni, non è fuori luogo; qualche volta si presenta opportuno, nello svolgersi della storia siciliana.
Quando, per esempio, Atene interviene in Sicilia, mentre tutta l'isola è preda d'una guerra fratricida, con due spedizioni navali che sortiscono l'effetto di rendere concreto il pericolo proveniente dall'Attica e di promuovere il congresso di Gela ( 424 ).


Una veduta dei templi E, F e G
dell'area archeologica di Selinunte,
altro esempio del gusto del kolossal
dell'arte greca in Sicilia.
L'immagine venne pubblicata nel volume "Sicilia"
edito nel 1933 dal TCI

Stipulata una pace generale, venne affermato il principio dell'indipendenza dei Greci di Sicilia che nella comune denominazione di Sicilioti cancellarono le differenze di stirpe e si unirono in una nuova nazionalità.
Non troppo dissimili appaiono le origini degli Stati Uniti.
Del resto, questo ruolo in qualche modo "americano" la Sicilia lo sostenne per un certo tempo sia in stretto confronto con la stessa Atene, sia con tutto l'ambiente mediterraneo.
La potenza, lo splendore, la ricchezza di Siracusa straripavano; Siracusa era un pò la 'Novaiorca' ( così i siciliani chiamo New York ) dell'epoca.
La sua flotta di vere e proprie navi da guerra aveva preso da tempo, faustamente, il mare, quando Atene cominciava appena a mettere in cantiere la propria.


Una prospettiva della valle dei Templi agrigentina
da una delle colonne del tempio di Giunone.
Lo scatto è di Federico Patellani
e venne pubblicato nel volume "Sicilia" edito nel 1960 dal TCI

Sorgevano templi grandiosi, spropositati non solo per le dimensioni, come a Selinunte, ma anche per la concentrazione numerica, come ad Agrigento.
Ecco dunque l'eccitato gusto siciliano per il kolossal, per la pletora; l'ambizione del fare in grande, certo ardore anticlassico che rompeva i canoni d'oro.
Uno slancio del sangue, una vitalità persa in enormi vagheggiamenti.
Ben diversi i Greci di Grecia, parchi e misteriosi, nelle loro severe e sublimi matematiche architettoniche..."   

sabato 18 ottobre 2014

SICILIANDO















"Teoricamente la ricetta dei non siciliani per giudicare i siciliani dovrebbe essere facilissima.
Basterebbe un grande imbuto ed immettervi uno dopo l'altro un sicano, un siculo, un cartaginese, un fenicio, un greco, un romano, un bizantino, un barbaro, un saraceno, un arabo, un normammo, un germanico, uno svevo, un francese angioino, uno spagnolo aragonese, uno spagnolo castigliano, un italiano peninsulare, un pisano, un genovese, un napoletano e un piemontese: ne dovrebbe uscire 'il siciliano'.
Ma, alla prova dei fatti, la ricetta non funziona perchè in ogni siciliano prevale il saraceno o il greco, lo svevo o il normanno, il germanico o lo spagnolo, il romano o il francese e così via.
Le cose si complicano quando - e accade frequentemente - prevalgono più discendenze.
A questo punto chi può onestamente classificare 'i siciliani'?
Quanti tipi ne esistono, quanti temperamenti, caratteri, gusti, abitudini, mentalità, modi di comportamento?
E quando i non siciliani parlano della Sicilia, di quali delle molteplici e contraddittorie 'Sicilie' intendono parlare?"
Franz Maria D'Asaro