ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l'Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all'inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All'impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, "si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo"
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lunedì 28 febbraio 2022
domenica 27 febbraio 2022
L'ASPRA E QUASI SCONOSCIUTA ATTRATTIVA DI CAPO ZAFFERANO
Foto
Ernesto Oliva-ReportageSicilia
"Ai piedi del Catalfano, e unito a questo da una penisoletta poco elevata, sorge il capo Zafferano, roccioso, conico, bellissimo, alto 223 metri, in aspetto quasi di isola, con un faro in basso, e davanti un grande scoglio detto l'Isolotto..."
Così la Guida Rossa della Sicilia edita nel 1919 dal Touring Club Italiano - la prima dedicata all'Isola dal TCI - descrisse capo Zafferano, un promontorio tirrenico palermitano vittima di uno dei tanti paradossi ambientali isolani. Pur vantando un'importanza paesaggistica e naturale di grande rilievo, capo Zafferano non viene infatti quasi mai citato dalle moderne guide dedicate alla Sicilia. Le solitarie pareti di natura calcarea e dolomitica a picco sul mare ed i profondi fondali arricchiti dall'apporto di sorgenti d'acqua dolce sembrano non interessare palermitani e turisti. La disaffezione si spiega forse con le difficoltà di balneazione di questo promontorio - che pure nasconde alcune calette smeraldine, rese terse da fondali di ghiaia - la cui asperità fece scrivere nel 1584 a Camillo Camilliani:
"E di quivi si cominciano ad innalzarsi le rupi, che sono eminentissime, quali formano un altissimo monte, spiccato intorno, detto il Capo di Zaffarana..."
Aspro e restio ad accogliere bagnanti ed escursionisti - un sentiero che conduce in cima, dove rimangono poche tracce di una plurisecolare torre di avvistamento, presenta notevoli difficoltà di percorrenza - capo Zafferano è anche un millenario luogo di transito lungo le coste siciliane. I pescatori di Aspra, Porticello e Santa Flavia ne conoscono bene i rischi di navigazione:
"All'interno del golfo - ha scritto a questo proposito Orietta Sorgi in "La pesca e i suoi numi tutelari. Il culto di Maria Santissima del Lume a Porticello" ( in "Santi a mare. Ritualità e devozione nelle comunità costiere siciliane", Soprintendenza del Mare di Sicilia, 2009 ) - costituisce la sicurezza ed il sicuro rientro in porto.
Ma all'esterno, la presenza dei venti maestrale e ponente, o peggio dello scirocco, rendono alquanto insicuro il suo attraversamento, tanto più che a largo affiorano le secche delle Formiche, ulteriore elemento di pericolo a mare, perché sono poco visibili a chi non una certa esperienza e conoscenza di quei fondali..."
mercoledì 23 febbraio 2022
IL SOMMO SACERDOTE DI MOZIA SCOPERTO SUI FONDALI DELLO STAGNONE
| Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia |
"C'erano stagioni - ha scritto la giornalista, saggista e pittrice Gaia Servadio nel suggestivo "Mozia. Fenici in Sicilia" ( Feltrinelli, 2018 ) , narrazione non accademica e brillante di un "popolo misterioso perché perdente" - nelle quali lo Stagnone pullulava di imbarcazioni. Quando Mozia contava una popolazione di quindici-sedicimila persone, è ragionevole pensare che almeno mille di loro, essendo gente di mare, possedessero una barca da pesca anche di piccola stazza, oppure una grande per uscire da Capo Boeo. La laguna a volte accoglieva la flotta cartaginese che perlustrava l'alto mare per tenerlo libero da pirati e nemici. Le navi commerciali arrivavano da Utica e Malta, da Solunto e Palermo, da Gades e dalle Baleari; l'impero fenicio-punico ( se di impero possiamo parlare ) era immenso. Grandi e piccole, le navi approdavano quindi a Mozia per molte ragioni: per rifornirsi di cibo, per essere riparate o per un cambio di equipaggio; le più grandi rimanevano ancorate al largo... Dentro e attorno alla laguna di Mozia c'è un vero e proprio cimitero di navi puniche. Oltre cinque secoli di attività marinara significano un gran numero di naufragi: difatti sono state ripescate dal mare statue puniche, persino fenicie, alcune in pietra, altre in bronzo. Fortunatamente, i manufatti fenici e punici si sono salvati dalla pesca clandestina perché sono meno ricercati di quelli greci o romani..."
Una delle statue rimaste nascoste per secoli nei bassi fondali dello Stagnone di Mozia fu scoperta e riportata alla luce il 13 luglio del 1933. Quel giorno, alcuni operai impegnati nella riparazione di un imbarcatoio in legno in contrada Spagnola - ad 800 metri di distanza dalla caserma della Regia Guardia di Finanza di Salina Infersa - si accorsero della presenza sul fondo di un grosso masso, parzialmente coperto dalla sabbia. Decisero di rimuoverlo per evitare danni alle imbarcazioni; per asportarlo più agevolmente, cominciarono a praticare tre fori con una mazza in ferro. Smisero di lavorare quando fu evidente che quella grossa pietra in calcarenite locale era il torso maschile di una statua acefala. La parte non protetta dalla sabbia - soprattutto il lato anteriore - era ricoperta da uno spesso strato di incrostazioni marine. Solo un lungo lavoro di restauro rivelò i dettagli della statua, la cui altezza originaria è stimata in almeno due metri e venti centimetri. Il torso nudo presenta un gonnellino di tipo egiziano retto in vita da una cintura. Il braccio destro è teso lungo il fianco, la mano chiusa regge nel pugno forse un rotolo. Tre profondi solchi indicano le dita, mentre la gamba sinistra è leggermente protesa in avanti. I tre fori praticati all'epoca del rinvenimento dagli operai hanno lasciato evidenti tracce soprattutto all'altezza dell'ombelico.
L' esame stilistico indica che la statua - custodita dapprima all'interno del Municipio di Marsala e poi al Museo "A.Salinas" di Palermo - è un esempio di arte fenicio-cipriota di età arcaica del VI secolo avanti Cristo. Non esistono certezze sull'identificazione del personaggio scolpito nella calcarenite. Potrebbe trattarsi di un personaggio di spicco della società di Mozia, forse un sommo sacerdote il cui ruolo è stato così descritto da Gaia Servadio:
"Il sommo sacerdote, che apparteneva alla nobiltà, e i due vicari gestivano i templi principali e uno stuolo di contabili, musicisti e persino barbieri per rasare la testa di penitenti e sacerdoti..."
domenica 20 febbraio 2022
MALESSERI E SODDISFAZIONI DELLA VITA TRAPANESE
| Abbraccio in curva Sud allo stadio di Trapani durante un derby con il Siracusa. La fotografia di Eugenio Nacci venne pubblicata il 23 novembre 1965 dalla rivista "Il Mondo" |
"Fuori dalla Sicilia abbiamo sempre sentito dire di Trapani come della punta avanzata dello stivale d'Italia, pur non essendo per la verità posta a minore distanza dalle ultime propaggini costiere africane di quanto non lo siano diverse altre città o località isolane. Eppure, qui si respira davvero tutta un'atmosfera che si potrebbe cogliere in qualsiasi città dell'Africa settentrionale, a Tripoli per esempio. E le ragioni, quelle piccole e spesso insignificanti cose che appunto contribuiscono a quella atmosfera generale, si riallacciano a tempi ormai andati, a tradizioni e costumi oggi in declino o addirittura in disfacimento; quanto ai giovani, poi, non li conoscono neppure. Prima fra tutte, più importante per molti versi, è la tradizione del mare che va scomparendo poco a poco e che in passato ha fornito copiosamente i valori essenziali al significato che qui si dava alla vita, anzi alla ragione di vivere...
Fino a venti, trent'anni fa tutto a Trapani si basava sulla pesca, sulle saline di qui e su quelle che le più antiche famiglie trapanesi si tramandavano in Somalia, in Tunisia, in Libia, e sui floridissimi commerci con l'Africa e con l'Oriente asiatico. La sua posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, affacciata sul Canale di Sicilia, in quel tempo contribuiva in larghissima misura al continuo incremento delle attività di Trapani. Da qui prendevano il mare i bastimenti dei Florio alla volta di paesi lontanissimi donde tornavano carichi d'ogni bene... La flotta dei pescherecci era assai ricca e solida, per numero e per le sue attrezzature, e faceva buon conto su una marineria che si dice niente avesse da temere al confronto con le più abili e smaliziate d'Europa.
Parlando con alcuni trapanesi di non giovane età, ci pare quasi di ravvisare in essi una malcelata malinconia, una sorta di apprensione. Ma è una realtà, questa di Trapani, che s'aggiunge per intero a quella siciliana e con essa diventa dura, difficile, acquista appieno il diffuso stato di malessere esistente: principalmente chiede d'essere affrontata con coraggiosa sollecitudine. Malgrado tutto, qui è ancora la miseria che prevale: il benessere è da venire, a Trapani..."
Il giornalista Antonio Ravidà così testimoniò le sue impressioni su Trapani in un reportage pubblicato nel marzo del 1963 dalla rivista "Viaggiare", edita a Palermo dalla Società per l'Incremento Turistico. A distanza di quasi sessant'anni, Trapani continua ad essere una città con irrisolte ambizioni di crescita economica. E se agli occhi di molti italiani e stranieri si rivela un luogo perfetto per qualità di vita - un clima mite, l'accoglienza delle persone, la buona cucina, l'assenza del caos urbano di Palermo o Catania, i riflessi del sole sulle Saline, le vicine attrattive delle Egadi e di Erice, un favorevole costo della vita - per molti trapanesi permane ancora il rammarico per ciò che il loro luogo di origine non offre: migliori infrastrutture, una vita culturale più attiva, più lavoro legato alle potenzialità turistiche offerte dall'intera provincia.
Come accade in tutte le altre maggiori città siciliane, anche il gioco del pallone a Trapani diventa l'espressione di un più ampio malessere. Relegato ai margini del così detto "calcio che conta" - rappresentato da società il cui blasone sportivo maschera sempre più a fatica i bilanci in dissesto - identifica le speranze tradite della città. O, se vogliamo ribaltare questo giudizio negativo, il buono dell'arte di accontentarsi di ciò che si ha: un'esistenza monotona, "provinciale" - lo stesso nome dello stadio di Trapani - ma senza le complicazioni e le ambiguità della vita brillante.
giovedì 17 febbraio 2022
LE GIMKANE DEGLI AGRIGENTINI SULLA SPIAGGIA DI PORTO EMPEDOCLE
| Spiaggia di Porto Empedocle. Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia |
Livornese, assiduo frequentatore dell'isola d'Elba, classe 1920, Carlo Laurenzi è stato saggista, romanziere e giornalista. Ha pubblicato i suoi reportage ed elzeviri su "La Stampa", "Il Mondo", "Corriere della Sera" e infine "Il Giornale", di cui fu tra i fondatori. Fra i giornalisti più capaci di raccontare costumi e distorsioni della società italiana del secondo dopoguerra, Laurenzi - come ha ricordato Gian Carlo Benzing - "amava il mare, il gatti e l'astronomia". Agli inizi degli anni Sessanta gli capitò di viaggiare in Sicilia, imbattendosi in un costume che sembra essere tuttora diffuso a Porto Empedocle, così come dimostrato dalla fotografia realizzata qualche giorno fa da ReportageSicilia:
"Nessun bagnante - scrisse Laurenzi in un reportage pubblicato dal secondo volume dell'opera "Sicilia", edita nel 1961 da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini per la collana "tuttitalia" - s'illuderà di frequentare la spiaggia di San Leone o quella di Porto Empedocle con lo stato d'animo, la serena ottusità d'un bagnante a Viareggio. Il sole di Agrigento è come una torrida, gialla ruota in un cielo nero per esuberanza di azzurro.
Sono gialle le sponde. Il mare, per lungo tratto, è giallo, finché molto lontano, in una striscia non raggiungibile, trascolora in turchese abbagliante... E' curioso il modo col quale gli agrigentini stanno sulle loro spiagge, delle cui attrattive sono fieri. Non si sdraiano al sole, ovviamente, e di rado si bagnano. Piuttosto, quasi a imitazione dei granchi, corrono... Chi dispone di una bicicletta, di una motocicletta, di un'automobile la spinge senza timore, vola sulla battima come lungo una pista, sollevando spruzzi, aprendo mulinelli di schiuma. Non esiste nulla, per un bagnante tradizionalista, di meno distensivo. Ritengo che nessuna legge locale vieti queste gimkane: una delle automobili che correvano che correvano sul lido di Porto Empedocle, l'ultima volta in cui vi sostai, aveva la targa dei carabinieri.
A un certo punto la macchina si fermò, e quattro giovani carabinieri ne scesero. E improvvisamente dettero inizio a un trastullo balneare di strana semplicità: si disposero in circolo, lanciandosi l'un l'altro una grossa pietra di pomice, come fosse una palla. Erano molto giovani, dicevo; stavano a torso nudo, con i loro calzoni con le bande rosse. Non ridevano, ma sembravano intenti, preda di una noia gioiosa...
domenica 13 febbraio 2022
venerdì 11 febbraio 2022
IL VOLTO LIGURE E TOSCANO DI SCIACCA DEL PASSATO
| Il quartiere portuale di Sciacca. Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia |
Un'enclave della penisola italiana in Sicilia; così, a partire dai secoli XII e XIII, doveva essere Sciacca, dove mercanti toscani, liguri e veneti - grazie alla presenza di un caricatore portuale - crearono piccole colonie cittadine legate al commercio di frumento, orzo e formaggi. Tanti furono i genovesi - come argomentato in M.Gerardi-A.Scandaliato in "Genovesi a Sciacca ed Agrigento", in "La Fardelliana", Trapani, 1991 - ed i pisani, dopo che la loro città subì il potere di Firenze.
Pisano - ha scritto Gioacchino Mistretta in "La chiesa di Santa Caterina dei Cavalieri di San Lazzaro nel contesto storico del Belìce" ( Lithos Edizioni, 2021 ) - era frate Ranieri che risollevò le sorti della chiesa di Santa Maria delle Giummare. Tra la fine del XIII e la prima metà del XIV secolo conosciamo i nomi di alcuni toscani presenti a Sciacca, quali Argomento, De Giovanna, Fiorentino, Lucchesi, Tusco..."