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domenica 6 ottobre 2013

LE PRIMORDIALI EOLIE DI GIAC CASALE

Spume marine sulle nere scogliere laviche delle Eolie.
L'immagine fa parte di una serie di scatti
dell'arcipelago firmati dal fotografo Giac Casale.
Il reportage corredò un articolo di Guido Gerosa
pubblicato nel 1964 in un supplemento speciale
dal settimanale "Epoca"  

Una vegetazione aspra e battuta dai venti; rocce di lava ed ossidiana, con striature tortuose e taglienti; facciate di vecchie case impregnate della calda luce del pomeriggio; cave di pomice dal candore abbagliante, simile a quello di un ghiacciaio; fondali marini che brillano di luce purissima, mischiata alla luce azzurrata di un cielo autunnale; faraglioni rocciosi simili a montagne galleggianti, investiti dalle onde e dalle spume; barche splendenti di colori, lucenti come lacca al sole e - ancora - case bianche, nitide e perfette, in un paesaggio ora arido e selvaggio, ora fertile ed accogliente.

L'isola di Filicudi
fronteggiata dal cono montagnoso
 di Alicudi

Questo mondo plasmato da una natura ancora padrona dell'ambiente è quello delle isole Eolie; a mostrarlo è un reportage fotografico che risale al 1964.
Quelle immagini ora riproposte da ReportageSicilia vennero pubblicate in un numero speciale del settimanale "Epoca", intitolato "l'Italia meravigliosa" con testi dello scrittore e giornalista Guido Gerosa.

Architettura e vegetazione spontanea a Lipari

In una breve prefazione alle fotografie - accreditate a Giac Casale, noto per la sua passione per il jazz e padre della cantante Rossana Casale - Gerosa scriverà così delle Eolie di allora:
"Il paesaggio vi appare veramente omerico: le monumentali masse grigie parlano di un mondo perduto, quando queste pietre erano squassate dalla furia dei vulcani e le pareti a picco strapiombavano sul mare ruggente e le caverne misteriose erano popolate da mostri...".

Le bianche cave di pomice a Lipari

Questa descrizione trova nelle fotografie di Giac Casale - scattate forse in una stagione autunnale - una puntuale corrispondenza di contrasti, di luci e di colori: in questi scatti, le Eolie restituiscono il loro volto reale, lontano da più facili ed oleografiche letture turistiche.

Suggestioni classicheggianti
nell'architettura di una

residenza eoliana

Ancora dieci anni dopo quel reportage di "Epoca", la scrittrice milanese Gin Racheli - un'antesignana della difesa e della salvaguardia delle isole minori italiane - avrebbe così descritto l'arcipelago tirrenico:
"Le Eolie sorgono dal mare come visioni incantate: orizzonti infiniti, meravigliosi colori danno, soprattutto nelle giornate di brezza marina, un'intensa suggestione alle albe e ai tramonti.
Scogli vulcanici che emergono dalle acque e si innalzano al cielo, ricamati e traforati come antichi preziosi pizzi, castelli medievali, truci cavalieri che compaiono all'improvviso, sembianze di animali e di mostri: il tutto crea, particolarmente al calare della sera, un mondo magico.

La tormentata composizione vulcanica
delle rocce delle isole

Rocce scoscese si alternano a valloni a volte tormentati, a volte lisci, sempre definiti da alte pareti che cadono a strapiombo sul mare: montagne vulcaniche ammantate di colori che vanno dal rosso e giallo dello zolfo, al nero dell'ossidiana, al bianco della pomice.
Improvvise vedute di coste inaccessibili, grotte di un azzurro intenso, profondo, piccole pittoresche insenature formate da acque chiare e trasparenti come cristallo.

Due esempi di architettura delle Eolie
fissati 50 anni fa dall'obiettivo di Giac Casale

Le isole Eolie sono il regno incontrastato di Efesto. 
Qui sorgono i vulcani, qui il fuoco sgorga dalla terra e dal mare; qui le forze primigenie della natura - aria, acqua, terra, fuoco - si manifestano con evidenza continua...". 

     
Oggi le Eolie - malgrado la massiva diffusione del turismo - continuano ad offrire scenari che testimoniano la loro sconvolgente origine vulcanica.

Faraglioni simili a montagne galleggianti:
una similitudine favorita
dalla prospettiva dello scatto
sul blu intenso del mare

Se si avrà la voglia di visitarle in pieno autunno o d'inverno, si avrà l'occasione di scoprirne quel volto autentico di isole dominate dalla forza della natura.

Isolani e turisti in attesa di imbarco
sulla nera spiaggia di Stromboli

Gli accesi colori di una barca eoliana.
Sulla prua, spiccano le "cubie": gli occhi che
vigilano sulla sicura navigazione
 dell'imbarcazione

Lo scoglio di Strombolicchio
nella composizione astratta
di Giac Casale


    

  

giovedì 3 ottobre 2013

SICILIANDO















"In Sicilia la mafia non scomparirà fino a che vi saranno sindaci, deputati e magari ministri che debbano la loro elezione alla mafia: che contino sulla mafia per la loro rielezione; fino a che non vi saranno partiti di popolo che nelle lotte elettorali osino dichiarare, denunciando nomi e cognomi, guerra aperta alla mafia...
...La sparizione della mafia non può venire in Sicilia che dalla vittoria popolare, che porti a un rovesciamento della situazione politica e infranga omertà e acquiescenze.
Durante il processo di Danilo Dolci a Palermo ogni tanto mi sentivo sussurrare nomi di deputati e anche di ministri, le cui fortune politiche si fondano, a quanto si dice, sul favore della mafia.
Chi si mette contro questi uomini politici è perduto: il meno che gli possa accadere è di trovarsi isolato, col vuoto intorno, alla fame.
Non si ha un'idea chiara, fuori della Sicilia, dell'eroismo di cui debbono dar prova certi avvocati e certi magistrati per osare di prendere le difese della giustizia, e di far luce su certi delitti"
Piero Calamandrei, 
prefazione a "La Mafia" di Ed Reid, Parenti, 1956

domenica 29 settembre 2013

AGRICOLTURA, QUELLA DOMANDA DI CARLO LEVI

Lavoro contadino
nelle campagne agrigentine di Cammarata.
La fotografia è tratta dall'opera
"Il folklore, tradizioni, vita e arti popolari"
edita nel 1967 per la collana
"Conosci l'Italia" dal TCI

"Dove è il mondo contadino? Nelle fabbriche e nelle miniere di Milano e Torino, della Germania, della Svizzera, del Belgio, senza terra o sotto terra, negli astratti purgatori dove anche la lingua è altra.
Si disse dunque che il problema contadino, il problema della terra, non esisteva più: una certa politica, un certo sviluppo storico li aveva eliminati.
I 'poli di sviluppo', la riforma, la nuova fase dell'economia europea, li aveva respinti nella secolare inesistenza: essi ora non serviranno più, erano tornati nell'ombra".
Con quella domanda posta come incipit e con le considerazioni che ne seguono, Carlo Levi inserì nel 1966 questo passaggio nell'introduzione al saggio di Mario Farinella "Profonda Sicilia", edito da Libri Siciliani-Célèbes.
Era quello il periodo del grande abbandono delle terre agricole dell'isola, spopolate dall'urbanizzazione costiera e dalle prospettive di meno faticosi e più remunerativi lavori cittadini, possibilmente lontano dalla Sicilia.
A distanza di quasi mezzo secolo da quegli anni, l'agricoltura isolana continua ad essere una straordinaria occasione mancata di sviluppo; tanto più in un periodo in cui il mondo produttivo e del lavoro non offre più quell'alternativa di occupazione industriale o nel terziario, nel resto d'Italia ed in Europa.
Le campagne siciliane continuano oggi ad essere spopolate e scarsamente sfruttate. 
Il senso comune delle cose fa supporre che una terra ricca di potenzialità agricole potrebbe garantire prosperità e benessere ai suoi abitanti.
A questo senso comune sfuggono però le venali logiche del mercato comune e le regole imposte dalla grande industria alimentare per le quali - ad esempio - nei supermercati di Palermo o Catania si trovano limoni argentini e non siciliani.
Certo, sarebbe oggi anacronistico riproporre politiche protezionistiche o di autarchia; e, tuttavia, bisognerebbe comprendere che ogni comunità ha il diritto di vivere e produrre sfruttando anzitutto i prodotti della propria terra, alimentando un mercato che avrebbe ricadute positive su molti altri aspetti della locale vita quotidiana.
A distanza di cinquant'anni, insomma, la domanda di Levi "dove è il mondo contadino?" grava ancora sulla storia della Sicilia, rivelando una datata ed illogica dissipazione di potenzialità umane ed economiche nell'isola.      

   

sabato 28 settembre 2013

I SICILIANI NON ITALIANI DI MONTANELLI

Locandina in forma di necrologio
apparsa in numerose edicole palermitane
nei primi mesi del 1960.
Nel febbraio di quell'anno,
Indro Montanelli aveva rilasciato un'intervista
in cui metteva in dubbio l'italianità dei siciliani.
La vicenda è stata ricordata nel 1989
dal giornalista palermitano Michele Russotto.
ReportageSicilia ripropone il suo scritto
e le fotografie delle locandine
pubblicate nel saggio
"La Sicilia negli anni Sessanta",
edito da Edizioni Anvied 

In un interessante e poco conosciuto saggio del giornalista palermitano Michele Russotto - "La Sicilia e gli anni Sessanta, vicende e scandali in immagini e parole, la storia torna cronaca", edito da Edizione Anvied nel 1989 - si ricorda la polemica sollevata nel 1960 da alcune dichiarazioni rilasciate da Indro Montanelli in merito ai siciliani ed al romanzo "Il Gattopardo".
Il giornalista toscano - all'epoca già affermato cronista, storico e scrittore - nel febbraio di quell'anno rilasciò un'intervista alla prestigiosa rivista francese "Le Figaro Letteraire" in cui si leggeva, fra l'altro:

Un celebre scatto di Montanelli.
La fotografia è tratta  dall'opera
"La mia eredità sono io"
a cura di Paolo Di Paolo,
edita nel 2008 da Rizzoli

"Ah! La Sicilia! Voi avete l'Algeria, noi abbiamo la Sicilia. 
Ma voi non siete obbligati a dire agli algerini che sono francesi. Noi, circostanza aggravante, siamo obbligati ad accordare ai siciliani la qualità di italiani".
"Non appena i giornali nazionali diffondono il testo dell'intervista - scrive Russotto - in Sicilia si scatena una vera e propria santabarbara. 
E' una valanga di lettere di protesta che si riversano sui giornali. Tutti attaccano Montanelli in maniera aggressiva, al limite del vituperio".

La locandina che invitava a non leggere
i giornali cui collaborava Montanelli:
l'iniziativa venne portava avanti
dalle Federazioni Provinciali dei Giornalai
e dei Commercianti di Palermo 

Le dichiarazioni francesi del giornalista lasciano il segno anche per un giudizio sprezzante nei confronti de "Il Gattopardo", da mesi al centro di un grande successo letterario.
"E' un esempio ammirevole - dichiarò Montanelli - di ciò che bisogna fare in Italia per riuscire in letteratura. 
Attaccarsi a un 'caso'. Creare ad ogni costo un 'caso'. 
Certo 'Il Gattopardo' è una bella fetta di vita! 
Ma io dico spesso agli amici: chi leggerebbe Lampedusa se Lampedusa non fosse morto? 
Ve lo accordo, il libro non è male".

Una delle prime edizioni de "Il Gattopardo".
Nell'intervista finita al centro delle polemiche,
Montanelli fu anche protagonista di
una graffiante stroncatura del romanzo
di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
   
La stroncatura del romanzo di Tomasi di Lampedusa non fece che gettare altra benzina sul fuoco nelle invettive isolane dirette verso il giornalista. 
Salvatore Quasimodo - che qualche mese prima aveva vinto il premio Nobel per la letteratura - commentò: 
"Montanelli è un giornalista che si finge di essere specializzato in tutto. 
Egli arriva in un Paese straniero e dopo due giorni è già capace di scrivere un libro su qualsiasi argomento: di costume, di politica, di organizzazione per il futuro. 
Così fa anche in letteratura. Dice che non capisce niente di poesia e poi trincia dei giudizi sui poeti. 
Insomma, con la stessa superficialità giudica di tutto e di tutti. 
Ma quello che è peggio, Montanelli è il primo denigratore dell'Italia, quando si trova all'estero". 

Salvatore Quasimodo, da poco Nobel per la letteratura,
fu il più titolato fra gli intellettuali isolani
a criticare i giudizi del giornalista toscano.
Montanelli venne da lui accusato di superficialità
e volontà denigratoria
nei confronti dei siciliani 

La frase contro l'italianità dei siciliani costò al giornalista di Fucecchio addirittura una denuncia alla Procura di Milano da parte del deputato democristiano di Termini Imerese Bartolomeo Romano; il Movimento Monarchico chiese invece che Montanelli venisse privato della cittadinanza italiana.
"Sul piano pratico, la protesta più appariscente - scrive ancora Russotto - è degli edicolanti che per settimane si rifiutano, apponendo nelle edicole appositi cartelli, di vendere i giornali che contengono articoli di Montanelli. La 'Domenica del Corriere' soprattutto..." 
"Contro di lui prendono posizione l'associazione siciliana della stampa e il Comitato regionale per le celebrazioni del centenario dell'unità d'Italia. 
Vibrate voci di protesta si elevano dai consigli comunali di mezza Sicilia appositamente convocati. 
Guglielmo Lo Curzio propone che per rispondere a Montanelli venga bandito un concorso nazionale sul tema 'I siciliani veri'. 
C'è una Lega Mondiale dei Siciliani, con sede a Palermo in via Libertà, che accusa Montanelli di miseria morale e mentale".
Nel suo saggio, Michele Russotto chiese un commento sulla vicenda al giornalista palermitano Roberto Ciuni, che all'epoca rivestita l'incarico di direttore del quotidiano "La Nazione" di Firenze.
"Montanelli forzò la polemica sui siciliani - dichiarò - anche perchè allora i siciliani erano molto antipatici... 
Intendiamoci, non è che paragonare la Sicilia all'Algeria sia poi tanto cattivo, perchè l'Algeria è una terra che ha la sua storia, la sua dignità, la sua cultura. 
Però allora i siciliani non gradirono. Ricordo che allora ci furono reazioni molto pesanti, quasi da sfida a duello. 
Era un periodo in cui nel meridione ci si offendeva facilmente. 
Noi siciliani siamo antipatici perchè in questo bel paese si cerca sempre il diavolo per esorcizzare i problemi generali. 
Così la Sicilia, la Calabria o addirittura Napoli ogni tanto diventano il diavolo per far dimenticare quali sono i veri problemi. 
Così per Montanelli, che voglia definirsi fiorentino o milanese faccia lui, è facile dire che i problemi sono tutti al Sud del Garigliano...".

Anni dopo la contestata intervista,
Indro Montanelli avrebbe espresso
giudizi negativi anche su
Giuseppe Garibaldi e sulla condotta
dell'impresa dei Mille in Sicilia.
L'immagine, attribuita ad Enzo Sellerio,
ritrae un quadro raffigurante
lo sbarco a Marsala
conservato presso il Museo del Risorgimento
 a Palermo

Per quanto noto, Indro Montanelli non smentì mai le dichiarazioni rilasciate al "Le Figaro Letteraire" ( e del resto una smentita avrebbe messo in dubbio la fama di uomo ed intellettuale dalle salde convinzioni ).
Anni dopo anzi - era il 1967 - avrebbe confermato i suoi poco lusinghieri giudizi su personaggi e protagonisti delle vicende siciliane, dando dell'incapace a Giuseppe Garibaldi.
L'ennesima stroncatura venne espressa nel corso di un convegno che ebbe luogo a Torino, e durante il quale Montanelli liquidò così il ruolo del capo militare dell'impresa dei Mille.
"Garibaldi aveva poche e confuse idee, era uno scadente politico ed un mediocre stratega: era più geniale che astuto. Cercava sempre un capo che legittimasse le sue azioni ed era insofferente alla disciplina. Oggi il cinema americano gli avrebbe però dedicato centinaia di film".
Più tardi - nel 1989 - in occasione della morte di Leonardo Sciascia, Montanelli avrebbe così infine fissato il suo giudizio sugli isolani per i quali trent'anni prima aveva lamentato l'attribuzione della qualifica di italiani:
"Era siciliano fino al midollo; e, come tutti i siciliani veraci, combattuto fra l'amore per la sua terra com'è, e l'odio perchè è come è".         

giovedì 26 settembre 2013

VILLA IGIEA, IN PRINCIPIO FU L'IGAZOLO


Villa Igiea in un disegno
allegato ad una pubblicità
dell'albergo e pubblicato
in un numero speciale della rivista
"Illustrazione Italiana", nel 1909


Eminenti studiosi di architettura, di storia del costume e di economia della vecchia Palermo hanno ricostruito in modo esauriente la storia di Villa Igiea e del suo famoso albergo. 
Questo post si limita ad aggiungere a quanto già pubblicato sull'argomento anche il contribuito poco noto di un disegno dell'edificio, di quattro fotografie di interni ed esterni e di una inserzione pubblicitaria del Grande Hotel Villa Igiea, datati 1909 ( l'anno successivo all'inaugurazione ): il materiale riproposto da ReportageSicilia è tratto dalla rivista "Natale e Capo d'Anno dell'Illustrazione Italiana" dedicata a "La Sicilia-La Conca d'Oro", edita da Fratelli Treves Milano.


Pochi anni prima quella pubblicazione - alla fine del secolo XIX - Villa Igiea era stata costruita su iniziativa di Ignazio Florio allo scopo di ospitare un sanatorio per la cura della tubercolosi.
La struttura sanitaria - destinata a degenti facoltosi - sarebbe stata affidata alla direzione del professore palermitano Vincenzo Cervello, all'epoca considerato un luminare nella cura della tisi e sperimentatore di un farmaco denominato "igazolo".


Il porticato d'ingresso di Villa Igiea, e, sotto,
la statua della Rinascita, opera di Ettore Ximenes.
A seguire, due scatti
delle sale interne della Villa,
decorate da Ettore de Maria Bergler.
Le fotografie sono tratte
dal citato numero speciale della rivista
"Illustrazione Italiana"



L'iniziativa venne promossa con l'acquisto di un edificio residenziale in stile neogotico con annesso giardino nella borgata marinara dell'Acquasanta: la proprietà era di un ammiraglio inglese in pensione, Sir Cecil Domville, del quale si tramandano le quotidiane nuotate lungo questo tratto di costa palermitana.
  


Pietro Zullino - autore nel 1973 di una sarcastica e ben informata "Guida ai misteri e piaceri di Palermo" edita da Sugar Editore - avrebbe scritto che "si scoprì, purtroppo, che non soltanto la prossimità del mare era dannosa ai ricoverati, ma che la stessa terapia del medico panormita era letale. 
Dopo i primi decessi, i Florio trasformarono prudentemente la clinica in albergo di lusso... 
Ora al Villa Igiea si tengono riunioni politiche molto esclusive e riservate. Un altro genere di terapia letale per il popolo siciliano".


Un veliero alla fonda dinanzi Villa Igiea.
L'immagine, riproposta dall'opera
"Vincenzo Florio, il gusto della modernità",
edita da Eidos Edizioni nel 2003,
offre una testimonianza
delle ricche frequentazioni dell'albergo

L'albergo sorto nelle strutture del sanatorio - come ha scritto Eva di Stefano nel volume "Vincenzo Florio, il gusto della modernità", edito nel 2003 da Eidos Edizioni - diventò per possidenti ed industriali un luogo della vecchia Europa "dove ci si poteva sottrarre per mesi o per anni alle frenetiche attività produttive, e consumare la vita all'ombra confortevole del proprio patrimonio".
L'ambientazione paesaggistica e le raffinatezze architettoniche del Basile e degli altri artisti ( De Maria Bergler, Di Giovanni, Cortegiani, Ximenes, Ducrot ) assicurarono prestigio e rilevanza mondana all'albergo. 


Visite regali e serate mondane
al Villa Igiea:
le prime due fotografie ritraggono
la famiglia reale inglese in visita nel 1909
ed i reali d'Inghilterra nel 1925.
La terza immagine mostra invece
l'interno del Circolo degli Stranieri,
luogo di incontro della borghesia del tempo.
Le tre fotografie sono tratte dal saggio
"Palermo Felicissima", edito nel 1974
da Edizioni Il Punto
con testi di Leonardo Sciascia e Rosario La Duca



Rosario La Duca aggiungerà quindi che Villa Igiea "fu riconcepita come stazione invernale ed era destinata, nelle intenzioni di Ignazio Florio, a battere il lungomare di Nizza. Ospitò molte teste coronate: Eduardo VII d'Inghilterra e la concorte Vittoria di Danimarca, il Kaiser Guglielmo II, il re del Siam, la regina di Romania, Giorgio V di Inghilterra ed altri ancora. 
In una delle sue camere morì in silenzioso esilio re Costantino di Grecia.
Il padiglione, detto "Circolo degli Stranieri" - staccato dal complesso edilizio, cui era collegato con una galleria sospesa a vetrate con struttura portante in ferro, oggi non più esistente - vide le serate mondane dell'aristocrazia e della migliore borghesia palermitane".



Dopo la disfatta economica dei Florio, Villa Igiea avrebbe vissuto una stagione di declino strutturale e gestionale.
La proprietà passò dalla famiglia di origini calabresi alla Società dei Grandi Alberghi Siciliani.
Nel secondo dopoguerra, l'edificio entrò a far parte del patrimonio del Banco di Sicilia, che nel 1980 decise di affittare la struttura alberghiera alla società ATA HOTELS di Salsomaggiore.
Infine, dalla fine degli anni Novanta l'ex sanatorio per tubercolotici è passato di mano al romano Francesco Bellavista Caltagirone, presidente di Acqua Pia Antica Marcia: passaggi di proprietà e ristrutturazioni che hanno del tutto cancellato il ricordo dei tempi in cui il professor Cervello somministrava inutilmente ai suoi degenti i fumi dell'"igazolo".  

martedì 24 settembre 2013

QUELLE VERDI COLLINE DI CEFALU'


ReportageSicilia dedica spesso i suoi post a Cefalù.
Più volte, ha sottolineato lo stravolgimento subìto dal paesaggio e dall'architettura di uno dei luoghi isolani che più rappresenta le contraddizioni legate alle ragioni dello sviluppo del turismo.
Passeggiando lungo corso Ruggero - ad esempio - è oggi possibile imbattersi in negozi di souvenir che diffondono ad alto volume tarantelle pseudo-siciliane o che vendono magliette con la scritta "Sono stato nell'isola del Padrino".
Da questa Cefalù avvilente - capace ad esempio di generare qualche anno fa un residence-formicaio nella zona di Santa Lucia - viene allora voglia di scappare, chiedendosi perché mai le autorità locali abbiano concesso a commercianti e costruttori di intaccare con la paccottiglia e con l'edilizia d'assalto il decoro stesso della cittadina. 
La fotografia riproposta da ReportageSicilia - realizzata da Josip Ciganovic e pubblicata nell'opera "Il folklore, tradizioni, vita e arti popolari", collana "Conosci l'Italia", edita dal TCI nel 1967 - restituisce l'immagine di una Cefalù non ancora intaccata dalle logiche devastatrici del turismo di massa.
Simili fotografie abbondano nell'iconografia della pubblicistica dei decenni passati, a dimostrazione che per lungo tempo questi luoghi hanno preservato il loro originario fascino.
In questo caso, la solitaria figura di un giovane seduto dinanzi ad un gruppo di barche svela la nuda presenza delle abitazioni dei pescatori, senza alcun sottofondo di finte tarantelle; e anche lo sfondo delle verdi colline ci riporta indietro nel tempo, quando Cefalù era un luogo non ancora sfregiato dal suo stesso sviluppo economico.     

domenica 22 settembre 2013

LE SCOMPARSE "MORBIDE RENE" ISOLANE

La spiaggia di Magaggiari, a Terrasini.
La fotografia porta la firma di Fosco Maraini
e venne pubblicata nella guida del TCI
"Marine d'Italia", edita nel 1950.
ReportageSicilia ripropone alcune delle immagini
contenute in quell'opera: ne emerge
una visione di un'isola in cui
le località balneari non erano
ancora stravolte dalle ragioni dello sviluppo economico

" ...Visto nell'insieme, il litorale siciliano è come una fascia, a tratti ampia ma più spesso avara di spazio, stretta fra il bastione montuoso e il flutto, su cui la spiaggia marina distende ora un manto di morbida rena, ora uno strato di ciottoli e di ghiaia, qua e là interrotti dalle pietre delle scogliere che immergono il piede nell'azzurro mare.
Alle spiagge e ai greti si affacciano numerosi centri di marinai e pescatori, che nella stagione estiva apprestano un festone di stazioni balneari circoscritte per lo più agli abitanti del luogo e dei dintorni, e quindi prive di organizzazioni ricettive atte a sostenere l'afflusso di bagnanti forestieri...".


Termini Imerese e la sua spiaggia,
oggi stravolta dalle opere portuali
e da quelle viarie.
La fotografia è attribuita a B.Stefani 

Con prosa che oggi ha un piacevole gusto del desueto, l'anonimo redattore del Touring Club Italiano così descrisse nel 1950 il litorale siciliano nella guida "Marine d'Italia", stampata presso le Officine Grafiche A.Mondadori di Verona.
Alle marine siciliane la guida del TCI dedicò 37 delle sue 400 pagine.

La Plaia di Catania.
L'immagine è firmata
Ente Provinciale Turismo

Il volume venne corredato con numerose fotografie dell'isola scattate prevedibilmente negli anni immediatamente successivi la fine del secondo conflitto mondiale; in questo post, ReportageSicilia ripropone alcune di quelle immagini.
La selezione delle località offerta all'epoca dagli autori della guida offre oggi qualche motivo di riflessione.

L'inconfondibile paesaggio di Cefalù.
La fotografia è ancora una volta
attribuita a B.Stefani
  
Anzitutto, colpisce la scelta dei luoghi proposti nell'itinerario siciliano. 
La lista comprende da un lato siti oggi non più presenti nella consueta offerta balneare dell'isola, come Pozzallo, Scoglitti, Gela, Marina di San Leone, Avola, Porto Empedocle, Alcamo Marina, Marsala, l'Acquasanta di Palermo, Termini Imerese, Casteldaccia, Santa Flavia, Barcellona o Patti Marina.

Oggi il promontorio palermitano di capo Zafferano
è quasi completamente soffocato
dall'edilizia e dalla chiusura dei varchi al mare.
Ben diverso era il suo aspetto
quando Fosco Maraini
realizzò questa panoramica

A distanza di sessant'anni, questi luoghi hanno perso la loro attrattiva perchè nel frattempo le loro "marine" sono state stravolte dall'avanzata del cemento, dall'insediamento di grandi impianti industriali o dalla sistematica chiusura degli accessi al mare.
Di contro, in questa guida del TCI non vengono neppure citate le località balneari oggi maggiormente note e frequentate: da San Vito Lo Capo a Scopello, da Menfi  a Favignana, da Lampedusa a Marzamemi.


Il mare ragusano di Pozzallo,
località oggi scarsamente citata dalle guide
delle località marine della Sicilia.
La fotografia è di Antoci

L'autore delle schede dedicate ad ogni singola località descrive una Sicilia balneare dalla bellezza allora semplice e primordiale, spesso paesaggisticamente legata all'ambiente agricolo: scenari oggi per lo più scomparsi, per mano dell'uomo e della natura.
Di Terrasini scrive che il luogo si distingue per le "case bianche e luminose, ville e villini che si stendono in declivio fino alla spiaggia; vie rettilinee che si tagliano ad angolo retto. La campagna circostante è tutta coperta di olivi e vigne, produttrici di un vino di bella forza".


Ancora uno scatto di Fosco Maraini.
L'immagine venne realizzata a Vulcano
ed inquadra le isole di Lipari e Salina

Di Alcamo Marina invece segnala "la spiaggia profonda ed estesissima, di sabbia morbida e fina, con dune mobili che in certi punti si spingono fino a 500 metri nell'entroterra".
Il Lido Ponticello di Marsala attrae perchè "è una vasta distesa di sabbia morbidissima, posta al margine di un piatto tavolato tutto coperto di vigne e inciso dai solchi delle fiumare".
La Gela non ancora stravolta dagli impianti del petrolchimico appare "una stazione balneare assai frequentata; sotto la città la spiaggia distende una vasta fascia di morbida rena, dotata di uno stabilimento per bagni ( terrazza a mare e ristorante ) e di un buon numero di cabine".


Pescatori in mare lungo la costa
di Giardini-Naxos.
La fotografia porta la firma Licari

Nel lido di Pozzallo, invece, "le case si affacciano alla vista di dolcissime alture rivestite di un manto di olivi e di carrubi... La spiaggia distende due arenili: quello di Levante ( Pietre Nere ) e quello di Ponente ( Raganzino ): essi dispongono di tre stabilimenti balneari ritti su palafitte. Clientela distinta; mare azzurro...". 


Porticciolo di pescatori ad Aci Castello,
con lo sfondo dei faraglioni di Aci Trezza.
La fotografia è firmata B.Stefani

La Sicilia costiera descritta in queste pagine, insomma, era quella in cui la fruizione balneare non riusciva ancora ad incidere sulla natura stessa dei luoghi, stravolgendone l'aspetto con parcheggi, villini abusivi e chilometrici stabilimenti balneari: un patrimonio immolato alle ragioni di uno sviluppo economico che molto spesso ha cancellato per sempre nell'isola "morbide rene" e visioni di "azzurro mare". 


Faraglioni a Lipari,
ancora in una fotografia attribuita a
Fosco Maraini