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domenica 4 marzo 2018

GLI AGGROVIGLIATI SECOLI RAGUSANI SECONDO GIUSEPPE TAROZZI

Una strada di Ragusa Ibla
in una fotografia di Giuseppe Leone.
L'immagine illustrò un reportage pubblicato
nel 1961 dal mensile del TCI "Le vie d'Italia"
a firma di Giuseppe Tarozzi

"Come dovunque in Sicilia - ha scritto il giornalista Giuseppe Tarozzi nell'agosto del 1961 nel reportage "Qualche giorno a Ragusa " ( "Le vie d'Italia" del TCI ) - anche Ragusa altro non è che il frutto di una storia complessa, aggrovigliata, tormentata; di un incrociarsi di molte razze; di un susseguirsi di dominazioni che segnano e ritmano lo scorrere dei suoi secoli.
Dai sicani ai fenici, dai greci ai romani, dagli arabi ai normanni, dai francesi agli spagnoli ai Borboni, la storia di questa città è sempre stata contrassegnata da dominazioni spesso vessatorie, imposte con la forza e col sangue.
Né basta: a leggerne gli annali, si apprende che più volte fu martoriata da 'orribili et crudeli pestilenze, et anco distrutta da tremuoti rovinosi'"

venerdì 2 marzo 2018

LE DIMENTICATE TARGA FLORIO AL PARCO DELLA FAVORITA

Le Maserati che presero parte
alla Targa Florio del 1939,
disputata sul circuito della Parco della Favorita.
Le fotografie sono tratte dalla rivista "L'Automobile",
pubblicata nel maggio di quell'anno
Dal 1937 al 1940, la Targa Florio visse uno dei suoi periodi più oscuri e oggi meno ricordati da studiosi ed appassionati della gara madonìta.
I Florio, dopo i fasti degli anni precedenti, erano all'epoca in pieno tracollo finanziario: una condizione così ricordata da Giuseppe Barone nel saggio "L'economia dei Florio - Una famiglia di imprenditori borghesi dell'Ottocento" ( Sellerio, Palermo, 1990 ):

"Ancora nel 1937, Vincenzo Florio avanzò una richiesta all'IRI per acquistare al prezzo di 8 milioni le 'sue' tonnare di Favignana e Formica per conto di un gruppo di 'imprenditori amici'.
Il direttore generale, Donato Menichella, fece sapere che il valore attuale degli stabilimenti era almeno di 15 milioni e che solo per 'deferenza alla famiglia' avrebbe potuto cederli per 12-13 milioni.
Secondo Menichella, Vincenzo si era reso promotore dell'iniziativa non già in proprio, 'perché in proprio non possiede nulla ed è perseguitato dai creditori e dagli strozzini', ma solo per strappare 'una qualche provvigione di 100-200 mila lire e forse un posto nel consiglio della società acquirente'; del resto, era noto che 'Ignazio sopporta con una certa dignità le ristrettezze finanziarie, mentre Vincenzo ricorrerebbe anche ad espedienti'"



Già nel 1933, l'organizzazione della Targa Florio era passata nelle mani del Real Automobile Club d'Italia.
L'edizione del 1936 si svolse ancora sulle Madonie, ma sulla distanza di due giri ( 144 chilometri ) e solo per le vetture di Turismo di serie. 
Vinse Costantino Magistri su Lancia, con una partecipazione ridotta di vetture in gara; dal 1937, la corsa venne quindi ospitata dal circuito allestito all'interno del Parco della Favorita di Palermo.
La gara venne inizialmente articolata sulla distanza di 316 chilometri, per complessivi 60 giri.
Sino al 1940, queste edizioni della Targa videro la quasi esclusiva partecipazione delle Maserati, che si affermarono con Francesco Severi e Giovanni Rocco - nel 1936 e nel 1937 - e con Luigi Villoresi nei due anni successivi.
Le immagini riproposte da ReportageSicilia si riferiscono alla Targa Florio corsa il 14 maggio del 1939 e furono pubblicate dalla rivista "L'Automobile", edita nel maggio di quell'anno dal Real Automobile Club d'Italia.
Vi presero parte otto vetture della scuderia bolognese, che fecero di questa edizione della Targa una sorta di prova monomarca.


Una sosta ai box di Luigi Villoresi
Villoresi vinse percorrendo i 228 chilometri in 1.40'.15", alla media di 136, 445 km/h; alle sue spalle giunsero Piero Taruffi e Nando Barbieri.  
Con un'enfasi figlia della retorica fascista, l'anonimo articolista così commentò le immagini scattate nella zona dei box del circuito:


"La trentesima Targa Florio-III Coppa Principe di Napoli, si è svolta sul magnifico nuovo circuito della Real favorita in un'atmosfera di particolare entusiasmo.
Una gara spettacolare, velocissima, palpitante, favorita dall'entusiasmo del pubblico che è accorso numerosissimo ad assistervi; una gara che pur non avendo visto in linea che una sola Casa, ha avuto, per virtù di piloti, momenti di viva emozione per la durezza e lo stile con cui è stata decisamente condotta..."

mercoledì 28 febbraio 2018

LA SICILIA FUORI DAGLI SCHEMI DI GAETANO SAVATTERI

Decorazione in maiolica palermitana.
Fotografia di ReportageSicilia
"E allora smettiamola di raccontare la Sicilia facendo sempre ricorso alla cassetta degli attrezzi fornita da Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa e Sciascia.
Attrezzi buoni, letterariamente inossidabili, ma forse desueti dal punto di vista tecnologico.
O, quanto meno, adatti per una Sicilia che non esiste più.
Esiste, invece, la Sicilia raccontata negli ultimi venticinque anni, a partire dal 1992 ( anno più o anno meno, visto che la storia non si taglia a filo di coltello)?
Forse non esiste nemmeno questa nuova Sicilia, se è vero che l'immagine che uno scrittore, un regista o un artista danno di un luogo e di un tempo è sempre trasfigurata.
In fondo, siamo di fronte a una mistificazione.
Letteraria. Cinematografica. Televisiva.
Ma mistificazione, nuova mistificazione.
Allora, forse è vero che la Sicilia non esiste.
O ne esistono troppe.
Che poi è un altro modo per dire che esiste più che mai.
Ma non è più quella di una volta"

GAETANO SAVATTERI 
"Non c'è più la Sicilia di una volta"
Laterza, 2017 

LA FONTANELLA DEGLI STENTI DEL CORTILE CASCINO

Misera vita quotidiana nel cortile Cascino,
nella Palermo degli anni Cinquanta.
Le fotografie del post illustrarono
un reportage pubblicato nel maggio del 1959
dalla rivista "Illustrazione Nazionale"
"Centotrenta famiglie stipate in tuguri senza gabinetti, alcuni senza luce, la maggior parte senz'acqua.
I bambini anemici, sporchi, denutriti.
Gli uomini con la tubercolosi; le donne, donne senza età, le facce e i corpi devastati dalla fame, dagli stenti, dalla fatica.
I giovani praticamente non esistono: chi sopravviveva all'infanzia, divenuto adolescente, si trasformava automaticamente in adulto alla ricerca di soldi e di un lavoro..."

Così Francesco La Licata ricordò nel 1988 la spaventosa realtà urbana palermitana di cortile Cascino: un agglomerato di edilizia fatiscente e malsana, a poche centinaia di metri dai palazzi del potere regionale e della sfarzosa mole della Cattedrale.


Ci vollero le pagine di denuncia e gli scioperi della fame di Danilo Dolci, nel dicembre del 1956, per fare emergere le miserabili condizioni dei circa 400 palermitani che vi conducevano un'esistenza di stenti e malattie.
Solo quando l'inglese BBC trasmise un documentario dedicato ai quartieri disastrati di Palermo, paragonandoli alle "bidonville di Calcutta", la cattiva coscienza di amministratori e politici comunali e regionali decise di porre fine a quelle penose condizioni di vita. 


Come documentato dalla rivista "Illustrazione Nazionale" edita nel maggio del 1959 - un numero speciale dedicato alla Sicilia, in piena epoca del governo regionale guidato da Silvio Milazzo - tra febbraio e marzo di quell'anno gli abitanti di cortile Cascino ottennero le case popolari nel quartiere Oreto.
La consegna degli alloggi venne preceduta da una visita dell'allora assessore regionale ai lavori pubblici Ludovico Corrao ai tuguri del cortile; in una delle immagini, si scorge Salvo Lima, all'epoca sindaco di Palermo - uno dei protagonisti del "sacco edilizio" della città - nel giorno della consegna di una delle nuove abitazioni.



Il reportage che illustrò l'evento così commentò le fotografie ora riproposte da ReportageSicilia:

"Siamo qui nel cuore di Palermo dove ci sono le scuole, uffici anagrafici, uffici di leva, preti e carabinieri.
Qui, nel cortile Cascino, l'agglomerato urbano viveva un'esistenza ben più spaventosa, da slum americano, da west-end di Londra, da panettai di Gorki.
Ambienti promiscui di una sola stanza, dove l'aria viziata appesantiva nel fumo della città grommando untume e bisogni commisti all'ingiuria di vivere, privi di servizi igienici e sociali, dentro la disperata solitudine della miseria.
Sì, fuori, magari a cento metri, c'erano la levatrice e il medico, i bar, i ristoranti, i teatri e le salumerie zeppe di ben di Dio; ma nel cortile Cascino una sola fontanella serviva per tutto e per tutti, ed era ostetrica, bar caffè, dispensario ed Ufficio di Sanità..."





domenica 25 febbraio 2018

L'IMPRONTA SIRACUSANA DELLA SICILIA DI FOLCO QUILICI

Il mare di Siracusa ad Ortigia.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
"Siamo ormeggiati a Siracusa.
Qui aveva avuto inizio il mio 'rapporto' con la Sicilia.
Compivo allora otto anni d'età e ascoltavo le cronache di mio padre, giornalista, e mia madre, pittrice, su quella città che loro visitavano durante gli scali del volo che li portava a Tripoli, dove spesso si recavano per lavoro.
Allora, Siracusa era tappa obbligata per rifornire gli aerei di carburante, oppure per lunghe soste che potevano protrarsi più del previsto - a volte anche due o tre giorni, se il vento non si placava - a causa di complicazioni meteorologiche.
Di questi contrattempi, i miei genitori non si lamentavano.
Godevano per il tempo concesso da quel guasto oppure da una libecciata che, mutando l'orario del viaggio, offriva occasioni di conoscere sempre il patrimonio archeologico di quella città.


I loro racconti avevano così alimentato la mia curiosità per una parte d'Italia tanto diversa da quella dove vivevo, contribuendo non poco al mio entusiasmo quando per uno dei miei primi lavori vi giunsi"

L'ultima opera di Folco Quilici, scomparso all'età di 87 anni, è stata un tributo a quell'Isola cui lo hanno sempre legato vecchi ricordi familiari e la smisurata passione per il mare.
In "Tutt'attorno la Sicilia" ( UTET, 2017 ), Quilici ha lasciato testamentaria memoria di un rapporto intimo con i mari e coste isolane: una frequentazione iniziata nell'infanzia e proseguita con la produzione di documentari - l'ultimo, "Sicilia '43", lo scorso anno, dedicato allo sbarco alleato - film e libri.
Con Quilici, è morta insomma una delle più attendibili e longeve memorie sulla storia marina ed ambientale siciliana dell'ultimo mezzo secolo.


Uno dei suoi tributi più noti all'isola, nel 1970, è stato il documentario "La Sicilia vista dal cielo", con la collaborazione di Leonardo Sciascia; negli ultimi anni, aveva coltivato un saldo rapporto con Sebastiano Tusa, Sovrintendente del Mare della Regione.
Nelle pagine e nelle parole dei suoi numerosi reportage dedicati alla Sicilia, Folco Quilici ha descritto con garbata passione la bellezza delle isole Egadi - e di Marettimo in particolare - e i tanti scempi compiuti dall'uomo: come quello compiuto dall'industria del petrolio a Gela, descritto come una "dolorosa dissacrazione e un'offesa a quel magico tratto di costa".

domenica 18 febbraio 2018

IL NASCONDIGLIO DI GIUSEPPE DOTTORE, IL BANDITO CON LA CODA

L'uscita di una donna da un cunicolo
di una fattoria nelle campagne di Centuripe
utilizzata dal bandito Giuseppe Dottore.
La fotografia venne pubblicata
il 27 ottobre del 1946
dal settimanale "L'Europeo"
"Una donna esce da una buca che conduce a un passaggio sotterraneo di una fattoria abbandonata.
La fattoria era diventata un rifugio di banditi che avevano scavato gallerie e corridoi nel sottosuolo per nascondersi in caso di necessità.
Riuscita ad individuare il covo dei banditi, la polizia dede l'assalto alla fattoria.
Nel conflitto, il capobanda rimase ucciso e gli altri banditi si diedero alla fuga"

Nel secondo dopoguerra, le vicende del banditismo siciliano alimentarono le attenzioni della stampa nazionale, reduce dai silenzi sui fatti di cronaca nera e giudiziaria imposti dal regime fascista.
Reportage e articoli riguardarono soprattutto Salvatore Giuliano e Montelepre, personaggio e luogo diventati per tanti lettori italiani i simboli di una Sicilia primitiva e violenta. 
Non mancarono però nei giornali nazionali frequenti riferimenti alle gesta delle bande di Rosario Avila a Niscemi, Alfio Lo Cicero ad Adrano, Beppe Muffa e Peppe Mangiaterra a Bronte e di Giuseppe Dottore a Centuripe. 
Proprio a quest'ultimo luogo dell'Isola si riferisce la fotografia riproposta da ReportageSicilia, accompagnata dalla didascalia con la quale inizia il post.
L'immagine - o, più, correttamente, la "fotonotizia" - venne pubblicata il 27 ottobre del 1946 dal settimanale "l'Europeo". Ritrae con tutta probabilità la masseria di contrada Due Palmenti utilizzata come covo dalla banda centuripina del camionista Giuseppe Dottore.
Sembra che il brigante avesse iniziato la sua carriera criminale dopo che uno strozzino gli venne a pignorare l'orologio e la macchina da cucire della moglie.



Cronache e voci popolari del tempo gli attribuirono una ventina di sequestri di persona, altrettante rapine, nove omicidi e vari scontri a fuoco con i carabinieri: atti di violenza compiuti di nome di una dichiarata "guerra proletaria" che attribuì al bandito di Centuripe la qualifica di "comunista". 
Leggenda vuole anche che Giuseppe Dottore possedesse un cannone - un cimelio tedesco della recente guerra - e che nascondesse sotto la biancheria una piccola escrescenza pelosa, una sorta di coda: un attributo riferito a persone di particolare coraggio e forza fisica.
La sua sorte fu segnata la sera del 6 agosto del 1946, durante un agguato in contrada Saddura che i carabinieri affidarono alle armi di un sorvegliato speciale che conosceva bene amicizie e spostamenti di Dottore.
Così ha scritto Sandro Attanasio in "Gli anni della rabbia-Sicilia 1943-1947 ( Mursia, 1984 ):


"Il sanguinario Giuseppe Dottore morì il 6 agosto 1946.
Rientrava a tarda sera al suo rifugio.
Cavalcava spensierato cantando la canzone 'Vivere', di moda a quel tempo.
Giunto alla strofa

'... son padron alfin della mia vita...'

una precisa raffica lo buttò giù di sella.
Colpiti dalla stessa raffica morirono altri due fuorilegge, padre e figlio, Domenico e Giuseppe Castiglione.
Un altro, tale Palazzo, rimase ferito.
All'agguato notturno parteciparono i carabinieri, ma fu un 'uomo d'onore' ( a cui Dottore aveva fatto uno 'sgarbo' ) a scoprire il rifugio, organizzare l'agguato e sparare la disastrosa raffica.
I carabinieri non spararono, né i banditi ebbero il tempo d'usare le armi.
Nel rapporto ufficiale l'episodio venne descritto come un duro e prolungato conflitto a fuoco durato più di un'ora!"



Dopo la sua uccisione, il corpo di Dottore rimase esposto in una camera mortuaria per cinque giorni, controllato a vista da polizia e carabinieri: nessuno dei compaesani rese omaggio alla salma del bandito, per paura di essere indagato dagli "sbirri" come suo complice o favoreggiatore.
Qualche giorno dopo - secondo quanto riferito da altre voci popolari - il feretro sarebbe stato trafugato dal cimitero; in "Di professione: brigante" ( Longanesi, 1978 ), Salvatore Nicolosi ha scritto:

"Dottore fu seppellito senza una croce; e la terra che custodiva il suo feretro venne indicata soltanto con una pietra.
Sul registro del cimitero è annotato tutt'oggi quanto segue:

"Dottore Giuseppe, di Giuseppe e Paladino Nunziata, anni trentotto, sezione B, fila 1, numero 18"

Quando nella primavera del 1968 sono tornato a Centuripe, a cercare la sua tomba, non ho potuto trovarla.
Era, con decine di altre, seppellita da un'imponente frena del terreno, verificatasi parecchio tempo prima e mai rimessa a posto.
Quasi mai, mi dissero, era stata oggetto di visite pietose da parte dei familiari"