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lunedì 25 maggio 2026

L'ARCIGNO CASTELLO DI CEFALA' DIANA: UNA STORIA DI ASSEDI, ABBANDONO E PRESUNTI MIRACOLI

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Le prime notizie che riguardano il castello di Cefalà Diana, i cui ruderi si innalzano su una rocca di 657 metri che domina un vastissimo paesaggio agricolo, risalgono al 1349: raccontano di un assedio subìto da un centinaio di balestrieri ed armigeri legati a Manfredi Chiaramonte contro un presidio militare catalano.

Sembra che l'abbandono della fortezza risalga all'Ottocento, quando diventò rifugio di contadini e pastori. Di certo, nel "Vocabolario Geografico-Storico Statistico dell'Italia" pubblicato nel 1873 a Bologna da Salvatore Muzzi, alla voce "Cefalà Diana", si legge:

"L'antico castello vi è in rovina, le moderne fabbriche sono meschine"

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Caduto nell'oblio, questo esempio di trecentesca architettura militare finì al centro delle attenzioni il 16 maggio del 1967 per la notizia dell'apparizione a tre bambini della Madonna in una finestrella superiore della torre: un fenomeno che fece parlare di una "nuova Fatima" ( le due fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte da un articolo pubblicato dalla rivista "Domenica del Corriere" il 20 giugno del 1967 ) richiamando sul posto migliaia di persone dalle province di Palermo, Agrigento e Trapani




Restaurato a partire dal 1995, il castello di Cefalà Diana mostra una imponente torre quadrangolare alta 15 metri ed un arco di conci squadrati nella muratura.

Fotografia
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il suo aspetto sottolinea la funzione rigidamente militare, con pochissime concessioni ad elementi architettonici con pretese d'arte: una valutazione così espressa da Ferdinando Maurici nel 2020 nel saggio "Castelli medievali in Sicilia da Carlo D'Angiò al Trecento", edito a Palermo dall'Agenzia di Sviluppo della Sicilia Occidentale:

"Rudezza militare ovunque. Anche negli ambienti di servizio, appoggiati sul muro di cinta ovest; anche nel cortile, costituito dalla roccia di sedime in forte inclinazione, sbancata e resa orizzontale solo in un punto limitato.

Il castello di Cefalà, rude, essenziale, arcigno, con i suoi occhi che guardano in ogni direzione dell'antica baronia, è un vero monumento al sospetto ed all'incertezza, se non direttamente alla guerra..."


sabato 23 maggio 2026

L'UMILE VOLTO DEL SOPRAVVISSUTO LIBERTY A CANICATTINI BAGNI

Volto di donna "liberty"
a Canicattini Bagni.
Opera citata nel post


C'è un "liberty minore" che in Sicilia ha impegnato agli inizi del Novecento artigiani rimasti senza nome, soprattutto nella scultura decorativa di edifici residenziali e piccole case private. 

A questa anonima forma di espressione d'arte appartiene il volto di donna scolpito in un mensolone in pietra calcarea a Canicattini Bagni e ritratto in una fotografia pubblicata nell'opera di Antonino Uccello "Folclore siciliano", edita nel novembre del 1972 in occasione della inaugurazione della Casa-Museo del poeta e antropologo canicattinese.

"Canicattini Bagni - ha notato Francesco Terracina in "Mal di Sicilia" ( Edizioni Laterza, 2023, Bari ) - è un paese abituato alla fughe e ai ritorni, tanto che dai primi del Novecento, le rimesse dei fuoriusciti, emigrati soprattutto nelle Americhe, trasformarono il volto della cittadina, al punto che si parlò di liberty locale, con gli scalpellini che incidevano visi sulle facciate.

Di quel patrimonio edilizio resta ancora quello che non è stato spazzato ancora via dal furore edilizio degli anni Sessanta e Settanta"



 

IL RAPPORTO CON IL MARE RACCONTATO A GELA DALLA STORIA MA NEGATO DAL PRESENTE

Una veduta di Gela,
con il primo piano le mura di Capo Soprano.
Fotografia di Leonard von Matt,
tratta dal saggio
"Gela, destino di una città greca di Sicilia"
,
opera citata nel post


La notte di sabato 10 luglio del 1943, la costa di Gela fu teatro dell'imponente sbarco alleato che dalla Sicilia avrebbe cambiato il corso del secondo conflitto mondiale e i destini futuri dell'Europa.

In epoca moderna, questo evento bellico ha ridato per qualche giorno a Gela quella identità di "città di mare" che oltre due millenni fa, dopo sporadici sbarchi di migranti pre-ellenici, aveva determinato la sua colonizzazione da parte di gruppi di popolazione greca rodio-cretese.

Lo sviluppo dell'industria petrolchimica registrato nel secondo dopo guerra ha generato un rapporto di semplice "consumo" dell'ambiente marino gelese, rimasto per il resto avulso dall'identità territoriale e ambientale locale e limitato, oggi, ad un uso ricreativo-balneare.

Nel saggio "Industrializzazione senza sviluppo. Gela: una storia meridionale", pubblicato da Franco Angeli a Milano nel 1968 ( meritoriamente ristampato nel 2023 a Gela su un'iniziativa promossa da Nuccio Mulè ), Eyvind Hytten e Marco Marchioni avevano già individuato il voltafaccia della città al suo mare:

"Il mare, che in genere condiziona la vita di una comunità che vi sia costruita sulla costa, non sembra rappresentare un elemento importante nella vita della città. La stessa attività peschiera, una volta abbastanza fiorente, è oggi completamente distrutta..."



Cinque anni prima della pubblicazione del saggio di Hytten e Marchioni, la stessa valutazione era stata espressa dallo studioso di antichità e storico Pietro Griffo nell'opera "Gela, destino di una città greca di Sicilia" ( Stringa Editore, Genova, 1963 )

"Gela non fu mai, e sostanzialmente non è nemmeno adesso, una città marinara. I suoi interessi, le sue conquiste, la sua espansione, furono sempre legati alla terra e mai ebbero motivo di distaccarsene..."

Ai nostri giorni, Gela continua a rifiutare la sua natura di città bagnata dal mare. La marineria locale e una possibile parte di sviluppo delle attività turistiche - queste ultime penalizzate anche dallo sfregio arrecatole dalla presenza delle infrastrutture industriali, in buona parte in stato di rugginoso abbandono - pagano il prezzo dell'interramento del porto, da affrontare, in primo luogo, con una complessa opera di dragaggio.

Difficoltà tecniche e lungaggini burocratiche rendono tuttavia difficile una previsione sull'esecuzione di questo progetto che potrebbe forse un giorno riassegnare a Gela l'identità di "città di mare".



giovedì 21 maggio 2026

IL SORVOLO DEGLI SPIRITI SULLE CURVE DELLA "CURSA" DI ROMUALDO ROMANO

Immagini della Targa Florio del 1907,
la seconda edizione nella sua storia.
Nelle fotografie sottostanti,
Fournier e Achilli su una "Baiardi Clement".
Scatti tratti dall'opera citata nel post


Alcuni fra gli scrittori siciliani del Novecento non hanno mancato di inserire nelle loro opere riferimenti più o meno estesi alla "Cursa", la Targa Florio: una gara automobilistica entrata nella narrazione del costume siciliano di quel secolo, oggi diventata quasi la narrazione di un Mito.

Di Targa Florio hanno certamente scritto ( l'elenco non ha pretese di completezza ) Giuseppe Antonio BorgeseGesualdo BufalinoLeonardo SciasciaVincenzo ConsoloErcole Patti e Romualdo Romano.

Quest'ultimo - forse il meno noto - pubblicò un breve articolo dedicato a Vincenzo Florio ed alla sua "Cursa" sul settimanale "Epoca" del 13 settembre del 1951: tre giorni prima, Franco Cortese aveva vinto su una Frazer Nash la 35a edizione della gara, portata a termine solo da otto dei 25 partenti.



Due anni prima, Romano - palermitano, insegnante in una scuola elementare - aveva vinto il "Premio Hemingway" con il breve romanzo "Scirocco", ottenendo un premio da 100.000 lire e soprattutto la pubblicazione, nel 1950, nella collana "La Medusa degli Italiani" di Arnoldo Mondadori Editore:

"Mentre Vincenzo Florio additava le sbiadite immagini di uomini già scomparsi, di assi e di celebrità del bel mondo fine Ottocento - si legge nell'articolo di Romano su "Epoca" - io viaggiavo nel tempo.

Dissi:

"Non è possibile che in meno di mezzo secolo si faccia tanta strada!"

E invece sbagliavo.

Lì, su quelle vecchie immagini, il mondo scomparso rivive tranquillamente, passava come sequenza davanti gli occhi attoniti dei presenti, svaniva poi nella lontananza.

Nel 1906 eravamo bambini, forse non eravamo nati. Eppure nasceva la "Targa Florio" e, con essa, altre edizioni consorelle in ogni altra parte del mondo. 

Nasceva la macchina. 

"Allora disse Vincenzo Florio contemplando una sua vecchia foto - "il mondo era da conquistare. Stavamo per conquistarlo agli occhi smarriti degli increduli. E volevamo conquistarlo per questo...".

Un enorme volante collocato sulla torretta fa bella mostra davanti i nostri occhi. Dietro il volante un mastodontico pilota che si accinge a lanciare la sua freccia. In fondo, una folla di appassionati, le magnifiche signore convenute da ogni parte, i giornalisti, i fotografi con i mantici lunghi un metro, i competenti che consultano i Roskoff; e più in là, solide come barriere di acciaio, le transenne di sicurezza.

Tutto questo lo volle lo stesso Vincenzo Florio che oggi ci parla, che si apparta un attimo per dare retta al telefono, il più fedele fra i suoi fedeli che da anni lo coadiuvano nella complicata organizzazione e nella regia.



Quest'anno la Targa è come se rinascesse. Da dieci anni aveva deviato il suo percorso, sino all'incidente La Motta-Faraco.

Adesso ritorna nella sua prima edizione, nel magnifico e pittoresco Circuito delle Madonie. Ritorna sulle strade battute dai più celebri assi del volante, molti da tempo scomparsi. La Targa sulle Madonie fa rinascere l'Ottocento e la sua malinconica dipartita. E' come se si affondasse improvvisamente nel tempo.

Nuvolari, Chersi, Chiron, Borzacchini, Brivio, Varzi, Divo, Pintacuda, si adunano in questo stesso Circuito che diede loro la gloria. Alcuni saranno presenti veramente. Gli altri sorvoleranno con i loro spiriti le zone impervie e le insidiose curve nelle montagne. Ma ci saranno tutti. Anche edoardo Scarfoglio vedremo segnare appunti per il suo giornale.

"Quali sono i suoi pronostici, quest'anno?" chiedo.

Il commendatore Florio guarda il suo taccuino e scrolla il capo.

"il segreto è necessario per la buona riuscita", dice piano, poi sorride.

Leggo nei suoi occhi l'ansia e l'attesa: dopotutto, è una sua creatura questa Targa; è una figlia che ha bisogno di vestiti e di denaro per l'avvenire.

Vincenzo Florio lo sa e fa di tutto per essere veramente un padre" 

 


mercoledì 29 aprile 2026

GLI ZOLFATARI DI NINO GARAJO

 


TERMINI IMERESE, LA VIABILITA' DISORIENTANTE CHE COLPI' T'SERSTEVENS

Riposo all'ombra degli alberi
in piazza Duomo, a Termini Imerese.
Fotografia di Albert t'Serstevens,
opera citata nel post


Attraversata in parte da quella strada statale 113 che collega Palermo a Messina e lambita dall'autostrada Palermo-Catania, Termini Imerese è una citta che sembra poco attrarre turisti e viaggiatori in cerca di monumenti o altri richiami meritevoli di attenzione. 

La visitò invece nel 1956 lo scrittore e saggista belga naturalizzato francese Albert t'Serstevens, che, un anno dopo, la descrisse nell'opera "Sicile Sardaigne Iles éoliennes. Itinéraires italiens", edita in Francia da B.Arthaud.

Accompagnato nel suo viaggio dalla moglie Amandine Doré, pittrice ed illustratrice che illustrò con 57 disegni il racconto anche fotografico del marito, t'Serstevens sottolineò il "fascino provinciale" di Termini Imerese; ma, soprattutto, descrisse le difficoltà - ancora attuali - di quanti devono attraversala lungo il carosello di strade che collegano "Termini bassa" a "Termini alta":   

"Termini, sulla sua ripida collina, blocca la strada per Palermo, così che, per raggiungerla,  bisogna salire fino alla fine della città per poi ridiscendere dall'altro lato. Nulla andrà perduto, perché la città ha il suo fascino provinciale che indugia nella sua languida atmosfera sul Belvedere e su piazza Duomo.

Si tratta semplicemente di una pasta sfoglia simile alla meringa, decorata con zucchero bianco in stile barocco, e non vale nemmeno la pena di una breve visita.

Ma che piacevole ristoro all'ombra scura dei ficus, dove bambini intraprendenti vengono a offrirti cestini pieni di fragole. Abbiamo lasciato il selciato di ciottoli cosparso di piccole stelle verdi, i gambi dei frutti con cui avevamo preparato un pasto completo per vegetariani affamati.

Nonostante le sue acque termali, famose fin dai tempi di Pindaro e che hanno dato il nome alla città, e nonostante il suo museo di oggetti antichi pieno di cianfrusaglie, che tuttavia ospita un bellissimo trittico bizantino, il fascino della città risiede nella sua struttura irregolare: strade a gradoni che si sovrappongono e si intersecano, un perfetto esempio di frammentazione urbana, accentuata qui dalle continue differenze di livello.

Sebbene non sia estesa, è difficile orientarsi al suo interno e non si sa mai dove condurranno queste strade faticose, che si perdono nel cielo o sprofondano nelle profondità delle valli..."

martedì 28 aprile 2026

GELA, LA VECCHIA ILLUSIONE DELL'"ORO NERO" E LA REALTA' DELLA PERENNE CRISI IDRICA

Fotografie di Leonard von Matt,
opera citata nel post


"L'economia agricola della zona è ancora sostanzialmente elementare. 
L'acqua scarseggia; per gli usi potabili si trasporta da lontano, in recipienti di terracotta, a dorso di mulo"

Questa didascalia commentò l'immagine del fotografo e libraio svizzero Leonard von Matt qui riproposta nel post da ReportageSicilia; uno scatto, insieme a quello di una veduta di Gela, tratto dall'opera di Pietro Griffo "Gela, destino di una città greca di Sicilia", edita da Stringa Editore Genova nel 1963.




Il volume venne realizzato con il patrocinio dell'Ente Nazionale Idrocarburi ( ENI ), che all'epoca aveva iniziato lo sfruttamento industriale del territorio di Gela, destinandolo ad una rapida e deformante trasformazione socio-ambientale.




Alla fine del saggio - una ricostruzione della storia archeologica di Gela, all'epoca oggetto di campagne di studio e di scavi - l'autore diede la sua visione del futuro di un'area siciliana che oggi paga i guasti di quella stagione di massivo sviluppo dell'industria petrolchimica; e dove, finita ben presto la corsa al petrolio, il problema della disponibilità di acqua è ancora irrisolto: 

"Dalle viscere della sua terra, dalle profondità del suo mare, l'"oro nero" sgorga da qualche anno copiosamente e promette per l'avvenire certezze inequivoche di benessere e di civile progresso..."

venerdì 24 aprile 2026

EOLIE, LE ROTTE DI CONSOLO FRA I MITI DELL'ANTICHITA'

Navigazione nelle Eolie.
Fotografia di Roloff Beny
tratta dal saggio "Italia"
edito nel 1975 a Milano
da Arnoldo Mondadori Editore


Favolosi scogli, capaci di scontrarsi fra loro, impedendo la navigazione delle più antiche flotte nel Mediterraneo: un riferimento al mito - quello delle Simplegadi - che Vincenzo Consolo ha utilizzato per descrivere la millenaria storia delle isole Eolie.

L'evocazione si legge nell'introduzione che Consolo scrisse nel giugno del 2000 per la rivista "Meridiani Sicilia-Isole" ( Editoriale Domus, Milano ):

"Per il loro fantasmatico apparire e disparire, per il loro ritrarsi e avanzare, per il mutare loro continuo di forma e di colore, i naviganti preomerici, fenici soprattutto, formidabili esploratori e mercanti, trasferirono quelle isole nella leggenda, nel mito, e le immaginarono vaganti come le Simplegadi, le chiamarono le Planetai, le chiamarono Eolie, sede dei venti e dominio del re che i venti comanda..."

giovedì 23 aprile 2026

IL CERTIFICATO DI ORIGINE DEI PAESI DELLE MADONIE

Il castello di Collesano.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Una delle tracce del terremoto che devastò il Val di Noto nel 1693 nella parte occidentale della Sicilia si può osservare a Collesano, nelle propaggini più basse delle Madonie.

Quell'evento danneggiò qui il castello con pianta quadrangolare di cui rimangono resti di mura perimetrali che nel 1992 l'archeologo medievale Ferdinando Maurici ha definito di "difficile datazione" ( "Castelli medievali in Sicilia", Sellerio editore Palermo ).

Ai piedi questo millenario edificio è in seguito germogliata la successiva edilizia civile del centro storico di Collesano, secondo una consuetudine comune in molti paesi delle Madonie.



"Borghi grossi o piccoli si sono sviluppati per secoli nelle Madonie attorno a un castello, che a volte - ha scritto Giovanni Guaita in "Sicilia", edito nel 1962 da Sansoni e Istituto Geografico De Agostini, SADEA, Milanosi trova ancora in piedi, per suo conto, a volte è stato assorbito nel tessuto dell'abitato, e sorretto ma declassato ad abitazione di contadini, a volte è rimasto a disfarsi in un ammasso pietroso sulla sommità della rocca, mentre le case gli crescevano intorno a una certa distanza, sui fianchi della collina.

Ma anche così ridotto a poche pietre ci offre un certificato di origine, ci spiega perché l'abitato è sorto sulle colline più scoscese..."  



domenica 19 aprile 2026

GRAMMICHELE, L'ESAGONO RINASCIMENTALE DEL PRINCIPE DI BUTERA

Una foto zenitale di Grammichele.
Immagine tratta dall'opera
"Il Sud e le isole",
collana "l'Italia: uomini e territorio"
edita dalla Banca Popolare di Novara nel 1983


Il terremoto che sconvolse l'11 gennaio del 1693 il Val di Noto e che uccise migliaia di persone, devastando una quarantina di centri urbani, non diede vita soltanto ad una rinascita urbana nel segno del barocco. 

Quel catastrofico evento generò infatti Grammichele: una città pensata con un impianto esagonale - secondo un canone urbanistico rinascimentale -  da Carlo Maria Carafa, principe di Butera e barone del distrutto borgo di Occhiolà, che ne affidò l'esecuzione all'architetto Michele La Ferla

Carafa avrebbe preso come modello per la costruzione della città quella militare di Palmanova - a forma di stella a nove punte - edificata esattamente un secolo prima dalla Serenissima Repubblica di Venezia e poi da Napoleone.

"Il suo piano è fra i pochi realmente ( strutturalmente, vorremmo dire ) antieconomici nell'ambito della ricostruzione in Val di Noto. Il principe - ha scritto A.Guidoni Marino nel saggio "Urbanistica e "Ancien Régime" nella Sicilia barocca", in "Storia della città" n.2 ( 1977 ) - si comporta come un munifico monarca d'altri tempi, regala il terreno edificabile ai meno abbienti, sovvenziona le fabbriche, costruisce molto di tasca sua e, soprattutto, prepara il disegno della città e la fa sproporzionata alle esigenze abitative reali...

Grammichele è esagonale, composta da dodici settori, metà costruiti da isolati rettilinei e l'altra metà, in coincidenza degli angoli del poligono, formata da blocchi edilizi ad angoli acuti e chiusi; le sei strade maggiori attraversano i borghi rettilinei, intersecando così la metà di ciascun lato dell'esagono e proseguendo fino a sboccare nelle sei piazze minori, inquadrate entro sei rettangoli regolari aventi per basi ciascun lato dell'esagono più interno.

La rete viaria maggiore è infine completata da una via più esterna, il cui tracciato esagonale collega fra loro anularmente tutte le sei piazze minori..."


domenica 12 aprile 2026

LA LUNGA ATTESA DEI TONNAROTI TRAPANESI

L'ex Stabilimento Florio a Favignana.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia


Alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, in Sicilia si contavano una trentina di tonnare attive, che pescavano una media di circa 42.000 tonni all'anno.

Quella più produttiva si trovava a Favignana, che riusciva a catturare una media annuale di 5.000-8.000 tonni. Calare una tonnara significava allora investire un capitale fra i venti ed i trenta milioni per stagione, con l'alta possibilità di una notevole perdita economica.

Queste e molte altre informazioni sono contenute in un lungo reportage intitolato "Il tonno e la tonnara" pubblicato nel settembre del 1951 dalla rivista "Le Vie d'Italia" del Touring Club d'Italia.

Autore del servizio, corredato da numerose fotografie, fu Francesco Alliata, uno dei quattro fondatori - gli altri furono Quintino Di NapoliPietro Moncada Renzino D'Avanzo,  ( quest'ultimo cugino di Rossellini e marito della sorella di Visconti ) - della Panaria Film: la casa di produzione palermitana nata nel 1945 che nel dopoguerra realizzò in Sicilia, insieme ad altri, il documentario "Tonnare"

Tonnaroti nel trapanese.
Fotografia di Quintino Di Napoli,
opera citata nel post

 

"Nel terzo secolo avanti Cristo una monetina in bronzo di Solunto, colonia punica nei pressi di Palermo - scrisse Francesco Alliata - portava impresso su una delle sue facce il tonno; circa un secolo prima un ignoto artista siciliano aveva riprodotto su un vaso ( museo di Cefalù ) una gustosa scena di mercato in cui un pescivendolo litiga con l'acquirente a causa di un grosso tonno che fa bella mostra di sé  su una panchetta; queste sono fra le più antiche testimonianze della popolarità del tonno in Sicilia.

Si pensa che fosse pescato con sistemi primitivi e ad uno per volta. Inventarono un nuovo sistema di pesca, ingegnosissimo ed efficace, gli arabi con la "tonnara"; essi dovettero studiare le abitudini dei pesci in modo da colpirli con un'arma che permettesse di catturarli in grande quantità...

Gli arabi, quindi, ne studiarono le abitudini ed escogitarono, intorno al Mille, la più grande trappola marina, che ha nome di "tonnara". Ancora oggi si usano, integri, gli stessi canoni, si procede nella identica maniera ed ogni cosa denunzia l'origine araba: la nomenclatura ( muciara, rais, cialoma, parascalmo, ecc. ), i canti ritmici e gutturali, le rigorose tradizioni che ispirano ogni operazione e soprattutto il modo di pensare e di agire degli uomini della "tonnara": i "tonnaroti"...

Se dovessi dire quale è la somma delle mie impressioni sui tonnaroti, direi che sono uomini che vivono permanentemente in attesa: durante la stagione morta per mesi e mesi fabbricano le interminabili reti, riparano e calafatano le numerose imbarcazioni, fanno manutenzione ai cavi di acciaio, alle ancore, alle reti di cocco e di sparto; poi caricano i grandi battelli e attendono impazienti per giorni e giorni le condizioni favorevoli per calare la tonnara; esaurita in poche ore questa operazione, restano in attesa del tonno per giorni, settimane e, forse, mesi.

Pronti sulle barche, gli occhi fissi nelle profondità, tenendo in mano finissime lenze che vibrano quando il tonno le sfiora, attendono..."


martedì 31 marzo 2026

LA GRECIA RISCOPERTA IN SICILIA DI FERNAND BRAUDEL













"Che dire poi della Sicilia, mondo chiuso dove, dopo l'arrivo dei sicani, che erano italici provenienti dal Nord, si sono incontrati e affrontati greci, cartaginesi e romani, bizantini, musulmani e normanni, angioini e catalani?

E' sempre stata una colonia, è detto nel "Gattopardo". Ogni occupante ha preso il posto, ancora caldo, del predecessore, e la cattedrale di Palermo si è insediata nella grande moschea, come quella di Siracusa nel tempio di Atena.

A tutti gli stranieri che l'hanno percorsa l'isola deve la sua eccezionale ricchezza di monumenti, e soprattutto alla Grecia, della quale ha conservato i templi più giganteschi: è nell'Italia meridionale e in Sicilia che l'Europa erudita riscopre, nel Settecento, l'architettura greca..."

Fernand Braudel, "Il Mediterraneo", Bompiani ( Milano 1987 )

domenica 29 marzo 2026

STRANEZZE DEL BARONE SACCARO E DEGLI ALTRI NOBILI DI NICOSIA

Il centro storico di Nicosia
in una fotografia di Josip Ciganovic.
Immagine tratta dal II volume
dell'opera "Sicilia", edita a Milano nel 1961
da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini


Discussa questione è se la denominazione di Nicosia come "città dei 24 baroni" sia da riferire al numero complessivo di feudi presenti in passato nel suo territorio o a quello degli effettivi baroni un tempo lì presenti. Questi ultimi hanno di certo lasciato traccia nella storia della cittadina ennese anche per la bizzarìa del loro carattere, così come sottolineato da Gianni Bonina, che a tal proposito ha ricordato una novella di Luigi Capuana tratta dall'opera "Nuove paesane":

""Strano paese e strana gente", rifletteva Luigi Capuana in un racconto nel quale si faceva beffe di un eccentrico barone nicosiano la cui identità è rimasta incerta forse perché i nobili di Nicosia avevano tutti la stessa testa.  

Oggi - ha scritto Bonina nel saggio "L'isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia" ( Avagliano Editore, 2006, Roma ) - non sono rimasti che gli eredi, figli tornati borghesi e andati chi a Palermo chi a Catania chi in continente a esercitare le libere professioni al posto delle aristocratiche mansioni di oziosi benestanti in tuba, guanti e canna d'India, come Capuana vedeva il barone Saccaro che aveva 365 abiti quanti sono i giorni dell'anno e il comportamento di un demente tranquillo..." 

venerdì 27 marzo 2026

LA RIDONDANTE IMMAGINE DELLA PALERMO DI COCCHIARA IN UN ARTICOLO DEL 1937

Immagini di venditori ambulanti a Palermo
negli anni Trenta del Novecento.
Opera citata nel post


Le due fotografie riproposte nel post vennero pubblicate nel febbraio del 1937 dalla rivista "L'Illustrazione del Medico", edita a Milano dai Laboratori Farmaceutici Maestretti. Raffigurano personaggi della Palermo del tempo: venditori ambulanti di focacce e di verdure, figure non del tutto ancora oggi scomparse in strade e piazze dei quartieri storici della città.

Le immagini illustrarono un articolo di Giuseppe Cocchiara, l'antropologo ed etnologo di Mistretta, che tre anni prima aveva assunto a Palermo il ruolo di direttore del Museo Etnografico Siciliano "Giuseppe Pitré".



Per questa pubblicazione, Cocchiara - studioso e documentarista capace di ben altri preziosi approfondimenti su usi e costumi dei siciliani - si limitò a descrivere Palermo con indicazioni di compiacente e ridondante retorica:

"Città modernissima, dalle vie larghe e dritte, Palermo, oggi, ha lasciato Piazza Marina a coloro che vivono di ricordi e la sua "passeggiata" se l'è fatta in Via Libertà, dal Politeama alle Croci, dove il "passeggio" è, giornalmente, un avvenimento che non bisogna tralasciare.

Cercherete, invano, le donne che come ai tempi dei Saraceni vadano col volto coperto, ma bei tipi di Saracene sì che ne  troverete. Eleganti, modernissime.



Di sera, poi, quando la città si fascia di luci, ogni angolo si popola di venditori di caramelle o di fichidindia. Sono i venditori ambulanti che di giorno hanno venduto, per le vie, la loro merce con un canto che è il ricordo e il riflesso delle nenie arabe.

Sicché, ancora una volta, mentre dai giardini della Conca d'oro scende il profumo delle zagare, si ha spesso l'impressione di attraversare un ponte gettato fra Oriente e Occidente..." 



mercoledì 25 marzo 2026

LA SICILIA COME PARTE DELL'ESPERIENZA UMANA NELL'ARTE DI GUTTUSO

Autoritratto di Renato Guttuso, 1940.
Immagine tratta dall'opera citata nel post


Dal 13 al 14 marzo del 1971, Palazzo dei Normanni ospitò a Palermo un'esposizione di oltre 120 opere di Renato Guttuso su indicazione dell'Assemblea Regionale Siciliana. L'iniziativa trovò il supporto di un comitato promotore composto da personaggi di primissimo piano della cultura isolana di quegli anni: da Leonardo Sciascia a Giuseppe D'Alessandro, da Bruno Lavagnini a Francesco Giunta, da Vincenzo Tusa a Ignazio Buttitta

L'evento fu reso possibile anche dal prestito di opere di Guttuso appartenenti alla Galleria d'Arte del Comune di Bologna, alla Biblioteca Comunale di Enna, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, alla Civica Galleria d'Arte Moderna di Palermo ed all'Ente Provinciale per il Turismo di Messina.

Il catalogo di questa mostra antologica ospitata a Palazzo dei Normanni ( pubblicato dal Banco di Sicilia con l'impaginazione di Enzo Sellerio ) fu arricchito dai testi di Leonardo Sciascia, Franco Grasso e Franco Russoli.

"La Sicilia che continuamente torna nei temi narrativi di Guttuso ( i paesi e la loro storia e cronaca, le vicende epiche e la vita quotidiana di Palermo, di Bagheria, di Gibellina, dell'Etna ) e che riecheggia nelle modulazioni linguistiche della sua espressione ( dal "Trionfo della Morte" di Palazzo Sclafani alla pittura popolare dei carretti, dal Barocco all'Espressionismo mediterraneo ) - si legge nella prefazione curata dal critico e storico dell'arte Russoli - è luogo politico profondo e inconscio, e quindi universale.

Ognuno infatti potrà non tanto leggervi il rendiconto naturalistico e veristico di luoghi e fatti siciliani, quanto riconoscervi i motivi del proprio rapporto con la realtà in cui vive, con i luoghi e i fatti della propria esistenza.



La Sicilia è quindi elemento costante nella pittura di Guttuso perché è parte determinante della sua esperienza umana: non è mito letterario, né pretesto naturalistico, ma necessario filtro per la verifica di idee e di forme nel corpo della realtà. Che non è soltanto realtà oggettiva, cioè di cose, di luoghi, di personaggi e vicende di quella terra, ma realtà soggettiva, cioè dell'uomo Guttuso, che reca in sé i dati formativi, consci e inconsci di quella cultura, nel rapporto con qualsiasi oggetto della sua attenzione poetica..."

martedì 24 marzo 2026

UN REPORTAGE DI GIANNI ROGHI SULLA PESCA DELLO SGOMBRO A LAMPEDUSA

Fotografie di Gianni Roghi,
opera citata nel post


"Se il buon Dio non avesse inventato, tra i molti pesci, anche lo sgombro, Lampedusa non esisterebbe. O meglio, esisterebbe l'isola soltanto, un tavolato piatto e giallo, alto sul mare come un immenso bastione, privo di un solo albero e di un rigagnolo d'acqua; ma non esisterebbe il paese con i suoi quattromila abitanti..."

Questa considerazione di Gianni Roghi - autore di reportage giornalistici di assoluto valore documentario, e uomo dalle mille passioni ( la fotografia, l'archeologia subacquea, lo sci, quella per la sua preziosa Ferrari ) - fece da incipit ad un articolo pubblicato nel dicembre del 1954 dalla rivista "L'Illustrazione Italiana". Il reportage di Roghi - intitolato "L'isola degli sgombri", ed in gran parte dedicato alla descrizione di questa attività di pesca - fornisce alcune indicazioni sulla vita quotidiana di Lampedusa, basata allora quasi esclusivamente sullo sgombro:

"Dire dunque che Lampedusa è tagliata fuori dal mondo, e in particolare dalla madrepatria, è facile ma approssimativo. Ho compiuto un viaggio in quest'isola per la curiosità di capirne molti aspetti, in apparenza contraddittori: già sede di confino politico in periodo fascista, e ora di amministrazione missina; già capitale, nell'anteguerra, della pesca delle spugne, e ora quasi del tutto dimentica della secolare tradizione; isola miseranda, non coltivata né coltivabile, priva di energia elettrica, e pur forte di oltre una decina di industrie; abitata da una popolazione civilmente arretrata, che ignora radio e giornali..."



Quindi il reportage di Roghi illustrò con minuzia di informazioni l'attività di pesca e di lavorazione dello sgombro garantite dalla dotazione di venti "cianciuoli" lunghi sino a 12 metri ed armati di lampare, ciascuno dei quali di proprietà di due o tre pescatori capobarca, con equipaggi che potevano contare dai 16 ai 18 uomini:

"In fondo alla rada del porto, che la natura ha creato vasto e sicuro, tirati in secco s'un pezzo di spiaggia fanno schiera quindici o venti "trabbacoli", vecchi barconi borbonici di 50 tonnellate di stazza. Pesanti, rigonfi, sbrecciati, divorati dai topi, hanno l'aria di cascare in frantumi da un attimo all'altro; sono in secco da anni, il legno si sfalda come cartone. Questi trabbacoli rappresentano il resto di una flotta di ben settanta navigli, di quella flotta che, quando era ancora in vigore la convenzione italo-francese per cui potevamo pescare spugne nelle acque tunisine e in particolare di Sfax, dava lustro e ricchezza a tutta un'industria. Ora, dei settanta trabbacoli, ne sono in funzione ancora cinque soltanto: la pesca delle spugne a Lampedusa è decaduta in pochi anni da solida industria a una sorta di trascurabile artigianato...  

I quattromila abitanti ( per la precisione 4190 ) vivono di sgombri, non conoscono che sgombri, pescano, macinano, inscatolano, commerciano nient'altro che sgombri... Lo sgombro è un pesce piccolo, generalmente di due o tre etti, ma bello, lucente, tutto d'argento e striato per obliquo di blu; è della gran famiglia dei tonni e viaggia in banchi giganteschi, di miliardi di individui. Uno dei "passi" mediterranei di sgombri avviene tra Lampedusa e la costa africana nei mesi estivi, con anticipi o ritardi misteriosi, ma conseguenti alla buona o cattiva stagione. Quest'anno il ritardo è stato di oltre un mese. Gli sgombri compaiono per quattro mesi, da maggio a settembre; poi si dileguano, reingoiati dal mare. E in questi quattro mesi Lampedusa si sveglia da un letargo annuale, rimbocca le maniche e sotto la canicola pesca macina inscatola compera e vende furiosamente: barche da pesca e pescatori stanno in mare fino all'alba, pescherecci grossi vanno e vengono dal "continente", industriali e operaie del pesce lavorano senza conoscere orario, ma soltanto il quantitativo di sgombri da esaurire prima di sera. Fatti i conti, un pescatore comune, cioè non capobarca, in una stagione di buona pesca guadagna in media 350-400 lire al giorno. Se tutto va bene, dunque, 36.000 lire alla stagione, ovvero 36.000 lire l'anno. E' già una cifra interessante. 



Questo pescatore, che rappresenta la maggior parte dei 700 pescatori dell'isola, come arriva a settembre si siede sul molo e incrocia le braccia: non ha più niente da fare. Pescare per conto proprio non può, giacché non possiede né barca né attrezzi; per conto di terzi neppure, giacché lo sgombro è partito e nessuno, per pesche a tremaglio o a strascico, ben poco remunerative e possibili solo col mare traqnquillo, arrischierebbe un prezioso cianciuolo nel mare d'inverno..."

"Il prezzo medio dello sgombro al chilo è di 80 lire; può salire fino a 90 in tempi di magra, scendere a 70 e meno in tempi di abbondanza. Gli acquisti giornalieri possono essere singolarmente cospicui: un industriale, il più forte di Lampedusa, acquistò una mattina, davanti ai miei occhi, per oltre 800.000 lire di sgombri ( e i pescatori non vendono se non per contanti ). Ebbene, tutto questo pesce, nel giro di ventiquattro ore, dal mare libero passa sott'olio. L'operazione è compiuta da tredici industrie, le quali vivono per tutto il periodo della pesca, poi chiudono battente; a settembre, le acque del porto, già diventate verdi e puteolenti di scarichi e di nafta durante l'esate, tornano finalmente cristalline e odorose di sale. Tredici industrie, ottanta giorni in media di lavoro effettivo, un giro di capitali di mezzo miliardo. I maggiori industriali sono quattro: Consiglio, Silvia, Del Gatto, Sorrentino; trafficano ogni stagione, od ogni anno che è a dire la stessa cosa, per un volume di un centinaio di milioni ciascuno. Importano le lamiere per le scatole e l'olio finissimo: tutto dalla Sicilia; fanno bollire gli sgombri in gabbioni immersi nelle caldaie, li fanno decapitare, aprire a filetti e pulire da schiere di donne; li pongono nelle scatole; gli versan sopra l'olio; chiudono; sterilizzano a vapore; spediscono al Nord; macinano i residui ( teste e code ); producono farina di pesce per mangime animale, straricca di proteine; e ancora spediscono al Nord. Per lo sgombro sott'olio, ogni sgombro pescato di notte ha già finito il suo ciclo nel pomeriggio: frigoriferi non ce ne sono: per questo, dicevo, nelle industrie di Lampedusa non si conoscono orari, ma solo i quintali da dovere esaurire al più presto. 



Gli stabili delle industrie, tranne tre o quattro, non sono che androni a locale unico e buio. Alcuni, invece, conoscono già il marmo nel locale ove si riempiono le scatole d'olio, e contano cinque o sei reparti ove luce e spazio non mancano. La mano d'opera, ovunque, è femminile, e si capisce: gli uomini sono tutti a pescare di notte e a dormire di giorno, Se entri in una qualsiasi delle tredici industrie, trovi dozzine di donne, mogli, madri, sorelle e figlie di pescatori, che sbuzzano pesci dal mattino alla sera. Le categorie operaie son due: donne che decapitano lo sgombro fresco ( con le mani, una testa dietro l'altra per migliaia di teste ogni giorno; si è provato a far lavorare macchine decapitatrici, ma rovinavano il pesce e han dovuto venire abbandonate ); e donne che lo aprono, già cotto, e ne preparano i filetti. Le prime guadagnano 52 lire l'ora, le seconde 57. Poiché a chiedere lavoro sono molte, moltissime ( mogli, madri, sorelle, figlie di settecento pescatori ), gli industriali le avvicendano in turni, e credo sia un bene.

Questa, dunque, è la situazione di una Lampedusa che vive ottanta giorni di furia e poi si riaddormenta sotto un sole che, anche d'inverno, cuoce le uova..." 


   

lunedì 23 marzo 2026

PIANO CERVI, IL SITO MADONITA CON LA FAGGETA PIU' A SUD D'EUROPA

Scorci di Piano Cervi,
sulle Madonie.
Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


"Non deve apparire eccessivo - ha scritto Francesco Alaimo nel saggio "Il Parco delle Madonie" ( Fabio Orlando Editore, Palermo, 1997 ) - se taluni definiscono la regione madonita un "giardino botanico" al centro del bacino del Mediterraneo o, ancora, "un crocevia fra continenti".

Scrive ancora l'autore che "alcuni siti in particolare - ancorché elementi di grande pregio paesaggistico - rivestono, per le proprie peculiarità, grande valore scientifico in quanto costituiscono entità uniche, a volte essenziali per la struttura degli equilibri geologici ed ecologici generali e per la flora ospitata..."




Uno di questi siti è quello di Piano Cervi, ubicato ad un'altezza di 1530 metri all'interno della zona A del Parco delle Madonie. Lo si raggiunge facilmente dal bivio Portella Colla e percorrendo un sentiero di circa 12 chilometri che inizia da un cancello del Demanio Forestale Regionale. Alla fine del sentiero - dopo avere attraversato una vallata ricca di aceri, roveri, biancospino ed altre piante endemiche delle Madonie - si scopre una fitta faggeta: una pianta tipica dei Paesi centro-nord europei che in questo luogo della Sicilia raggiunge l'estremo Sud del nostro continente.


domenica 15 marzo 2026

L'ARMONIA DI CONTRASTI DELLO "ZINGARO" DESCRITTO DA CONSOLO

Uno scorcio dello Zingaro.
Foto Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Luogo di singolare suggestione ambientale, in una Sicilia ingenerosa nei confronti del suo territorio è sicuramente lo Zingaro. Un'eccezionalità legata anche al fatto che questa striscia di litorale trapanese che dal mare sale alle montagne è stata salvata da una delle rare dimostrazioni di mobilitazione civica in Sicilia a difesa di un bene collettivo. Sfuggito ai progetti della speculazione edilizia, da anni lo Zingaro è costretto a sopravvivere agli incendi dolosi di chi continua a disprezzarne la bellezza e la narrazione della storia, così descritta da Vincenzo Consolo ( prefazione al saggio "Lo Zingaro. Un Laboratorio di Storia della Natura", Edizioni Guida, 1993, Palermo ):

"L'omerica dicotomia e contrasto, i due stadi di storia e di civiltà, lo Zingaro ha in sé ricomposto e conservato: pastorizia e agricoltura, pascoli e paricchiate, seminativi e piante - non certo ai favolosi livelli omerici, ma nella dura e avara realtà dell'ambiente - sono convissuti in una necessità di avvicendamento o rotazione e di comune sopravvivenza. 



E' convissuta la faticosa coltura della palma nana, del frassino e del sommacco, insieme a quella dell'ulivo, del carrubo, del mandorlo, della vite, del melograno...

Lo Zingaro, del resto, ha da sempre armonizzato e conservato infinite dualità e contrasti: la costa di grotte, di falesie inaccessibili, di spiagge di ciottoli, di insenature accoglienti e di aspri "pizzi", le nude, calcaree alture; il deserto e la macchia più fitta, la solitudine ed il villaggio, la caccia e le messi, le corde e le reti d'ampelodesma e la mattanza del tonno..."