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mercoledì 31 dicembre 2025

IL RIPOSO DEL PESCATORE DI GIUSEPPE MIGNECO


 


IL SONNO DELLA SOLITUDINE DEI SICILIANI DI FORTUNATO PASQUALINO

Siciliani di Comiso.
La fotografia è tratta dall'opera
"Il Sud e le Isole" edita
dalla Banca Popolare di Novara
per la collana "l'Italia: uomini e territorio"
( Novara, 1983 )


Saggista, romanziere, giornalista e "puparo" di adozione laureatosi in filosofia a Catania, nel 1980 Fortunato Pasqualino scrisse della Sicilia e dei siciliani in una calorosa ed erudita introduzione al saggio "Sicilia", edito a Bologna da Zanichelli. Nel libro - una raccolta di 175 fotografie, opera di Pepi Merisio - Pasqualino esplora tramite la formula di "un siciliano a colloquio con se stesso" il carattere della sua isola e dei suoi abitanti, con frequenti riferimenti al pensiero dei filosofi dell'antichità e degli scrittori siciliani fra Ottocento e Novecento

Così l'autore scrive di quegli isolani che sembrano incapaci di comprendere e condividere una realtà comune a tanti altri di loro:  



"Mi pare sia stato Eraclito a sentenziare che

"ciascuno sognando ha un proprio personale universo; da svegli, invece, si ha un mondo in comune"

Ti spieghi così il fatto che il siciliano, come il sonnambulo di Eraclito, ha quasi sempre un suo personale universo e sia restio a condividere il mondo con gli altri, a svegliarsi del tutto, anche perché ostacolato dalla tirannia solare e ancora di più perché favorito dalla tendenza teatrale, dalla capacità di immaginarsi, di fingersi e di recitarsi ragioni e torti degli altri, che perciò si risparmia la fatica di incontrare e di cercar di capire nella loro realtà" 



martedì 30 dicembre 2025

LA PRUA VERSO SPINAZZOLA, NELL'ARCIPELAGO DI PANAREA

Lo scoglio eoliano di Spinazzola.
Fotografia tratta dall'opera citata nel post


"Panarea è la maggiore isola di un piccolo arcipelago costituito da Basiluzzo, Spinazzola, Lisca Bianca, Dattilo, Bottaro, Lisca Nera nonché dai cinque scogli di Panarelli e dai quattro scogli detti Formiche. Questi nuclei vulcanici - si legge nell'opera "La Sicilia", collana "Coste D'Italia", edita nel 1968 a Milano da ENI - emergono da una unica piattaforma profonda 50 metri che a sua volta si innalza sui fondali di 500 metri: da qui l'ipotesi di un unico antico complesso vulcanico. La vita su questi scogli deve essere stata in altri tempi molto più abbondante di adesso: tracce preistoriche e romane sono presenti a Basiluzzo ( c'era anche una darsena d'epoca romana, attualmente sommersa ), greche e romane a Lisca Bianca, mentre dal neolitico alla fine dell'Impero Romano fu abitata Panarea..." 

La fotografia dell'imbarcazione da carico a vela in navigazione con la prua in direzione di Spinazzola e, più oltre, verso Stromboli, è tratta dalla rivista "Le Vie d'Italia", edita dal Touring Club Italiano nell'ottobre del 1949.

lunedì 22 dicembre 2025

MEMORIE GENOVESI DELL'URBANISTICA STORICA DI TRAPANI

Via dei Sette Dolori a Trapani,
fotografia tratta da un reportage
realizzato da Flavio Colutta nel 1956.
Opera citata nel post


"Le vie della città vecchia ricordano i carrugi genovesi. Le case sono fatte di un bel tufo dorato"

E' questa la didascalia che corredò la fotografia pubblicata nel marzo del 1956 dalla rivista "L'Illustrazione Italiana" ( attribuita a "Ente Provinciale per il Turismo" ) e riproposta in questo post. L'immagine ritrae via dei Sette Dolori a Trapani; illustrò insieme ad altre un reportage realizzato dal giornalista e scrittore Flavio Colutta, arrivato nella più occidentale grande città dell'Isola per descriverne anche le condizioni sociali e di vita. Colutta la "girò in lungo ed in largo, per afferrarla, nel dedalo di vie che ne fendono la parte più vecchia, in viuzze gremite di gente e risonanti di voci, tra palazzetti di buona architettura, portali e finestre orlate di cornici ben scolpite", e giungendo infine a questa considerazione:

"L'architettura che si è svolta qui è un'architettura di muratori anonimi, ma architetti nati, che ha obbedito alla particolare situazione di Trapani, e obbedendole l'ha fatta sua ed umana... Ci sono i vicoli da tollerare, vicoli scuri, senza colore, che a volte i caldissimi venti del Sud rendono soffocanti, e nei quali il sole scompare prima della sua ora. Ma c'è l'arioso cortile. Vi si entra ed è come passare da un lungo crepuscolo all'indimenticabile chiarità della Sicilia..."

venerdì 19 dicembre 2025

"SICILIA ISOLA CONTINENTALE" DI FRANCO LO PIPARO



Una sferzante e illuminante analisi sul "paradosso del sicilianismo"

"Nello Statuto ( siciliano n.d.r ) è presente un articolo programmatico che riassume bene la storia e il senso dell'identità siciliana. Ne è, per così dire, il coronamento emblematico. Mi riferisco all'articolo 38:

"Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nell'esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto alla media nazionale. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con il riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo"

L'art. 38 è un vero e proprio lapsus freudiano. I suoi estensori sanno con certezza che "i redditi di lavoro nella Regione" avranno sempre un "minore ammontare in confronto alla media nazionale". Una profezia che è anche un programma etico-politico. Lo Statuto è la manifestazione politica dell'equivoco della fantasmatica identità siciliana: identità fatta di richieste di risarcimenti per presunti torti subiti piuttosto che di progetti politici tesi a creare le condizioni per un assetto culturale e istituzionale capace di competere con le parti più modernizzate e attrezzate del resto del paese..." 

Franco Lo Piparo, "Sicilia isola continentale. Psicoanalisi di una identità", Sellerio editore Palermo, 2024, 318 pagg.

giovedì 18 dicembre 2025

STORIA, MITO E PESCI D'APRILE: L'ARDUO RACCONTO DELL'ISOLOTTO DELLE FEMMINE

L'isolotto delle Femmine.
Fotografie Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Ci ha provato anche un saggista e docente universitario di Letteratura italiana autorevole come Massimo Onofri a scrivere la storia dell'isolotto palermitano delle Femmine, districandosi fra leggende e ricostruzioni dei fatti di difficile verifica: un esercizio che ingannò anche lo storico Tommaso Fazello, che nel secolo XVI vi individuò il sito della colonia fenicia di Mozia. Il tentativo di Onofri si può leggere nel saggio "Passaggio in Sicilia", edito da Giunti Editore nel 2016:

"Credo che soltanto in Sicilia possa esistere un nome come questo, su cui per altro s'è molto almanaccato: dico la Sicilia degli "ingravidabalconi" di Verga, delle cavallerie rusticane di compare Turiddu, degli stilnovisti patologici di Brancati. Nome, insomma, d'origine quanto mai misteriosa e catalizzatore di molte leggende. Diciamo allora, che, tra tutte le fantasie etimologiche, quelle che paiono avere una maggiore plausibilità mi sembrano due. La prima: che vuole il nome derivato dal latino "fimis", in quanto traduzione dell'arabo "fim", e cioè bocca, a indicare il canale che separa l'isola dalla terraferma, come risulterebbe, per altro, in un documento del 1176 legato a Guglielmo II. La seconda: che punta sul sintagma latino "Insula Fimi", risultato d'un processo di italianizzazione dell'antico Isola di Eufemio, e cioè il nome del generale Eufemio di Messina, governatore bizantino della Sicilia.



Tra le leggende, la più suggestiva ma anche la più popolare, mi pare quella che si lega all'altra ipotesi che lì, in quella torre, vi fosse una prigione per sole donne. Sicché la tradizione vuole che fossero qui vissute, per sette anni, tredici fanciulle turche, macchiatesi di gravi colpe, e per questa ragione imbarcate dai loro stessi familiari su una nave senza timoniere e alla deriva, fino a quando una tempesta non le fece approdare sull'isolotto. Ma non è finita qui: ritrovate dopo tante ricerche dagli stessi parenti ormai pentiti, insieme alle famiglie decisero di stabilirsi sulla terraferma, dove fondarono, in memoria della pace ritrovata e unendosi ai maschi nativi, una colonia che chiamarono Capaci ( "ca 'a paci": e cioè qui la pace ), e battezzando appunto l'isolotto Isola delle Femmine. A ogni modo, già Plinio il Giovane, in una sua lettera all'imperatore Traiano, la descriveva come "parva et pulcherrima insula mulieribus", per dire di femmine bellissime lì residenti, che si concedevano in premio ai guerrieri più coraggiosi..." 

Nella sua storia dell'isolotto delle Femmine, Massimo Onofri non ha mancato di dare conto di una notizia che nel 2015 fu il frutto di un giornalistico "pesce d'aprile": quello secondo cui emissari russi di Vladimir Putin ne avrebbero trattato l'acquisto , progettando di costruirvi un resort di lusso ed un ponte che l'avrebbe dovuto collegare alla borgata di Sferracavallo



Malgrado i suoi appena 15 ettari e l'assenza di abitanti, in tempi recenti l'isola delle Femmine è stata al centro di altri e documentabili fatti di cronaca. Nel 2017 - 20 anni dopo l'istituzione di una riserva naturale gestita dalla LIPU - giunse l'informazione della sua messa di vendita per un importo di 3 milioni e mezzo milioni di euro da parte di un'agenzia internazionale. Nella sorpresa di tanti, la marchesa Pilo Bacci - discendente di Rosolino Pilo - dichiarò allora di essere la proprietaria dell'isolotto, che a suo dire avrebbe fatto parte di un più vasto feudo di proprietà familiare. Fu allora che un gruppo di donne artiste - fra queste la fotografa Stefania Galegati - avviò un progetto di finanziamento collettivo per l'acquisto dell'isolotto, allo scopo di farne un visionario luogo di ispirazione sui temi dell'ecologia e delle relazioni umane.  Nel frattempo, un funzionario dell'assessorato regionale al Territorio precisò che l'isola delle Femmine sarebbe di proprietà della Regione Siciliana. La questione della titolarità, ad oggi, sembra essere ancora irrisolta, ad alimentare le secolari vicende di questo lembo di terra galleggiante fra mare e cielo, fra realtà ed immaginazione della sua storia.  


venerdì 12 dicembre 2025

"MATUSALEMME", L'ULIVO MILLENARIO DI SAN MAURO CASTELVERDE

"Matusalemme",
l'ulivo monumentale 
nelle campagne di San Mauro Castelverde.
Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Antica terra di uliveti quella di San Mauro Castelverde, delle varietà "Giarraffa" ( detta anche "Cefalutana" e "Ciocca" ) e della negletta "Crastu" ( "Pizzulidda" ), che cresce bene in terreni poveri e che possiede un'altissima percentuale di polifenoli. Il paesaggio agricolo in questo comprensorio delle Madonie si presenta molto ricco di uliveti soprattutto nelle contrade Borrello, Carsa, Botindari e Scala; ed è in quella di contrada Mallìa che si impone su tutti gli altri ulivi quello millenario conosciuto a San Mauro Castelverde con il nome di "Matusalemme". Si tratta di una pianta alta oltre 22 metri, cresciuta in una vallata dove scorre il fiume Pollina e sopravvissuta in tempi passati - pare - ad un incendio. Studi condotti dall'Università di Palermo ne hanno stimato un'età prossima ai 1.800 anni. Custode di quest'albero monumentale è l'olivicoltore locale Giuseppe Giaimo, che pochi anni fa scongiurò il rischio che "Matusalemme" venisse estirpato per ricavarne legna da ardere. 



Proprio a San Mauro Castelverde è stato recentemente istituita all'interno dell'ex complesso monastico della Badìa una singolare "Banca dell'Olio delle Madonie": un luogo dove si conservano decine di bottiglie di olio di produttori madoniti, e che aspira a diventare una struttura da destinare allo studio ed alla promozione della coltura olearia siciliana. Le Madonie, del resto, hanno avuto un ruolo storico nella diffusione degli ulivi nell'Isola. Nel corso del XV secolo la famiglia dei Ventimiglia ne favorì la coltivazione nei propri feudi, permettendo ai contadini di impiantarli, diventando proprietari delle sole piante.

martedì 2 dicembre 2025

LUDOVICO SICARDI, IL CHIMICO CHE STUDIO' LE FUMAROLE DI VULCANO

Una roccia vulcanica a Vulcano
a ricordo dell'eruzione dell'agosto del 1880.
Fotografia di Ludovico Sicardi,
opera citata nel post


Si devono al chimico e farmacista ligure Ludovico Sicardi preziose osservazioni scientifiche compiute a Vulcano e a Stromboli a partire dal 1921. Appassionato cultore dei fenomeni vulcanici, dopo avervi condotto ricerche minerarie ( zolfo e allume ) scelse Vulcano per analizzare le variazioni del flusso e delle temperature delle sue fumarole, sottoponendole ad esami chimici. Per Sicardi, le Eolie furono così per anni un arcipelago di studio e sperimentazione pionieristica; scelse anche Stromboli come luogo di residenza durante il secondo conflitto mondiale. Dal settembre del 2021 le fumarole studiate per primo da Sicardi vengono osservate con attenzione a Vulcano dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dall'Università di Ginevra, con sistemi di rilevazione ben più avanzati rispetto a quelli sperimentati dal chimico ligure. 



Dei meriti scientifici di Ludovico Sicardi ha scritto il geochimico e vulcanologo Marcello Carapezza nel saggio "Molti fuochi ardono sotto il suolo. Di terremoti, vulcani e statue" ( Sellerio editore Palermo, 2017 ). Carapezza sentì così il dovere di riconoscere il contributo da lui fornito alla vulcanologia:

"Quest'uomo morì quasi sconosciuto alla comunità delle Scienze della Terra e questo perché i suoi lavori scientifici su Vulcano, Stromboli e i Campi Flegrei erano ( ... ) una risposta profondamente anticipatrice ad una domanda non ancora posta"

La documentazione scientifica di Sicardi sulle Eolie è conservata a Lipari, all'interno della sezione vulcanologica del Museo "Bernabò Brea". Il ricercatore ebbe anche modo di dedicarsi alla divulgazione dei suoi studi in pubblicazioni destinate al grande pubblico. 




Ne è un esempio un reportage pubblicato sulla rivista del Touring Club Italiano "Le Vie d'Italia" nel novembre del 1954, dal titolo "L'isola di Vulcano" e corredato da alcune fotografie dello stesso Sicardi. In questo scritto, il chimico ligure dimostrò, oltre alle competenze di natura scientifica, la sua abilità descrittiva della geografia e del paesaggio eoliano:

"Le isole non sono distribuite a caso, ma si irradiano su tre diverse direzioni, quasi con eguale angolo, da un punto poco più a nord dell'isola di Lipari. Qui la crosta terrestre sembra avere ricevuto dall'interno tale urto da restarne spezzata, con la conseguenza di quel caratteristico irraggiamento di fratture sulle quali sono poi sorti i coni vulcanici delle Eolie. Oggi le manifestazioni dell'attività vulcanica sono concentrate esclusivamente su Stromboli e Vulcano, agli estremi cioè delle due radiali di levante, mentre nelle altre isole non appaiono che sporadiche sorgenti termali e solo Panarea ha una striscia di deboli fumarole..."

Poi il racconto di Sicardi indugiò sulla descrizione delle condizioni di vita degli abitanti di Vulcano, all'epoca isola di migrazione verso continenti lontanissimi:

"Vulcano è l'isola più vicina alla Sicilia. Il postale, che ogni mattina parte da Milazzo, prima di giungere a Lipari, vi fa scalo e ritorna nel pomeriggio. Non molto tempo addietro, il servizio faceva scalo soltanto a Lipari, rendendo arduo il collegamento di Vulcano con le linee di navigazione delle Eolie.

Alla facilità delle comunicazioni si aggiunge oggi la possibilità di un soggiorno confortevole per due appassionate iniziative locali: quella di Giulio Giuffrè sulla riva del Porto di Levante presso una salutare sorgente e l'altra dei Favaloro a mezza via tra le insenature di Ponente e di Levante. I campi ancora sabbiosi lasciano crescere una vite a basso cespuglio, ma capace di un vino molto generoso; gli orti vivono soprattutto dell'umidità un poco calda del sottosuolo; nel mare ci sono ampie possibilità di pesca.



Queste sono le risorse dell'isola, la quale, per il resto, è ampiamente fornita da Lipari e da Milazzo. Il turista insomma può viverci tranquillamente, pensando solo a percorrere l'isola a piedi o sul dorso di mansueti muletti per i facili sentieri che legano tutte le località e comodamente portano alla cima fumosa del Gran Cono e tra gli spenti crateri del Piano.

Nell'isola non vivono che poche centinaia di persone ospitali e cordialissime, divisa tra il Porto di Levante e il Piano, non ancora del tutto insensibili al richiamo dell'Australia che tanti ha strappato finora all'isola, offrendo aiuti più efficaci di quelli che il suolo e il mare di Vulcano possano offrire..." 

domenica 30 novembre 2025

ACITREZZA, IL MITO PERDUTO DEL MARE DI SMERALDO

Bambini e pescatori
con gli "specchi" ad Acitrezza.
Fotografia tratta dalla rivista "Sicilia",
opera citata nel post


La fotografia riproposta da ReportageSicilia venne pubblicata dalla rivista "Sicilia" edita nel giugno del 1959 da S. F. Flaccovio di Palermo per conto dell'Assessorato regionale al Turismo e Spettacolo. L'immagine, accompagnata dalla didascalia "Acitrezza: pescatori e faraglioni", illustrò una pagina pubblicitaria dedicata a "Catania, la città dell'Etna", in cui si esaltava la bellezza della "Riviera dei Ciclopi, dove Omero e la leggenda di Aci e Galatea vivono eternamente in una pace di sogno, fra le lave fiorite che si bagnano in un mare di smeraldo..."

Già alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo, quell'eterno paesaggio di meraviglia marina aveva tuttavia perso la sua mitologica e smeraldina attrattiva: colpa di una dissennata attività edilizia e di scarichi fognari che, in nome di una fagocitante industria del turismo, hanno stravolto il paesaggio di questo litorale siciliano dello Jonio. Di questa perdita è stato narratore Vincenzo Consolo, in una delle pagine di "L'olivo e l'olivastro" ( Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1994 ):

"Sono scomparse le casipole, le barche, i fariglioni. Due enormi bracci di cemento , due alte banchine circolari di un porto come le ganasce d'una tenaglia chiudono il mare del seno, nascondono gli scogli, la rupe del castello di Aci, il Capo Mulini, l'intero orizzonte. Il villaggio si è ingigantito, pieno di villette, condomini, alberghi, trattorie. Sul muro della chiesa, a ricordare il romanzo, un bassorilievo dei Malavoglia con la scritta "E quei poveretti sembravano tante anime del purgatorio".



La gente che ora affolla strade e piazze, siede ai bar, si muove, s'agita, urla, i ragazzi su motori assordanti, ragazze dietro avvinghiate, i turisti, i bagnanti, sembrano piombati qui da mondi astratti, sagome cave che vanno, convergono verso sterili lande, Josafat di vuoto, d'assenza, d'incoscienza..."



mercoledì 26 novembre 2025

LO SPIRITO BAROCCO DELLE FESTE DI FAMIGLIA IN SICILIA

Matrimonio a Ragusa Ibla.
Fotografia tratta dal saggio "Sicilia",
opera citata nel post


"Battesimi, prime comunioni, matrimoni e funerali, in Sicilia - ha notato il viaggiatore e saggista svizzero Jakob Job nell'opera "Sicilia" edita nel 1971 a Zurigo da Edizioni Silvana -  sono spesso un'occasione per un'evasione dal proprio livello sociale. La facciata della chiesa di San Giorgio a Ragusa Ibla irradia una barocca gioia della vita. E' un suggestivo scenario per un matrimonio, la più barocca di tutte le feste di famiglia" 

lunedì 24 novembre 2025

SANTO STEFANO DI CAMASTRA, UNA STORIA DI "STAZZUNARA" E "QUARTARARA"

Ceramiche di Santo Stefano di Camastra.
Fotografie tratte dall'opera
"Artigianato siciliano"
edita nel 1966
da Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma


Da molti decenni, Santo Stefano di Camastra ha raccolto e amplificato la tradizione delle antiche fornaci messinesi di Patti. Ai nostri giorni, la produzione della maggior parte delle botteghe locali non è sfuggita ad un certo gusto del convenzionale, alimentato da un mercato che non sfugge ai cliché di motivi decorativi indicati come "siciliani". Ne hanno fatto le spese soprattutto le famose pigne, in origine destinate ad ornare con valore propiziatorio portoni d'ingresso e balconi di case; in origine smaltate in verde, giallo e bianco, sono oggi realizzate anche a Santo Stefano di Camastra in una più ampia varietà di tonalità. Sino a qualche anno fa, i colori delle altre ceramiche stefanesi mostravano toni accesi, o un bianco filettato d'azzurro, su uno strato compatto di smalto coprente di colore verde o giallo ferraccia. Quasi del tutto scomparsa è la produzione di fioriere o porta piante di varie dimensioni, anch'esse di colore verde, bianco e giallo. Di contro, prosegue quella di mattonelle per pavimenti, che accosta a motivi decorativi locali ottocenteschi quelli di più moderna composizione.  

Nel 1978, il giornalista, poeta ed autore teatrale messinese Pippo Rescifina così spiegò l'origine dell'arte della ceramica a Santo Stefano di Camastra:

"Le ricerche sull'origine di questa singolare arte, che, alla base della propria espressione, sfrutta il prodotto più naturale, ovvero l'argilla - si legge in un articolo pubblicato il 10 agosto di quell'anno sul "Giornale di Sicilia" - hanno accertato che il primo nucleo stefanese risiedeva esattamente a "Rumèi", da cui "Nomej", antico nome degli abitanti di quella località, confinante con Mistretta. Ma un potentissimo evento sismico, intorno al 670, costrinse molti a rifugiarsi accanto ad un antico monastero basiliano, quello di Santa Maria del Vocante, che oggi è possibile ammirare sulle pendici occidentali del monte Santa Croce o, come viene usualmente definito, "Lettosanto".  Alla prima localizzazione dell'abitato attuale di Santo Stefano di Camastra si è giunti grazie alla individuazione di un altro monastero, dei benedettini, dedicato proprio a Santo Stefano, dal quale prese nome la località.



Lento e travagliato fu l'avvicinamento dei locali all'argilla. ma pare che a spingere gli stefanesi ad usare questo prodotto. Tant'è che un nuovo trasferimento del paese, nel 1682, causato da una potentissima frana, vide moltissimi impegnati nella costruzione di edifici, grazie all'uso dell'argilla per l'esecuzione di tegole e "catusa". Ma la vera lavorazione dell'argilla diventò per gli stefanesi un'arte nel XIX secolo, quando iniziò la produzione delle mattonelle, prodotto che, attraverso gli anni, acquistò sempre più consistente testimonianza di garbo interpretativo ed elemento inconfondibile e caratterizzante della vita economica di Santo Stefano. Nell'ambiente locale, ancora oggi, è doveroso fare una divisione netta tra la produzione degli "stazzunara" ( limitata a semplici oggetti quotidiani ) e quella dei "quartarara" che è legata all'arte della maiolica, cioè della mattonella contenente i motivi floreali o "arabeschi"..." 



martedì 18 novembre 2025

CORRADO ALVARO E IL RICORDO DELLA FOTOGRAFIA DI UNA DONNA CON L'ORCIO A TINDARI

Le fotografie sono attribuite a 
"Soprintendenza alle Antichità di Siracusa",
opera citata nel post


"Mentre andavamo via lesti perché la nostra compagnia ci chiamava per ripartire, fermammo un donna che andava alla fonte con l'orcio in equilibrio sulla testa, e le domandammo se consentisse a posare per una fotografia. Si volse: "Si, a patto che me ne mandiate una copia. La voglio spedire a mio figlio che si trova in America". Ci disse il suo nome e osservò come io lo appuntavo rapidamente su un pezzo di carta. Mentre rispondeva senza deporre l'orcio, ci accorgemmo come era: scalza, le gambe scoperte fino al polpaccio muscoloso, con quella idea d'infanzia perenne delle donne scalze dell'Italia meridionale, di donne non abbastanza adulte, per via appunto dei piedi scalzi, fino a che lo sguardo non scopre il viso e colloca questo viso in un tipo di donna, lo immagina in città, e questa popolana scalza prende l'aria di una passante vestita alla moda, d'una nostra amica, di una signora che siamo abituati a riverire...



In quell'istante, mentre il mio compagno di viaggio scattava la fotografia, avevo modo di osservare quella donna. Poteva avere quarant'anni; occorreva un occhio esercitato per attribuirle non più di questa età; il naso dolcemente arcuato, gli occhi distanti sotto la fronte dritta, e in essi l'espressione con cui una donna del popolo guarda un uomo che è il forte e insieme il ragazzo, il rivale e il violento e insieme il protetto. Ella si preparò alla posa assicurandosi con una mano l'orcio sulla testa, mentre passava l'altra mano per ravviare i capelli della bambina che la seguiva e cui facemmo attenzione per quel suo gesto. Unica civetteria, si passò la lingua sulle labbra per inumidirle e posò con sicura semplicità, una mano nella mano della bimba, l'altra all'orcio perché sapeva che quello ero lo scopo della sua fotografia, il suo povero orcio. Mi parve di pensare i suoi stessi pensieri in quell'attimo: il figlio in America, il momento in cui egli avrebbe riveduto la sua immagine; e un pensiero che in lei non era di certo, ma che si sarebbe certo affacciato alla mente del figlio lontano, di un mondo abbandonato per sempre, dolente e nostalgico e tuttavia col proposito di non tornarvi mai più; una madre scalza e con l'orcio dell'acqua sulla testa, nella sua povera realtà, con la sua presenza onoranda e insieme di donna mai abbastanza cresciuta, in una fatica che diventa l'immagine di un trastullo...  Non ci voltammo a guardare la donna che riprendeva la strada verso la fonte, là dove le more di gelso ornavano il viottolo. S'era cercato di mangiarne qualcuna e, come un sogno dileguato di ragazzo, esse non avevano più sapore, ma ancora tingevano di rosso la mano..."



Così Corrado Alvaro rievocò nel luglio del 1953 sul "Corriere della Sera" un incontro con una donna a Tindari - "in uno dei luoghi più belli di fronte le Eolie" - e la storia di una delle tante fotografie che hanno in passato ritratto le donne di Tindari durante il trasporto degli orci per la raccolta dell'acqua. ReportageSicilia ne ripropone una  ( ritrae forse la stessa donna? ) pubblicata nel dicembre del 1951 dalla rivista del Touring Club Italiano "Le Vie d'Italia". Insieme ad altre, l'immagine illustrò un articolo intitolato "Tindari, città sepolta della Sicilia" firmato da Nino Lamboglia, archeologo ligure che all'epoca qui guidò gli scavi della Soprintendenza della Sicilia Orientale



Nel suo racconto, ricco di notazioni storiche e di notizie sull'attività di studio e ricerca svolta in quei mesi - "ci siamo posti in capo, con l'amico Bernabò Brea, di affermare da un capo all'altro dell'Italia, da Ventimiglia a Tindari, il principio dello scavo stratigrafico, che dalla preistoria deve ormai passare all'archeologia, come avviene da tempo in altri paesi; e ci riusciremo..." -  Nino Lamboglia non mancò di sottolineare la bellezza paesaggistica di Tindari, allora appena sfregiata dalla mano insipiente dell'uomo:

"Il luogo è panoramicamente quanto di più suggestivo si possa immaginare, e nulla - salvo un edificio scolastico color fragola, un altarino all'aperto in piastrelle gialle, e l'orribile merlatura del santuario foggiato a caserma - è ancor venuto a turbare l'arcaismo dell'ambiente: le umili casette di impronta arabo-sicula, abbarbicate sui resti più alti della città antica, svelano d'improvviso al visitatore il nome e il colore della "via Cicerone", dedicata all'avvocato dei Tindaritani contro Verre lo spogliatore; e i fichi d'india regnano sovrani, e pungentissimi, a difendere a un tempo la proprietà e i diritti della natura..."

lunedì 17 novembre 2025

SCEMPI E MIRABILIE DEL PAESAGGIO SICILIANO IN UNA PAGINA DI BUFALINO

Il tempio di Segesta.
Fotografia di Roloff Beny
tratta dall'opera "Italia"
edita nel 1975 da Arnoldo Mondadori Editore


"Era bella, la Sicilia, duemila anni fa. Bella osa esserla ancora, a dispetto dell'uomo ma anche in grazia dell'uomo. Poiché il paesaggio - ha scritto Gesualdo Bufalino in "L'isola nuda" ( Bompiani, 1988 ) - non è soltanto belvedere di albe e tramonti, ma anche esito di braccia, utensili, intelligenze. Sicché non si fa in tempo, talvolta a bestemmiare uno scempio che già nello slancio dell'arcata d'un ponte o nelle compagine d'un muro di sassi si è indotti ad ammirare il regalo di un'architettura radiosa. Così discorde è l'uomo, così indistinguibile in lui la cecità dalla luce. Tanto da indurci a scordare per un momento, di fronte a una sola colonna di un tempio ch'egli abbia lasciato in piedi a garanzia delle sua dignità, la violenza da cui le mancanti furono abbattute e distrutte..." 

sabato 8 novembre 2025

L'ERUZIONE DELL'ETNA DI FRANCESCO LOJACONO

 









QUANDO IL TURISMO SCOPRI' USTICA GRAZIE AI SUOI ASINI

Gita in asino al castello di Ustica.
Fotografia accredita
ad "Assessorato Turismo",
opera citata nel post


Nel 1961, l'isola di Ustica - chiusa per sempre la sua storia di colonia penale - cominciò a diventare la meta di un turismo capace di apprezzarne l'appartata bellezza ambientale. Di questo cambio di identità scrisse così Franco Tomasino in un reportage dal titolo "Un'isola nuova per i turisti" pubblicato nel giugno di quell'anno dalla rivista "Sicilia", edita a Palermo dall'assessorato regionale al Turismo:

"Anni fa, chi vi giungesse, qualche sparuto innamorato dello inedito e le famiglie dei confinati, avvertiva il senso remoto dell'isolamento e la presenza viva, incalzante, fastidiosa, di "loro", quegli uomini infelici o disperati che vivevano fuori dal consorzio civile il loro dramma di espiazione...

Entriamo ad Ustica, ci vengono incontro asinelli dalla lunga coda, dall'aria estremamente riposata. Si direbbe che anziché lavorare loro, facciano lavorare quei bambini d'aria furbissima che li tengono agilmente per la cavezza, offrendoli ai visitatori per l'entrata in paese. E sono pochi a rifiutarsi l'occasione di un passaggio tanto pittoresco quanto funzionale: perché Ustica paesisticamente vive in mezzo alla roccia scabra sulla quale l'uomo ha lavorato di piccone facendo sorgere le sue abitazioni. Stradette anguste in salita spesso scoscesa; l'asino è quello che ci vuole..." 

venerdì 7 novembre 2025

I RICORDI DI MASSIMO SIMILI DELLO SCOMPARSO BIVIERE DI LENTINI



"Io lo ricordo benissimo. Ne ricordo i verdi canneti, gli effetti suggestivi di luce, gli effetti suggestivi di luce, i queruli uccelli acquatici e le caratteristiche barche. Vi abbondavano i "muletti" ( muggini di acqua dolce ), le tinche e specialmente le anguille di cui si faceva una pesca industrializzata già nel secolo decimottavo... V'era un uccello capellone: quel buffo palmipede chiamato svasso, o colimbo crestato, dal gran ciuffo nero in testa. Numerosissime le folaghe. E, tra gli insetti, l'anofele: la zanzara della malaria. Questo è il punto. Ma non avrebbe dovuto essere un punto di conclusione..."

Così, con tono di rammarico, il giornalista, romanziere ed umorista catanese Massimo Simili ricordava nel 1967 il paesaggio del biviere di Lentini: un lago ampio 15 chilometri quadrati - un tempo il più grande bacino lacustre della Sicilia - scomparso nel 1935 per le bonifiche realizzate dal regime fascista.



Sembra che nell'antichità il biviere fosse assai meno esteso, misurando poco più di 700 metri di circonferenza. Un terremoto vi avrebbe dirottato le acque del torrente Trigona, aumentandone l'estensione. Citato nel "Mastro don Gesualdo" di Giovanni Verga - "... steso là come un pezzo di mare morto..." - nel periodo della sua bonifica il biviere di Lentini rientrava nelle vaste proprietà della famiglia Lanza di Trabia. La sua bonifica, conclusa nel secondo dopoguerra, venne condotta grazie ad una nuova inalveazione del fiume Trigona e la sistemazione di una canalizzazione lunga venti chilometri.




L'acqua venne inizialmente convogliata verso un edificio munito di quattro pompe idrovore dalla potenza di 6250 litri al secondo che avevano il compito di sollevarla di tre metri, riversandola nel fiume San Leonardo.

La bonifica cancellò la malaria nel territorio di Lentini ma anche una preziosa area umida, sostituita in seguito da un paesaggio agrumario. La scomparsa del biviere - ricordò ancora Massimo Simili - finì con l'avere conseguenze sull'equilibrio climatico della zona:

"Non si può infatti togliere di mezzo l'ampia superficie di evaporazione di un lago senza alterare le condizioni climatiche del posto. A Lentini, ora, piove di meno: il che è poco consolante se si pensa che in Sicilia piove sempre male: cospicue ma brevi piogge d'inverno e una siccità praticamente assoluta d'estate..." 



Le fotografie del post ( la prima, seconda e la quinta, attribuite a "cav. Consoli-Catania" ) sono tratte dall'opera "Sicilia" edita a Milano dal Touring Club Italiano nel 1933; la terza e la quarta ( attribuite a "Pirrone" ) sono tratte dalla rivista della Consociazione Turistica Italia "Le Vie d'Italia" edita a Milano nel settembre del 1940.

giovedì 6 novembre 2025

LA SCOPERTA DEL MAGNIFICO PAESAGGIO DELLA TORRE DI ISOLIDDA

Fotografie
Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il momento migliore per arrivarci è un'ora prima che il sole tramonti sul golfo chiuso ad ovest dal profilo roccioso di monte CofanoLa Torre Isolidda - il nome è quello di una sottostante minuscola isola, irta di scogli - si raggiunge individuando una piazzola di terra battuta che fiancheggia la strada che da Macari conduce a San Vito Lo Capo. Da questo slargo, inizia un sentiero che pochi metri dopo conduce sino ad un muretto di pietre a secco, malamente protetto da una vecchia recinzione in filo di ferro. Scavalcarla è facile.



Proseguendo lungo un viottolo che si allarga sino a svelare una trazzera forse un tempo carrabile, si scopre il lunghissimo profilo di una ampia costa pianeggiante, ancora oggi non troppo punteggiata dall'edilizia. In poco meno di dieci minuti di lenta camminata la squadrata mole di Torre Isolidda aggiunge infine suggestione storica a quella del paesaggio, quest'ultima accentuata dal pascolo solitario di qualche pecora.

A fornire notizie sulla storia di questo semplice ma iconico manufatto presente lungo una deserta costa trapanese sono stati Salvatore Mazzarella e Renato Zanca, nell'insostituibile saggio "Il libro delle torri" ( Sellerio editore Palermo, 1985 ). Apprendiamo così che la scelta del sito per la costruzione della torre risale già al 1578 e che nel giugno del 1595 la struttura - progettata secondo il modello dell'architetto fiorentino Camillo Camilliani - era pronta per accogliere il presidio di un caporale e due soldati. 



Il lavoro degli operai non doveva però essere stato dei migliori se appena due anni dopo fu necessaria la sua ricostruzione. "Poi ne perdiamo le tracce - si legge nel libro di Mazzarella e Zanca - per ritrovarla nel 1620, citata negli ordini di pagamento ai soldati".

Nelle ricognizioni compiute a partire dall'aprile del 1976, gli autori de "Il libro delle torri" osservarono un unico ambiente al primo piano, con all'interno un ampio camino, un ripostiglio e una botola utilizzata per accedere alla cisterna. La condizioni statiche della Torre Isolidda sono apparentemente discrete.




Sembra che il Comune di San Vito Lo Capo voglia in futuro utilizzare questo esempio di architettura militare d'inizio del XVII secolo ed il pianoro circostante per la promozione di spettacoli: progetto che - nell'auspicabile rispetto dei luoghi - svelerebbe ad un pubblico più ampio la suggestione paesaggistica di questo angolo di costa siciliana.  

venerdì 31 ottobre 2025

LA VERA RICCHEZZA DI GIULIANA, IN PASSATO FAVOLEGGIATA IN MINIERE DI ORO, ARGENTO E DIAMANTI

Paesaggio di Giuliana.
Fotografia Ernesto Oliva-ReportageSicilia©


Il paese di Giuliana, arrampicato nelle alte colline fra le province di Palermo ed Agrigento, è un luogo in cui non si arriva per caso. Lo si raggiunge attraverso una sinuosa strada che da Sambuca di Sicilia percorre un paesaggio agricolo immutato da decenni, punteggiato da bassi casolari in pietra abbandonati e serpeggiato da una recente pista ciclabile. Nei secoli passati, lo storico di Sciacca Tommaso Fazello favoleggiò che in questi luoghi esistessero miniere di oro, di argento e di diamanti. La vera ricchezza di Giuliana è invece oggi quella dell'accoglienza dei 1200 giulianesi, di un bellissimo castello federiciano dove nel 1405 morì Eleonora d'Aragona - qui effigiata in un busto che è una copia di quello esposto all'interno di Palazzo Abatellis, a Palermo - e di ulivi secolari sparsi nelle campagne circostanti.



Il miglior modo per ammirare Giuliana ed il suo territorio è quello di salire sulle terrazze del castello. Da qui, la vista spazia dai monti Sicani sino alla costa di Menfi e Ribera: dal cuore della Sicilia al mare Mediterraneo, in un paesaggio che la sera stempera la luce con le tante tonalità dei tramonti.