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domenica 29 marzo 2015

IMPRESSIONI AGRIGENTINE DI CARLO LAURENZI

Le colonne "venute dal mare" ed il fascino perduto degli stucchi policromi dei templi in uno scritto del saggista e giornalista toscano


Architettura della Magna Grecia e ambiente siciliano
nella Valle dei Templi di Agrigento.
Le fotografie del post sono di Leonard Von Matt
e vennero pubblicate nel volume "La Sicilia antica"
edito nel 1964 da Stringa Editore Genova,
con testi di Luigi Pareti e note di Pietro Griffo

Livornese, elbano per crescita e adozione, Carlo Laurenzi è stato saggista, poeta, romanziere e giornalista "con il culto della buona scrittura - scrisse di lui l'amico catanese Manlio Manzella, noto come Igor Mane dal rigore intellettuale e morale uniti ad una delicata intransigenza".
Autore di bozzetti di persone e fatti italiani nella rubrica "Aria di Roma" sulle colonne de "Il Mondo" di Pannunzio, frequentatore di Ercole Patti ( anche lui catanese ), Carlo Laurenzi scrisse più volte della Sicilia.



Di lui, esiste un saggio dedicato alla cultura della Magna Grecia - "Non esistono le sirene", edito nel 1964 a Caltanissetta da Salvatore Sciascia ed illustrato da alcuni disegni realizzati nell'isola da Goethe - frutto di un reportage che lo portò a Siracusa, Gela, TaorminaRagusa, Comiso ed Agrigento.
Alcune di quelle impressioni agrigentine avevano già trovato spazio in uno scritto che Carlo Laurenzi pubblicò due anni prima nel II volume dell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini.



Dopo avere ragionato sulle vecchie denominazioni della città - "molti anziani rimpiangono il nome Akragas, suono come nessun altro, igneo... alla città, che ha un'inquietudine levantina, si addice il nome Girgenti, sulfureo e spiritato..." - il saggista toscano così si soffermava dinanzi ai resti dei templi:
   
"So bene che l'azione del contemplare implica una condanna: non conosciamo altre vie, adempiamo ad una funzione banale: i turisti contemplano, fiduciosamente contemplano.
Dobbiamo appagarci di trascurabili premi. Ecco il mio premio: sono disceso al mare prima di salire ai templi, e ora, accostandomi a ciascun rudere, a ciascuna colonna, mi accorgo che questi templi, anch'essi, sono venuti dal mare.



L'arenaria in cui sono costruiti non ha solo il colore della sabbia: è un impasto friabile, fittamente composto di conchiglie.
Se scalfisco la pietra, gusci di conchiglia mi si sbriciolano nel cavo della mano, rossastri.
Penso a come sia precaria la storia della terra, della vita.
Eppure questo tempio detto della Concordia è intatto, il più intatto dei monumenti greci: sembra vivere di linfa, o di sole, come una foresta.
Contemplare, meditare: rassegnamoci.
Tutto questo non risolverà nulla, ma è l'ora del tramonto, implacabile, regale sulle rovine.



Per la traccia delle catacombe, simile a un tratturo di pietra devastato dagli incendi, mi sono calato giù, verso il fondo della valle, ho sostato presso i giganti abbattuti del tempio di Zeus: l'antica Akragas custodiva misteri, attingendoli ai terrori egizi.
I ranuncoli e le malve, adesso, fioriscono sui lastrici.
Nessun altro verde, nessun'altra corolla resiste all'estate; una salamandra terrestre, lenta e oscura come salita dagli inferi, si è posata su un capitello divelto.
I nostri sguardi, nel crepuscolo, cercano la luce del mare, al di là della pianura deserta.
Due vecchie signorine di Lilla, vestite di bianco e di nero, si sono unite a me: siamo soli, gli ultimi abitanti di un mondo.



Rimaniamo muti, finché, dinanzi alle colonne di Castore e Polluce, che serbano un biancore di stucco, una delle zitelle ritrova petulanza:
'E' spaventoso, quando si considera che il marmo di questi templi era oppresso dagli stucchi. Gli stucchi policromi, quale orrore! Quali dubbi, ahimè, sul genio dei Greci!'



Non rispondo. Ho sempre amato, in realtà, il pensiero che i templi greci fossero coperti di stucchi: lo stucco fatuo e gentile proteggeva un'anima di marmo: c'era dunque un'anima, e questa dissimulazione variegata dell'anima era degna della parsimonia o dell'ambiguità dei Greci, come un accenno di sorriso.
Mi piace che i templi apparissero policromi, con i colori degli uccelli di Agrigento, gli ortolani e le cinciallegre, che hanno piume azzurre, gialline, rosate.
Ora i templi sono bui: ci sentiamo pervasi dall'ombra..."

mercoledì 25 marzo 2015

SICILIANDO














"In Sicilia la mafia non ha in proprio ideali politici, e probabilmente non li ha mai avuti; agisce come elemento di conservazione economica e tende costantemente a stabilire legami con i poteri costituiti.
In tutti i tempi è stata governativa: liberale con i liberali, separatista con separatisti, democristiana con i democristiani"
Rosario Poma, Enzo Perrone ( "Quelli della lupara", Casini 1964 )

martedì 24 marzo 2015

FULGORE ESTIVO DEI LAGHETTI DI TINDARI

Uno scatto di Alfredo Camisa coglie i toni accesi del paesaggio di Tindari, luogo d'incontro fra opera della natura, devozione religiosa e leggenda



Natura e mito, in Sicilia, si incrociano di frequente.
Luoghi come il lago di Pergusa, la rocca di Erice, la Scala dei Turchi o i crateri dell'Etna uniscono al valore paesaggistico - a volte, come a Pergusa, messo a rischio dall'incuria dell'uomo - anche quello di racconti e leggende che ne accrescono la suggestione storica.
Uno di questi angoli dell'isola è Tindari.
Qui si concentrano un sito archeologico greco-romano con uno scenografico teatro, un ( orribile ) Santuario dedicato ad una Madonna Nera e soprattutto i laghetti di Marinello, "bizzarri stagni - spiegava Matteo Collura in "Sicilia sconosciuta, cento itinerari insoliti e curiosi" ( Rizzoli, 1984 ) - creati dalle correnti marine che mutano di forma ad ogni forte mareggiata".
La fotografia del post ritrae i laghetti nello scatto di Alfredo Camisa, pubblicato nell'opera "Lo Stretto di Messina e le Eolie" ( Automobile Club d'Italia, collana "Italia Nostra", 1961 ). 
I toni accesi - quelli blu cangianti del mare Tirreno e quelli gialli della vegetazione, arsa dal sole - fanno pensare ad una giornata di maggio, quando il principo dell'estate isolana investe con la violenza della sua luce ogni aspetto del paesaggio.
Nella didascalia che illustra l'immagine così si racconta la leggenda dei laghetti di Marinello, drammaticamente legata al culto della Madonna Nera:

"L'arenile che ai piedi del promontorio circonda un braccio di mare ha leggendaria origine miracolosa.
La morbida rena emerse, ritirandosi il mare, perché avesse salva la vita un bambino precipitato dalla rupe.
La madre, che alla vista della disgrazia aveva invocato Maria, era una pellegrina che poco prima aveva, per delusione, esclamato dinanzi alla statua nera della Vergine:
'Sugnu vinuta di luntana via per vidiri a una cchiù niura di mia", 'sono arrivata dopo una lunga strada per vedere ad una più nera di me'


  

lunedì 23 marzo 2015

I MARI SICILIANI DI GIOVANNI COMISSO

Vedute costiere dell'isola del fotografo Rudolf Pestalozzi: nel 1953 illustrarono l'opera "Sicilia" del giornalista e scrittore veneto, cultore di terre e mari mediterranei


La spiaggia detta Scinà con la Torre delle Ciavole,
poco distante dal paese messinese di Gliaca.
Le fotografie del post vennero scattate
agli inizi degli anni Cinquanta
dal fotografo Rudolf Pestalozzi, opera citata
  

Le immagini del post documentano alcuni intonsi tratti di costa siciliana così come essi apparvero allo sguardo del fotografo svizzero Rudolf Pestalozzi; gli scatti furono pubblicati nell'opera di Giovanni Comisso "Sicilia", edita a Ginevra nel 1953 da Pierre Cailler, altre volte citata nei post di ReportageSicilia.
Dell'interesse del giornalista e scrittore per la Sicilia si è scritto appunto in precedenti occasioni.
Nato e vissuto a Treviso, viaggiatore instancabile, Comisso fu affascinato dalla cultura mediterranea e dalle terre legate al mito della cultura ellenica.


Costa jonica nei pressi di Taormina

Nel suo reportage - un peregrinare fra grandi città e sperduti villaggi, taverne di porti e vagoni di treni locali - lo scrittore si volge spesso verso i mari dell'isola, diversi per colori, riflessi e movimenti.
Sempre e comunque - nella Sicilia di Comisso - il mare è inizio e fine del paesaggio, allora non ancora sfregiato dagli impianti petrolchimici o dal cemento che oggi ne devasta una buona parte delle sue coste:


"L'Etna riapparve biancheggiante, sollevato nel cielo. Il mare si fece spumoso sotto la sferza dello scirocco, poi la terra si distese arsa e incolta. Spianate s'inclinavano lontano, monti brulli, fichidindia, qualche albero di carrubbe, cespugli di gerani selvatici e la costa rocciosa e nera infranta contro l'azzurro del mare ogni tanto illuminato dal verde dei fondali..."


Un altro litorale taorminese



"Lungo la riva del mare, il sole splendeva accecante e i paesi si susseguivano l'uno all'altro senza interruzione, accanto alle pendici rigogliose d'aranceti e di vigne..."

"Ricordo in tempi lontani, durante una guerra sulle Alpi, un mio soldato di Catania, al quale avevo chiesto se era bella la sua città, mi aveva risposto semplicemente: - E' porto di mare - con la forza del suo dialetto martellante. Da quei monti Catania risultava come una grande città luminosa nel riverbero del mare rivolto verso l'Africa, presente nel suo vino, che ci veniva dato per resistere al freddo, e nelle sue arance, che illuminavano la nostra mensa con frammenti di sole.
Non diceva quel soldato che Catania era bella e grande, diceva soltanto che era un porto di mare, come per dire il massimo possibile di una città..."


Costa palermitana

Una spiaggia sul golfo di Castellammare,
fra Palermo e Trapani



"Nel salire verso Erice la terra si rivela giù in basso nel verde degli orti e nel rosseggiare della spiaggia e dei monti a picco sul mare azzurro, i monti lontani nel mattino escono da leggere nebbie che presto il sole dilegua. Arido è il monte, su cui stà il villaggio, per quasi tutto il ripido pendio, ma quando si arriva alla cima fioriscono odorose le ginestre e poi un vasto bosco di pini, soave di resina al sole, nasconde le antiche mura che cingono come un santuario le case di Erice nitide nell'aria ventilata sempre dal mare. Dall'altro lato biancheggia di sotto Trapani con le saline e le isole lontane sono come sospese in un altro cielo..."

"Agrigento stava grigia sulla cima del lungo colle. tra essa e il mare discosto si elevavano gli scheletri degli antichi templi come ossature di cetacei arenati. Sulla terrazza dell'albergo vi era un telescopio e il padrone volle consigliarmi prima di scendere a visitarli di guardarli ravvicinati a uno a uno. il mare spumeggiava irrequieto e ogni tempio mi apparve nella luce della lente che lo ingrandiva come in una luce da acquario..."


Spiaggia sul versante meridionale dell'isola
  

Un anno dopo la pubblicazione del saggio edito da Cailler, Giovanni Comisso manifestò la sua difesa verso l'identità isolana della Sicilia esprimendo contrarietà alla progettazione di un ponte sullo stretto di Messina:

"Lo scopo di questo ponte è di abolire il ritardo al traffico fra Continente e l'isola, offerto dalla nave traghetto, e non si pensa di abolire quello determinato dalle strade infelici per tutto il percorso della penisola. Siamo cioè all'assurdo nel principio ideatore.
I siciliani, che per natura subito si lasciano prendere da entusiasmo per le novità, hanno trovato questa idea bellissima e sembra che abbiano già stanziato dei fondi, non so se per studi ulteriori o per l'esecuzione.
E' indiscutibilmente un'epoca allegra, quella in cui viviamo.
L'annuncio di questo ponte e il sostegno alla necessità della sua esecuzione, viene dato da una rivista che si pubblica a Firenze, cioè proprio in una città che, dopo dieci anni dalla distruzione bellica dei suoi ponti sull'Arno, non è ancora riuscita a ricostruirli tutti.


Sopra e sotto,
due vedute di Palermo e del monte Pellegrino



La Sicilia sta bene isolata, come è attualmente e come è sempre stata dal tempo in cui Ulisse vi navigava attorno.
Si dice questo senza alcuna vena d'ironia, ma perché il suo valore, che è tutto turistico, si accresce appunto con questa breve sosta nel giungervi.
E' questo senso di distacco dall'ultima pendice d'Europa, a Villa San Giovanni, che potenzia l'attrattiva, con la certezza di andare in un'altra terra ideale.
E quei tre quarti d'ora per il passaggio navigando non si devono mettere nel tempo perduto, ma guadagnato a oltranza, sia di giorno che di notte coi panorami diversi che riempiono d'incanto..."





martedì 17 marzo 2015

RICORDI DI UNA COLONIA MARINA A VULCANO

Tre fotografie del ricercatore di Lipari Massimo Ristuccia mostrano il volto quotidiano dell'isola prima dello sviluppo del turismo italiano e straniero


Le immagini di questo post  provengono dall'archivio di famiglia di Massimo Ristuccia, che dall'Emilia-Romagna - regione dove vive e lavora ormai da anni - continua a coltivare le sue origini liparote attraverso la ricerca di materiale documentario sulle isole Eolie.
Ristuccia - che si definisce  un "appassionato ricercatore per hobby" - fa ciò che alcuni cultori della propria terra fanno per piacere personale, a semplice  beneficio di una conoscenza comune: trovate fotografie o informazioni sul costume o sulle tradizioni delle Eolie, non esita a condividerle con altri appassionati della storia dell'arcipelago messinese.
Grazie a questa sensibilità e disponibilità, Ristuccia ha così affidato a ReportageSicilia - e quindi alla rete di internet - tre fotografie scattate a Vulcano nel 1949.



Due di queste immagini testimoniano l'esistenza in quel periodo nell'isola di una colonia marina, frequentata da bambini con una divisa estiva la cui semplicità fa oggi sorridere.
Le notizie su questa colonia sono pochissime; qualche indicazione in più potrebbe essere favorita dalla divulgazione in rete delle due fotografie.
Un terzo scatto mostra un gruppo di una cinquantina di persone - fra queste, anche molti bambini - a bordo di una imbarcazione da trasporto a vela. Si tratta probabilmente di più famiglie di Vulcano, che in quel periodo si chiamavano ContiGiuffré, Zanca, o Capitti.
All'epoca delle tre immagini divulgate da Massimo Ristuccia, Vulcano era ancora un'isola lontana dalle frequentazioni turistiche.



Come è noto, una spinta determinante all'arrivo di italiani e stranieri la dette la produzione dei due film "Vulcano" e "Stromboli", e l'ardente polemica divampata fra i registi Dieterle e Rossellini e fra le due primedonne, Anna Magnani e Ingrid Bergman.

"O forse - scriverà nel dicembre del 1964 il giornalista Mauro De Maurola straordinaria fortuna, peraltro meritatissima che arrise al cortometraggio 'Bianche Eolie' realizzato da due giovani e intraprendenti patrizi palermitani, Francesco Alliata di Villafranca e Pietro Moncada di Paternò.
Il cortometraggio fu richiesto da varie delegazioni dell'ENIT, piacque ovunque, in particolar modo a Parigi, e l'organizzazione 'Connaissance du Monde' partì alla conquista della mitica residenza dei re dei venti.
Quando, sulla scia dei francesi, scesero a Vulcano i milanesi ( nell'estate del 1953 fra Porto Ponente e l'Acqua del Bagno si sentiva parlare soltanto in puro meneghino, e se non fosse stato per i generosi lembi di pelle esposta al sole si sarebbe potuto pensare di stare in Galleria ), allora la fortuna turistica dell'isoletta fu sicura..." 


     

domenica 15 marzo 2015

DISEGNI DI SICILIA




Pubblicità Ente Provinciale per il Turismo di Catania
Tratta da "Handbook for Italy" di Giovanni Mariotti
Edizioni Saturnia, 1952

VADEMECUM PER GLI AUTOMOBILISTI FORESTIERI A PALERMO

Consigli semiseri di sopravvivenza nel traffico cittadino in una pagina dello scrittore e giornalista Franz Maria D'Asaro
 


Tra via Roma e piazza San Domenico - in una Palermo dei primi anni Cinquanta, ancora animata dal passaggio dei carretti - un vigile urbano dirige il traffico dall'alto di una pedana ( la fotografia è di Patrice Molinard ed è tratta dall'opera "La Sicile", edita nel 1957 da Del Duca Paris per la collana "Couleurs du Monde" ). 
Il ridotto via vai di veicoli dell'epoca non è equiparabile a quello odierno, mentre l'abbigliamento dei vigile - una divisa estiva, interamente bianca - suggerisce un'ambientazione "coloniale" della città di quegli anni lontani.
Più o meno allo stesso periodo può essere datata la seconda fotografia di traffico palermitano del post riproposta da ReportageSicilia.
L'immagine ritrae piazza Castelnuovo ingombra di Fiat 600, 1100 e Topolino, prologo alla motorizzazione di massa che di lì a qualche anno avrebbe dato corpo alla fama di una Palermo dal traffico caotico e indisciplinato.
Sull'argomento, lo scrittore e giornalista palermitano Franz Maria D'Asaro scrisse nel 1979 una "vademecum" destinato agli automobilisti forestieri sfortunatamente in transito in città: avvertimenti e consigli misti a sarcasmo, non privi di una certa utilità 36 anni dopo...  


"Una volta i vigili urbani di Palermo - si legge in "C'era una volta la Sicilia" ( Edizioni Thule ) - erano famosi come quelli di Bolzano e di Barletta per solerzia e zelo: implacabili soprattutto contro i motociclisti rumorosi, gli automobilisti strombazzanti ( l'incurabile piaga degli automobilisti di Palermo e di Napoli ) e le turiste disinvolte che 'scendevano' in Sicilia con sprezzante mentalità di conquista ed alle quali i guardiani della dignità sicula imponevano di entrare nel più vicino negozio di abbigliamento, almeno per coprire le loro lattiginose nudità.
Nelle altre città dell'Isola i vigili urbani di Palermo erano guardati dai colleghi con un misto di invidia e di ammirazione.
Oggi non si sa più se a Palermo i vigili ci siano e, se ci sono, che cosa ci stiano a fare.
Hanno definitivamente abbandonato la città in mano a motociclisti forsennati e ad automobilisti frementi, il cui godimento più inebriante sembra l'uso continuo del clacson, la sistematica violazione di ogni norma di precedenza, il sorpasso a qualunque rischio, il tutto a velocità degne della pista di Monza.
Vigili inesistenti, e, comunque, spettatori inerti.


Parcheggio di auto in piazza Castelnuovo
in un'immagine di Publifoto
pubblicata nel volume "Sicilia",
edito dal TCI nel 1961

Se vuoi difenderti, automobilista 'straniero', non sperare nei vigili urbani; non li troverai mai e se, per caso, dovessi miracolosamente imbatterti in uno di loro, stai certo che non farà nulla, tranne che infastidirsi perché tenti di obbligarlo ad intervenire.
Non sono più quelli di una volta: hanno rinunciato persino a rendere ammonitrice la loro presenza.
Se vuoi difenderti, automobilista 'straniero', rendi felice il fremente automobilista 'indigeno': concedigli la gioia di superarti.
Se non lo fai, l'indigeno' diventa una belva pericolosissima: chissà perché, se non gli concedi sempre e comunque la precedenza - anche se guidi una Ferrari e lui una Cinquecento - si ritiene oltraggiato.
E non ti azzardare a discutere perché l'automobilista di Palermo, nel migliore dei casi - se riuscirai ad evitare il peggio - sarà capace di sbalordirti nel trasformare quello che è il tuo diritto, sancito dal codice della strada, nella concessione, da parte sua, di un favore.
Naturalmente, per dovere di ospitalità"