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domenica 25 ottobre 2015

DISEGNI DI SICILIA


VEGETAZIONE DI SICILIA, da "Sicilia"
collana "Geografia dell'Italia", UTET, 1899

A SIRACUSA PER UN VIAGGIO DI MEDITAZIONE

Nelle fotografie di Lamberto Rubino la suggestione di una città che ha conservato un rapporto di intimità con le diverse tracce del suo passato millenario


La fontana di Artemide, in piazza Archimede, a Siracusa.
Le fotografie del post sono di Lamberto Rubino
e sono tratte dal volume "Siracusa, le pietre della memoria",
edito nel 1993 da Erre Produzioni


"Siete venuti almeno una volta in vita vostra a Siracusa, e ora vivete a Oslo, Stoccolma o a Copenaghen?
Non fa niente, chiudete gli occhi e rivedrete il Teatro greco e il Ginnasio, la Via delle tombe, le Latomie e l'Orecchio di Dionisio, il portale del Castello Maniace, il cortiletto del Palazzo Bellomo.
Li rivedrete inondati di quella luce diffusa che è propria della Sicilia.
E se siete in vena di malinconia, ripensate ai papiri del Ciane.
Ma se sono passati degli anni dal vostro viaggio, allora dovete tornare a Siracusa, per ammirare i tesori artistici oggi raccolti nel Museo Archeologico e, ad intender meglio come l'uomo sia stato sempre lo stesso, venite a rivedere le statuette di Tabagra che sembrano figurine del nostro tempo e ricordano le cere di Medardo Rosso; oppure, passando, date solo una sbirciata a quei vasi, pur bellissimi e vivacissimi, di cui la censura moderna vieterebbe la visione ai minori di 16 anni..."


Le latomie dei Cappuccini.
Fotografia di Lamberto Rubino, opera citata


Era il 1960 quando il geografo Ferdinando Milone invitò così i lettori del saggio "La Sicilia, la natura e l'uomo" ( Boringhieri ) a visitare o a tornare a Siracusa.
La città, nell'antichità una delle capitali del Mediterraneo - qui la flotta di Atene subì una rovinosa sconfitta - ha oggi un rapporto talmente intimo con la grandezza del suo passato e del suo patrimonio storico e architettonico da non identificarsi con un singolo monumento.
La città invoglia alla visita più che per la varietà sorprendente delle bellezze naturali e artistiche che per lo stupore provocato da uno dei suoi numerosi monumenti; il godimento del tutto è qui più forte dell'ammirazione del particolare. 
Siracusa è insomma un luogo che invita i visitatori ad un soggiorno di meditazione. 


Un monumentale ficus nell'area delle latomie di Santa Venera.
Fotografia di Lamberto Rubino, opera citata
 

La concentrazione e la varietà di luoghi e monumenti vantate dalla città è forse superiore a quella di Palermo.
Rispetto al capoluogo dell'isola, la singolarità di queste presenze ( oltre al teatro, il castello Eurialo, le latomie, il duomo metà chiesa e metà tempio, le catacombe cristiane, il barocco di Ortigia, il castello Maniace, i papiri del Ciane, i musei "Paolo Orsi" e di palazzo Bellomo ) supera per suggestione la sovrabbondanza architettonica palermitana.
Le fotografie di Lamberto Rubino riproposte da ReportageSicilia documentano questa caratteristica e sono tratte da uno dei più bei libri dedicati alla città un tempo protagonista della storia e del mito del Mediterraneo.
In "Siracusa, le pietre della memoria" ( Erre Produzioni, 1993, con introduzione di Nunziatella Saccà ), Rubino restituisce il volto di una Siracusa che non ha bisogno dei monumenti più celebri ( su tutti, il teatro ) per dimostrare la ricchezza del suo patrimonio artistico ed ambientale.
Nel testo che accompagna la raccolta delle immagini, Nunziatella Saccà scrive non a caso che "questo libro potrebbe essere considerato un contributo fotografico ad una fruizione di Siracusa come città-museo en plein air".


La tonnara di S.Panagia con i resti delle mura dionigiane.
Fotografia di Lamberto Rubino, opera citata

L'essenza unica di quest'angolo di Sicilia venne così colta da Guido Piovene nel suo celebre "Viaggio in Italia" ( Mondadori, 1957 ):

"Soltanto una mente parziale può dimenticare che questa città è nota nel mondo come regno degli dei e delle ninfe, ed importante soprattutto per altre cause, non meno oggi di ieri.
E' infatti il più complesso centro archeologico del mondo classico mediterraneo.
Ma è anche, Siracusa, una delle città in cui l'archeologia, la mitologia e la storia si sono spontaneamente disposte in modo da offrire riposi, passeggiate ed idilli.
Agli dei ed alle ninfe si è poi aggiunta la vita di un porto siciliano rivolto all'Oriente, rendendoli casalinghi come i re delle fiabe..."  


   




lunedì 19 ottobre 2015

VIOLENZA FRA LE STATUE NELLA PALERMO DEL DOPOGUERRA

Una fotografia pubblicata nel maggio del 1946 da "l'Europeo" testimonia il clima della città sconvolta dalle conseguenze del conflitto e dall'affermarsi del banditismo




"Ragazzi giocano davanti alla Fontana della Vergogna.
Adesso i ragazzi giocano spesso a fare i banditi e fingono inseguimenti, fughe ed arresti.
Talvolta si picchiano con violenza"

Poche informazioni, ma sufficienti a ricostruire il quadro delle tensioni nella Palermo del secondo dopoguerra, tra povertà e le pulsioni criminali ed ideologiche alimentate dal banditismo e dal separatismo.
La foto-notizia pubblicata da "l'Europeo" il 5 maggio del 1946 ritrae un uomo in divisa nell'atto di afferrare per i capelli un ragazzo; intorno - sul basamento della fontana monumentale di piazza Pretoria - altri tre giovani assistono alla scena.
Un rapporto dell'Ispettorato di Polizia redatto il 31 gennaio del 1946 descriveva il clima di violenza quotidiana a Palermo ben rappresentato da quell'immagine.
Il documento testimoniava l'alto numero di reati registrati in città e indicava Salvatore Giuliano e altri "47 malfattori" come responsabili di 8 omicidi, due tentati omicidi, conflitti a fuoco, rapine, estorsioni, furti ed aggressioni di caserme dei carabinieri.



I palermitani avevano poi ancora vivo il ricordo della strage compiuta il 19 ottobre del 1944 dinanzi palazzo Comitini, allora sede della Prefettura: quel giorno, soldati del  regio esercito lanciarono bombe a mano contro una folla inerme di dipendenti comunali, disoccupati e diseredati del centro storico.
Il bilancio di quell'eccidio - passato alla storia come "la strage del pane" - non fu mai reso noto ( le stime di allora indicano i morti in un numero variabile fra i 19 e i 30, oltre a parecchie decine di feriti ).
Una pagina di Sandro Attanasio così descrive un'altra oscura pagina di proteste e violenza vissuta in quegli anni a Palermo, due mesi prima della pubblicazione della fotografia su "l'Europeo":
"L'11 marzo una tumultuosa manifestazione percorse le strade della capitale dell'isola.
La folla - si legge nel saggio "Gli anni della rabbia, Sicilia 1943-1947, Mursia, 1984 -  chiedeva lavoro per i reduci disoccupati, lotta al caro vita, distribuzione straordinaria di generi alimentari.
Aldisio promise ai dimostranti la soddisfazione di queste richieste.
Il giorno dopo le manifestazioni ripresero imponenti.
Verso le 10 una folla di almeno diecimila dimostranti si mosse dalla Stazione Centrale e imboccò decisamente la via Roma.
La folla era eccitata, si vedevano molte persone che agitavano randelli.
V'erano anche autocarri stipati di gente vociante.
I primi tumulti si verificarono in via Roma davanti agli uffici comunali.
Presto tutto il centro della città si trasformò in una bolgia.
La Camera del Lavoro di via Maqueda, minacciata da una massa minacciosa, venne abbandonata dagli impiegati e fatta chiudere.
La folla irruppe nell'edificio distribuzione del Palazzo delle poste e mise tutto a soqquadro.



Un tentativo di invasione del Palazzo delle Finanze fu fortunosamente sventato da un forte presidio di Guardia di Finanza.  
Un formidabile schieramento di forza pubblica servì a tenere lontani i dimostranti dalla prefettura e dal municipio di piazza Pretoria.
La gente allora si riversò all'ufficio tasse comunali di via Maqueda, nei locali della scuola Gaetano Daita, e li mise sottosopra.
Dai balconi piovvero mobili e documenti che furono bruciati per strada.
Lo stesso avveniva alla pretura in piazza Ignazio Florio.
Poi la folla, più furiosa che mai, prese d'assalto l'esattoria comunale di Palazzo Venezia.
Porte e serrande furono sfondate con grosse travi usati come catapulte e la gente dilagò negli uffici.
Attrezzature, mobili e incartamenti finirono in un grande rogo stradale.
Anche pacchi di banconote furono bruciati al grido 'non siamo ladri!'
Soldati e forze di polizia s'erano prudentemente ritirati e assistevano a distanza alla scena.
All'ufficio Carte Annonarie di via Libertà, invece, avvenne la tragedia.
La forza pubblica aprì il fuoco sulla folla che si disperse in preda al terrore.
Sul terreno rimase una dozzina di feriti.
Vi furono anche due morti: il giovane disoccupato Salvatore Maltese di 19 anni e il commissario di PS Antonino Calderone che si trovava tra la folla e cercava di calmare gli animi.



Nel pomeriggio una colonna di dimostranti marciò di nuovo verso la prefettura, ma venne bloccata da un imponente schieramento di forza pubblica.
Un reparto di carabinieri a cavallo si esibì alla cosacca e caricò ripetutamente la folla, disperdendola a sciabolate e travolgendola con i cavalli.
Allora un tale salì su un autocarro, lo mise in moto, e puntò sui carabinieri.
Travolse uomini e cavalli, sfondò lo schieramento di truppa e aprì un varco verso l'ingresso dell'edificio.
La folla si fece sotto saettando sassi e pezzi di legno, ma dovette ripiegare sotto una fitta sparatoria aperta dai militari.
La giornata si chiuse con un pesante bilancio di sangue.
Oltre ai due morti vi furono moltissimi feriti.
Quelli 'ufficiali' furono: nove militari, fra questi un tenente del 39° fanteria, tale Lucio Siluri.
Fra la popolazione civile si ebbero una trentina di feriti, di cui due donne. Tutti colpiti da colpi d'arma da fuoco o da sciabolate.
Ma bisogna tener conto che molti cittadini, per paura di altri guai, non si fecero curare presso gli ospedali e i pronto soccorso.
Le tracce dei disordini furono fatte scomparire in gran fretta.
Autoblindo, carri armati e camionette pattugliarono tutta la notte le strade della città; di tanto in tanto i militari sparavo raffiche intimidatorie.
La città rimase per parecchi giorni sotto la morsa dei reparti militari..." 



giovedì 15 ottobre 2015

L'ABBACINANTE STROMBOLI DI ALFREDO CAMISA

Immagini dell'architettura isolana nei decenni  della fuga degli stromboliani verso lontanissime terre d'oltre oceano


Un'anziana donna di Stromboli
tra la bianca edilizia dell'isola delle Eolie.
Le fotografie del post sono di Alfredo Camisa
e vennero pubblicate nell'opera
"Lo Stretto di Messina e le isole Eolie",
edita nel 1960 da Editrice dell'Automobile
per la collana "Italia nostra"

"Il sole estivo rende abbacinante questo mosaico di piccoli cubi contro l'azzurro cupo del mare.
Molte delle porte di Stromboli sono sprangate, e le case disabitate; dall'inizio del secolo la popolazione dell'isola si è ridotta, da 5.000 a 500 abitanti.
L'Australia, la Nuova Zelanda, gli Stati Uniti sono i paesi di emigrazione degli stromboliani, lontano dalla loro terra perennemente ballerina.
La maggiore percentuale della corrispondenza smistata all'ufficio postale di Stromboli giunge o è destinata oltre oceano.
Le case bianche, i tabernacoli, qualche mulino a vento, i fichidindia, Strombolicchio, la lava costituiscono gli elementi ricorrenti dello scarno paesaggio dell'isola"


Era il 1960 quando il fotografo bolognese Alfredo Camisa http://www.alfredocamisa.it  commentò così in una didascalia le fotografie scattate a Stromboli e pubblicate nel volume "Lo Stretto di Messina e le Eolie", edito da Editrice dell'Automobile per la collana "Italia nostra".
Ancora lontana dagli sbarchi estivi in massa dei turisti, in quegli scatti Stromboli appare un luogo in cui l'uomo deve completamente adattarsi alla natura aspra e alla forza incontrollabile del vulcano e del mare.
Nelle immagini di Camisa, l'isola non appare troppo diversa da quella descritta nel 1951 da Fosco Maraini nell'opera "Volto delle Eolie" ( S.F. Flaccovio, Palermo ):



"Il nero di Stromboli è profondo, desolato, quasi sontuoso talvolta; specialmente la sera con le nuvole color rosa e madreperla.
Per contrasto ogni casa è bianca, bianchissima.
L'architettura è la stessa di quella delle case di Panarea, ma l'insieme, non so come, è triste.
Viene da pensare a degli ossi: ossi fra tizzoni smisurati di pietra.
E poi l'isola va lentamente ma sicuramente spopolandosi.
Dalle parecchie migliaia di abitanti di alcuni anni fa si è scesi alle poche centinaia di oggi.
Intere borgate sono deserte; ogni casa appartiene a qualcuno che sta in Australia od in America e che forse ha dimenticato questa proprietà sulla terra riarsa dell'isola.
Infatti uno degli spettacoli più impressionanti di Stromboli ( e di tutte le Eolie ) è quello della Città Morta.


Proseguendo oltre San Vincenzo si raggiunge Piscità, un lungo borgo di casette cubiche e bianche costruite su delle rocce nere e aguzze e che, a suo tempo, doveva ospitare tre o quattrocento persone.
Oggi ne restano una decina: dei vecchi, qualche ragazza, alcuni bambini.
Il posto degli uomini è preso dai gatti e dal silenzio.
Il dramma tellurico di Stromboli non è solo boati e fiamma ossidrica, è qualcosa di umano; gli uomini, le loro case, le loro vicende sono legate indissolubilmente ai vecchi carboni neri del monte..."   


SICILIANDO














"Io non vedo l'ora di smontare questa baracca: sono stanco di Roma, del cinema, del senato, delle discussioni ( ... ).
Ho tanta nostalgia della Sicilia, del mare ancora caldo, dei mille sapori che la vita intima ha laggiù"
Vitaliano Brancati,
in una lettera inviata nel novembre del 1948 ad Anna Proclemer dopo le polemiche politiche per l'adattamento del racconto "Il vecchio con gli stivali" al film di Luigi Zampa "Anni difficili" 

mercoledì 14 ottobre 2015

L'IDENTITA' GENOVESE DI CALTAGIRONE

"Scaltri e parsimoniosi": così nel 1959 il giornalista Felice Chilanti definì la natura dei calatini, ricordando i loro legami storici con i mercenari liguri che liberarono la cittadina dall'occupazione araba

Ragazzi sulla scalinata di Santa Maria del Monte.
La fotografia del post è di Josip Ciganovic ed è tratta
dal I volume dell'opera "Sicilia" edita nel 1962
da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini 

"Silvio Milazzo, ventenne,     abbandonò la vita politica militante e 'mise 'u scagnu',       aprì cioè il suo ufficio d'amministrazione e d'affari.
Anche a Caltagirone, come a Genova, quei piccoli uffici si chiamano 'scagnu' e, come a Genova, nella cittadina siciliana i vicoli vengono chiamati 'carugi'.
Qualcosa è rimasto, nei calatini, dell'influenza genovese: la severità amministrativa, la tenacia negli affari, un tipo speciale di saggezza che si confonde con la scaltrezza, la parsimonia"

Così nel 1959 il giornalista Felice Chilanti in un saggio dedicato a Silvio Milazzo "Ma chi è questo Milazzo?", Parenti Editore Firenze ) tratteggiò il carattere mercantile degli abitanti di Caltagirone, retaggio della millenarie vicende della conquista normanna della Sicilia.



Vuole la storia infatti che mercenari provenienti da Genova o dal Ponente ligure tra il 1030 ed il 1040 abbiano contribuito dopo un lungo assedio e un aspro combattimento alla liberazione di Caltagirone dalle truppe arabe.  

"A quella battaglia presero parte anche dei genovesi, chissà come capitati a Caltagirone.
Nello stemma della cittadina siciliana, un'aquila che afferra con l'artiglio la tibia di un gigante mostra sul petto l'insegna del comune di Genova.
Sorge inoltre, a Caltagirone, un'antica chiesa di San Giorgio eretta dalla comunità dei genovesi"

Secondo la tradizione locale, furono proprio i genovesi a consegnare al Conte Ruggero le chiavi della città, ricevendo in cambio titoli e feudi.
Da Caltagirone, alcuni di loro si mossero col tempo verso Sciacca, Palermo e Messina.
Qui, i genovesi tornarono ad alimentare la loro vena commerciale nel Mediterraneo, grazie anche alla creazione di associazioni fra mercanti liguri e siciliani.
A queste lontane vicende del suo passato, Caltagirone deve forse la vocazione ad un certo attivismo finanziario e politico: una capacità  sconosciuta in molti altre cittadine della Sicilia.
Di Caltagirone - comune che agli inizi del Novecento era fra i più ricchi d'Italia, possedendo feudi vastissimi, estesi sino a Catania -  furono originari fra gli altri, oltre a Silvio MilazzoLuigi Sturzo e Mario Scelba.



Qui lo stesso Sturzo fondò la Cassa di San Giacomo, che praticò una tutela dei prezzi dei prodotti agricoli mai applicata dalle grandi banche; e calatini sono i nomi di personaggi come Paolo Ciulla ( l'abilissimo falsificatore di banconote ) e Salvatore Zaffarana ( il sensale di matrimoni che trovò moglie a clienti sparsi in mezza Europa ).
Così, l'identità genovese o ligure di questa cittadina ha reso Caltagirone una delle molte isole nell'isola che è la Sicilia: alla curiosità e all'acume dei visitatori è affidata la possibilità di scoprirne le diverse anime della sua storia e delle sue genti.

( La riproduzione della stampa di Caltagirone del secolo XIX è tratta dal saggio di Felice Chilanti, opera citata )


domenica 11 ottobre 2015

CATANIA, L'ANTICAPITALE SICILIANA DI GIUSEPPE FAVA

In una pagina de "I Siciliani", l'analisi del giornalista sulla realtà sociale e sui vizi mentali della città che dietro l'ironia e l'attivismo nasconde il fallimento della sua volontà di grandezza

Immagini del porto di Catania.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Giuseppe Fava ( Palazzolo Acreide, 1925 Catania, 1884 ) è stato uno dei più sferzanti e lucidi osservatori dei vizi e dei malaffari siciliani del Novecento.
Per queste doti è stato ucciso a Catania, dove aveva scelto di vivere e lavorare con la piena consapevolezza della sua natura di città mistificatoria: una Catania insieme "avida, impaurita, intelligentissima", capace di irretire il giornalista di origini siracusane con la sua inquieta natura da meretrice:

"Io amo questa città - spiegò Fava nel saggio "I Siciliani" ( Cappelli editore, 1980 con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, sa che è puttana, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell'amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso 'al diavolo, zoccola!', ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempi l'animo di oscurità"






Nello stesso libro - testimonianza di passione civile e umana, frutto di un amore non retorico per la Sicilia e per i siciliani - Giuseppe Fava ha analizzato con lucidità il ruolo di anticapitale dell'isola rivestito da Catania rispetto a Palermo

"Catania è l'anticapitale per eccellenza come poteva essere Cartagine con Roma, Sparta contro Atene, come oggi Leningrado con Mosca, Barcellona con Madrid, Milano con Roma.
Della città anticapitale Catania ha tutte le caratteristiche sociali e mentali: anzitutto il complesso di inferiorità che tende a mascherarsi con l'ironia, l'attivismo febbrile con cui giustifica la sua pretesa alla supremazia, quindi l'amore per il denaro nel quale, in mancanza di un assoluto potere legislativo o esecutivo, identica il supremo potere della potenza, infine una concezione quasi gloriosa delle virtù che possiede e il disprezzo per tutte quelle altre virtù che invece le mancano.
Per completare: una costante vocazione alla disubbidienza, cioè una voluta ignoranza di tutte le regole, che essa contrabbanda per libertà...






E perciò accade che Catania non vive più in proiezione storica, il suo spirito non guarda al passato per misurarlo, e nemmeno all'avvenire per anticiparlo, ma semplicemente al presente, che è il suo presente, senza cioè nemmeno volgersi intorno per scrutare il presente degli altri, e quello che gli altri fanno, patimenti, errori, fallimenti, trionfi.
Al catanese non gliene frega niente.
Il catanese ha solo il suo presente, ineguagliabile, dentro il quale vive col respiro corto, centoventi pulsazioni al minuto come fosse scosso continuamente dalla febbre, dalla impazienza di avere tutto e subito.
Ecco perché, nel fallimento di uno splendido destino civile, il sogno e la possibilità d'essere il cuore del Mediterraneo, il denaro diventa la regola essenziale della vita e la violenza il suo stile.
In fondo, che il teatro sia l'unica, straripante, genuina forza di cultura popolare a Catania, significa proprio che il catanese è costretto ogni giorno a recitare se stesso, a giocare con se stesso, e soprattutto a rappresentarsi per potersi ridere in faccia!"