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martedì 7 luglio 2015

UNO STORICO REPORTAGE TRA LE ROCCIOSE BELLEZZE DEL MONTE CATALFANO

La scoperta dell'originaria bellezza della costa orientale palermitana nelle fotografie di Dante Cappellani e in un articolo firmato nel 1929 da Roberto Lojacono


Capo Mongerbino visto dalla borgata di Aspra.
La fotografia di Dante Cappellani
venne pubblicata dal mensile del TCI "Le Vie D'Italia"
nel gennaio del 1929.
Un reportage di Roberto Lojacono illustrava
le bellezze paesaggistiche di monte Catalfano,
il rilievo roccioso alto 376 metri ad Est di Palermo 

Le fotografie di questo post risalgono a poco più di un secolo fa e supportano le recriminazioni di chi lamenta lo stravolgimento di alcuni preziosi angoli di ambiente siciliano.
Tratti di costa di straordinaria bellezza hanno subìto oltre ogni misura l'inevitabile opera di trasformazione imposta dall'uomo. Paesaggi preziosi sono stati deturpati dalla proliferazione di case, strade e strutture turistiche, con il loro corredo di scarichi fognari e di nefaste conseguenze sull'assetto idrogeologico dei luoghi; uno scempio del territorio aggravato dal proliferare di cancelli e recinzioni dei varchi al mare.
Le immagini riproposte da ReportageSicilia sono una dolorosa testimonianza del fenomeno: i luoghi ancora non devastati dal cemento sono quelli della costa rocciosa palermitana dominata da monte Catalfano e capo Zafferano, tra Aspra, Porticello, Santa Flavia e Bagheria.
Le fotografie sono in gran parte opera di Dante Cappellani ( 1890-1969 ) ed illustrarono un reportage intitolato "Attorno a monte Catalfano", pubblicato nel gennaio del 1929 dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"; altre immagini sono invece attribuite a Eugenio Interguglielmi jr. e Carlo Brogi, anch'essi noti autori di paesaggi dell'isola nei primi decenni del secolo XX.


Le architetture rocciose
lungo la costa di monte Catalfano
in un'altra fotografia di Dante Cappellani

Gli scatti di Cappellani fanno parte del patrimonio di immagini del territorio siciliano che il fotografo realizzò a partire dal 1925 e sino alla sua morte: un'attività che lo portò a documentare buona parte del territorio dell'isola, sia per i suoi interessi paesaggistici che nella veste di consulente per conto di enti pubblici e di università.
Il suo archivio - cui possono riferirsi queste immagini - rappresenta cosi "una delle memorie più coerenti sotto il profilo fotografico della storia del territorio siciliano" ( Girolamo Cusimano, "Scritture di paesaggio", Alloro Editrice Palermo, 1998 ).

In quel numero de "Le vie d'Italia", alle fotografie di Cappellani, Interguglielmi e Brogi si aggiunse un articolo firmato da Roberto Lojacono e intitolato "Attorno a monte Catalfano". 
Il suo reportage si legge ancor oggi come una guida alla scoperta delle bellezze naturali dell'area, il cui litorale si estende con un susseguirsi di rocce calcari e tufacee.
La rilevanza del luogo non è soltanto giustificata dalle caratteristiche ambientali. 


La rocciosa e sterile mole di capo Zafferano.
La fotografia è attribuita ad Eugenio Interguglielmi jr.

Quest'area costiera ad Est di Palermo dalla toponomastica araba ( Catalfano, Mongerbino, Zafferano, Kafara o Kafra... ) racconta infatti le millenarie frequentazioni di pescatori, tonnaroti, coloni fenici e greci, mercanti, pirati barbareschi e semplici naviganti lungo le rotte della Sicilia tirrenica. Lungo questo litorale, insomma, si narra un pezzo non irrilevante di storia dell'isola.
Passaggio e presenza stanziale dell'uomo, qui, per lungo tempo non sono riusciti a incidere sull'ambiente più di quanto non abbiano fatto la forza del mare e del vento, per secoli unici modellatori di un paesaggio aspro e imprevedibile. 
Lojacono definì monte Catalfano "isolato e roccioso, sfacciatamente nudo e sterile, che si stacca dall'estremità orientale del golfo di Palermo e si protende in posa di sfinge sul mare, facendo riscontro al monte Pellegrino, ugualmente isolato e roccioso. 


L'arco di Mongerbino.
E' questa una delle prime immagini
che documentarono il virtuosistico ponte naturale
sospeso sul mare palermitano.
La fotografia è di Dante Cappellani


Sembra non avere altro ufficio che quello di aggiungere una nota inconfondibile nell'armonia del paesaggio, che il mare tormenta e trasforma con i suoi incessanti assalti".
Per compiere l'escursione del monte, venivano indicati due itinerari, entrambi dominati dalla grandiosità del paesaggio:

"Per fare il giro del litorale, ch'è la parte turisticamente più interessante, ci sono due direzioni da scegliere. o partirsi da Bagheria, percorrere la via che conduce al villaggio d'aspra e costeggiare il litorale da settentrione a mezzogiorno per giungere a S.Flavia; oppure partirsi da questa per battere la stessa via in senso inverso e far meta a Bagheria.
In ambedue i casi non è da trascurarsi la breve e gradita ascensione alle rovine di Solunto.
Scegliendo la seconda direzione, che ha il vantaggio di offrire migliori effetti di sole, ci lasciamo alle spalle la stazione del lindo paesello di S.Flavia, e, fatti pochi passi della via che conduce a Porticello, ci troviamo dinanzi al cancello della stradella per Solunto, fiancheggiata da agavi, carrubi, fichi d'India, robinie, gerani.
A misura che si sale si svolge alla nostra inesausta contemplazione un grandioso scenario nel quale la natura prodiga le sue raffinate seduzioni.
Da un lato, boschi di agrumi e di ulivi cosparsi di paesi, ville, castelli e fattorie, cui fanno da sfondo i monti Cane e S.Calogero, che a loro volta si staccano robusti sulla imponente catena delle Madonìe digradante in toni sempre più tenui sino al lontano monte di Cefalù.


Faraglione e fiordo
nel paesaggio dominato dalla roccia e dal mare.
La fotografia è di Dante Cappellani.

Dall'altro lato la sconfinata distesa del mare sul cui orizzonte evanescente si delineano le isole Eolie, ed al primo piano s'incurva la schiena del Capo Zafferano, che, come cammello accovacciato, si protende nelle acque di smeraldo"

Lojacono accompagna dunque il lettore attraverso le rovine di Solunto ( "scomodamente inerpicata sul ciglio d'un arida collina, priva d'acqua sorgente, lontana dai traffici, sicchè non le rimarrebbe altra buona ragione di esistere che quella di contemplare uno dei più suggestivi panorami, e qualificarsi città belvedere, romitaggio di ricchi innamorati della natura" ) e a Porticello, "con la sua modesta e pur operosa vita marinara":

"Una breve discesa e siamo fra buona gente che sciama intorno a povere case, occupata a rammendar reti, ad armare o calatafare barche, ad apparecchiare arnesi per strappare al liquido elemento la propria sussistenza, in contrasto diuturno con gli elementi"

Poi, più a Nord, la "borgatella peschereccia" di S.Elia e l'imponente e scenografica mole di capo Zafferano:

"S.Elia divide con Porticello i prodotti dell'inesausto mare.
Lo sviluppo edilizio tende ad avvicinare sempre più le due borgate e forse riuscirà a congiungerle in un unico borgo al riparo del monolitico capo Zafferano che riflette le sue tinte dal violetto all'aranciato sulle tremule onde smeraldine.
Fichi d'India, pochi alberi d'ulivo e qualche casetta colonica sulla angusta fascia litoranea mitigano un po' la selvatica imponenza del monte.
Un sentiero, staccatosi dalla stradella da noi battuta, conduce all'estrema punta del capo Zafferano dove si erge un faro che guarda dall'alto di uno scoglio.
Nel seguitare il cammino non dimentichiamo di guardare di quando in quando a ritroso, chè, difatti, la costa frastagliata e verdeggiante, con lo sfondo dei monti e il cupo azzurro del mare, offre vivace varietà di paesaggio.
Appena la sciato il sentiero del faro, la stradella declina sulla cala dell'Osta per proseguire, indi, dirittamente.


La borgata di Aspra,
ancora in un'immagine di Dante Cappellani

Ma qui il paesaggio, come un repentino svolgimento di scena, cambia di aspetto, presentandoci a destra l'altro lato del capo Zafferano a precipizio sul mare, a sinistra, la spiaggia della Vignazza, in fondo alla quale si erge la torre di capo Mongerbino che si proietta sulla macchia violacea dei monti Gallo e Pellegrino; di fronte la immensa ed ininterrotta distesa del mare.
Siamo su di una stradella che procede a mezza costa fra culture arboree che dalle pendici dei monti Catalfano e Aspra digradano verso il mare, e che ad un certo limite si arrestano per lasciare il posto alle poche piante spontanee, che, aggrappate alle rocce, resistono alla sferza dei venti e dei flutti.
Lungo le coste rocciose mai si placa l'aggressiva e fragorosa caparbietà del mare col suo martellare continuo, e, di concerto con altri elementi della natura, esso distrugge, edifica in eterna ed alterna vicenda opere che sorprendono la sensibilità umana, contrariamente a quanto avviene sulle spiagge in dolce pendio dove l'aggressività si estingue mormorando la propria impotenza.
Dal capo Zafferano al capo Mongerbino è un succedersi di bellezze naturali quasi affatto ignorate per trovarsi in luogo disabitato e appartato dal traffico, e quindi solitario ma non silenzioso.
Dominato dalla Zafferano, come un nume onnipresente, il paesaggio presenta bizzarre architetture naturali.
La prima a incontrasi, dopo di avere traversato un caotico affastellamento di rocce, è una grotta lambita dal mare.


Falce di spiaggia ad Aspra.,
ancora in uno scatto di Dante Cappellani 

Formata da rocce calcari e tufacee, cementate insieme da un conglomerato conchiglifero, di colorito grigio con sfumature ceracee, essa ha perduto parte della copertura, ma ha conservato multiformi pilastri a sostegno di bizzarre arcate che si aprono numerose in tutti i sensi, formando altrettanti quadri di rara bellezza, sia per varietà di colori e disegni che per l'insuperabile contrasto fra luci e ombre.
Antri e scogli più o meno sforacchiati e smozzicati si succedono senza interruzione; ma ecco ad un tratto fermare la nostra attenzione una penisoletta montuosa in forma ellittica, unita per uno stretto istmo alla costa, e disegnare con questa, dal lato settentrionale, una profonda insenatura, come un piccolo fiordo"

Il viaggio di Roberto Lojacono attraverso questo allora straordinario angolo di costa palermitana riserva altre sorprese.
Il reportage contiene tra l'altro una delle prime descrizioni dell'"arco di Mongerbino", destinato a notorietà quarant'anni dopo grazie ad un famoso spot pubblicitario: 

"Percorso altro breve tratto di strada, ci troviamo sulle propaggini del monte d'Aspra che, allungandosi sul mare, formano il capo Mongerbino sulla cui sommità si erge la torre, un tempo posto di guardia contro le incursioni barbaresche.
Ed ecco che per un altro improvviso cambiamento di scena, si scopre il golfo di Palermo, circoscritto dentro una robusta chiostra di monti con la città biancheggiante, simile ad un lungo e stretto nastro che separi la terra dal mare.
La costa di capo Mongerbino, seghettata profondamente, ci regala altre sorprese.
Guardando dall'alto verso il mare, ci si presenta una profonda insenatura le cui pareti, spesso strapiombanti, sono collegate da un sottile ponte naturale che sembra reggersi per un miracolo di equilibrio su di un baratro in fondo al quale il mare, insinuandosi irruento nel corso dei secoli, ha scavato antri profondi cui fanno da volta ora sottili ora robuste arcate.


Filare di cipressi
prima dell'ingresso di villa S.Isidoro,
fotografia di Dante Cappellani

Vista dal mare, questa singolarità naturale, detta Grotta del Tavaro, acquista aspetti grandiosamente tragici e pittoreschi per il violento contrasto delle ombre con la luce irrompente, che, traverso buche e meandri, si insinua, ravvivando qua e là gli svariati e vistosi colori, tuttavia impotente a svelare il mistero delle sue più intime viscere"

L'escursione d'inizi Novecento di Roberto Lojacono si conclude ad Aspra e nei pressi di Bagheria; qui, l'opera dell'uomo è visibile nelle numerose cave di estrazione di pietre di tufo, nell'edilizia delle famose ville dei secoli XVIII e XIX e in una moderna stazione.
Tutto è dominato da una natura da una fresca natura e da una "industre vita":

"Una strada dritta, aerata ed assolata, lunga quattro chilometri, da Aspra conduce sino alla villa Butera al sommo della cittadella di Bagheria.
Il tratto nuovo di essa, compreso fra Aspra e la stazione di Bagheria, è fiancheggiato, oltre che da giardini, da cave di pietra tufacea d'impressionante estensione e profondità, dalle quali si è estratto e si estrae tutto il materiale per l'edilizia di Palermo e dei paesi circonvicini.
A misura che ci avviciniamo a Bagheria, il paesaggio si fa sempre più ricco e ridente; dalla selvaggia rupestre imponenza si passa alla serena grazia del verde, cosparso qua e là di abitazioni e con i segni frequenti e cospicui della industre vita.
Ne abbiamo un primo esempio incontrandoci in una delle tante sontuose ville settecentesche che ingemmano le campagne di Bagheria. la villa S.Isidoro, della quale un doppio filare di cipressi, lungo circa un chilometro, è il più bell'ornamento, e più oltre villa Rammacca, nitidamente proiettata sul monte di Aspra che le fa da schermo"


"Palermo, la conca d'Oro e dintorni",
carta delle zone turistiche d'Italia
del Touring Club Italiano, scala 1:50.000, 1925 (?)
   


  




domenica 28 giugno 2015

RICORDI PANTESCHI RACCOLTI DA BEPPE FAZIO

Un reportage del giornalista de "l'Ora" pubblicato cinquant'anni fa dalla rivista "Sicilia" svela le memorie di antica vita quotidiana a Pantelleria

Scena di vita estiva a cala Gadir, a Pantelleria.
Le fotografie del post sono tratte
dalla rivista "Italia", edita dall'ENIT
nell'ottobre del 1968
  
"Questa baia di Gadir invita a fantasticare.
Nere di lava e bianche di calce le case scendono giù verso il mare che ribolle di sorgenti calde; i crostacei che vi incappano si cuociono diventando rossi.
Una barca approda e ne scendono gitanti che si fermano per arrostire sulla brace il pesce appena pescato.
Un asino passeggia solo e libero sulla spiaggia, con un passo di ballerina sulle punte.
Tutto è come amalgamato dal sole, che invita a bagni memorabili in queste mitiche acque non turbate ancora dalla speculazione e dalla folla dei turisti di professione"

Poche pagine superstiti di uno squinternato numero della rivista "Sicilia" restituiscono un reportage che il giornalista de "l'Ora" Beppe Fazio scrisse tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni del decennio successivo ( nell'articolo, intitolato "Pantelleria", si fa riferimento ai voli dell'ATI sull'isola ).

Il centro di Pantelleria
con la struttura del castello Barbacane,
opera citata

Il racconto di Fazio - di cui Piero Violante ha ricordato di recente un ricettario di cucina povera siciliana pubblicato sulle stesse pagine di "Sicilia" ( in "Swinging Palermo", Sellerio, 2015 ) - è ricco di testimonianze di vita pantesca raccolte allora fra gli isolani:

"Si susseguono i piatti locali di pesci e di frutti di mare e il sindaco calmo e solenne come un re dei Feaci ( non senza una certa ironia siciliana da attore che recita bene la sua parte ) racconta storie della sua terra: dei pirati musulmani che rapivano le donne di Pantelleria, per cui le case si facevano tutte con le aperture rivolte verso l'interno per non mostrare le luci.
Qualcuno dei più vecchi anzi ricorda rapimenti avvenuti nella sua parentela.

Cala Cinque Denti,
lungo la costa nord-orientale dell'isola,
opera citata

Ma in realtà la distinzione tra pirati e commercianti arabi era incerta fino a un secolo e mezzo fa e a Pantelleria ritrovi spesso l'Africa vicina, in alcuni vocaboli, in alcune abitudini.
Il sindaco ricorda i tempi dell'isolamento quasi totale, quando i battelli toccavano l'isola, sì e no ogni quindici giorni e l'approdo era molto rischioso.
La notizia della morte di Umberto I si seppe con tanto ritardo che si dovettero annullare varie sentenze e ordinanze emanate in nome del defunto re"

E poi, altri ricordi popolari di eventi legati alla dimensione isolana di Pantelleria:

"Si racconta delle grandi pesche miracolose e delle grandi mangiate ancor più miracolose, del vento che porta di notte il suono delle orchestrine delle navi che passano al largo"

"Negli anni di siccità si sfruttava persino il vapore endogeno.
Gli abitanti di Pantelleria mettevano dinanzi ai getti di vapore ( le 'favare' di Recale ) delle frasche e poi si utilizzavano le gocce di acqua che vi si raccoglievano sopra.
Per questa straordinaria gente è stato uno dei tanti modi di amare la vita, di non scoraggiarsi, di continuare a lottare nella propria terra, prima che arrivassero le comodità più essenziali della vita"

Il lago di Venere
in una giornata di bonaccia,
opera citata


Fazio illustra l'architettura dei "dammusi", suggerendo di cercarli non nel centro di Pantelleria, deturpato dalle bombe della guerra e dall'edilizia moderna, ma fra le piccole comunità di contadini e pescatori: a Scauri, a Kamma, a Tracina.
Questa descrizione delle tradizionali abitazioni pantesche è fra le più appropriate e complete nella vasta pubblicistica dedicata all'isola: 

"Il cubo dell'abitazione mediterranea ne è la base plastica, ma la casa si organizza in un insieme coerente di parallelepipedi che seguono il declivio.
Tutto è vivificato dal variare delle quote, dalle costruzioni esterne, come i servizi, forni, cucine all'aperto, scalette incorporate nell'edificio o scavate nella roccia, dalle terrazze e dai 'giardini' circolari, e su tutto, come nota dominante e straordinariamente musicale, la cupola ribassata delle coperture senza tegole, che si ripete su ogni vano, liscia e viva come un dorso di carne, alle volte con un lieve disegno di striature nere di pece, altre volte di un bel colore rosa pallido.
L'acqua, il più prezioso elemento dell'isola, vi scorre sopra e poi si raccoglie nelle cisterne per l'estate.
E' una fase di quella tenace e ingegnosa ricerca dell'acqua che crea questa tipica forma strutturale"

Pescatore a cala Gadir,
opera citata


Nel suo reportage, Beppe Fazio ricorda la data del 17 ottobre 1891, giorno dell'ultimo evento vulcanico che testimonia la natura di Pantelleria.
Nel ricordo del remoto episodio, Fazio diventa cronista del passato:

"Al largo dell'isola un fuoco misterioso sorgeva dalla profondità subacquee, un fuoco che il mare non spegneva.
Dalla costa Nord-Ovest di Pantelleria gli abitanti del luogo e i pochi detenuti a domicilio coatto sostavano sulle nere scogliere.
Illuminati dai bagliori dell'eruzione si indicavano l'un l'altro, sbigottiti, lo strano fenomeno.
Blocchi di lava incandescente, dopo un volo di alcuni metri, ricadevano sulla superficie marina, fischiando e lanciando vapori rossastri, alcuni rimanevano a galleggiare per un pò e poi scoppiavano in una densa nube di fumo e faville.
Per Pantelleria fu l'ultima eruzione"

Raccolta di zibibbo,
opera citata


In questa isola forgiata dal fuoco, della quale Fazio elenca le aspre rocce di cossiriti, trachiti, rioliti, pomici, ossidiane e basalti, è possibile ammirare le virtuosistiche creazioni della natura.
Un mondo che Beppe Fazio descrive con ammirazione e che lo spinge a concludere il suo reportage con un invito rivolto ai lettori:

"L'isola riposa, in una sonnolenza olimpica, nella distesa d'azzurro.
Il mare ha ripreso il sopravvento sul fuoco. Ma Pantelleria è pur sempre un vecchio vulcano spento ed è questa sua natura ignea che la caratterizza.
una montagna di rocce effusive in mezzo al mare, a metà strada tra Africa ed Europa, una montagna coi suoi fiumi antichi e recenti di lava, col suo complesso di 'cuddìe' - le piccole colline vulcaniche - con i suoi laghi di cenere o i suoi crateri trasformati in laghi - il delizioso Bagno dell'Acqua - con le sorgenti calde e i getti di vapore, e con quella variatissima gamma di colori che roccia e fuoco riescono insieme a creare.
Un'isola lontana e fascinosa a un'ora di volo dalla Sicilia resiste ancora alla falsa civiltà dei juke-box.
Avviciniamola col rispetto e l'amore che compete alle cose autentiche"



    


venerdì 26 giugno 2015

LINEAMENTI ESOTICI PALERMITANI PRIMA DELLA GUERRA

Immagini del complesso di San Giovanni degli Eremiti nelle locandine promozionali pubblicate nel 1938 dall'ENIT in due numeri della rivista "Travel in Italy" 


Le due locandine turistiche riproposte da ReportageSicilia risalgono ad un periodo di poco precedente l'inizio del secondo conflitto mondiale; furono infatti pubblicate nei numeri di aprile e in un "numero speciale" autunno-inverno del 1938 della rivista "Travel in Italy", edita dall'ENIT.
I soggetti raffigurati fanno parte del più classico repertorio monumentale siciliano: la chiesa ed il chiostro normanni di San Giovanni degli Eremiti, a Palermo, le cui cupole, opera di maestranze islamiche, suggerirono allora agli strateghi della promozione turistica lo slogan "Palermo lineamenti esotici".
Nella fotografia che riporta questo richiamo - scattata probabilmente da una finestra del vicino palazzo dei Normanni - colpisce il profilo regolare della bassa edilizia residenziale palermitana del tempo, cinta in lontananza dal rilievo orientale dei monti della scomparsa "Conca d'Oro".
Due anni dopo, con l'inizio della guerra, il fine promozionale di quelle locandine sarebbe venuto meno e l'architettura di Palermo avrebbe pagato un duro prezzo all'azione distruttiva delle bombe alleate.



L'area circostante San Giovanni degli Eremiti - ovvero il cuore del centro storico cittadino - non venne risparmiata delle incursioni aeree, unici devastanti viaggi di lingua inglese verso la Sicilia di allora.
Nella notte fra il 29 ed il 30 giugno del 1943 l'ennesimo bombardamento anglo-americano danneggiò palazzo dei Normanni. 
Solo per poche centinaia di metri insomma le bombe alleate non cancellarono il monumento visitato nel 1907 dai Reali d'Inghilterra e in seguito scelto dall'ENIT per rappresentare l'esotismo palermitano.


   


    
    


mercoledì 24 giugno 2015

SICILIANDO














"Qualcosa, in Sicilia, che per la coloritura violacea riflessa dall'acqua, sembrava una grande troffa di buganvillea pendente sulla linea dei due mari, brillò per un attimo dal mezzo della nuvolaglia, poi il brillio cessò e lo seguì un risplendere breve breve e bianco di pietra, e allora, nel momento in cui spariva la fumèa, riconobbe lo sperone corallino che dalla loro marina s'appruava, quasi al mezzo, come per spartirli, fra Tirreno e Jonio" 
Stefano D'Arrigo

UNA FALSA FOTOGRAFA HIPPY TRA I MAFIOSI DI LINOSA

Nel 1971 l'attrice Gina Lollobrigida fotografò in incognito i boss al soggiorno obbligato nell'isola delle Pelagie: fu così che Angelo La Barbera finì nelle patinate pagine del libro "Italia mia" commissionato dall'editore AMPHOTO per la rivista "Life"

Il boss palermitano Angelo La Barbera
accende una sigaretta ad un carabiniere
tra i muretti di pietra lavica di Linosa.
Le fotografie del post furono scattate nell'estate del 1971
dall'attrice Gina Lollobrigida
e pubblicate nel libro "Italia mia",
pubblicato l'anno successivo dall'editore AMPHOTO

In una mattina di estate del 1971 una donna vestita con un giaccone hippy sbarcò a Linosa, l'isola delle Pelagie che solo da pochi anni aveva cominciato ad accogliere visitatori e turisti partiti la sera prima da Porto Empedocle
Il suo aspetto, malgrado le movenze agili e disinvolte, non permetteva facilmente di indovinarne l'età.
Il viso era quasi nascosto da una folta capigliatura nera; grandi occhiali da vista dalle lenti molto spesse coprivano metà del volto, le cui guance apparivano stranamente gonfie, quasi bitorzolute.
La donna portava con sé un bagaglio minimo: una borsa di paglia ed una macchina fotografica 35mm corredata da parecchi rullini.
Lo scopo della sua visita a Linosa era infatti quello di realizzare il maggior numero di scatti possibili ad un gruppo di ospiti particolari della piccola isola: i 16 boss di Cosa Nostra che la mattina del 18 marzo di quell'anno avevano iniziato il loro soggiorno obbligato in quel pezzo di terra, a metà strada fra Sicilia ed Africa.
Quella fotografa dall'aspetto un po' bizzarro era arrivata in incognito: la fitta capigliatura era in realtà una parrucca, gli occhiali erano posticci e il gonfiore delle guance era provocato dalla sistemazione in bocca di due grossi bottoni.
Tolto quel travestimento, tutti - anche i mafiosi che ora si prestavano quasi per gioco agli scatti di quella donna dall'aspetto hippy - avrebbero potuto riconoscerla in Gina Lollobrigida
L'attrice laziale - insieme alla Loren, icona internazionale del cinema italiano di quegli anni -  si era spinta quasi ai limiti geografici dell'Italia per assecondare una recente passione per la fotografia, presto trasformata in impegno professionale.
Gli scatti realizzati a tu per tu con i mafiosi siciliani - personaggi che sui giornali dell'epoca occupavano ben altre pagine di giornali e rotocalchi - sarebbero infatti serviti ad illustrare un libro commissionato dalla rivista americana "Life".



Il volume venne pubblicato da Gina Lollobrigida nel 1972 con il titolo "Italia mia" per AMPHOTO e con una prefazione di Alberto Moravia.
Insieme alle tre fotografie dei capimafia al soggiorno obbligato a Linosa, le altre 197 immagini del libro testimoniano il via vai della Lollobrigida lungo la penisola: un reportage per immagini durato tre anni destinato ad offrire uno spaccato della società italiana del periodo.
I mafiosi siciliani al soggiorno obbligato nella piccola isola agrigentina furono così rappresentativi di un Paese che la Lollobrigida rappresentò anche nelle catene di montaggio della Fiat, negli "scugnizzi" di Napoli, negli operai delle cave di marmo di Carrara e nei ritratti di Guido Carli, Federico Fellini e Giorgio De Chirico.


La scelta di Gina Lollobrigida di ritrarre i boss della mafia a Linosa nacque sulla scia dell'interesse che molti giornali italiani e stranieri dedicarono alla vicenda.
Il trasferimento venne deciso dal ministro dell'Interno Restivo, dal capo della polizia Vicari e dal comandante dei Carabinieri Sangiorgi dopo l'omicidio a Palermo nel maggio del 1971 del procuratore Pietro Scaglione e del suo autista, Antonio Lorusso.
Salvatore Zizzo, Rosario Di Maggio, Damiano Cumella, Calogero Migliore, Mariano Licari, Giovan Battista Vitale, Mariano Pizzo, Vincenzo Nicoletti, Rosario Mancino, Diego Plaja, Francesco Gambino, Rosario Riccobono, Giuseppe Sirchia, Vincenzo Sorce, Salvatore Gnoffo e Angelo La Barbera appartenevano al gruppo di imputati del processo di Catanzaro, alcuni dei quali sottoposti già al soggiorno obbligato fra Veneto, Piemonte e Marche.
Il trasferimento a Linosa venne giudicato la scelta migliore per tagliare loro i contatti con altri mafiosi: mare permettendo, l'isola si poteva raggiungere soltanto dopo una nottata di traversata con la motonave "Vittorio Carpaccio".
Inoltre Linosa non era ancora coperta dal servizio di teleselezione: per chiamare un'utenza, occorreva fare la fila al posto pubblico, dare il nome ed il numero di telefono ed aspettare la chiamata, confidando nel buon funzionamento del ponte radio.



Nel loro nuovo luogo di residenza - in verità non troppo impermeabile ai contatti esterni - i mafiosi potevano inviare e ricevere lettere, incontrare parenti e sconosciuti, pescare e fare il bagno; la libertà di movimento era limitata dai divieti di rincasare oltre un certo orario serale, di uscire la notte o di utilizzare barche.
La maggior parte dei 16 boss scelse di vivere in piccoli gruppi in alcune delle 136 casette dell'isola, pagando un affitto variabile fra le 500 e le 1000 lire al giorno; gli altri - fra questi anche il capomafia più in vista, Angelo La Barbera - dopo un primo periodo di utilizzo delle abitazioni scelse di soggiornare all'interno delle aule delle scuole elementari.
Dopo un primo periodo in cui i coatti esibirono una grande disponibilità di denaro - esaurendo le scorte di sigarette e prodotti alcolici nelle poche rivendite isolane - alcuni mafiosi iniziarono a non pagare più la pigione; altri, invece, cominciarono uno sciopero della fame ( in realtà, solo formale ) stazionando dinanzi la caserma dei Carabinieri.
I boss giustificarono il loro atteggiamento lamentando l'impossibilità di pagare le spese degli affitti perché disoccupati; inoltre, contestavano le dure condizioni di vita a Linosa, dal clima torrido di giorno e umido la notte. 
In realtà, lo scopo di queste proteste e la decisione di non pagare i proprietari delle case fu quello di creare tensioni nell'isola, costringendo il governo a trasferire in loro soggiorno obbligato in località per i mafiosi meno disagevoli. 
Così, a fine agosto Pasquale Bonadonna, maestro elementare e rappresentante del Municipio di Lampedusa, dopo avere inutilmente aspettato risposte dalla Prefettura di Agrigento si dimise dal suo incarico.
Il malcontento dei linosani venne in parte alleviato dalla decisione, pochi giorni dopo, di trasferire alcuni mafiosi in altre isole.
Plaja, Pizzo e Sanfilippo furono spediti in tutta fretta all'Asinara ( e ci fu chi spiegò il loro allontanamento con le tensioni interne nel gruppo dei 16 boss ); altri, come il temuto Angelo La Barbera, finirono addirittura ai confini opposti dell'Italia, a Trento.

Gli scatti realizzati in incognito dalla Lollobrigida a Linosa raffigurano proprio La Barbera, reduce da un precedente soggiorno obbligato a Cingoli, nelle Marche.
In un primo piano del boss, si coglie un che di beffardo e insieme di spaesato nell'espressione di un uomo che un decennio prima veniva considerato il "volto nuovo" della mafia palermitana, protagonista dell'assalto del cemento che stava travolgendo l'aspetto della città.
Insieme al fratello Salvatore - vittima di lupara bianca nello scontro con i Greco di Ciaculli - La Barbera abitava allora in un elegante condominio di via Veneto, porta a porta con alti burocrati della Regione e amministratori del Comune.
Con loro, concordava il via libera alle concessioni edilizie e l'assunzione di questo o quell'impiegato vicino alla famiglia mafiosa di Palermo centro.
A Linosa faceva ora vita appartata rispetto agli altri mafiosi, retaggio di un prestigio criminale ormai tramontato da tempo.


Scene di vita quotidiana di Linosa
nei mesi di soggiorno obbligato dei boss

Solitario e sprezzante, il 47enne schivò anche i tanti giornalisti che cercarono di incontralo durante il suo soggiorno nell'isola; uno di loro, Nicola Adelfi, lo definì "un piccolo Napoleone in una piccola Sant'Elena".  
Vestiva in maniera elegante; durante le giornate di caldo africano indossava magliette a collo alto, forse per nascondere i segni delle ferite di arma da fuoco al petto. 
Per due volte - nel 1963 - Angelo La Barbera era scampato al fuoco dei sicari, a Palermo e Milano.
Quattro anni dopo essere stato il bersaglio fotografico della finta donna hippy a Linosa, La Barbera avrebbe finito col pagare il vecchio conto rimasto in sospeso con i Greco.


Un autoritratto fotografico di Gina Lollobrigida.
L'immagine è tratta dal sito http://www.ginalollobrigida.com/

Il 28 ottobre del 1975, tre sicari palermitani come lui detenuti nel carcere di Perugia, la "banda dei Giuseppi" - Giuseppe Rizzo, Giuseppe Ferrera e Giuseppe Privitera - lo raggiunsero indisturbati armati di coltello all'interno dell'infermeria: l'ex confinato di Linosa venne raggiunto da undici fendenti, uno dei quali al cuore.
Qualche giorno dopo, l'ex potente della "nuova mafia" di Palermo tornò dai suoi familiari su una bara caricata su un treno merci. 
Le cronache del tempo ricordano che la salma di quell'uomo immortalato con l'inganno nell'Italia fotografica di Gina Lollobrigida a stento trovò un prete disposto a benedirla.




da consultare

http://www.ginalollobrigida.com/


     






  

giovedì 18 giugno 2015

DISEGNI DI SICILIA


Manifesto promozionale dell'ENIT, 1920 (?)

mercoledì 17 giugno 2015

LA TENDA CON VISTA DEL VILLAGE MAGIQUE DI CEFALU'

Pubblicata con un errore di grafica sulla rivista dell'ENIT "l'Italia" nell'agosto del 1954, una fotografia del villaggio turistico di Santa Lucia ne ricorda lo spettacolare sguardo sulla rocca del paese


"Alfonso entrò in un giardino semibuio, rischiarato qua e là da fioche lampade, nascoste fra i cespugli, lungo i viali di ghiaia.
La musica di un'orchestrina si diffondeva per l'aria, tra gli ulivi e le palme.
Odori insinuanti di fiori, gelsomino, di natura serpeggiavano nell'aria tiepida della sera.
Alfonso si diresse verso il centro, dove si scorgeva una luce più intensa e da dove sembrava venisse la musica.
Si trovò davanti uno spazio ammattonato, una pista da ballo circolare, attorno alla quale erano disposte in semicerchio e in più file delle sedie a sdraio.
L'orchestra, nascosta in un angolo, suonava una musica lenta e, sulla pista, due o tre coppie di ballerini, strettamente allacciati, strascinavano sulle mattonelle i piedi scalzi.
Alle sdraio sembrava che non ci fosse nessuno ma, a ben guardare, si scorgevano teste appaiate, mani, braccia, gambe che si contorcevano; si udivano bisbigli, sospiri, risolini sommessi.
Alfonso, smarrito, tirò un sospiro di sollievo.
Benedì quel semibuio che in qualche modo lo metteva a suo agio.
Poi scorse il bar, in fondo, in una sorta di capanno di frasche.
Lì si diresse. Aveva deciso di bere qualche alcolico per darsi un po' di coraggio.
La musica cessò e luci forti, a giorno, si accesero di colpo.
"Whisky doppio" ordinò Alfonso. Bevve d'un fiato. Sembrava lì attorno fosse avvenuta la resurrezione della carne.
Sorsero dalle sdraio come dalla terra, sbucarono dagli angoli bui donne e uomini nudi, abbronzati.


Le donne meravigliose con qualche pezzo di stoffa addosso a coprire qua e là qualcosa; gli uomini, alti, magri, aitanti, con i pantaloncini a fiori o con una tovaglia colorata attorno alla vita.
Alle Hawaii sembrava di essere. 
E tutti erano accoppiati, a due a due.
L'orchestra attaccò un shake e tutti furono sulla pista a contorcersi, e a ballare l'una di fronte all'altro con quelle movenze di canagliesca grazia, di sfacciata e di allusiva oscena espressività"

Nel racconto "La prova d'amore" pubblicato nell'opera postuma "La mia isola è Las Vegas" ( Mondadori, 2012 ), Vincenzo Consolo ha ricostruito l'atmosfera di sfrenata sensualità che ha accompagnato la storia ( e le tante leggende ) riguardanti il Village Magique di Cefalù.
Già in passato, ReportageSicilia ha ospitato alcune immagini poco note della tendopoli realizzata a partire dal 1950 su un pianoro digradante sul mar Tirreno di contrada Santa Lucia.
L'accoglienza era spartana, ma la vista sulla rocca di Cefalù era la migliore allora offerta dalle strutture turistiche del paese.
Il villaggio venne ideato su iniziativa dell'editore della rivista francese "Elle"; sembra che la scelta del sito siciliano sia stata suggerita a Paul Morihien dal poeta e romanziere Jean Cocteau.


Il successo del Village Magique di Cefalù, frequentato soprattutto da cittadini francesi e scandinavi, è testimoniato dai numeri: nel 1951 i visitatori furono 41.000, che diventarono 70.000 nel 1957.
L'immagine riproposta  da ReportageSicilia venne pubblicata nell'agosto del 1954 sulla quarta di copertina della rivista dell'ENIT "L'Italia"; riaffiora adesso grazie alla preziosa disponibilità documentaria di Michele Di Pietro, uno dei curatori della biblioteca dell'ENIT a Roma
Come tutti i cefaludesi contesteranno, lo scatto - attribuito al fotografo Teegen - venne in origine stampato al contrario.
Così, la rocca di Cefalù è posta a sinistra rispetto al punto di vista di chi la osserva dalla zona di Santa Lucia: un errore grafico che poco toglie all'atmosfera di primitiva bellezza di questo angolo di costa palermitana di sessant'anni fa.